Aereo russo abbattuto, Putin placa l’ira contro Israele

PutinIl presidente russo Vladimir Putin ha detto oggi che l’abbattimento dell’aereo militare russo vicino alla costa della Siria è semplicemente il risultato di una catena di circostanze tragiche e casuali, smentendo quanto fatto sapere dal Ministero della Difesa russo che considera “le azioni intraprese da Israele come ostili: a causa delle azioni irresponsabili dell’esercito israeliano sono stati uccisi 15 militari russi e questo è assolutamente contrario allo spirito della cooperazione russo-israeliana. Ci riserviamo il diritto di adottare misure adeguate”.
Il Cremlino invece prova a disinnescare la miccia. “È molto probabile che si sia trattato di una catena di tragici eventi casuali, perché un aereo israeliano non ha abbattuto il nostro aereo. Ma, senza alcun dubbio, dobbiamo seriamente arrivare al fondo di quello che è successo “, ha detto Putin ai giornalisti, annunciando una telefonata con il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
“Per quanto riguarda le misure di ritorsione, saranno mirate in primo luogo e soprattutto a garantire ulteriormente la sicurezza del nostro personale militare e delle strutture in Siria. E questi saranno passi che tutti noteranno “, ha detto Putin. L’aereo Ilyushin-20 dell’aeronautica militare russa, scomparso dai radar ieri durante un raid di caccia israeliani su Latakia, è stato abbattuto per errore dalla contraerea siriana.
L’aereo Il-20 dell’aeronautica russa è stato sì abbattuto da un missile siriano, ma la responsabilità per il Ministero della Difesa russo potrebbe ricadere sugli israeliani. Inoltre gli F-16 israeliani si sono fatti scudo con il velivolo russo ed è per questo che è stato centrato dai missili di Damasco.
Quattro caccia F-16 israeliani hanno attaccato obiettivi nell’area di Latakia dopo essersi avvicinati dal Mediterraneo volando a bassa quota, ha detto il ministero. «I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura così da essere preso di mira dalle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha un’impronta radar molto più grande dell’F-16, è stato abbattuto da un missile di difesa S-200»

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri

La strategia di Trump: da America First a Russia First

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“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE

trump putin helsinkiUn faccia a faccia che aspettavano tutti da tempo, ma si è trattato di un incontro che punta più a ridare luce all’immagine di Trump e Putin che a risolvere questioni rimaste ormai sotto al tappeto da tempo. Di fronte a cronisti e fotografi, a Helsinki, entrambi i presidenti di due Paesi in continua competizione si sono fatti immortalare mentre si stringevano amabilmente la mano.
Avere il presidente americano in casa russa, anche se Trump è arrivato con un’ora di ritardo, è molto più di un evento, tanto che il Cremlino ha definito il summit, l'”evento principale dell’estate, per quanto riguarda la diplomazia internazionale”. Putin e Trump si sono incontrati solo due volte e “a margine” di vertici internazionali, ma non era ancora stato organizzato un vero e proprio bilaterale.
Un ottimo inizio per tutti: con queste parole il presidente statunitense, Donald Trump, ha commentato l’incontro bilaterale con l’omologo russo Vladimir Putin che è terminato dopo oltre due ore. Ora, sempre presso la sede del palazzo presidenziale di Helsinki, in Finlandia, è in corso la riunione in formato esteso cui partecipano le delegazioni dei due paesi. “Penso che sia un buon inizio, un ottimo inizio per tutti”, ha detto Trump commentando l’andamento della riunione.
A far eco Putin: “Col presidente Trump abbiamo sempre mantenuto contatti regolari anche per telefono. Ora però è arrivato il momento di una discussione franca su vari problemi internazionale e temi sensibili. E ce n’è più d’uno che merita la dovuta attenzione”.
Sul tavolo delle discussioni l’Ucraina, la Siria e il New Start Treaty, il trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato nel 2010 e che scade nel 2021.
Nessuna dichiarazione congiunta, eccetto il “no comment” da parte dei due leader, almeno in via ufficiale, sulla questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016. Ai numerosi cronisti riuniti nella sala che hanno provato a strappare a Trump una parola sulla questione, il presidente Usa non ha risposto. Lo stesso Putin ha nicchiato con un sorriso alle domande sul caso Russiagate. Ma l’inchiesta di Robert Mueller sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 porta con se anche recenti strascichi, questo altri dodici funzionari dell’intelligence militare russa sono stati ufficialmente incriminati dal Dipartimento alla giustizia USA per avere, in modi diversi, cercato di influenzare il processo elettorale delle presidenziali.
The Donald anche se non ha commentato il Russiagate, lo ha usato per criticare gli avversari: “Il nostro rapporto con la Russia non è MAI stato peggio di così grazie a molti anni di follia e stupidità USA e adesso, la CACCIA ALLE STREGHE MANIPOLATA” aveva scritto questa mattina. “Siamo d’accordo” è la reazione dell’account Twitter del ministero degli Esteri russo al tweet di Donald Trump. Il riferimento del presidente Usa è a Barack Obama e al Russiagate. L’ex presidente “non ha fatto nulla” rispetto alla sospetta ingerenza della Russia nelle elezioni Usa: “Ha detto che non poteva succedere, che non era un gran problema” ha scritto Donald Trump in un tweet.
Ma la ritrovata ‘vicinanza’ tra il presidente Usa e il presidente russo innesca timore nel Vecchio Continente, Donald Trump ha infatti detto che gli Usa hanno “molti nemici”, compresa l’Ue, in particolare rispetto a “cosa fanno a noi in tema di commercio”. “Non lo si crederebbe dell’Ue, ma sono un nemico”, ha detto. Rintuzzato subito dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk: “L’America e l’Ue sono i migliori amici. Chiunque dica siano nemici, diffonde fake news”. Trump ha spiegato inoltre che, grazie al suo intervento a Bruxelles, la Nato si presenta a questo appuntamento “più forte che mai”.
Ma il legame con il Cremlino non piace nemmeno agli stessi americani, contro la prospettiva di Trump a qualsiasi apertura nei confronti della Russia, non sono solo i democratici, ma anche il Partito Repubblicano. Il senatore repubblicano John Kennedy ha spiegato che “non ci si può fidare di Putin” e che avere a che fare con le autorità russe è come “fare accordi con la mafia”. Mette ampi paletti il suo collega Thom Tillis, che ha spiegato che qualsiasi intesa tra Putin e Trump non avrà comunque valore, perché “prima deve passare dal Congresso”.

16 luglio bilaterale Trump-Putin sulla ‘sicurezza’

trump putinL’annuncio è arrivato quasi in contemporanea da Washington e da Mosca. Il vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo Donald Trump avrà luogo a Helsinki il 16 luglio. “In accordo con l’intesa raggiunta, l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si terrà il 16 luglio a Helsinki”, si legge nel comunicato stampa del Cremlino. Ieri, il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha incontrato a Mosca il capo di Stato russo e il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, per discutere di vari aspetti delle relazioni tra i due paesi. Sempre ieri, il consigliere presidenziale del Cremlino Jurij Ushakov, ha dichiarato che Mosca e Washington hanno raggiunto un accordo sul vertice tra i due leader, aggiungendo che la data e il luogo sarebbero stati annunciati nella giornata di oggi. Secondo l’ufficio stampa del Cremlino, i due leader discuteranno delle prospettive per l’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali. Secondo la nota diffusa invece a Washington, i due leader “discuteranno delle relazioni tra Usa e Russia e di un ventaglio di questioni di sicurezza nazionale”.
Vladimir Putin si augura che questo incontro possa essere l’inizio della fine delle ostilità fra le due nazioni e il ritorno a una “piena cooperazione“.
I temi di cui discuteranno i due leader sono tanti: dal disarmo alla Siria, dall’Ucraina alla Corea del Nord, dalla politica commerciale alla guerra diplomatica. E chiaramente, non possono mancare le sanzioni. Bolton ha rivelato di averne parlato martedì con il premier italiano Giuseppe Conte e di aver ribadito che la posizione degli Usa è sempre la stessa: “Devono restare“. Ma nulla è per sempre e l’attesa ora cresce. “Questo summit sarà l’evento politico dell’estate”, ha dichiarato l’assistente presidenziale russo per gli affari esteri Yuri Ushakov. “Abbiamo scelto un paese terzo, un luogo molto confortevole”, ha confidato.
“Accolgo con favore l’incontro tra il presidente Trump e il presidente Putin, perché credo nel dialogo e l’approccio della Nato nei confronti della Russia è quello del doppio binario”, dove “il dialogo è segno di forza e non di debolezza”. Così il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al suo arrivo al vertice Ue, sottolineando che questo incontro bilaterale Usa-Russia è quindi “totalmente in linea con l’approccio Nato”. “Non vogliamo una nuova guerra fredda né l’isolamento della Russia”, ha aggiunto Stoltenberg.

Conte, i 5 Stelle e le sanzioni alla Russia

puntinIl presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il suo discorso al Parlamento per il voto di fiducia, ha detto che le sanzioni alla Russia dovranno essere tolte. Immediata la reazione della Nato e degli Stati Uniti che hanno inviato al presidente Conte il seguente messaggio: “Va bene dialogare con Mosca, ma le sanzioni sono importanti e devono restare fino a quando la Russia non cambierà atteggiamento”. Il chiaro messaggio per il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte è stato espresso dalle parole del segretario generale della Nato  Jens Stoltenberg  e dell’ambasciatrice Usa Kay Bailey Hutchinson. In attesa di avere maggiori indicazioni su questo e su altri  dossier, gli alleati inviano chiari segnali all’Italia. L’apprensione di Bruxelles e Washington è palpabile in attesa di ricevere dal nuovo governo italiano maggiori indicazioni su questo e su gli altri dossier riguardanti le missioni internazionali.

Stoltenberg ha detto: “Non vedo l’ora di lavorare con lui, e lo incontrerò presto. L’Italia è un alleato impegnato e di alto valore, contribuisce alla nostra sicurezza comune e alla difesa collettiva in molti modi differenti”. Il segretario generale della Nato ha anche espresso approvazione per le parole che il premier ha rivolto all’Alleanza nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento. Eppure, sembra preoccupare l’eventuale  scivolamento dell’Italia verso Mosca, un timore giustificato soprattutto dalle tradizionali inclinazioni di Lega e Movimento 5 Stelle più che dalle parole di Conte.

Anche perché, sia Salvini che Di Maio, alla vigilia delle elezioni, si sono recati in Russia. In effetti, secondo alcune fonti vicine al Movimento pentastellato, nel passaggio sulla Russia il  premier  ha parlato di “revisione” del sistema delle sanzioni, collocando tra l’altro tale impegno nell’ambito della “convinta appartenenza” all’Alleanza Atlantica. Una revisione dunque, e non un “ritiro” come previsto dal Contratto di governo (tanto meno un “ritiro immediato” come scritto nelle bozze preliminari). Un cambio di vocabolario evidente, probabile risultato dell’apprensione che più volte è emersa da tanti alleati. Eppure, l’esame storico delle posizioni di Lega e 5 Stelle sull’argomento non aiuta di certo il capo dell’esecutivo a dissipare ogni dubbio.  Il New York Times, oggi, citando Conte, ha parlato di un “lifting” delle sanzioni, indicando che forse il messaggio non è stato poi ricevuto con tanta chiarezza oltre oceano. Lo testimoniano anche le parole dall’ambasciatrice Usa presso la Nato  Kay Bailey Hutchinson : “L’Italia è uno dei nostri più forti alleati, ma sulla Russia crediamo che le sanzioni vadano mantenute fino a quando Mosca non cambierà il suo comportamento”.

Stoltenberg ha rimarcato: “Sulla Russia è importante sottolineare che la Nato ha un approccio duale: forte difesa e deterrenza, combinate con il dialogo politico”. Si tratta del tradizionale ‘dual track’ che l’Alleanza ha adottato da tempo nei confronti di Mosca. Recentemente è stato ribadito anche dall’Assemblea parlamentare della Nato. Lo stesso presidente dell’Ap, Paolo Alli,  ha spiegato  come la posizione italiana, per una eventuale rimozione delle sanzioni, restasse sostanzialmente isolata. Senza considerare poi che il regime sanzionatorio è stato definito in ambito europeo, e dunque può essere modificato o allentato solo in questo contesto (come  ha ricordato  il presidente dello Iai  Ferdinando Nelli Feroci). Stoltenberg non ha potuto fare altro che ribadire la seguente posizione: “Non possiamo isolare la Russia, che è un nostro vicino; quindi accolgo favorevolmente il forte sostegno dell’Italia al dialogo che noi abbiano con Mosca, ma le sanzioni economiche, e la Russia dovrà cambiare il proprio comportamento prima che siano eliminate”. La Hutchinson ha aggiunto: “Un eventuale ritiro invierebbe un pessimo segnale a Mosca”.

L’impressione è che il tema sia ancora piuttosto caldo e che gli alleati chiederanno maggiori chiarimenti a Conte sulle intenzioni italiane nel corso del prossimo summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles a luglio. Oltre a questo, sembra preoccupare anche l’incertezza sulla postura militare internazionale. Il Contratto di governo parla di una “rivalutazione” delle missioni dei militari all’estero sotto il profilo della rilevanza per gli interessi nazionali. Anche in questo caso però, nonostante ciò possa essere considerato in continuità con quanto in parte predisposto dal precedente governo (con un focus maggiore su nord Africa e l’annunciato alleggerimento dei contingenti in Afghanistan e Iraq), l’andamento storico delle posizioni dei due partiti di maggioranza lascia spazio ai timori degli alleati euro-atlantici per un eventuale ritiro. Basti pensare al mantra pentastellato del “Via dall’Afghanistan” o alla ferma opposizione alla missione in Niger con “perché andiamo a presidiare il deserto” (anche se il Niger non è un paese del deserto africano). Lunedì scorso, il corrispondente de  La Stampa  negli States,  Paolo Mastrolilli, ha raccontato le preoccupazioni di Washington per l’impegno italiano in Afghanistan. In caso di ritiro, sarebbe a rischio l’intera collaborazione con gli Stati Uniti. Subito dopo l’insediamento, il governo Conte è stato già chiamato a un’ardua prova di politica internazionale.

La revisione del sistema delle sanzioni alla Russia annunciato durante il suo discorso al Senato dal  premier Giuseppe Conte  non è stato gradito dalla  Nato, dagli Usa e dalla Germania.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha esattamente detto: “Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato. Ma attenzione, saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni,  a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”.

Il discorso potrebbe farci ricordare l’atteggiamento di ‘Arlecchino servitore di due padroni”. C’è quindi anche la posizione di Berlino manifestata da Angela Merkel in vista del G7 in Canada che inizierà domani: “L’annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l’esclusione della Russia dal G8”.

La sterzata, se non altro nei toni, alla politica estera italiana, non è stata ancora commentata dalla Ue. La posizione ufficiale dell’Unione europea, aveva ricordato ieri una portavoce dell’Alto rappresentante Federica Mogherini interpellata in generale sulle relazioni Ue-Russia, resta quella concordata a 28. La portavoce ha ricordato: “Abbiamo i cinque principi guida per le politiche Ue nei confronti della Russia  che sono stati concordati nel 2016 e poi ribaditi ad aprile 2018 da tutti i 28 stati membri a livello del Consiglio affari esteri. I cinque principi includono la piena attuazione degli accordi di Minsk, legami più stretti con gli ex Paesi sovietici vicini della Russia, il rafforzamento della resilienza Ue alle minacce russe, un impegno selettivo con la Russia su alcuni temi come l’antiterrorismo, e il sostegno per i contatti interpersonali con la popolazione russa”.

Il discorso di Conte è stato pronunciato proprio mentre da Vienna il presidente russo Vladimir Putin tornava a ripetere che le sanzioni non convengono a nessuno: “Tutti sono interessati a rimuoverle”. Il lavoro diplomatico aperturista dell’Italia nei confronti della Russia a Bruxelles in realtà non si è mai fermato. E resta una caratteristica dei governi italiani dell’ultimo ventennio, da Pratica di Mare in poi, con picchi di affinità durante i governi Berlusconi, che ha caratterizzato però negli anni anche i governi di centrosinistra. Lo stesso ex premier Paolo Gentiloni ha più volte sottolineato, anche nell’ultima fase,  il “doppio binario” seguito dall’Italia di “fermezza” davanti alle violazioni, tenendo però “sempre aperta la porta del dialogo“. Un lavoro, quello italiano, mai uscito però dal perimetro tracciato insieme agli altri Stati membri a Bruxelles, che dall’invasione della Crimea si sono sempre mossi all’unisono.

La prima occasione per affrontare la questione, per il presidente del Conte, si presenterà domani in Canada, all’interno di un G7 che ha espulso la  Russia dal 2014, quando ha invaso la Crimea. E dove lo aspetta il suo primo bilaterale, che sarà proprio con la donna più potente d’Europa, la cancelliera tedesca  Angela Merkel. A Charlevoix, Conte troverà anche il presidente Usa, la cui amministrazione ha accolto con favore le parole del premier italiano sulla riaffermazione dell’Alleanza Atlantica “con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”. E che sta da tempo lavorando all’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin. Apertura a Mosca e revisione delle sanzioni, dunque, come ha detto Conte, “a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”, ma senza perdere di vista gli interessi degli italiani. Lo stop delle sanzioni alla Russia vale infatti, secondo la Coldiretti, 3 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy  all’anno andate perse dopo l’embargo deciso da Putin come ritorsione alle misure attivate dall’Occidente.

Il presidente russo di ritorno dalla sua visita in Austria, prima di partire per la Cina, intanto, fa sapere di essere convinto che prevarrà il buon senso  e ci sarà un graduale sollevamento di tutte le sanzioni contro la Russia, provvedimenti dannosi per lo sviluppo dell’economia globale, e una normalizzazione delle relazioni di Mosca con tutti i paesi partner, inclusi gli Stati Uniti, oltre che con i Paesi che, in solidarietà agli Usa hanno imposto sanzioni contro la Russia. Per Putin: “Sanzioni e misure restrittive non ci sorprendono e neanche ci spaventano, non ci faranno mai abbandonare il nostro percorso di sviluppo indipendente e sovrano. La Russia può solo essere un paese sovrano, altrimenti non ci sarà una Russia e i russi hanno scelto la prima opzione”.

Certamente sia Stoltenberg, la diplomatica americana Hutchinson e la leader tedesca si dichiarano favorevoli al dialogo con Vladimir Putin e tutti sottolineano l’importanza dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Ma la sostanza non cambia: l’uscita di Giuseppe Conte non ha trovato sponde nel blocco portante della comunità occidentale. Anche se i rapporti tra Stati Uniti e Ue sono molto tesi principalmente per i dazi commerciali, Iran e clima, sulla Russia, però, c’è un’intesa largamente condivisa. Vero, Donald Trump, continua a mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti di Putin e i consiglieri della Casa Bianca stanno lavorando con il Cremlino per combinare un vertice tra i due leader. Nonostante ciò, le relazioni tra i due Paesi sono al minimo storico dalla fine della Guerra Fredda. A Washington tutte le agenzie dei servizi segreti, il Congresso al completo, democratici e repubblicani, i ministeri principali considerano la Russia una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati europei. Il Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già colpito con due round di sanzioni società, funzionari e oligarchi vicini a Putin. Il Segretario alla Difesa, James Mattis, che oggi parteciperà alla riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, su questo punto non ammette deroghe.

Il nuovo governo italiano è stato accolto da un’apertura di credito nella capitale americana. Il Segretario di Stato Mike Pompeo sostiene che si può lavorare per rafforzare l’alleanza con Roma. Ad alcuni importanti organi di stampa, però, risulterebbe che all’interno dell’amministrazione Trump, ci sia anche chi voglia prima vedere alla prova la coalizione giallo-verde. Due sarebbero i dossier chiave: la Russia e l’Iran. Non tutti sono così ottimisti come Pompeo. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, per esempio, diffida delle posizioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, considerato troppo filo russo. E Ross, amico personale di Trump prima ancora che ministro del Commercio, è una figura importante: nella gerarchia ‘Americana’ occupa il terzo o quarto posto, dopo Pompeo, Mattis, e più o meno sullo stesso livello di Mnuchin. L’impressione è che Trump e gli Stati Uniti vogliano condurre in prima persona il dialogo con Putin, mantenendo alta e, anzi, se possibile accentuando la pressione economica su Mosca. Negli ultimi mesi la Casa Bianca si è trovata in perfetta sintonia con la premier britannica Theresa May. Vorrebbe qualcosa di più dalla Germania (pesa la polemica sul gasdotto Nord Stream che collega il Paese direttamente alla Russia) e dalla Francia. Ora anche l’Italia rischia di trovarsi allo scoperto sulla linea di tiro degli americani, senza aver trovato nessun Paese disposto a dare una copertura.

Salvatore Rondello

Attrazione fatale tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini

di maio e salviniAttrazione fatale sì, attrazione fatale no. Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due vincitori a metà delle elezioni politiche del 4 marzo, s’incontrano e si scontrano. Concordano e si dividono.
Si scontrano su quale governo formare. Tutti e due rivendicano per sé la presidenza del Consiglio (ma il segretario del Carroccio non ne fa una questione personale e lascia spazio anche a un altro premier leghista); il capo politico del M5S vuole la Lega nel governo ma non Silvio Berlusconi, al quale (almeno finora) non vuole rinunciare Salvini; entrambi si dichiarano i vincitori delle elezioni ma nessuno ha conquistato né la maggioranza assoluta dei voti né quella dei seggi in Parlamento; i cinquestelle propongono, in alternativa, una intesa per il nuovo esecutivo al Pd mentre i leghisti la bocciano.
Altri contrasti esistono sui programmi. Sono difficilmente compatibili, ad esempio, due cavalli di battaglia delle rispettive campagne elettorali: il drastico taglio delle imposte proposto da Salvini con l’introduzione della flat tax (la tassa unica al 15%) con il varo del reddito di cittadinanza di 780 euro al mese progettato da Di Maio. I costi per le casse dello Stato dei due provvedimenti sarebbero altissimi, insostenibili per i già malandati conti pubblici italiani. C’è anche una divisione territoriale. Il Carroccio ha mietuto voti soprattutto nelle ricche regioni del nord Italia in cui c’è un po’ di ripresa economica, i pentastellati hanno trionfato in particolare in quelle del sud sempre più impoverite e depresse.
Tuttavia le convergenze non mancano e sono tante. Il M5S e la Lega sono due movimenti populisti anti sistema (populista progressista il primo, populista nazionalista il secondo), al primo posto mettono l’occupazione e gli investimenti, entrambi sono ostili all’euro e alle élite (ma Di Maio ha smorzato molto la carica anti moneta unica europea e anti gruppi dirigenti), all’unisono cercano di rassicurare gli Usa sulla fedeltà alle alleanze occidentali messe in forse dalle lodi a Vladimir Putin (sia il capo cinquestelle sia il segretario della Lega hanno chiesto di vedere e si sono incontrati con l’ambasciatore americano a Roma dopo le elezioni). Molti punti dei loro programmi elettorali sono identici: in testa la richiesta di abolire la legge Fornero sull’aumento dell’età pensionabile (anche qui il costo è molto salato) e la necessità di controllare l’immigrazione illegale (il Carroccio ha una posizione più dura perché vuole rapide espulsioni).
Attrazione fatale sì, attrazione fatale no. Sulla bilancia sembra prevalere il sì. In Parlamento è scattata una ferrea e vincente intesa tra Di Maio e Salvini sulla spartizione degli incarichi di vertice alla Camera e al Senato. Il capo politico pentastellato ha commentato: «Con la Lega c’è una sinergia istituzionale». L’attrazione fatale è ben simboleggiata dall’appassionato bacio sulla bocca tra il capo dei cinquestelle e il segretario leghista, dipinto a fine marzo in un murale in via del Collegio Capranica a Roma, una strada nei pressi di Montecitorio.
Le distanze però restano. Di Maio ha sollecitato la Lega a tagliare i ponti con Forza Italia: deve decidere «se contribuire al cambiamento o se invece rimanere ancorata al passato e a Silvio Berlusconi». Tuttavia Salvini ha confermato la sua posizione: «L’unico governo possibile è quello del centrodestra unito insieme al Movimento cinquestelle».
I contrasti emersi davanti a Sergio Mattarella sono molti nelle consultazioni sul governo al Quirinale. Il presidente della Repubblica sta riflettendo sullo stallo e su a chi affidare nei prossimi giorni l’incarico e per quale esecutivo. I bombardamenti di Usa, Gran Bretagna e Francia in Siria danno una accelerata ai tempi. Girano diverse ipotesi. Si profila un pre incarico a Salvini o a Di Maio (obiettivo un esecutivo Lega-M5S con l’appoggio esterno di Berlusconi) oppure “un governo istituzionale” guidato dal presidente della Camera Roberto Fico (cinquestelle) o del Senato Maria Elisabetta Casellati (Forza Italia).
“Attrazione fatale”: nel film del lontano 1987 Michael Douglas cedeva alle lusinghe sessuali dell’avvenente Glenn Close, ma la storia con l’aggressiva amante si trasformò in un inferno per lui e la sua famiglia.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Il “trio” interessato alla politica siriana

rouhani putin erdoganNonostante le prove per calare la pressione in Siria, è improbabile che la guerra si avvicini alla fine semplicemente perché Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani si incontreranno ad Ankara questa settimana. Sembra che ci sia molto da discutere, anche perché la lista dei leader nominati rappresenta le tre più grandi forze militari straniere (Russia, Turchia e Iran) che operano attualmente in Siria, escludendo gli Stati Uniti, il cui capo, Donald Trump, la settimana scorsa, ha annunciato che l’America presto lascerà che gli altri si prendano cura della Siria. La prospettiva di Russia, Turchia e Iran concorda su come dovrebbe apparire un nuovo status quo in Siria, che nel migliore dei casi, è una soluzione provvisoria a breve termine. Ciò ovviamente trascura le cause sottostanti e irrisolte della guerra. La premessa accettata di questa soluzione trilaterale è che Iran e Russia sono contenti che il regime abbia pieno accesso alla costa e un chiaro canale fino alla capitale irachena Baghdad – attraverso il quale Teheran possa, passo dopo passo, tormentare Israele e dominare la regione. Dopodiché Mosca può mantenere una base aerea sul Mediterraneo.

Invece la Turchia è contenta che i suoi delegati controllino l’area ad ovest dei fiumi dell’Eufrate insieme a Idlib (città della Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia) e forniscano uno spazio ai militanti sunniti per creare le proprie comunità in cui potrebbero rientrare milioni di profughi siriani attualmente esistenti in Turchia. È a Idlib che i ribelli sunniti siriani di Ghouta, Aleppo e altrove, sono fuggiti insieme a decine di migliaia di civili.

In sostanza, questo presunto accordo trilaterale non riesce a gestire le questioni demografiche e settarie, che sono le cause della guerra.
I sunniti siriani si sono ribellati a un regime prevalentemente sciita nel 2012. Questi sunniti non hanno ancora una rappresentazione adeguata o una patria funzionale. Sono posizionati in una piccola parte del nord-ovest e fuori dai confini siriani in Turchia e Giordania, con molti anche il Libano. Mantenere questa popolazione svantaggiata nelle tende e nelle pianure rurali di Idlib non ridurrà l’influenza degli estremisti tra di loro, ma anzi – la amplificherà.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni