Tria e Conte spaventati dallo spread

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Dopo che lo spread ha superato quota 320 punti, sono arrivate le parole del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenuto nella trasmissione ‘Porta a Porta’ sull’andamento del differenziale tra Btp e Bund: “Lo spread sopra i 300 punti non è una febbre a 40, ma neanche 37, ma è un livello che non possiamo tenere così troppo a lungo. Uno spread alto pone un problema al sistema bancario. Ci saranno gli stress test il prossimo mese, lì si vedrà situazione e vedremo come intervenire”.

Il titolare del Tesoro sembrerebbe di aver avviato il governo ad un percorso di ragionevolezza. Ma, si potrebbe anche dubitare. La borsa di Milano è la maglia nera in Europa da quando sono arrivate le prime notizie sulla manovra.

Il governo, intanto, tira dritto sulla manovra. Ma Tria ha anche detto: “Per ora non ci sono motivi per cambiarla, perché pensiamo che sia corretta, e non ho nessun piano B. Monitoreremo quello che accade sui mercati, sarà un’analisi razionale della situazione economica nella quale decideremo cosa fare. Al momento non ci sono elementi nuovi. Quanto ai rapporti con l’Europa, è chiaro che c’è un confronto costruttivo, c’è un dialogo con il commissario Ue Pierre Moscovici e con il vice presidente Dombrovskis, ma la lettera di ieri della Commissione Ue per molte parti mi ha lasciato perplesso e un po’ sorpreso per alcune valutazioni superficiali. Forse è stata scritta un po’ in fretta. È la prima volta che la Commissione Ue boccia una manovra da quando esiste questa giunta di regole denominate Fiscal compact. Ma nelle prime due decadi circa dall’introduzione dell’euro le regole sono state molto spesso violate, per primi da Germania e Francia, e non sono neanche state condannate, e poi ci sono state varie procedure di infrazione”.

Insomma, sembrerebbe che il governo stia maturando l’idea di poter cambiare la manovra, ma ha bisogno di ‘salvare la faccia’.

Tria ha così risposto, poi, alla domanda sulle critiche fatte dal portavoce della Presidenza del Consiglio Rocco Casalino sull’operato del Mef: “Non desidero commentare volgarità e minacce contro funzionari dello Stato  specie se questi ricoprono una funzione di garanzia ed indipendenza universalmente riconosciuta e prevista dall’ordinamento”.

Dura la reazione del Movimento 5 Stelle, che in una nota ha sottolineato: “L’audio rubato al Portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, è un’altra vergognosa pagina di giornalismo. Quelle parole erano dette in privato e tali dovevano rimanere. Non si trattava affatto di minacce ma il Portavoce riportava quella che è la linea del Movimento 5 Stelle, perché tutto il Movimento è convinto che alcuni tecnici del Mef non svolgono il proprio ruolo con indipendenza e professionalità. Ci sorprende che il ministro Tria invece di fare valutazioni di merito e pulizia nel suo Ministero li difenda a prescindere”.

Sull’argomento è intervenuto anche il premier, Giuseppe Conte che ha affermato: “Non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto affermato un mese fa. Già in quell’occasione ho espresso piena fiducia al mio portavoce Rocco Casalino”.

Il vicepremier Luigi Di Maio è intervenuto in merito allo spread affermando:  “Intervenire sullo spread significa monitorare lo stato della situazione, ascoltare gli istituti di credito, vedere le criticità. Sono fiducioso che lo spread nelle prossime settimane inizierà a scendere perché sono le settimane di dialogo con l’Unione europea e saranno definiti i dettagli della legge bilancio e ci sarà quindi consapevolezza sulla manovra”.

Da Mosca, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto alla stampa: “Se lo spread si alzasse ancora, e comunque anche se si mantenesse elevato, come ora a questo punto, certo sarebbe chiaramente una problema. Un problema di sistema. Perché paghiamo tanto di interesse. Dobbiamo augurarci che scenda, abbassiamo tutti i toni e facciamo sistema perché ciò avvenga”.

Domani potrebbe presentarsi il conto di Standard & Poor’s, con il rischio di un nuovo declassamento del rating italiano.

Ma il premier Conte ha spiegato: “Se arrivasse il downgrade, lo valuteremo. Io non sono contento se lo spread è alto. Ognuno deve contribuire facendo la propria parte. Io faccio la mia e infatti cosa ho detto fin da subito? Serve un dialogo costruttivo: la nostra manovra è seria, i fondamentali sono solidi, il codice di comunicazione che abbiamo adottato è un codice molto più tranquillo che in passato. E’ vero, c’è stata qualche dialettica verbale ma adesso dobbiamo metterla da parte e lavorare tutti assieme concentrandoci sull’obiettivo. Dobbiamo fare in modo che questo spread si abbassi”.

Matteo Salvini, dopo che la Lega e M5S hanno additato le banche come principali responsabili della crisi attuale, adesso sarebbe favorevole all’ipotesi di ricapitalizzazione delle banche in caso di aumento dello spread fino a quota 400, ventilata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.

Sulle affermazioni di Giorgetti, Salvini ha detto: “Se qualcuno ne ha bisogno noi ci siamo. Senza fare gli interventi del passato. Se qualche banca o qualche impresa avrà bisogno noi ci siamo”.

Per quanto riguarda lo spread, Matteo Salvini ha aggiunto: “Se segue l’economia reale, scenderà inevitabilmente”.

Così, Matteo Salvini, o ha manifestato tutte le sue lacune sulla conoscenza delle teorie economiche, oppure ha saputo mentire.

Nel giorno del Consiglio direttivo della Bce, il Financial Times ha lanciato un appello alla Bce affinché rinvii la sua manovra di parziale riduzione degli stimoli monetari. Secondo il quotidiano finanziario: “Ci sono buone ragioni per riconsiderare i piani attuali”.

La Bce, invece, ha in programma di portare avanti fino a dicembre gli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro, per poi interrompere questo canale e proseguire unicamente con il rinnovo dei titoli già accumulati che giungeranno a scadenza.

Ma, secondo il Financial Times vi sarebbe un crescente numero di fattori che metterebbero a repentaglio il quadro di miglioramento dell’economia in base al quale la Bce aveva deciso questo percorso. La crescita dell’area euro più debole, le tensioni internazionali sul commercio e le tensioni di mercato sull’Italia sarebbero i fattori di preoccupazione. La politica monetaria non va decisa a beneficio di un singolo Paese, ha chiarito il quotidiano londinese, ma le prospettive di risalita dell’inflazione sono meno solide. Pertanto, ha invitato la Bce a riflettere seriamente su un rinvio della rimozione degli stimoli.

La Banca centrale europea non si è smentita ed ha mantenuto la rotta tracciata sulla politica monetaria. Come ampiamente previsto ha confermato tutti i livelli dei tassi di interesse: zero sulle operazioni di rifinanziamento principali, 0,25 per cento sulle operazioni di rifinanziamento marginali e meno 0,40 per cento sui depositi presso la stessa banca centrale. L’istituzione ha anche confermato l’orientamento a mantenere i tassi ai livelli attuali almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare lo stabile ritorno dell’inflazione ai livelli auspicati: inferiore ma vicina al 2 per cento sul medio periodo (circa 18-24 mesi).

Infine, in una nota, la Bce ha anche confermato “l’orientamento a concludere gli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro, che proseguono ridotto al ritmo di 15 miliardi di euro al mese, dopo dicembre, se i dati più recenti confermeranno le prospettive di inflazione a medio termine”.

Questo aspetto è più controverso dato che il percorso di parziale riduzione del livello di stimolo è stato deciso nell’ottica di una economia in ripresa che favorisce la normalizzazione dell’inflazione. Da alcuni mesi, invece, stanno aumentando i segnali di indebolimento nell’area euro.

Nella consueta conferenza stampa esplicativa, il presidente Mario Draghi, al termine del Consiglio direttivo, ha affermato: “In un contesto di crescita economica diffusa sono necessarie politiche di bilancio in grado di ripristinare margini, e questo risulta particolarmente importante nei Paesi dove il debito pubblico è alto e dove il pieno rispetto delle regole Ue è cruciale per salvaguardare la fiducia”.

Il messaggio di Draghi è rivolto anche all’Italia, ribadendo quanto già affermato in precedenti interviste.

Sulla questione italiana, in ambito europeo, ci sarebbe qualche novità. La portavoce della Commissione, Mina Andreeva, a Bruxelles, oggi, ha riferito: “Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha avuto ieri un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca Angela Merkel sui temi di attualità europei, e in particolare sulla manovra finanziaria italiana e sui negoziati per la Brexit”.

La portavoce non ha aggiunto nulla sul contenuto del colloquio riguardante la manovra italiana, limitandosi a ricordare che ieri il governo tedesco aveva preso posizione in merito alla questione.

Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, aveva in effetti espresso il sostegno di Berlino alla posizione della Commissione, che ha respinto martedì il documento programmatico di bilancio italiano chiedendo di ripresentarne una versione rivista entro tre settimane, ma lasciando le porte aperte al dialogo con Roma.

Siebert, durante una conferenza stampa, ha detto: “La Commissione ha sottolineato, e noi l’appoggiamo fortemente in questo, che quello in corso (col governo italiano sulla manovra) è un processo cooperativo, e che si aspetta un dialogo costruttivo con l’Italia, e noi salutiamo con molto favore questo dialogo cooperativo e costruttivo”.

L’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in una sua intervista, ha affermato: “Il Governo ha ottenuto quello che cercava: lo scontro con la Commissione Europea sulla Legge di Bilancio. Si sta costruendo il leit motif che ci accompagnerà alle elezioni europee. Il Governo è per il popolo, ma è ostacolato dalla burocrazia europea. Come si evolverà la linea del Governo nelle prossime settimane? Un ripensamento sulla dimensione e sui contenuti della manovra? I due vice premier hanno escluso che si cambi di un solo euro. Il ministro dell’Economia ha anticipato che se si sforassero gli obiettivi interverrebbero tagli di spesa. La crescita sarebbe frenata ulteriormente. Gli obiettivi di deficit e debito si allontanerebbero. Ma cosa farà il governo se i mercati voteranno contro il Paese con più decisione? Una stretta fiscale? Ma questo sarebbe inaccettabile per i partiti di governo. Si dice che se lo spread si avvicinasse a quota 400 ci sarebbe una risposta adeguata. Quale? Operazioni straordinarie sul debito? Il sottosegretario Giorgietti ha detto che se continua così bisognerà ricapitalizzare le banche. Quanti soldi ci vorrebbero? Dove andrebbe a finire il rapporto debito-pil? Come potremmo far fronte al panico e al contagio? Gli scenari peggiori sono facilmente immaginabili. Quanto ne sono coscienti i registi della teoria dello scontro frontale?”.

Le domande che ha posto Pier Carlo Padoan sono quelle di un economista serio e responsabile.

Tuttavia, il governo Conte potrebbe aver trovato il cavaliere bianco che salverà l’Italia. Avrà il volto di Vladimir Putin? Presto per dirlo ma ieri, a seguito del bilaterale con il premier Giuseppe Conte a Mosca, dal presidente russo è arrivata un’apertura importante ed ‘Il Sole 24 Ore’, oggi, ha aperto con l’articolo: “Putin: pronti a comperare i BTP”.

Ma, alla domanda postagli nella conferenza stampa successiva all’incontro con il presidente del Consiglio, Putin ha chiarito di non voler intromettersi nel dialogo sulla legge di bilancio in corso tra il governo M5S-Lega e Bruxelles, ma ha aggiunto: “Non ci sono remore di carattere politico sull’acquisto di titoli di Stato italiani dal fondo sovrano russo”.

Naturalmente, da parte sua, Conte ha precisato: “Non sono venuto qui per chiedere a Putin di comprare titoli italiani tramite il fondo sovrano. I fondamenti dell’economia italiana sono solidi, ci viene riconosciuto all’estero, meno in patria. Faccio una battuta: se poi all’esito di valutazioni tecniche il fondo sovrano e la banca centrale lo faranno sarà perchè come io credo, è conveniente, farebbero un buon affare ad investire in Italia”.

E’ chiara, dunque, la sfida lanciata ai mercati ed all’Unione europea dal governo Conte forte dell’appoggio della Russia che sicuramente acquisterà i titoli del debito pubblico italiano. Dunque, il sospetto già manifestato da questo giornale sarebbe sempre più plausibile: il governo Conte è strumento della Russia nel tentativo di distruggere l’Unione europea.

Salvatore Rondello

Gli abissi del potere sono la negazione della democrazia

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Il numero di agosto di “Limes” è dedicato ad un tema di particolare interesse, non solo perché è percepito in termini sfumati a livello intuitivo dall’immaginario collettivo, ma anche è soprattutto perché fa emergere un aspetto, quello della sicurezza dei popoli, che la politica ufficiale, “schiacciata” sulla costante considerazione dei problemi correnti, trascura, mancando di valutarne tutte le implicazioni negative.

Il tema trattato è quello della “profondità degli Stati”, espressa dalle burocrazie che esercitano funzioni pubbliche, sottratte ad ogni forma di controllo democratico; burocrazie che, giustamente, vengono indicate come costituenti gli “abissi del potere” ed esprimenti di fatto quello che viene chiamato “Stato profondo”. “In superficie – afferma l’Editoriale di Limes – gli Stati si somigliano tutti”; però, ogni “Stato profondo è profondo a suo modo”. Ciò dipende da varie ragioni: innanzitutto, dal modo in cui le singole leggi costitutive degli Stati ne prescrivono la costituzione e l’articolazione degli organi fondamentali; ma soprattutto dagli obiettivi che ogni Stato si prefigge di perseguire nella propria proiezione esterna.

Se la forza degli Stati fosse distribuita equamente, gli obiettivi che ciascuno di essi intendesse perseguire a livello globale non darebbe origine ad alcun problema degno di preoccupazione da parte del resto del mondo; poiché accade che la forza sia distribuita in modo ineguale, è invitabile che lo Stato profondo degli Stati ufficiali dotati di maggior forza diventi fonte di preoccupazione per gli “Stati minori”, i quali inevitabilmente sono costretti a ruotare come satelliti all’interno dell’area gravitazionale di ciascuno di quelli più forti. Sono molti i pericoli cui è esposta l’umanità, a causa dell’“equilibrio di potenza” dinamico esistente tra le diverse costellazioni di Stati; questi nascono dalla “gestione” affidata agli Stati profondi, che costituiscono il centro gravitazionale di ogni costellazione di Stati ufficiali.

La dinamica dell’equilibrio di potenza dipende dall’obiettivo di ciascuno degli Stati dotati di maggior forza; poiché tale obiettivo consiste nell’aspirazione di ciascuno di essi a “dominare il mondo”, attraverso il supporto della loro dimensione profonda, vale la pena conoscere le modalità del loro modo di interagire con gli organi e le strutture palesi degli Stati. Dato che ognuno degli Stati forti persegue lo stesso obiettivo, verrebbe da pensare che le loro strutture profonde siano identiche; non è però così, per cui, al di là di alcuni tratti comuni, il loro modo di agire e di valutare ciò che accade nel mondo è molto diverso, risentendo della storia e delle tradizioni che sono proprie di ogni Stato ufficiale. Sono proprio le diverse modalità di valutare gli accadimento globali da parte dei singoli Stati ufficiali, col supporto delle loro burocrazie arcane, a costituire la fonte dei pericoli cui è esposta l’umanità; per rendersi conto di ciò, seguendo l’Editoriale di Limes, è possibile descrivere in cosa consista, in concreto, lo Stato profondo e come esso interagisca con lo Stato ufficiale.

Come afferma l’Editoriale, lo Stato è come una “carta a due semi. Il primo ostentato, perché attiene alla sua dimensione politica”, che si riflette “nell’attività delle sue istituzioni e dei suoi dirigenti, variamente accessibili allo sguardo del cittadino”; il secondo “seme della medesima carta è lo Stato profondo, labirinto di burocrazie, funzioni e influenze”, articolate in organi usi ad agire sulla base del principio, enunciato dal noto politologo e consigliere dei governi americani, Samuel Huntington, secondo il quale “il potere resta forte finché rimane nel buio”, perché se fosse esercitato alla luce del sole comincerebbe inevitabilmente ad “evaporare”.

L’Editoriale di Limes sostiene che non c’è Stato ufficiale senza Stato profondo. Il confine che divide l’uno dall’altro non sempre è facile da individuare e a volte è, anzi, inesistente, come nella Repubblica Popolare cinese; tuttavia, a ciascuno Stato ufficiale corrisponde un proprio esclusivo Stato profondo, costituendo una “dualità statuale” che assume configurazioni alquanto difformi a seconda dei Paesi. Di solito, lo Stato ufficiale nasce “leggero”, poi si allarga e si “appesantisce”, dotandosi degli organi destinati a costituire la sua profondità funzionale. A volte accade l’opposto, quando il livello ufficiale dei cosiddetti “Stati fantoccio” nascono e si formano per iniziativa degli organi profondi di una superpotenza.

Malgrado la loro diversità, gli Sstati profondi hanno alcuni elementi che li accomunano,, riguardanti funzioni e modalità operative dei suoi organi. In primo luogo, gli organi labirintici degli Stati ufficiali hanno lo scopo di salvaguardare “le strategie geopolitiche”, offrendo competenze specialistiche ai decisori elettivi; in secondo luogo, lo scopo che orienta gli organi profondi dello Stato ufficiale è quello di garantire il costante perseguimento dell’”interesse nazionale”, la cui natura esclude per definizione che lo Stato ufficiale possa perseguire “interessi subnazionali o sovranazionali”; in terzo luogo, le burocrazie degli abissi dello Stato ufficiale sono ritualiste, nel senso che sono spinte “a ripetere gesti canonici con nevrotica compulsione anche quando il compito è esaurito”.

Inoltre, un altro tratto comune degli Stati profondi è costituito dal fatto che i soggetti preposti agli degli cui compete l’esercizio delle attività burocratiche profonde, nella presunzione di “saperne quasi sempre molto più dei propri superiori eletti”, sono spesso spinti a “manipolare” i decisori politici dai quali dipendono (se non a sostituirsi ad essi). Infine, in ogni Stato profondo, vi è un livello ancora più profondo “negli strapiombi di ogni Stato”, che è l’intelligence, la cui funzione è quella di garantire la salvezza dello Stato ufficiale e quella dei suoi “interessi fondamentali, attraverso l’impiego di mezzi anche illegali; attività, questa, che consente “agli agenti di intelligenza, quando necessario alla sicurezza nazionale, di commettere reati”, che dovranno essere “coperti” dallo Stato ufficiale, nonostante spetti ad esso per obbligo di legge il controllo del suo braccio profondo.

Un ulteriore elemento presente nelle burocrazie dello Stato profondo è costituito dal fatto che, normalmente, a differenza degli organi politici elettivi dello Stato ufficiale, esposti alla possibilità di subire cambiamenti, le burocrazie profonde, invece, “sono dotate di vita propria, destinate ad estinguersi solo con la fine dello Stato”.

Dalla riflessione sull’insieme dei tratti che le burocrazia degli Stati profondi hanno in comune è facile dedurre ciò che esse possono rappresentare, nel bene e nel male, per la democrazia: col loro operato possono garantire la sopravvivenza dello Stato ufficiale, spesso in contrasto con le decisioni degli suoi organi elettivi (come capita, ad esempio, in Israele, dove i cosiddetti “guardiani dello Stato”, che occupano il livello statale più arcano, compiono spesso azioni che prevengono o ridimensionano quelle decise o attuate degli organi ufficiali); talvolta, però, le burocrazie profonde possono assumere decisioni, o compiere azioni, che vanno ben oltre la tutela degli interessi nazionali, esponendo non solo il loro Stato, ma l’intero globo ad esiti “indesiderati”.

E’ importante, quindi, che il confine che separa i “due semi” dello Stato (quello ufficiale e quello profondo), per quanto labile, consenta l’esistenza di un rapporto dialettico tra i due livelli, nel senso che, anche quanto le burocrazie profonde possono garantire competenze e supporto agli organi elettivi, questi ultimi abbiano sempre la possibilità di esercitare sulle burocrazie il controllo politico. Di fronte all’instabile equilibrio di potenza che caratterizza le relazioni tra le principali potenze globali oggi esistenti (Stati Uniti, Russia e Cina), i pericoli cui è esposta l’intera umanità dipendono dall’esistenza o meno del confine tra i due livelli di ogni Stato, e quindi dall’esistenza di un rapporto dialettico tra gli stessi. Un rapido confronto della situazione propria di ciascuna delle principali superpotenze globali, oggi contrapposte nella loro “aspirazione a dominare il mondo”, dimostra che le cose non stanno come sarebbe opportuno che stessero, nell’interesse dell’intero mondo.

Negli Stati Uniti d’America, la politica estera è la risultante della conflittuale interazione tra il dipartimento della difesa, quello di Stato (che cura i rapporti con l’estero) e le agenzie di intelligence; la conflittualità tra questi organi è mediata dal Consiglio per la sicurezza nazionale, raccordando la Presidenza dell’amministrazione americana con le “visceri dello Stato”. In questo contesto, osserva Dario Fabbri, in “Il mondo degli apparati americani” (Limes, n. 8/2018), uomini dell’intelligence, diplomatici e militari, pur configgendo tra loro, concordano sul come perseguire gli obiettivi imperiali ufficiali, identificando i principali “nemici della nazione” e interrompendo, di fronte all’assunzione della responsabilità politica finale da parte della Presidenza, gli scontri intestini, prima di paralizzare l’azione del Paese.

Così, negli USA, pur in presenza di una fisiologica concorrenza tra burocrazie profonde e istituzioni ufficiali, diventa possibile ribadire la tradizionale propensione imperiale dello Stato (consistente, ora, nel difendere la globalizzazione, intesa come sinonimo, sul piano prevalentemente economico, di impero americano) e intraprendere le necessarie attività sotto la tendenziale assunzione della responsabilità politica delle relazioni con l’estero da parte degli organi elettivi.

Anche nella Russia di Putin, lo Stato profondo mira a conquistare il mondo; questa propensione, però, è coltivata, non solo in termini economici, ma anche in termini messianici, perché sorretta dal mito della “terza Roma”, indicante il ruolo spirituale assunto da Mosca nei confronti del mondo, successivamente alla caduta di Costantinopoli nel 1453. Da allora, il mito si è radicato nella cultura russa, confermandosi “duro a morire” anche in epoca staliniana, durante la quale si è manifestato nella sua forma più aggressiva, attraverso l’ideologia dell’esportazione della rivoluzione proletaria nel mondo.

Dopo l’implosione dell’URSS, l’instabilità istituzionale successiva e l’avvento dell’era Putin, era sembrato che il nuovo Stato russo avesse intrapreso la via della democratizzazione della vita politica; ciò però ancora non è avvenuto, o quantomeno il cammino verso l’adozione di un regime democratico è stato sinora molto lento, al punto che l’antico mito sembra caratterizzare l’attuale postura esterna della Russia. A parere di Nikolaj Petrov, professore di Scienze sociali presso l’Alta scuola di economia di Mosca, la politica imperiale russa è ispirata dai “falchi” dello Stato profondo, che hanno preso il sopravvento sulla politica revisionista di Vladimir Putin; essi, dopo aver rimpiazzato le burocrazie che avevano provocato e sostenuto il crollo del socialismo reale, non avrebbero ora, secondo Petrov, “altro obiettivo se non quello di mantenere il potere”.

Perdurando questa situazione, espressa dall’incerta transizione del Paese verso la democrazia, che sinora non è giunta a compimento, “non c’è ragione – afferma Petrov – che quando Putin cederà il potere […] la classe dirigente russa possa cambiare posizione” nei confronti della politica estera. Ciò non sarà privo di conseguenze nei confronti del mondo, in quanto l’esile (se non inesistente) confine che separa il livello degli organi dirigenti dello Stato Russo da quello delle burocrazie profonde, oggi prevalenti, e la conseguente mancanza di ogni parvenza di dialettica tra i due livelli dello Stato valgono a conservare il resto del mondo (più di quanto accade con la postura estera degli USA) esposto al rischio di una instabilità futura, sul piano militare, politico ed economico.

Più drammatico appare il caso della Cina, in quanto i pericoli della sua proiezione imperiale non si riducono alla strategia ufficiale per la conquista del primato globale nel campo dell’economia; essa (la strategia) include anche l’obiettivo di dimostrare la presunta superiorità del retaggio culturale della Cina, come forma di riscatto dalle molte umiliazioni alle quali il Paese è stato sottoposto, soprattutto da parte dell’Occidente.

La pericolosità della pretesa estera cinese è aggravata dal fatto che, come testimonia Francesco Scisci (ricercatore presso la China People’s University, nell’articolo “In Cina lo Stato si specchia in sé stesso”, in Limes, n. 8/2018), nella Repubblica Popolare “non esiste alcuna dialettica istituzionale fra esecutivo e brurocrazia”, per cui Stato ufficiale e Stato profondo risultano un tutt’uno; fatto, questo, che, a parere di Scisci, impedisce agli organi deliberanti della Cina di avere una precisa contezza dello stato reale del proprio Paese e di configurare la propria posizione nei confronti dei competitori internazionali in termini politicamente razionali.

Come concludere le riflessioni sin qui svolte sul ruolo e la funzione degli Stati profondi? La risposta non può essere che una: con le loro “pompose” dichiarazioni, tutti gli Stati (in particolare, le gradi potenze planetarie), manifestano la volontà di volere la pace e il benessere del mondo; in realtà, le dichiarazioni servono solo a “coprire” l’attività delle loro burocrazie che, sottratte all’occhio vigile dei cittadini, inducono l’immaginario collettivo ad ipotizzare l’esistenza di complotti, orditi da ciascuna potenza ai danni delle altre. L’ideologia del complotto, giustificando la corsa agli armamenti, espone il mondo al pericolo che le profezie complottiste si autoavverino; questa, non è certamente una prospettiva desiderabile.

Gianfranco Sabattini

Crimea, massacro di studenti stile Usa

crimea russiaUno studente uccide i suoi compagni e poi si suicida, un copione che sembra ripetersi, ma stavolta non siamo negli Stati Uniti, ma nella Crimea russa. Il modus operandi però è nuovo, tanto che all’inizio si è parlato di attentato. Un’esplosione questa mattina nella mensa del Politecnico di Kerch, in Crimea che ha provocato la morte di almeno 18 persone e al ferimento di altre 40, anche se il bilancio è provvisorio. Il ragazzo autore della strage aveva 22 anni, si chiamava Vladislav Roslyakov, era al quarto anno di Chimica all’Università. Il suo corpo è stato trovato al secondo piano dell’edificio universitario. Si sarebbe sparato con un’arma comprata poco prima. Sulle pagine dei social media dello studente ci sono post punk, di anarchici, sui poster di Novorossiya e di a-la Columbine.
“Il sospetto assalitore si è sparato. Era al quarto anno dell’istituto professionale di Kerch. Il suo corpo è stato trovato in biblioteca al secondo piano”, ha riferito il leader della Crimea Sergei Aksyonov in tv.
Nell’edificio del college, Vladislav Roslyakov, ha deposto almeno 5 cariche esplosive in vari luoghi che sono esplose nel giro di 5-7 minuti. Poi, approfittando del panico, Vladislav hlodnokrovno in 10 minuti ha sparato ai suoi compagni di studio.
La commissione investigativa russa ha affermato che l’ordigno che è scoppiato intorno a mezzogiorno ora locale era stato riempito di frammenti di metallo, i cosiddetti ‘shrapnel’. Inizialmente si era pensato che lo scoppio potesse essere stato causato da una bombola di gas, ma poco dopo l’antiterrorismo ha riferito che si era trattato di un “ordigno esplosivo non identificato”.
Il presidente Vladimir Putin ha già espresso condoglianze e vicinanza alle famiglie delle vittime dell’esplosione.
La Russia ha annesso la regione ucraina della Crimea nel 2014, provocando la condanna internazionale e le sanzioni occidentali. Kerch fa parte del punto collegato dal “ponte di Crimea”, inaugurato pochi mesi fa dal presidente russo.

Aereo russo abbattuto, Putin placa l’ira contro Israele

PutinIl presidente russo Vladimir Putin ha detto oggi che l’abbattimento dell’aereo militare russo vicino alla costa della Siria è semplicemente il risultato di una catena di circostanze tragiche e casuali, smentendo quanto fatto sapere dal Ministero della Difesa russo che considera “le azioni intraprese da Israele come ostili: a causa delle azioni irresponsabili dell’esercito israeliano sono stati uccisi 15 militari russi e questo è assolutamente contrario allo spirito della cooperazione russo-israeliana. Ci riserviamo il diritto di adottare misure adeguate”.
Il Cremlino invece prova a disinnescare la miccia. “È molto probabile che si sia trattato di una catena di tragici eventi casuali, perché un aereo israeliano non ha abbattuto il nostro aereo. Ma, senza alcun dubbio, dobbiamo seriamente arrivare al fondo di quello che è successo “, ha detto Putin ai giornalisti, annunciando una telefonata con il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
“Per quanto riguarda le misure di ritorsione, saranno mirate in primo luogo e soprattutto a garantire ulteriormente la sicurezza del nostro personale militare e delle strutture in Siria. E questi saranno passi che tutti noteranno “, ha detto Putin. L’aereo Ilyushin-20 dell’aeronautica militare russa, scomparso dai radar ieri durante un raid di caccia israeliani su Latakia, è stato abbattuto per errore dalla contraerea siriana.
L’aereo Il-20 dell’aeronautica russa è stato sì abbattuto da un missile siriano, ma la responsabilità per il Ministero della Difesa russo potrebbe ricadere sugli israeliani. Inoltre gli F-16 israeliani si sono fatti scudo con il velivolo russo ed è per questo che è stato centrato dai missili di Damasco.
Quattro caccia F-16 israeliani hanno attaccato obiettivi nell’area di Latakia dopo essersi avvicinati dal Mediterraneo volando a bassa quota, ha detto il ministero. «I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura così da essere preso di mira dalle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha un’impronta radar molto più grande dell’F-16, è stato abbattuto da un missile di difesa S-200»

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri

La strategia di Trump: da America First a Russia First

trump putin

“Detto semplicemente, Trump è un traditore”. Questa la conclusione di Charles Blow, liberal editorialista del New York Times, il giorno prima della conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki. Thomas Friedman, editorialista centrista dello stesso quotidiano, ha anche lui accusato Trump di tradimento  subito dopo la conferenza stampa. Friedman è stato colpito specialmente dalla scelta di Trump di prendere la parte di Putin invece di credere all’intelligence americana.

Dopo la bufera provocata dalla sua performance a Helsinki il 45esimo presidente ha
annunciato che “ha completa fiducia nell’intelligence americana” e che crede “all’interferenza russa” nell’elezione del 2016. Trump ha continuato però sostenendo che non “c’è stata nessuna collusione” fra la sua campagna elettorale e i russi.

Trump non è solito fare marcia indietro. Lo ha fatto con la separazione dei bambini migranti al confine col Messico quando un’altra bufera mediatica lo ha costretto ad ammettere che lui aveva infatti il potere di porre fine alle separazioni. Il danno però in ambedue i casi è già visibile.

L’accusa di tradimento però è meno chiara. I due editorialisti del New York Times nei loro articoli presentano buone ragioni per spiegare la condotta del presidente che poco si addice a un difensore del proprio paese quando confrontato da un avversario come la Russia. La definizione di tradimento ci è spiegata dalla Sezione 3 dell’Articolo III della costituzione. “Il tradimento” consiste di impugnare “armi contro” gli Stati Uniti o di “avere fornito” aiuto e soccorso ai nemici. Ci chiarisce anche che solo il Congresso ha il potere di emettere una condanna di tradimento.

La definizione di tradimento scritta dai padri fondatori non poteva immaginare i cyber attacchi subiti dagli Stati Uniti dalla Russia che l’intelligence americana ha determinato veritieri. Trump, però, dopo l’elezione e durante il suo mandato fino ad ora, non ha voluto riconoscerli. Alla conferenza stampa ha detto che si tratta di una caccia alle streghe e che crede alle asserzioni di Putin considerando la vigorosa difesa di innocenza del leader russo.

Non è la prima volta che Trump vede le cose a modo suo senza fondamenta di verità. I fatti parlano chiaro. L’inchiesta di Robert Mueller, il procuratore speciale nominato da Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha già incriminato 32 individui, fra collaboratori di Trump e cittadini russi.  Cinque di questi individui hanno già dichiarato la loro colpevolezza. L’ex manager della sua campagna elettorale Paul Manafort, accusato di cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro e falsa testimonianza, è in carcere in attesa dell’inizio del suo processo. L’interferenza russa sull’elezione c’è stata anche se fino ad oggi non vi è stata nessuna dimostrazione di collusione della campagna di Trump con i russi.

Trump, però, come rilevano anche i due editorialisti del New York Times, ha fatto di tutto per bloccare l’inchiesta di Russiagate, attaccando l’intero dipartimento di giustizia i cui vertici sono stati nominati proprio dal 45esimo presidente. Trump non dimostra fiducia nei propri collaboratori e subordinati. Il fatto che non riesce a capire l’importanza del pericolo dell’interferenza russa sull’elezione del 2016 non può che creare preoccupazione perché il compito del presidente è di difendere il paese. Se i russi si rendono conto di averla fatta franca nel 2016, continueranno a ripetere le loro malefatte nell’elezione di midterm e in future elezioni.

La strategia di Putin ha funzionato a meraviglia nell’ultima elezione presidenziale poiché ha causato confusione e messo in dubbio il sistema democratico. Il fatto che Trump non prenda in serio il pericolo delle minacce di cyber attacchi rappresenta un problema non solo per l’unica superpotenza ma anche per altre democrazie nel resto del mondo. Se il presidente della nazione più potente al mondo non riesce a bloccare Putin, che speranza possono avere le democrazie europee e quelle di altre parti al mondo? I comportamenti di Trump non coincideranno con la classificazione di tradimento ma ci dicono che quando il presidente parla di America first le sue parole suonano completamente false.

Trump ha attaccato quasi tutti i suoi avversari e a ha anche classificato paesi membri della Nato come nemici dell’America. Putin, però, è sempre stato destinatario di parole dolci di Trump. Non si sa perché. L’inchiesta di Mueller ci potrebbe fornire la risposta. Il Congresso americano farebbe bene ad approvare una legge per proteggere il procuratore speciale affinché completi il suo lavoro.

Ma anche se Mueller troverà la proverbiale pistola fumante, punire Trump richiederà azione della legislatura per procedere all’impeachment. Fino al momento però l’establishment repubblicano ha solo alzato la voce per condannare i comportamenti e le azioni poco presidenziali di Trump. Lo hanno fatto anche per la sua performance  a Helsinki continuando però a non agire per arginare i comportamenti inaccettabili del presidente anche quando rasentano possibili illegalità. La difesa repubblicana di Trump potrebbe sfumare dopo le elezioni di novembre. I democratici sono avanti di 10 punti (47 vs. 37 percento), secondo un sondaggio del Washington Post-Schar e potrebbero conquistare ambedue le Camere. Solo allora Trump dovrà preoccuparsi seriamente.

Domenico Maceri

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE

trump putin helsinkiUn faccia a faccia che aspettavano tutti da tempo, ma si è trattato di un incontro che punta più a ridare luce all’immagine di Trump e Putin che a risolvere questioni rimaste ormai sotto al tappeto da tempo. Di fronte a cronisti e fotografi, a Helsinki, entrambi i presidenti di due Paesi in continua competizione si sono fatti immortalare mentre si stringevano amabilmente la mano.
Avere il presidente americano in casa russa, anche se Trump è arrivato con un’ora di ritardo, è molto più di un evento, tanto che il Cremlino ha definito il summit, l'”evento principale dell’estate, per quanto riguarda la diplomazia internazionale”. Putin e Trump si sono incontrati solo due volte e “a margine” di vertici internazionali, ma non era ancora stato organizzato un vero e proprio bilaterale.
Un ottimo inizio per tutti: con queste parole il presidente statunitense, Donald Trump, ha commentato l’incontro bilaterale con l’omologo russo Vladimir Putin che è terminato dopo oltre due ore. Ora, sempre presso la sede del palazzo presidenziale di Helsinki, in Finlandia, è in corso la riunione in formato esteso cui partecipano le delegazioni dei due paesi. “Penso che sia un buon inizio, un ottimo inizio per tutti”, ha detto Trump commentando l’andamento della riunione.
A far eco Putin: “Col presidente Trump abbiamo sempre mantenuto contatti regolari anche per telefono. Ora però è arrivato il momento di una discussione franca su vari problemi internazionale e temi sensibili. E ce n’è più d’uno che merita la dovuta attenzione”.
Sul tavolo delle discussioni l’Ucraina, la Siria e il New Start Treaty, il trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato nel 2010 e che scade nel 2021.
Nessuna dichiarazione congiunta, eccetto il “no comment” da parte dei due leader, almeno in via ufficiale, sulla questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016. Ai numerosi cronisti riuniti nella sala che hanno provato a strappare a Trump una parola sulla questione, il presidente Usa non ha risposto. Lo stesso Putin ha nicchiato con un sorriso alle domande sul caso Russiagate. Ma l’inchiesta di Robert Mueller sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 porta con se anche recenti strascichi, questo altri dodici funzionari dell’intelligence militare russa sono stati ufficialmente incriminati dal Dipartimento alla giustizia USA per avere, in modi diversi, cercato di influenzare il processo elettorale delle presidenziali.
The Donald anche se non ha commentato il Russiagate, lo ha usato per criticare gli avversari: “Il nostro rapporto con la Russia non è MAI stato peggio di così grazie a molti anni di follia e stupidità USA e adesso, la CACCIA ALLE STREGHE MANIPOLATA” aveva scritto questa mattina. “Siamo d’accordo” è la reazione dell’account Twitter del ministero degli Esteri russo al tweet di Donald Trump. Il riferimento del presidente Usa è a Barack Obama e al Russiagate. L’ex presidente “non ha fatto nulla” rispetto alla sospetta ingerenza della Russia nelle elezioni Usa: “Ha detto che non poteva succedere, che non era un gran problema” ha scritto Donald Trump in un tweet.
Ma la ritrovata ‘vicinanza’ tra il presidente Usa e il presidente russo innesca timore nel Vecchio Continente, Donald Trump ha infatti detto che gli Usa hanno “molti nemici”, compresa l’Ue, in particolare rispetto a “cosa fanno a noi in tema di commercio”. “Non lo si crederebbe dell’Ue, ma sono un nemico”, ha detto. Rintuzzato subito dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk: “L’America e l’Ue sono i migliori amici. Chiunque dica siano nemici, diffonde fake news”. Trump ha spiegato inoltre che, grazie al suo intervento a Bruxelles, la Nato si presenta a questo appuntamento “più forte che mai”.
Ma il legame con il Cremlino non piace nemmeno agli stessi americani, contro la prospettiva di Trump a qualsiasi apertura nei confronti della Russia, non sono solo i democratici, ma anche il Partito Repubblicano. Il senatore repubblicano John Kennedy ha spiegato che “non ci si può fidare di Putin” e che avere a che fare con le autorità russe è come “fare accordi con la mafia”. Mette ampi paletti il suo collega Thom Tillis, che ha spiegato che qualsiasi intesa tra Putin e Trump non avrà comunque valore, perché “prima deve passare dal Congresso”.

16 luglio bilaterale Trump-Putin sulla ‘sicurezza’

trump putinL’annuncio è arrivato quasi in contemporanea da Washington e da Mosca. Il vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo Donald Trump avrà luogo a Helsinki il 16 luglio. “In accordo con l’intesa raggiunta, l’incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si terrà il 16 luglio a Helsinki”, si legge nel comunicato stampa del Cremlino. Ieri, il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha incontrato a Mosca il capo di Stato russo e il ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, per discutere di vari aspetti delle relazioni tra i due paesi. Sempre ieri, il consigliere presidenziale del Cremlino Jurij Ushakov, ha dichiarato che Mosca e Washington hanno raggiunto un accordo sul vertice tra i due leader, aggiungendo che la data e il luogo sarebbero stati annunciati nella giornata di oggi. Secondo l’ufficio stampa del Cremlino, i due leader discuteranno delle prospettive per l’ulteriore sviluppo delle relazioni bilaterali. Secondo la nota diffusa invece a Washington, i due leader “discuteranno delle relazioni tra Usa e Russia e di un ventaglio di questioni di sicurezza nazionale”.
Vladimir Putin si augura che questo incontro possa essere l’inizio della fine delle ostilità fra le due nazioni e il ritorno a una “piena cooperazione“.
I temi di cui discuteranno i due leader sono tanti: dal disarmo alla Siria, dall’Ucraina alla Corea del Nord, dalla politica commerciale alla guerra diplomatica. E chiaramente, non possono mancare le sanzioni. Bolton ha rivelato di averne parlato martedì con il premier italiano Giuseppe Conte e di aver ribadito che la posizione degli Usa è sempre la stessa: “Devono restare“. Ma nulla è per sempre e l’attesa ora cresce. “Questo summit sarà l’evento politico dell’estate”, ha dichiarato l’assistente presidenziale russo per gli affari esteri Yuri Ushakov. “Abbiamo scelto un paese terzo, un luogo molto confortevole”, ha confidato.
“Accolgo con favore l’incontro tra il presidente Trump e il presidente Putin, perché credo nel dialogo e l’approccio della Nato nei confronti della Russia è quello del doppio binario”, dove “il dialogo è segno di forza e non di debolezza”. Così il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg al suo arrivo al vertice Ue, sottolineando che questo incontro bilaterale Usa-Russia è quindi “totalmente in linea con l’approccio Nato”. “Non vogliamo una nuova guerra fredda né l’isolamento della Russia”, ha aggiunto Stoltenberg.