Visite fiscali. Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia

Visite fiscali

ARRIVA UNA GUIDA DELL’INPS

Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia? Per risolvere dubbi e domande arriva una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. Un vademecum con cui l’Inps vuole rispondere alle richieste più frequenti di dipendenti, pubblici e privati, indicando i passi da seguire quando, causa malattia, si è impossibilitati ad andare al lavoro.

“La prima cosa da fare – ricorda l’istituto – è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica”.

Il lavoratore, si legge, “deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti”. Inoltre, può “verificare la corretta trasmissione del certificato tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato)”.

Reperibilità – Nel certificato, “il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità”. Per quanto attiene le fasce per le visite fiscali di controllo, possono essere disposte d’ufficio dall’Istituto o su richiesta dei datori di lavoro per i propri dipendenti. La reperibilità cambia tra privato e pubblico: i lavoratori privati sono tenuti a essere reperibili nelle fasce 10-12 e 17-19. Per quelli pubblici, nelle fasce 9-13 e 15-18.

Assenza – Infine, “se il lavoratore risulta assente alla visita domiciliare, viene invitato a recarsi, in una data specifica, (generalmente il giorno dopo), presso gli ambulatori della struttura territoriale Inps di competenza. E’ comunque tenuto a presentare una giustificazione valida per l’assenza per non incorrere in eventuali azioni disciplinari da parte del datore di lavoro”.

Dipendenti pubblici

TORNANO I BUONI PASTO

Buone notizie per i buoni pasto degli statali. Il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ha annunciato che dal 6 agosto torneranno ad essere erogati da un nuovo fornitore. “Come promesso, il servizio di erogazione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici riprenderà il prossimo 6 agosto” ha reso noto Bongiorno, aggiungendo che è stato individuato il nuovo fornitore. “Un ottimo risultato raggiunto in poco tempo, in sinergia con le strutture competenti del Ministero dell’Economia e di Consip” ha aggiunto il ministro.

Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, il ministero si era messo al lavoro per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket.

Previdenza

PENSIONE, COSA DOBBIAMO ATTENDERCI

Pensione, si cambia. Dal prossimo anno ogni biennio si provvederà ad adeguare i requisiti per la pensione con le aspettative di vita. Dal 1° gennaio 2019 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni (71 per l’opzione contributiva), mentre per la pensione anticipata saranno necessari 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini. Per le donne 42 anni e 3 mesi.

Tuttavia non faremo in tempo a metabolizzare questo cambiamento che ci sarà un nuovo adeguamento: nel 2021, infatti, l’età pensionabile per la pensione di vecchiaia salirà di altri 3 mesi, arrivando a 67 anni e 3 mesi.

D’altronde i miglioramenti nel campo della medicina e della farmacologia hanno fatto sì che la speranza di vita si allungasse, attivando un processo costante nel tempo: secondo le previsioni dell’Istat, infatti, ogni biennio le aspettative di vita dovrebbero crescere di circa 2 o 3 mesi, comportando così un aumento dell’età pensionabile.

Quindi è vero che in futuro vivremo di più, ma è anche vero che la maggior parte del tempo la passeremo lavorando. Con la crescita costante dell’età pensionabile (sempre che le previsioni dell’Istat siano confermate), infatti, in futuro non si potrà andare in pensione prima dei 70 anni.

Lo conferma una interessante, recente infografica realizzata da Money.it in cui sono indicati i cambiamenti che interverranno sul fronte previdenziale nei prossimi anni. Come possiamo vedere dall’immagine, dal 2021 in poi l’età pensionabile aumenterà di 2 mesi ogni biennio, superando i 68 anni nel 2031 e i 69 nel 2043. Un giovane di 20 anni, che oggi probabilmente ha appena iniziato a lavorare (oppure a studiare in un corso universitario), dovrebbe quindi attendere il 2069 per andare in pensione, alla veneranda età di 71 anni e 3 mesi.

Tutti disoccupati, così 600mila famiglie

SUD: RAPPORTO SVIMEZ

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. E’ quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

Carlo Pareto

Tassa sui rifiuti sempre più alta. Raddoppiata in sette anni

Lavoratori Statali

BUONI PASTO, AD AGOSTO SI CAMBIA

Novità in arrivo sul fronte dei buoni pasto degli statali. Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, ora si sta lavorando per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. In particolare, “entro i primi giorni di agosto dovrebbe esserci un nuovo fornitore che erogherà i buoni pasto”, ha annunciato il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, accogliendo la notizia come “un primo significativo passo in avanti”.

Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket correndo il rischio di lasciare migliaia di lavoratori senza buoni pasto.

Corte Costituzionale

CONGEDO STRAORDINARIO E INDENNITÀ DI MATERNITÀ

Il congedo straordinario è “neutro” ai fini del riconoscimento dell’indennità di maternità al di fuori del rapporto di lavoro. In particolare, nel calcolo del limite dei 60 giorni tra l’inizio della maternità e la fine del rapporto di lavoro – periodo massimo che può intercorrere tra i due eventi (inizio maternità e fine rapporto di lavoro) per avere diritto all’indennità – non si tiene conto degli eventuali giorni di congedo straordinario di cui la lavoratrice gestante abbia fruito per assistenza al coniuge convivente oppure a un figlio, portatori di handicap in situazione di gravità.

A stabilirlo è la sentenza n. 158/2018 della Corte costituzionale, che dichiara in parte l’illegittimità.

Pensioni Inps

I TEMPI DELLA 14ESIMA

I pagamenti della 14esima mensilità di pensione, avvenuti a luglio ammontano a circa 3.280.000, a settembre ne saranno corrisposti ulteriori 48.000.

La 14ma è stata attribuita d’ufficio dall’Inps, senza presentazione di alcuna domanda, in presenza di tutti gli elementi necessari per la verifica reddituale di ammissione al beneficio. “Tale modalità consente una forte semplificazione nell’erogazione dell’emolumento, consentendo nel contempo una maggiore tempestività” comunica l’Inps.

Per le elaborazioni d’ufficio sono utilizzati in automatico i redditi da prestazione, memorizzati nel casellario centrale dei pensionati presenti al momento della lavorazione. Per i redditi diversi, invece, spiega l’Inps, sono presi in esame quelli del 2017. In assenza delle informazioni relative all’anno scorso, per i redditi diversi da quelli da prestazione sono stati provvisoriamente utilizzati i redditi delle ultime campagne reddituali elaborate e, quindi, i redditi del 2015 e, in subordine, del 2014. È per tale ragione che la somma aggiuntiva viene corrisposta in via provvisoria e la sussistenza del diritto sarà verificata a consuntivo sulla base della dichiarazione dei redditi.

A seguito della campagna dell’Inps, volta al sollecito della presentazione delle dichiarazioni reddituali, nello scorso mese di giugno è stato, inoltre, possibile registrare i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti: la disponibilità di questi dati ha consentito di effettuare un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la 14esima a nuovi soggetti non pagati nel mese di luglio proprio per assenza di tali dichiarazioni. A settembre 2018 saranno perciò corrisposte d’ufficio ulteriori 48.000 quattordicesime: gli interessati riceveranno a breve la comunicazione. “Alle posizioni prive di notizie reddituali successive all’anno 2013 non è stato quindi possibile attribuire il beneficio. Qualora un pensionato ritenga di avere diritto al beneficio e non sia stato raggiunto da queste elaborazioni d’ufficio può presentare domanda di ricostituzione” segnala l’Inps.

A settembre 14esima per altri 48mila – A luglio l’Inps ha pagato d’ufficio 3 milioni e 280 mila quattordicesime e a settembre ne liquiderà altri 48mila a nuovi soggetti che hanno presentato in ritardo le dichiarazioni sui redditi. Lo comunica l’Istituto di previdenza spiegando che a seguito della campagna Inps lo scorso mese di giugno è stato possibile registrare i redditi 2015 trasmessi dagli interessati oltre i termini stabiliti: la disponibilità di questi dati ha consentito di effettuare un’ulteriore lavorazione d’ufficio per attribuire la 14ma.

Denunciata dottoressa

FALSE VISITE FISCALI

Visite fiscali a domicilio mai eseguite e firme false su verbali di accesso per controllo domiciliare: sono le contestazioni mosse dai finanzieri di Bergamo a una dottoressa, accusata di truffa aggravata ai danni dello Stato e di falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Grazie a un contratto stipulato con la Direzione Provinciale dell’Inps di Bergamo, avrebbe intascato, in quattro mesi, circa 20.000 euro. Le indagini sono partite da una denuncia di un dipendente della Procura bergamasca che, rientrato al lavoro dopo un periodo di malattia, ha trovato all’interno del proprio fascicolo personale un certificato medico per una visita di controllo in realtà mai avvenuta. Sono scattati così gli accertamenti sul conto della professionista e sulla lista delle visite da lei eseguite, più di 500. In 53 casi è stato accertato che non si era recata presso l’abitazione del lavoratore malato. Una volta scoperta, la dottoressa si è dimessa dall’incarico e ora dovrà restituire oltre 20 mila euro.

Fiscalità locale

TARI RADDOPPIATA IN 7 ANNI

Sempre più alta e in continua crescita la tassa sui rifiuti pagata da cittadini e imprese: nel 2017 è arrivata, complessivamente, a 9,3 miliardi di euro con un incremento di oltre il 70% (72%) corrispondente ad un incremento complessivo di 3,9 miliardi di euro negli ultimi 7 anni nonostante una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti. Il dato emerge dal primo monitoraggio del portale di Confcommercio che parte oggi, consultabile al sito www.osservatoriotasselocali.it, uno strumento permanente dedicato alla raccolta e all’analisi di dati e informazioni sull’intero territorio relative alla tassa rifiuti (Tari) pagata da cittadini e imprese del terziario.

Lo scenario evidenzia come costi eccessivi e ingiustificati per cittadini e imprese derivino, in particolare, da inefficienza ed eccesso di discrezionalità di molte amministrazioni locali, da una distorta applicazione dei regolamenti e dal continuo ricorso a coefficienti tariffari massimi. La tassazione crescente è doppiamente ingiustificata se si considerano i dati riguardo alla produzione totale di rifiuti che, in controtendenza, nel periodo considerato ha subito un rallentamento. Le imprese, infatti, continuano a pagare di più nonostante la produzione dei rifiuti sia decresciuta (da 32,4 mln di tonnellate del 2010 a 30,1 mln nel 2016).

In particolare, i commercianti sottolineano come per le imprese del terziario, ci siano sempre più evidenti distorsioni e divari di costo tra medesime categorie economiche a parità di condizioni e nella stessa provincia. Ad esempio, un albergo con ristorante di 1.000 mq paga 4.210 euro l’anno a San Cesario (Le) mentre ne paga 7.770 euro l’anno a Lecce; per la stessa attività in provincia di Padova si passa da 4.189 euro/anno di Abano Terme a 5.901 euro/anno del capoluogo.

L’inefficienza delle Amministrazioni locali (in media, il 62% dei Comuni capoluogo di provincia registra una spesa superiore rispetto ai propri fabbisogni) costa a cittadini e imprese 1 miliardo l’anno a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi comunitari di raccolta differenziata (siamo al 52% contro il 65% fissato a livello europeo);

In molti casi, rileva l’osservatorio di Confcommercio, le imprese pagano costi per un servizio mai erogato (con aggravi di oltre l’80%) o per il mancato riconoscimento della stagionalità delle attività. Ad esempio, nel primo caso, a Roma, un distributore di carburante di 300 mq paga 2.667 euro mentre l’importo corretto dovrebbe essere di 446 euro; nel secondo caso, un campeggio di 5.000 mq nel Comune di Fiumicino paga 13.136 euro quando per i soli 5 mesi di attività dovrebbe pagare 5.473, oppure uno stabilimento balneare di 600 mq, nello stesso comune, paga 1.037 euro a fronte dei 432 che dovrebbe pagare.

“I dati dell’Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato – sostiene Patrizia Di Dio, membro di Giunta di Confcommercio con delega all’ambiente – Negli ultimi sette anni la sola Tari è cresciuta di quasi 4 miliardi di euro. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell’intero sistema che rispetti il principio europeo ‘chi inquina paga’”.

Carlo Pareto

Inps. Diminuiscono i pensionati ma la spesa sale

Inps

NUOVE VISITE FISCALI 2018

Con decreto n.206 del 17 ottobre 2017, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n.302 del 29 dicembre 2017, è entrato in vigore, dal 13 gennaio 2018, il nuovo regolamento sulle visite fiscali, e sulle modalità di accertamento delle assenze dal servizio.

Visite fiscali con controlli a ripetizione, soprattutto a ridosso del fine settimana o in prossimità delle feste. Incentivi economici ai medici per spingerli a effettuare più accertamenti nelle zone d’Italia meno battute.

E’ saltato invece, almeno per ora, l’armonizzazione tra il settore pubblico e quello privato che avrebbe parificato le fasce di reperibilità. La riforma Madia non si è infatti adeguata alle osservazioni del Consiglio di Stato e ha lasciato invariate le vecchie fasce orarie peri i controlli per l’accertamento delle assenze dal lavoro per malattia.

Per visita fiscale si intende l’accertamento sanitario, cioè una visita medica, che viene effettuata da parte di un medico dell’Inps nei confronti del lavoratore, quando è assente per malattia.

La visita fiscale può essere effettuata:

– su richiesta del datore di lavoro pubblico, fin dal primo giorno di assenza dal servizio attraverso il canale telematico messo a disposizione dall’Inps;

– su disposizione dell’Inps.

La richiesta può essere presentata fin dal primo giorno di assenza del lavoratore.

Il lavoratore è tenuto a rendersi reperibile, per la visita fiscale, in determinati orari; in particolare, le fasce di reperibilità per la visita fiscale sono le seguenti: dipendenti statali e degli enti locali devono essere reperibili per l’intera settimana, festivi compresi, nelle fasce orarie dalle 9 alle 13, e dalle 15 alle 18.

Anche i lavoratori del settore privato devono essere reperibili tutta la settimana, compresi sabati e domeniche, ma le fasce orarie sono differenti e vanno dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19.

Durante le fasce di reperibilità, sin dal primo giorno in cui si ammala, il lavoratore in malattia deve restare a disposizione del medico fiscale. Al verificarsi della malattia, il dipendente è tenuto a comunicare la malattia al datore di lavoro e a recarsi dal proprio medico curante perché rediga ed invii all’Inps in tempo reale il certificato telematico.

Se il lavoratore si reca dal medico il giorno successivo alla malattia e la visita è ambulatoriale, perde il primo giorno di malattia; lo stesso accade nel caso in cui la visita non sia ambulatoriale, ma il lavoratore si presenti alla visita medica con oltre un giorno di ritardo dal verificarsi della patologia.

Chi non si presenta alla visita fiscale perde il 100% della retribuzione per i primi 10 giorni (a meno che entro 10 giorni non si presenti alla visita ambulatoriale, nel qual caso, a partire dal giorno della visita, la retribuzione viene ripristinata, ovviamente se viene effettivamente riscontrata la malattia); il 50% della retribuzione, per i giorni successivi al decimo; tutta la retribuzione, se non si presenta nemmeno al terzo controllo con licenziamento con o senza preavviso.

Modalità di svolgimento della visita fiscale
Il medico, subito dopo l’effettuazione della visita ed utilizzando una specifica modalità telematica approntata dall’Inps, redige il relativo verbale, che viene messo a disposizione del dipendente tramite un apposito servizio telematico; reso disponibile al datore di lavoro tramite un ambito dedicato del portale dell’Istituto previdenziale.

L’esito della visita, però, viene comunicato dal medico al dipendente seduta stante. E se quest’ultimo non concordi con la decisione assunta in merito dal medico, può contestarlo. Il medico, da parte sua, preso atto del dissenso espresso, invita il dipendente ad una successiva visita ambulatoriale, nel primo giorno utile.

Esonero dalle visite fiscali
Il dipendente è esonerato dalla visita fiscale solo in alcune ipotesi, come una malattia nelle quali è a rischio la vita del lavoratore, un infortunio sul lavoro, patologie per causa di servizio, una gravidanza a rischio, patologie collegate all’invalidità riconosciuta, se almeno pari al 67%, il ricovero ospedaliero o presso altra struttura sanitaria.

Se il medico curante riscontra una delle cause di esonero elencate, o se decida, in base ad altre serie motivazioni, di escludere il lavoratore dalla visita, deve contrassegnare il certificato telematico col codice E.

Se il dipendente malato, durante le fasce di reperibilità, deve assentarsi, è giustificato solo se l’assenza è dovuta a cause di forza maggiore o per sottrarre sé o un familiare da un pericolo grave, se l’interessato deve sottoporsi a visite mediche specialistiche o generiche, analisi, cure o terapie.

Non sono considerati casi giustificati di assenza al controllo del medico fiscale ipotesi quali malfunzionamento del campanello, breve assenza per compiere delle commissioni, o non essersi potuti alzare dal letto, in quanto vale il principio per cui il lavoratore è tenuto a mettere in atto ogni accorgimento possibile per consentire l’accesso al personale sanitario.

Polo unico Inps
Dal 1° settembre 2017 è entrato in vigore il Polo unici per le Visite Mediche di Controllo (VMC)  che attribuisce all’Inps la competenza esclusiva ad effettuare visite fiscali sia su richiesta dei datori di lavoro (pubblici e privati), sia d’ufficio.

Il decreto legislativo 27 maggio 2017, n. 75 dispone l’armonizzazione della disciplina dei settori pubblico e privato per quanto concerne le fasce orarie di reperibilità entro le quali possono essere effettuate le visite di controllo e la definizione delle modalità per lo svolgimento degli accertamenti medico legali.

Nel rispetto della normativa sulla privacy e il trattamento di dati sensibili, le informazioni e i giudizi medico legali – anche qualora conseguenti a visite disposte su iniziativa dell’Istituto – saranno messi a disposizione del datore di lavoro pubblico, comprese le assenze al domicilio, la mancata presentazione a visita ambulatoriale nonché il giudizio medico sulle giustificazioni di assenza per motivazioni medico-sanitarie.

Lavoratore assente alla visita fiscale
In caso di mancata effettuazione della visita per assenza del lavoratore all’indirizzo indicato, va data immediata comunicazione motivata al datore di lavoro che l’ha richiesta. Il medico fiscale rilascia apposito invito a visita ambulatoriale per il primo giorno utile presso l’Ufficio medico legale dell’Inps competente per territorio.

Qualora il dipendente non accetti l’esito della visita fiscale, il medico è tenuto ad informarlo del fatto che deve eccepire il dissenso seduta stante. Il dissenso va annotato sul verbale (sottoscritto dal dipendente) e contestualmente lo stesso va invitato a sottoporsi a visita fiscale, nel primo giorno utile, presso l’Ufficio medico legale dell’INPS competente per territorio, per il giudizio definitivo. In caso di rifiuto a firmare, il medico fiscale informa tempestivamente l’Inps e predispone invito a visita ambulatoriale.

Rientro anticipato al lavoro dalla malattia
Inoltre, in caso di ripresa dell’attività lavorativa, per guarigione anticipata rispetto al periodo di prognosi indicato nel certificato di malattia, il dipendente deve esibire certificato sostitutivo, che va richiesto allo stesso medico che ha redatto la certificazione originaria, ovvero a un altro in caso di assenza o impedimento di questi.

Ma spesa sale

PENSIONI, MENO ASSEGNI

La cura dimagrante applicata al sistema previdenziale sta dando i suoi frutti: nel 2016 i pensionati gestiti dall’Inps sono scesi a quota 16,1 milioni, contro i 16,8 milioni del 2008. In termini assoluti si tratta di 715.047 persone in meno, che corrisponde a una riduzione del 4,3%. Nello stesso periodo, però, la spesa per gli assegni è aumentata di 41,2 miliardi, passando da 241,2 miliardi a 282,4 miliardi (+22,3%). I dati contenuti nelle tabelle dell’Istat, ed elaborati dall’Adnkronos, mostrano tutto il peso economico del sistema pensionistico italiano.

La crescita della spesa sarebbe ulteriormente lievitata senza la riforma Fornero; si stima che in questi anni siano stati ‘risparmiati’ 15-16 miliardi l’anno, a cui però bisogna aggiungere i costi dei diversi interventi compensativi (dalle salvaguardie degli esodati all’ape). Il sistema pensionistico costa sempre di più a causa dell’incremento degli assegni, che in media sono aumentati del 22,3%, passando da 14.373 euro del 2008 a 17.580 euro del 2016 (+3.207 euro).

La differenza tra gli assegni rosa e blu è sempre stata causa di discussioni sul sistema previdenziale che non riesce a colmare le lacune tra i due sessi. E anche se negli anni sta diminuendo resta comunque elevata: i pensionati Inps sono passati da 17.139 euro l’anno a 20.697 euro, con un incremento del 20,8% (+3.558 euro), mentre le donne sono passate da 11.907 euro a 14.780 euro, con un incremento del 24,2% (+2.873 euro).

La crescita più marcata dei redditi delle pensionate, rispetto ai redditi dei pensionati, ha consentito di ridurre lo squilibrio, che resta comunque a elevato: se nel 2008 gli uomini percepivano un assegno del 44% più elevato, nel 2016 la differenza si è ridotta al 40%. E anche se il numero di donne a riposo è maggiore rispetto agli uomini, 8,4 milioni contro 7,6 milioni, la spesa pensionistica è comunque destinata in misura maggiore ai maschi, che ricevono il 56,2% dei 241,2 miliardi distribuiti nel 2016.

Carlo Pareto

Inps: Ape Social, richiesta entro il 15 luglio. PA: news sulle visite fiscali. La proposta sul Jobs APP

Inps
APE SOCIAL, RICHIESTA ENTRO IL 15 LUGLIO

Migliaia di persone potranno anticipare i tempi della pensione con i decreti su Ape social e Ape precoci firmati dal premier Paolo Gentiloni. Andranno presentate entro il 15 luglio le domande per l’Ape social di chi matura i requisiti previsti. E’ quanto indica il decreto attuativo firmato dal presidente del Consiglio. Il provvedimento prevede che verranno però considerate anche le richieste arrivate dopo la scadenza e che verranno soddisfatte limitatamente nel caso avanzassero fondi. Chi raggiungerà i requisiti nel corso del 2018 avrà invece tempo per presentare la domanda fino al 31 marzo dell’anno prossimo.

Ecco le tutte le novità. Riguardo l’Ape social, il provvedimento è un’indennità di natura assistenziale a carico dello Stato erogata dall’Inps a soggetti in stato di bisogno che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta. L’indennità è corrisposta fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione (di vecchiaia o anticipata).

Chi matura i requisiti per l’Ape social nel 2017 potrà presentare domanda entro il 15 luglio di quest’anno mentre chi li matura nel 2018 avrà la possibilità di inoltrare la richiesta entro il mese di marzo. Destinatario sarà l’Inps che darà una risposta entro il 15 ottobre per le domande presentate entro luglio e entro il 30 giugno del 2018 per le richieste arrivate entro il 31 marzo del prossimo anno. L’ente previdenziale darà indicazione della prima decorrenza utile e se le domande saranno in eccesso rispetto alle risorse stanziate la priorità sarà data sulla base della data del raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia. A parità di requisito si considererà la data di presentazione della domanda. Sono queste le precisazioni, con qualche novità, contenute nel Dpcm sulla prestazione sociale, firmato ieri sera dal premier Paolo Gentiloni insieme all’altro Dpcm sui cosiddetti “precoci”. In quest’ultimo caso il testo prevede che chi ha lavorato per non meno di 12 mesi prima dei 19 anni di età e si trova nelle stesse condizioni dei beneficiari dell’Ape social, ovvero è disoccupato e senza ammortizzatore da almeno 3 mesi, potrà andare in pensione con 41 anni di contributi (stimate 25mila domande per il 2017). Si tratta di un anticipo di 10 mesi netti sui requisiti attuali per gli uomini e di un anno e 10 mesi per le donne. I testi saranno subito operativi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Il requisito fondamentale per accedere a questa indennità ponte è rappresentato dai 63 anni di età con una contribuzione minima di 30 anni, per chi è disoccupato, oppure assiste un “parente diretto” portatore di handicap grave, oppure se lo stesso lavoratore ha un’invalidità civile pari o superiore al 74%. Il requisito contributivo sale, invece, a 36 anni per i cosiddetti lavoratori “gravosi social” (che devono essere svolti per almeno 6 anni), ovvero coloro che rientrano nelle 11 categorie comprese nell’elenco allegato al decreto (dagli operai edili alle maestre d’asilo). L’Ape social è sostanzialmente una misura assistenziale con la funzione di garantire un finanziamento ponte ai lavoratori cui sono scaduti la Naspi e gli altri ammortizzatori. Tanto è vero che uno dei criteri di accesso è avere concluso da almeno tre mesi l’ammortizzatore che era stato attivato. Fin dal suo concepimento con l’ultima legge di Bilancio l’Ape ha una fisionomia sperimentale per almeno due anni. La prossima legislatura sarà chiamata a confermare in via strutturale questo strumento, compresa l’Ape volontaria, che è ancora in attesa di diventare operativa perché il necessario Dpcm non è stato ancora trasmesso al Consiglio di Stato per il parere. Gli accessi al prestito ponte “social” attesi per il primo anno sono circa 35mila per una spesa di 300 milioni, che salirà a oltre 600 milioni nel 2018. L’Anticipo, lo ricordiamo, non può superare i 1.500 euro lordi e una durata massima di 3 anni e 7 mesi. Per rispettare i tetti fissati con l’ultima legge di Bilancio è previsto un meccanismo di graduatoria a scorrimento che gestirà Inps sulle domande ricevute, fermo restando il riconoscimento, con un dispositivo di tipo retroattivo del diritto maturato dal 1° maggio. In ogni caso il Dpcm sull’Ape sociale precisa che «le domande presentate oltre il 15 luglio 2017 e il 31 marzo 2018 e comunque non oltre il 30 novembre sono prese in considerazione esclusivamente se all’esito del monitoraggio residuano risorse finanziarie». L’Ape sociale non è compatibile con altre forme di sostegno al reddito per disoccupazione involontaria (Naspi, mini-Aspi, Asdi, e dis-col); è invece compatibile con redditi da lavoro dipendente o da collaborazione coordinata e continuativa fino a un tetto di 8mila euro annui oppure di 4.800 euro annui se il reddito è da lavoro autonomo.

Fase ponte fino a settembre
PA: RIVOLUZIONE VISITE FISCALI

Una ‘fase ponte’ per far digerire quella che si preannuncia come una rivoluzione: la creazione di un polo unico della medicina fiscale, con le competenze in capo all’Inps anche per gli accertamenti sulle assenze per malattia degli statali. Ma a patto che la transizione sia breve, confinata a pochi mesi: al massimo fino a settembre. È ufficialmente questo l’orientamento del Governo annunciato dopo l’approvazione della riforma Madia in Consiglio dei ministri.

Per il Testo Unico del pubblico impiego e il decreto che rivede la valutazione delle performance per gli statali, pilastri dell’intera delega Madia, ormai non c’è più nulla da aspettare. Il Governo ha già incassato l’intesa con le Regioni, imposta dalla Corte Costituzionale, i pareri parlamentari e visto i sindacati, che tra l’altro saranno di nuovo ascoltati.

Andata in porto la riforma, nulla sembrerebbe ostacolare la riapertura della contrattazione dopo otto anni di stop. Quindi in ballo non ci sono solo nuove regole ma anche lo sblocco di 85 euro in busta paga, come concordato il 30 novembre scorso con i sindacati.

Il Giuslavorista
SERVE NUOVO CONTRATTO DI LAVORO, IL JOBS APP

Lavoratori autonomi e freelance ma con alcune caratteristiche del lavoro dipendente. Questa è l’identità del lavoro mediato da un App. È nata una nuova forma di lavoro che non è riconducibile né al lavoro dipendente né al lavoro autonomo. Una nuova modalità lavorativa presso le aziende della app economy che presuppone l’individuazione di un nuovo contratto di lavoro: il Jobs App. È quanto sostiene Francesco Rotondi, giuslavorista e Founding partner di LabLaw. “L’app economy – spiega Rotondi – è un modello economico che non si basa su un rapporto di lavoro continuativo e subordinato ma su uno rapporto discontinuo basato sulla richiesta (on demand), cioè determinato nel momento in cui il mercato richiede i propri servizi o prodotti attraverso piattaforme digitali e app dedicate. Se applicassimo le regole del lavoro dipendente alle aziende della app economy otterremmo un unico risultato: la sua scomparsa”. “Inoltre, regolamenteremmo con una contratto da dipendente – continua Rotondi – un lavoro che ha caratteristiche molto più vicine al lavoro autonomo. Sarebbe una forzatura suicida”. “In generale, non possiamo ritenere che le prestazioni rese all’interno e a valle di questi processi organizzativi e produttivi siano inquadrabili nelle attuali fattispecie di lavoro subordinato, autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa. Serve un contratto di lavoro ibrido in cui le tutele non sono garantite dal posto di lavoro ma nel e dal mercato del lavoro”, chiarisce. “Questo vuol dire capovolgere -sottolinea Rotondi- il paradigma del lavoro così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Le attività economiche che ruotano attorno a una app sviluppata ad hoc producono una semplificazione dei processi produttivi e organizzativi, una digitalizzazione delle attività che prima erano svolte dai collaboratori e che oggi sono automatizzate”. “Partendo dall’assunto -sostiene Rotondi- che il lavoro mediato da un app non è riconducibile al lavoro dipendente ma, al contempo, prevede alcune caratteristiche del lavoro subordinato, il Jobs app – propone Rotondi – dovrebbe prevedere alcuni punti fermi validi per tutte le aziende della App Economy. Ecco i primi 3 articoli del Jobs app: “La retribuzione variabile. Prevede una retribuzione fondamentalmente variabile legata alle consegne e non una paga oraria che poco si addice ad un modello in cui si lavora sulla base delle disponibilità offerta dal collaboratore; Minimo contrattuale. Stabilire un minimo retributivo a consegna valido per tutte le aziende del settore che applicano il Jobs App, evitano così, una competizione sulle retribuzioni. Regole retributive e del lavoro uguali per tutti”, elenca. E ancora: “Welfare di settore e tutele. Prevede una percentuale fissa, obbligatoria e aggiuntiva su ogni retribuzione (0.30 centesimi) per finanziare un fondo di categoria che servirà a finanziare una serie di prestazioni sociali e un sistema di welfare per il settore: malattia, assicurazione sanitaria, assicurazione per infortunio, manutenzione straordinaria dei mezzi, e così via”. “Lancio un appello alle aziende della app economy: facciamo sistema -conclude Rotondi- e creiamo il contratto di lavoro 4.0, il Jobs App. Non ha più senso la strategia dello struzzo a far decidere alla magistratura del lavoro, in assenza di regole e autoregolamentazione, come regolamentare uno dei settori emergenti della nuova economica”.

Economia
BOOM SPESA SOCIALE, +27,2% MLD

Boom delle spese per pensioni, disoccupazione, salute. La somma delle uscite che rientrano nella voce ‘prestazioni sociali’ è passata da 354,8 miliardi di euro nel 2012 a 382 miliardi nel 2016, con un incremento di 27,2 miliardi. Nello stesso periodo tutte le altre uscite delle pubbliche amministrazioni registrano variazioni contenute, con due eccezioni rilevanti: la seconda riguarda il calo della spesa per interessi passivi che è passata da 83,6 miliardi a 66,4 miliardi (-17,2 mld). La riduzione non è bastata a compensare l’incremento della spesa sociale, che fa lievitare il totale della spesa di 10,8 miliardi: da 818,9 mld a 829,7 mld. I dati sono contenuti nelle tabelle pubblicate dall’Istat nell’ultimo rapporto annuale ed elaborate dall’Adnkronos. Le prestazioni sociali vengono suddivise in due sottocategorie: ‘prestazioni sociali in denaro’ che da 311,4 miliardi salgono a 337,5 mld (+26,1 mld) e ‘prestazioni sociali in natura acquistate direttamente sul mercato’ che da 43,3 miliardi passano a 44,5 miliardi (+1,2 mld). Dalle voci contenute nel conto economico consolidato delle P.a. emerge che la spesa per i redditi da lavoro dipendente, che nel 2012 ammontava a 166,1 miliardi, è scesa gradualmente arrivando a 162 miliardi nel 2015, per risalire lo scorso anno a 164,1 miliardi (-2 mld rispetto al 2012). In lieve crescita la somma destinata ai consumi intermedi, che passa da 87 miliardi a 91,1 miliardi (+4,1 mld). Mentre gli investimenti fissi lordi, che partivano da 41,4 miliardi, si riducono a 34,7 miliardi (-6,7 mld), per effetto di un calo costante registrano nei quattro anni. Le entrate totali passano da 771,6 miliardi a 788,9 miliardi (+17,3 miliardi). La voce principale per il finanziamento delle spese, le imposte, passa da 486,5 miliardi a 490,6 miliardi (+4,1 mld), per effetto di un aumento della tassazione diretta che è riuscita anche a compensare la riduzione del gettito da imposte indirette. Dai tributi sul reddito (come Irpef, Ires, Irap) sono stati incassati 239,8 miliardi nel 2012 che sono saliti a 248,4 miliardi nel 2016 (+8,6 mld). Mentre dall’imposizione sul valore aggiunto e sul patrimonio (come Iva e Imu) nel 2012 sono stati incassati 246,7 miliardi nel 2012 che sono scesi a 242,2 miliardi nel 2016 (-4,5 mld). Alcune ‘differenze’ nei risultati sono dovute agli arrotondamenti.

Carlo Pareto

Previdenza, disoccupazione per Dis-coll. Visite fiscali, reperibilità per 7 ore. Fisco: Record Incassi per Equitalia

Previdenza
DIS-COLL CONTINUERÀ FINO A NUOVA NORMA

Il Governo ha recentemente inserito nel Milleproroghe una disposizione per “garantire la continuità” dell’erogazione dell’indennità di disoccupazione Dis-coll ai collaboratori che perdono il lavoro in vista però della definizione di una nuova norma strutturale nella legge delega sul lavoro autonomo non imprenditoriale all’esame della Camera. Lo ha comunicato il ministero del Lavoro. L’indennità di disoccupazione Dis-Coll era stata istituita in via sperimentale nel 2015 con la parte di riforma del jobs act relativa agli ammortizzatori sociali ed era poi stata rifinanziata per il 2016 con la legge di Stabilità. In precedenza, ad annunciare che la norma “non era stata oggetto di proroga” in relazione agli eventi di disoccupazione intervenuti dal primo gennaio 2017 era stato l’Inps in un comunicato. Nessuna indennità quindi – aveva avvertito l’istituto di previdenza – sarà erogabile a fronte delle cessazioni involontarie di contratti di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto intervenuti dall’inizio del 2017. La prestazione Dis-coll era stata istituita dal Governo Renzi con il Jobs act in via sperimentale per gli eventi di disoccupazione verificatesi nel 2015 e prorogata per il 2016. Finora non c’era stata invece proroga per il 2017. La misura prevedeva che fosse corrisposta mensilmente per la metà dei mesi di contribuzione presenti nel periodo compreso tra il 1° gennaio dell’anno solare precedente l’evento di cessazione del rapporto di collaborazione e l’evento stesso (con almeno tre mesi di contribuzione accreditata) fino a un massimo di sei mesi. La fruizione dell’indennità Dis-coll non dava diritto alla contribuzione figurativa. La misura della prestazione era pari al 75% del reddito medio mensile se inferiore all’importo di 1.195 euro. In ogni caso l’importo dell’indennità non poteva superare la misura massima mensile di 1.300 euro per l’anno 2015, rivalutato annualmente.

Visite fiscali
BOERI: TUTTI REPERIBILI A CASA ALMENO 7 ORE
Stretta in arrivo sulle visite fiscali con regole uniformi per lavoratori dipendenti pubblici e privati: il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si è detto convinto della necessità di equiparare le regole sulle fasce di reperibilità in malattia con “almeno sette ore” giornaliere obbligatorie a casa per tutti e quindi con l’estensione delle fasce di reperibilità per il privato adesso pari a quattro ore complessive (a fronte delle sette per i lavoratori pubblici). I controlli sulla malattia, secondo quanto previsto dalla riforma della pubblica amministrazione, saranno tutti in capo all’Inps, anche quelli sui dipendenti pubblici finora effettuati dalle Asl. Ma l’armonizzazione delle fasce di reperibilità per le visite fiscali – ha sottolineato Boeri – dovrebbe andare nel senso dell’estensione. “Non ha senso – ha detto Boeri – che ci siano differenze tra pubblico e privato”. Al momento le fasce per le visite fiscali sono due in entrambi i comparti ma nel privato vanno dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 mentre nel pubblico sono fissate dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’armonizzazione delle regole potrebbe portare a “risparmi significativi”, a una gestione migliore dei medici e a controlli più efficienti. Le “esternazioni” del presidente dell’Inps non piacciono però ai sindacati. La Cgil le giudica “inaccettabili”, rimarcando che la materia compete al legislatore, o semmai alle parti sociali, non certo all’Istituto previdenziale. La Cisl parla invece di “una forzatura” che creerebbe solo confusione. La strada “è quella di uniformare le fasce di reperibilità tra pubblico e privato e non viceversa”, evidenzia la confederazione. La Uil ricorda poi che gli statali “pagano di tasca propria i giorni di malattia”, quindi spesso “vanno a lavorare anche in non perfette condizioni fisiche per evitare la penalizzazione in busta paga”. Secondo i dati Inps riferiti al 2015 i giorni di malattia sono stati quasi 111 milioni (+2,07% sul 2014) con percentuali molto diverse tra pubblico e privato. Nel pubblico i giorni di malattia sono stati 32,5 milioni (quasi 11 in media per dipendente) con una crescita del 3,3%. Nel settore privato i giorni persi per malattia sono stati 78,4 milioni (poco più di sei in media per dipendente) con una crescita dell’1,56%. Ma la stretta dei controlli non dovrebbe limitarsi ai giorni di malattia. Boeri ha puntualizzato che ci sono “differenze molto forti” nell’uso dei permessi per l’assistenza ai familiari disabili previsti dalla legge 104 nel pubblico e nel privato con 6 giorni per dipendente in media nella pubblica amministrazione e un giorno e mezzo nel privato. Ci sono differenze molto forti anche tra i comparti della pubblica amministrazione e questo – ha continuato Boeri – “fa pensare a potenziali forme di abuso”. La stretta sui controlli e il recupero di risorse nel caso di permessi non dovuti – ha precisato ulteriormente il presidente Inps – dovrebbe essere destinato ad aumentare i fondi per la non autosufficienza al momento ancora troppo limitati. E maggiori fondi dovrebbero arrivare, secondo Boeri, anche dalla revisione delle attuali regole sull’indennità di accompagnamento. Invece di dare a coloro che sono inabili al 100% l’indennità di accompagnamento indipendentemente dal reddito che ha la persona disabile come accade ora sarebbe opportuno “graduare” questa prestazione sulla base dei redditi. A definire le fasce orarie di reperibilità e i criteri per i controlli su chi si assenta in caso di malattia sarà comunque un decreto interministeriale ad hoc.

P.A.
IN ARRIVO LE PAGELLE DEI CITTADINI SULLA QUALITÀ DEI SERVIZI

Pubblica Amministrazione, si cambia. Tra le novità in arrivo, le pagelle dei cittadini sulla qualità dei servizi pubblici. “I cittadini e le organizzazioni della società civile partecipano al processo di misurazione delle performance organizzative”, è scritto nella versione definitiva del decreto Madia. Si potrà direttamente segnalare il proprio “grado di soddisfazione” per il servizio agli Organismi indipendenti di valutazione. I risultati saranno pubblicati, con cadenza annuale, sul sito dell’amministrazione e se ne terrà conto anche per i premi.
Premi al merito – I premi di produttività saranno distribuiti in base a quanto stabiliranno i contratti di lavoro. Nel testo del decreto Madia viene così rivisto il sistema delle fasce di merito (o demerito) inserite con la legge Brunetta. Ma resta l’indicazione per evitare elargizioni a pioggia. Si parla infatti di criteri volti a differenziare in modo significativo giudizi e trattamenti economici per premiare chi merita.
Le sentinelle delle performance – La Pubblica Amministrazione si doterà di vere e proprie ‘sentinelle’, che monitoreranno le performance degli uffici, anche attraverso un canale aperto con i cittadini. Un cambio di rotta quello inserito nel provvedimento Madia, stando alla disposizione finale. Gli organismi indipendenti di valutazione già esistevano, ma ora saranno rafforzati i loro poteri e la loro indipendenza.
‘Penalità per assenteisti’ – Saranno i contratti nazionali di lavoro a stabilire per il pubblico impiego “le condotte” e a fissare “le corrispondenti sanzioni disciplinari” nei casi “di ripetute e anomale assenze dal servizio in continuità con le giornate festive e di riposo settimanale” come anche nei casi di “anomale assenze collettive in determinati periodi nei quali è necessario assicurare continuità nell’erogazione dei servizi all’utenza”. Faro dunque acceso espressamente, in particolare, sui weekend lunghi e le date da ‘bollino rosso’.

Fisco
EQUITALIA: RECORD INCASSI 2016

Incasso record per Equitalia che nel 2016 ha riscosso 8,7 miliardi di debiti dei cittadini con il fisco, segnando un +6,17% rispetto al 2015, cioè oltre mezzo miliardo in più. A trainare il saldo positivo resta il Centro-Nord (dalla Toscana alla Valle d’Aosta) che fa segnare oltre 4,8 miliardi, mentre nelle regioni del Centro-Sud (Umbria e Lazio comprese) la riscossione sfiora i 3,9 miliardi. Al top la Lombardia, in cui Equitalia ha incassato oltre 1,8 miliardi, (+0,2%) seguita da Lazio, 1,28 miliardi (+8,8%) e Campania (875 milioni, +5,6%). I risultati record di Equitalia “confermano che le riforme messe in atto dal governo in questi tre anni, l’impegno alla lotta all’evasione e al recupero delle risorse con nuovi strumenti, così come i nostri progetti per costruire un nuovo rapporto coi cittadini grazie anche all’impegno e alla professionalità dei dipendenti vanno nella giusta direzione “. A dirlo è stato di recente l’ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, commentando i dati del 2016. Secondo i dati diffusi dall’ente di riscossione lo scorso anno a beneficiare del risultato record della riscossione è stata innanzitutto l’Agenzia delle Entrate, per la quale sono stati riscossi 4,66 miliardi di euro, 414,6 milioni di euro in più rispetto al 2015 (+ 9,75%). Molto positivo, evidenzia Equitalia, anche il saldo per conto dell’Inps, che nel 2016 sfiora i 2,5 miliardi (+5,5%), 124 milioni di euro in più rispetto al 2015. In leggera flessione, invece, il dato relativo ai Comuni, per i quali sono stati riscossi nel 2016 530 milioni di euro, 20 in meno rispetto al 2015.

Carlo Pareto