“1938, vite spezzate”. A Roma una mostra a 80 anni dalle leggi razziali

ottaviaIl 14 luglio 1938 il quotidiano “Giornale d’Italia” pubblica “Il manifesto della razza” una pseudo ricerca firmata da dieci scienziati dove si afferma che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. La ricerca è commissionata dal ministero della cultura popolare ma il vero sponsor è Benito Mussolini che vuole adeguarsi alle teorie degli alleati nazisti.

Si replica il 5 agosto nel primo numero della rivista “La difesa della razza”, con tanto di firme degli illustri (per l’epoca) scienziati.

Questo “manifesto” darà il via a una campagna di persecuzioni contro gli ebrei, con l’appoggio di quasi tutta la stampa dell’epoca, che tra il 1938 e il 1939 produrrà 420 tra leggi e decreti (firmati da Benito Mussolini come capo del governo e promulgati dal re Vittorio Emanuele III), circolari di varia natura e 8mila decreti di confisca.

La persecuzione, inoltre, porterà al censimento degli ebrei, ad arresti, eccidi e deportazioni. Nei lager nazisti, infatti, verranno internati 8.569 ebrei italiani, e solo in mille riusciranno a sfuggire alla morte per fame o alle camere a gas.

Vediamo nel dettaglio alcune di queste leggi. Nel settembre 1938 gli ebrei vengono esclusi dall’insegnamento e non possono più iscriversi alle scuole pubbliche. Nelle librerie arriva il divieto di esporre libri israeliti

Ottobre 1938: gli ebrei non possono iscriversi al partito fascista, non possono essere proprietari di aziende con più di cento dipendenti, non possono più prestare servizio militare.

Nel novembre 1938 vengono licenziati tutti i dipendenti di razza ebraica dagli uffici pubblici statali e parastatali, scuole private, banche e imprese private di assicurazione.

Nell’agosto 1939 arriva il divieto di esercitare la professione di giornalista. Successivamente agli ebrei sarà proibito svolgere qualunque attività.

Abbiamo già parlato della mostra “1938 – 2018 Ottant’anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” con 160 disegnatori che hanno partecipato con tavole e disegni inediti. Ma non è l’unica realizzata per l’occasione.

Un’altra mostra che racconta diffusamente una delle pagine più nere della storia italiana è “1938 Vite spezzate 80° Leggi razziali”, a cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger, organizzazione generale C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, e allestita nella sede della Fondazione Museo della Shoah – Casina dei Vallati, in via del Portico d’Ottavia n. 29 a Roma.

“Vite spezzate” racconta un’ampia panoramica di storie di studenti e docenti espulsi dalle università italiane, di impiegati e di professionisti cacciati brutalmente da un giorno all’altro dal luogo di lavoro, di intellettuali e uomini di cultura emarginati.

Storie di persone comuni e di nomi eccellenti, tutti accomunati dall’appartenenza a una razza diventata per legge inferiore dal punto di vista “biologico”. Molti decisero di restare nella loro patria anche se “matrigna”, altri emigrarono e alcuni scelsero il suicidio come estrema via di fuga.

La mostra ricostruisce alcune di queste storie con fotografie, manifesti, documenti, giornali, oggetti e filmati in gran parte inediti e originali, raccolti in tutta la Penisola, provenienti da archivi e collezioni private.

La mostra è divisa in tre sezioni: Esempio di biografie di vittime, Esempi di biografie di persecutori e Destini collettivi.

Nei Destini collettivi vengono raccontate le espulsioni dalle scuole, dagli impieghi lavorativi e l’internamento.

Tra le biografie delle vittime delle persecuzioni vengono proposti nomi eccellenti e persone comuni, tipo Rita Levi Montalcini (scienziati/universitari) e i Salonicchio, una famiglia di rigattieri.

Per le diverse biografie dei persecutori citiamo solo Benito Mussolini, razzismo e antisemitismo di regime, e Telesio Interlandi, propaganda antisemita.

“Vite spezzate” ha il patrocinio della presidenza del consiglio dei ministri, dei ministeri degli affari esteri, dell’istruzione e dei beni culturali, della regione Lazio, di Roma capitale, della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea, dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, e della Comunità ebraica di Roma con il sostegno di Acea.

La mostra, che resterà aperta sino al prossimo 18 novembre, è visitabile gratuitamente dalla domenica al giovedì dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio, il venerdì dalle 10 all’1 del pomeriggio, escluse le festività ebraiche.

Antonio Salvatore Sassu

Ottant’anni dalle leggi razziali. L’antisemitismo in 160 disegnatori

leggi razziali 4“1938 – 2018 Ottant’ anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” è il titolo di una mostra di fumetti itinerante dedicata a una delle pagine più nere della nostra storia recente, quando anche nella società italiana, grazie a una campagna d’odio mai vista prima, vennero coltivati in laboratorio i semi di un antisemitismo che dura ancora oggi e che proprio in questi ultimi mesi sembra avere trovato nuova linfa e nuova forza vitale grazie a complicità, indifferenza, “concorsi esterni” e altre distrazioni varie di politici, stampa e intellettuali.

Una proposta unica nel suo genere, che si rivolge in particolar modo ai giovani, ai ragazzi, che attraverso la visione delle tavole hanno un messaggio immediato, una lezione di storia, un racconto sintetico di quello che succede quando una società sceglie a ragion veduta di perseguire la strada della violenza e dell’intolleranza.

Un racconto a fumetti che illustra un pezzo vergognoso della storia d’Italia, ma di cui oggi una minoranza sempre più vasta continua a celebrarne i presunti fasti.

leggi razziali 3La mostra presenta 160 opere originali realizzate per l’occasione da autori affermati ed esordienti o allievi delle scuole specializzate, disegnatori di fumetti o di cartoni animati, che sono stati chiamati a svolgere il difficile compito di ricordare e di comunicare attraverso la sintesi di pochi tratti tutto l’orrore e la violenza delle leggi razziali italiane, dell’antisemitismo, del razzismo e dei campi di concentramento nazisti.

La mostra è divisa in quattro sezioni: Maestri del fumetto, Autori professionisti, Scuole specializzate di disegno e fumetto, Contenuti multimediali. Citare i 160 disegnatori che hanno contribuito alla mostra, ciascuno con il proprio personale racconto, con la propria sensibilità, ovviamente non è possibile. Ricordiamo solo che il manifesto, un bambino ebreo che sul braccio ha tatuato il numero 1938, è stato realizzato da Giorgio Cavazzano (Venezia, 19 ottobre 1947) uno dei più grandi disegnatori disneyani, famoso in tutto il mondo soprattutto per la sua personale interpretazione di Paperino.

La mostra è stata realizzata da Rai Com, in collaborazione con ARF! Festival di Roma e ideata da Roberto Genovesi, direttore artistico di Cartoons on the bay, il festival che la Rai dedica ai cartoni animati per ragazzi, che si tiene a Torino da due anni. I curatori sono Marina Polla De Luca & Mauro Uzzeo.

Argomento importante, questo degli ottant’anni delle leggi razziali, tanto che la Presidenza del consiglio, riconoscendone il valore, ha incluso la mostra tra gli eventi ufficiali per le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali,

promossi in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e il Ministero della pubblica istruzione.

leggi razziali 1Anche l’Unione comunità ebraiche italiane ha dato il suo patrocinio, insieme alle comunità ebraiche di Torino, Roma, il centro di cultura ebraico “I Pitigliani” e la Fondazione Museo della Shoah.

La mostra ha esordito a Torino proprio in occasione dell’ultima edizione di Cartoons on the bay, nei locali del Museo del carcere Le Nuove, che durante la Seconda guerra mondiale è stato teatro di violenze, torture e omicidi compiute dai nazisti contro ebrei e partigiani. Torino è stata la prima tappa di un tour che toccherà diverse città per concludersi con l’allestimento permanente nel museo Pitigliani di Roma, che ospita il Centro Ebraico Italiano.

Per chi volesse sapere tutto su questa mostra, il catalogo è scaricabile gratuitamente dal sito di Rai Com, mentre il disegnatore Marcello Toninelli ne propone una selezione su: http://www.giornalepop.it/leggi-razziali-dautore/.

E proprio dalle presentazioni del catalogo riportiamo qualche breve nota. Noemi Di Segni, presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha scritto: “Raccontare la violenza fascista e l’emarginazione che scaturì dalle Leggi della vergogna attraverso il contributo dei grandi maestri del fumetto e dell’animazione. Una sfida avvincente, mai tentata finora. Questa mostra rappresenta un contributo formidabile al racconto e alla comprensione di quei mesi drammatici. Una nuova possibilità di confronto e incontro con le nuove generazioni che, sono certa, saprà non solo garantire dei risultati ma anche aprire nuove strade nella trasmissione della Memoria”.

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Mentre Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha affermato che “Abbiamo sostenuto con forza questa mostra convinti che solo attraverso la conoscenza di quello che è stato, si possa costruire un futuro migliore per i nostri figli; un mondo libero dall’antisemitismo, dalla razzismo e dall’odio. Quanto accaduto in Europa ottant’anni fa resterà nella storia come il momento più buio del secolo scorso. L’impegno della Rai sulla strada del ricordo è fondamentale per costruire una memoria condivisa e trasmettere questo alto valore alle nuove generazioni”.

Sempre nel catalogo, Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, scrive: “Ringrazio di vero cuore la Rai per aver prodotto una mostra che non è solo un insieme di opere d’arte, ma un vero e proprio percorso nella storia del nostro paese. L’Italia del fascismo, dell’emarginazione degli ebrei dal mondo del lavoro, della scuola e della vita di tutti i giorni. L’impegno del servizio pubblico per ricordare l’orrore del passato credo sia un’opera nobile e necessaria per formare dei giovani consapevoli di quello che hanno significato delle leggi razziali e delle loro terribili conseguenze”.

Ottant’anni fa il fascismo mise in piedi una violenta campagna d’odio e di mistificazione in difesa della razza ma in realtà contro gli ebrei, con la complicità di stampa, scienziati, intellettuali e quant’altro. Una delle poche voci apertamente contro è stata quella di Papa Pio XI e della Chiesa in generale, pur con molti distinguo.

Questa campagna aprì la strada alle diverse leggi in difesa della razza “ariana” dove si affermava che gli ebrei non erano mai stati italiani. Leggi e decreti che, firmati da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III, vennero promulgati tra settembre e novembre del 1938.

Ad aprire quella che poi diventerà una dance macabre è la pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti” (che preferirono mantenere l’anonimato) sul “Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 e ristampato nel numero d’esordio della rivista “La difesa della razza” il 5 agosto successivo, questa volta firmato da dieci scienziati. E possiamo anche citare il Decreto legge n. 1728 del 17 novembre dello stesso anno.

All’epoca gli italiani erano circa 41 milioni, di cui 47mila cittadini italiani di religione ebraica che, prima delle persecuzioni, rappresentavano una minoranza ben amalgamata nel tessuto del Paese.

leggi razziali 5Le leggi in difesa della razza vietavano agli ebrei italiani di lavorare nelle pubbliche amministrazioni, di insegnare e studiare nelle scuole e nelle università, di arruolarsi nell’esercito, di gestire quelle attività economiche e commerciali che il governo fascista riteneva di valore strategico per lo stato italiano.

Questo violento attacco agli ebrei, questo fomentare odio e invidia sociale, è servito al regime di Benito Mussolini per rinforzare l’alleanza con la Germania di Hitler e ha dato i suoi frutti peggiori nel 1943, quando il centro nord della Penisola è stato occupato dai tedeschi. Migliaia di ebrei italiani furono deportati nei campi di sterminio nazisti. E solo in pochi sono sopravvissuti.

In pratica si è creato un problema causando grande allarme sociale e poi si è offerta la risposta, la soluzione che permetteva agli italiani di ritornare a dormire sonni tranquilli. Ogni riferimento a campagne d’odio e a slogan tipo “prima gli italiani” (bianchi e ariani?) di questi ultimi tempi, è puramente voluto.

Antonio Salvatore Sassu

Il ritorno del Re che minimizzò sulla morte di Matteotti

sciabolettaL’Italia è un Paese che dimentica in fretta, ma per fortuna stavolta sembrano tutti concordi nel non voler dare onore a un sovrano come re Vittorio Emanuele III, complice del fascismo che fuggì da Roma consegnandola di fatto alla ferocia dei nazisti tedeschi. Unanime il disappunto da tutto il mondo politico per il rientro della salma dell’ex sovrano con volo di Stato, ma anche su questo c’è chi ha avuto da ridire. “Vittorio Emanuele III è morto all’estero il 28 dicembre 1947 da cittadino di pieno diritto italiano, prima che entrasse in vigore la Costituzione. Ed era un militare. E le salme di tutti i militari vengono riportate in Italia con aereo dell’Aeronautica militare. Chi fa polemica su questo non conosce la storia”. Lo afferma il professor Aldo Mola, che si è occupato da vicino della vicenda Savoia come storico e consulente. Mola è anche presidente della Consulta dei senatori del Regno, “ma questo è ininfluente”, sottolinea. “Vittorio Emanuele III – spiega Mola – è morto da cittadino italiano. Se fosse morto tre giorni dopo, il 1 gennaio 1948, quando entrò in vigore la Costituzione della Repubblica, sarebbe deceduto da esule. Ma così non è stato. Inoltre era un militare. Quindi mi indigna che ci sia qualcuno, qualche ex magistrato, che evidentemente non ha fatto studi di storia e che fa polemica su questo”. Probabilmente Mola si riferisce alle parole di Grasso che ha escluso ogni onore pubblico per la salma di Vittorio Emanuele, tuttavia a insorgere è anche la comunità ebraica. Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, dice che “in un’epoca segnata dal progressivo smarrimento di valori fondamentali il rientro della salma del re Vittorio Emanuele III in Italia non può che generare profonda inquietudine”. Perché, spiega, nel 2018 cadrà l’ottantesimo anniversario “dalla firma delle leggi razziste”. E perché il sovrano “fu complice di quel regime fascista di cui non ostacolò mai l’ascesa né la violenza”. Ma per il presidente di Unioncamere Piemonte, Ferruccio Dardanello, si tratta di una grande opportunità. “Il rientro della salma di Vittorio Emanuele III e di sua moglie, la Regina Elena, sul piano della valorizzazione dell’ambiente e dell’architettura è un fatto molto positivo. Cancelliamo passaggi infelici del passato che le giovani generazioni hanno già dimenticato. Non un richiamo di nostalgici, ma di amanti della storia”.
Ma la storia ha anche un’altra versione ben più drammatica, ben ricordata dalla Resistenza che liberò l’Italia. “Nel momento più difficile della Seconda Guerra mondiale ‘l’ingloriosa fuga’ di tutta la famiglia reale, del maresciallo Badoglio e dei vertici militari attraverso la via Tiburtina-Valeria, fu consumata proprio dai porti della nostra regione, ovvero dagli scali marittimi di Pescara e di Ortona, che furono usati come terminali più comodi e sicuri per raggiungere il Sud già liberato dagli Alleati”. Lo scrive la Fondazione Brigata Maiella, erede dei patrioti della omonima formazione partigiana, unica decorata con la medaglia d’oro tra tutte le formazioni della storia della Resistenza italiana.
Inoltre fu Vittorio Emanuele che aprì le ‘porte’ al Fascismo in Parlamento portando alla dittatura. Il 28 ottobre mattina, mentre la marcia stava per partire, il capo del governo Luigi Facta si recò al Quirinale dal re, detto Sciaboletta, per fargli firmare lo “stato d’assedio”, un decreto urgente che avrebbe permesso all’esercito di fronteggiare e, probabilmente, sgominare il piccolo gruppo di Fasci di combattimento in marcia. Ma il re disse di no, affermando: “Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d’assedio non c’è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi”. Non si fermò mai, ne davanti al delitto Matteotti, ne davanti alla promulga delle leggi razziali: lasciò che il Fascismo prosperasse e distruggesse l’Italia.
Infine per tutti i socialisti, ma anche per gli antifascisti e gli aventiniani, Vittorio Emanuele III fu quel sovrano che dopo il delitto Matteotti quando il presidente dell’ANC (Associazione Nazionale Combattenti) Ettore Viola lo raggiunse per presentargli un documento in cui si dimostravano le colpe di Mussolini nel caso Matteotti, il re mostrò il suo volto ignobile. Vittorio Emanuele III ascolta la lettura, poi risponde, “con il tetro sorriso di uno spettro: «Mia figlia, stamani, ha ucciso due quaglie»”.

Nenni e la nascita della Repubblica

Il giorno dell’annuncio dei risultati del referendum istituzionale, il titolo dell’articolo di fondo dell’Avanti! fu “Grazie Nenni”.
Un omaggio personale che si rivolgeva allora a chi, nell’ambito della sinistra, si era identificato, lungo tutto l’arco della sua esistenza personale e politica, con la causa della Repubblica; e che aveva avuto un ruolo determinante nel processo che aveva portato alla vittoria del 2 giugno. Ma che oggi può estendersi anche a Nenni padre della patria: insomma a colui che, proprio attraverso questo processo, avrebbe gettate le basi di quel sistema di democrazia partecipata, consensuale e inclusiva che avrebbe consentito la crescita del paese lungo tutto l’arco della prima repubblica.
Sul primo e soprattutto sul secondo aspetto, il Convegno indetto da Mondoperaio in occasione del settantesimo anniversario della repubblica ha portato a riflessioni e aggiornamenti importanti; riflessioni e aggiornamenti cui si richiama, nella sostanza, anche il nostro contributo.
Per quanto riguarda il passato, il no alla monarchia non aveva nulla da spartire con astratte considerazioni istituzionali: era la “consapevolezza viscerale” del fatto che la monarchia – leggi l’Umberto I di Bava Beccaris e il Vittorio Emanuele III del 28 ottobre e dell’8 settembre – si era, al dunque, sempre identificata con un blocco di potere conservatore se non reazionario; e, quindi, che la sua sconfitta sarebbe stata la vittoria della democrazia e del popolo.
E, con essa, lo scardinamento di un sistema: quello che aveva visto, nel corso dei decenni, l’esercito e non la polizia a sparare contro coloro che attentavano all’ordine costituito.
A identificarsi con questa causa era il Nenni rivoluzionario dell’ottocento, il tribuno della plebe, l’uomo che incarnava nel profondo l’etica della convinzione, l’uomo delle grandi battaglie condotte per la vita e per la morte.
Ma c’era anche in Nenni – come ricorda Covatta nella sua presentazione del Convegno – l’uomo della “politique d’abord”, il fautore delle intese e dei compromessi, il dirigente politico che aveva vissuto i disastri del primo dopoguerra, dell’avvento di Hitler, della Spagna anche come frutto delle divisioni della sinistra e delle forze democratiche; e che, quindi, intendeva fare ogni sforzo per mantenere l’unità dello schieramento antifascista.
Ora, questa unità è minacciata, proprio alla vigilia delle elezioni per l’Assemblea costituente; e sul tema delle procedure da adottare per risolvere la questione istituzionale.
Americani e inglesi per il referendum; così come i liberali e la stessa Dc. Le sinistre per demandare la decisione alla Costituente. Ad irrigidirsi su questa posizione, sino ad evocare possibili rotture non è Nenni ma Togliatti. Giocano in lui avversioni antiche: il referendum come inquinamento populista della lotta politica e fonte di degenerazioni autoritarie (anzi “cesariste”) assieme alle passioni antiche per i sistemi assembleari (possibilmente monocamerali…). Ma anche il timore tutto attuale che il referendum sia a rischio sconfitta; mentre la maggioranza all’assemblea è scontata; assieme all’impossibilità per il gruppo dirigente democristiano di sfuggire alla scelta.

Sarà Nenni a ricondurlo alla ragione. In primo luogo,, rassicurandolo sull’esito positivo dell’appello al popolo; con la relativa legittimazione formale e sostanziale, da questo conferita. In secondo luogo, e soprattutto, rappresentandogli le conseguenze catastrofiche di una rottura con la Dc su questo punto. E, in tale contesto, spiegandogli anche che, per la Dc, il passaggio referendario rappresentava un obbiettivo di valore esistenziale. L’unico che potesse consentire la coesistenza tra l’orientamento monarchico della maggioranza del suo elettorato e la propensione nettamente repubblicana del suo gruppo dirigente.

Nenni è, insomma,il primo a capire che l’unità del partito cattolico è essenziale per la tenuta del sistema democratico italiano; e al tempo stesso che il mantenimento di un rapporto politico di fondo tra Dc e sinistra è sarà una condizione essenziale per lo sviluppo della democrazia italiana.
Con il senno di poi, possiamo apprezzare sino in fondo, la sua lungimiranza politica.
Allora, la rottura sarebbe stata fatale; perché, se fosse avvenuta tra Dc e sinistra; non ci sarebbe stata nessuna Costituzione scritta in comune. E, se fosse avvenuta all’interno della stessa Dc, saremmo tornati alla situazione del primo dopoguerra, con De Gasperi nella condizione di Sturzo da una parte e un blocco clerico-conservatore guidato dalla Chiesa militante dall’altra.
Quello che, invece, abbiamo avuto è una Dc che utilizzava i voti di destra per guardare a sinistra e senza la pressione esterna di un partito conservatore. Per i puristi da strapazzo della seconda repubblica un pasticcio abominevole; per la democrazia italiana un’ottima cosa.

Alberto Benzoni