Piersanti Mattarella, il «congiunto» del Presidente

mattarella-piersanti-2La dimenticanza del nome Piersanti Mattarella da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conti, che lo ha definito un semplice «congiunto» del Capo dello Stato, è rimasto racchiuso nella cronaca giornalistica. Essa, considerata «intollerabile» da Graziano Delrio, non ha suscitato particolare attenzione verso l’uomo politico siciliano, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato da padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.
Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

La mafia uccide solo
d’estate? Non ci crede
neppure un bambino

MafiaEssere palermitani. Questa la conditio sine qua non per scrivere una sceneggiatura che racconti Cosa nostra in modo irrituale, quasi irriverente. Se poi lo si fa attraverso gli occhi di un bambino, che da fanciullo ingenuo si trasformerà inevitabilmente in adulto consapevole, ne esce un quadro apparentemente leggero, in realtà più inquietante dei linguaggi tradizionali, perché la verità si scontra violentemente con la istintualità di chi ha ancora il coraggio di farsi, e fare, domande alle quali gli adulti non sanno rispondere.

Il film, “La mafia uccide solo d’estate” – scritto, diretto e interpretato da Pierfrancesco Diliberto detto Pif – uscito nelle sale italiane lo scorso 28 novembre, ha come protagonista il giovanissimo Arturo, bambino che nasce a Palermo lo stesso giorno in cui Vito Ciancimino, boss di rango, viene eletto sindaco della città siciliana. La triangolazione di sentimenti contemplata nel microcosmo infantile di Arturo sarà parte integrante della sua formazione: la venerazione per Giulio Andreotti, l’amore per la compagna di scuola, Flora e la sua educazione piccolo borghese, superficialmente e sufficientemente indifferente.

Ad Arturo hanno insegnato che la mafia uccide solo d’estate, che esiste solo in Calabria e in Campania, che è meglio andare ai battesimi che ai funerali, che il silenzio è un valore da inseguire e che le responsabilità sono scomode e pericolose. Il mondo degli adulti, che tanto lo seduce, non ruota soltanto attorno al fascino sinistro del suo eroe idealizzato, Andreotti, ma raccoglie i momenti di pura quotidianità di quei magistrati che hanno cercato di cambiare una città bellissima e disgraziata. I giudici del pool antimafia di Palermo – impagabile il ritratto di Rocco Chinnici – sono prima di tutto uomini. “Non sono super uomini – ha commentato Anna Chinnici, figlia del compianto giudice, plaudendo alla ricostruzione che Pif fa delle loro realtà emotive – ma proprio per questo sono eroi. Altrimenti sarebbe stato troppo facile. Il loro coraggio si misura in maniera direttamente proporzionale alla loro umanità”.

D’altro canto, anche i boss sono ritratti come uomini che si imbattono nelle difficoltà di non saper usare un banale telecomando del condizionatore (Totò Riina) o si innamorano perdutamente di personaggi dello spettacolo come Ivana Spagna (Leoluca Bagarella). Non c’è alcuna indulgenza celebrativa, alcuna bassa retorica, solo un approccio descrittivo sarcastico, leggero e per niente superficiale. “Non bisogna mai dimenticare che sono solo uomini – dice Pif – non invincibili. E’ costume consolidato pagare il pizzo anche per una produzione cinematografica. Noi abbiamo detto no e il film lo abbiamo fatto lo stesso”.

Arturo pian piano cresce accorgendosi che, intorno a lui, anche la città non ha più voglia di stare in quel paludoso dormiveglia, dove tutto è muto, sordo e cieco, dove veramente ci si convince che la mafia uccida solo d’estate. Grazie agli occhi di Arturo ridiamo e piangiamo la meschina ignoranza di mafiosi, di omertosi, di uomini ossequianti e svenduti, che si nutrono di un humus culturale da bassa macelleria criminale, coltivato nei “palazzi” romani.

Un racconto intelligente che fa riflettere su cosa significhi essere palermitani. Quali le responsabilità di tutte le generazioni, quelle che c’erano ai tempi di Chinnici, Borsellino, Falcone e Dalla Chiesa e quelle che devono conservarne memoria. “Siamo in trincea – ricorda Pif ai palermitani e agli italiani – con l’unica arma possibile, più potente di qualsiasi pistola o lupara: il ricordo indelebile di tutti quegli uomini che hanno sacrificato la propria vita in questa guerra, con il dovere di trasmetterlo come eredità ai propri figli”.

Silvia Anela