Dieselgate: in Italia 1250 morti all’anno

smog-3Il mega-scandalo Dieselgate è stato scoperto nel 2015, quando Volkswagen ammise le manipolazioni. A maggio scorso, ‘Nature’ valutava che l’eccesso di emissioni dei veicoli diesel avrebbe provocato nel mondo 38 mila decessi prematuri nel 2015. A seguito della manipolazione dei motori pianificata dalle case automobilistiche per far sembrare più ecologici i veicoli diesel, la conseguenza sarebbe di 5.000 morti all’anno in Europa. Recenti studi sono in linea con le previsioni precedenti sul numero delle vittime.

Il surplus di emissioni nocive prodotte dai veicoli diesel, rispetto a quanto dichiarato dalle case automobilistiche, ha causato in Italia 1.250 morti all’anno. Lo affermano l’Istituto meteorologico norvegese e l’istituto internazionale Iiasa, in uno studio sullo scandalo Dieselgate pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters da cui emerge che il nostro Paese, purtroppo, è il più colpito di tutta l’Europa.

Secondo quanto hanno rilevato gli esperti, sono 425mila le morti annue riconducibili all’inquinamento dell’aria nei 28 Paesi dell’Unione europea più Norvegia e Svizzera. Poco meno di 10mila decessi sono attribuibili alle emissioni di ossidi di azoto dei motori diesel e, di questi, 4.560 sono collegabili alle emissioni in eccesso rispetto ai limiti dichiarati dai produttori di veicoli.

Parecchie associazioni di consumatori di paesi UE hanno segnalato alla Commissione europea gravi ritardi nei lavori di ‘richiamo’ da parte del gruppo  Volkswagen  per portare a norma le auto del  Dieselgate  con motore diesel Euro 5 dotate del sistema capace di modificare il funzionamento del motore a seconda che stiano effettuando un test di rilevamento dei consumi o se invece stiano viaggiando normalmente per strada. L’autorità del governo comunitario ha così scritto una lettera alla casa tedesca, chiedendo informazioni e spiegazioni sui tempi lunghi e sollecitandola a procedere speditamente.

Secondo quanto concordato parecchi mesi fa, il gruppo Volkswagen, e le relative marche (Audi, Skoda, Seat, Porsche), si era impegnato a concludere il maxi richiamo entro quest’anno, ma a quanto pare le cose non stanno andando al ritmo necessario per raggiungere l’obiettivo. La Commissione europea (che ha scritto nella veste di capofila coordinatrice delle varie associazioni di consumatori dei vari paesi comunitari impegnate in quella che è una mega causa collettiva) ha dato alla Volkswagen 30 giorni di tempo per fornire una risposta in merito al ritardo accumulato per l’intervento e dare assicurazioni sul rispetto dei tempi concordati. A questo proposito la Commissione ha sollecitato anche il coinvolgimento della rete dei concessionari, e non soltanto delle filiali della casa.

In Italia, per lo scandalo  Dieselgate, è partita la class action su iniziativa di ‘Altroconsumo’. La raccolta formale, che vanta già 30mila preadesioni, come spiegano dall’Associazione Altroconsumo, è aperta  fino al 1 ottobre di quest’anno. Il presidente di Altroconsumo, Paolo Martinello, ha detto: “Speriamo in una sentenza del tribunale di Venezia già tra fine 2018 e metà del 2019. Dovrebbe essere una causa relativamente veloce, perché una volta conclusa la raccolta, ci sarà l’istruttoria. La questione dell’illecito, che noi contestiamo a Volkswagen è in pratica già dimostrato perché da un lato la casa automobilistica ha sostanzialmente ammesso, dall’altro abbiamo la decisione di Antitrust con  la condanna a 5 milioni di euro, sanzione massima prevista, per pratiche commerciali scorrette”.

Nel provvedimento dell’Antitrust si legge: “La pratica riguarda la commercializzazione sul mercato italiano, a partire dall’anno 2009, di autoveicoli diesel (con codice identificativo EA189 EU 5) la cui omologazione è stata ottenuta attraverso  l’utilizzo di un software  in grado di  alterare artificiosamente il comportamento del veicolo  durante i test di banco per il controllo delle emissioni inquinanti. Ciò al fine di fornire un risultato delle emissioni ossidi di azoto più basso di quello ottenibile nella modalità che invece si attiva nel normale utilizzo del veicolo su strada”.

L’adesione alla class action, spiega l’associazione dei consumatori, è possibile per chi dal 15 agosto 2009 al 26 settembre 2015 ha acquistato un’auto del Gruppo VW, Audi, Seat e Skoda con motore EA189 Euro 5, dove è stato installato il dispositivo EGR per ridurre le emissioni inquinanti. Solo in Italia, sarebbero quasi 650mila le auto coinvolte nello scandalo.

L’organizzazione indipendente di consumatori chiede per ciascun automobilista  un risarcimento pari al 15% del valore di acquisto delle auto, ma sarà il tribunale a quantificare il danno.

Ma chi risarcirà le morti premature dovute all’inquinamento atmosferico ? Ci sarà una condanna per chi ha provocato una strage di massa a causa dell’inquinamento doloso ?

Nello Stato di diritto le risposte dovrebbero essere affermative sui modi risarcitori e sull’individuazione delle responsabilità a tutela dei cittadini.

Salvatore Rondello

Il Dieselgate investe anche Renault

test-emissioniDopo la Fca ora tocca alla Renault. La casa automobilistica francese è finita sotto indagine in Francia dove il 12 gennaio è stato aperto il fascicolo giudiziario: 3 giudici sono al lavoro e stanno indagando sulle emissioni prodotte dalle vetture Renault. L’azienda è sospettata di aver truccato i test dei motori diesel. Dopo lo scandalo Volkswagen del 2015, una commissione indipendente di esperti, istituita dal ministero francese dell’ecologia, aveva constatato l’importante sforamento del limite massimo di emissioni inquinanti su alcuni veicoli diesel venduti in Francia da diversi costruttori, tra cui, appunto, Renault. Parallelamente, sotto la supervisione del ministero dell’Economia, lo scorso anno è stata avviata un’ulteriore inchiesta su una dozzina di marchi automobilistici che commercializzavano vetture diesel ed erano state eseguite numerose perquisizioni in diversi siti Renault. Immediata la risposta della Renault che afferma di rispettare le norme francesi ed europee: “I nostri veicoli sono omologati conformemente alle leggi vigenti non sono equipaggiati di dispositivi per frodare la rilevazione delle emissioni”.

La notizia delle indagini su Renault arriva all’indomani delle accuse giunte dagli Stati Uniti alla Fca, finita nel mirino per una presunta violazione delle norme sulle emissioni per i motori diesel. Secondo l’Epa, l’azienda italo-americana non avrebbe rispettato le norme ambientali nella costruzione di alcuni motori venduti in territorio Usa: “Non comunicare l’esistenza di un software che influisce sulle emissioni di un’auto è una seria violazione delle legge. Tutte le case automobilistiche devono giocare secondo le stesse regole” ha ammonito l’agenzia per la protezione dell’ambiente. Anche se la replica della società è stata secca e immediata: “Abbiamo sempre rispettato i limiti e siamo pronti a collaborare”. Le accuse sono state respinte al mittente dallo stesso Ad Sergio Marchionne che ha assicurato che le automobili del gruppo rispettano i limiti di emissioni imposti dalla severa normativa americana. “La moralità della condotta di Fca – ha detto Marchionne – non è da discutere ed è piuttosto l’Epa ad avere un atteggiamento moralista. Nella nostra azienda nessuna persona ha cercato di aggirare niente”.

Secondo la Cnbc, l’accusa potrebbe costare a Fca sanzioni fino a 4,63 miliardi di dollari anche se la società si difende: “I nostri sistemi di controllo delle emissioni rispettano le normative applicabili” e, tramite l’amministratore delegato Marchionne, fa sapere non temere eventuali sanzioni: “Fca sopravviverà anche se le dovesse essere comminata una multa di 4,6 miliardi di dollari”.

Le accuse americane a Fiat Chrysler Automobiles sulle manomissioni ai software di alcuni diesel per aggirare i limiti sulle emissioni “sono preoccupanti”. Così la portavoce della Commissione Ue, Lucia Caudet. “Siamo in contatto costante con le autorità Usa che, ci hanno informato di aver ricevuto insufficienti dati da parte del colosso automobilistico”. “Lavoriamo con Epa e Fca per verificare le implicazioni potenziali per i veicoli in Europa”.

Volkswagen, tagliati 30 mila posti entro il 2020

dieselEffetto Dieselgate: Volkswagen conferma che taglierà 30 mila posti di lavoro entro il 2020, e in tal modo conterrà i costi nella misura di 3,7 miliardi di euro l’anno. Dei 30 mila dipendenti, 23 mila sarebbero in Germania. Il taglio è previsto nell’ambito del suo “piano per il futuro”.

Il presidente di Volkswagen Herbert Diess, presentando a Wolfsburg il piano sul futuro, frutto dell’accordo con il consiglio di fabbrica, ha parlato anche degli investimenti futuri dell’azienda. Il gruppo tedesco, che controlla i marchi VW, Audi, Porsche, Seat e Skoda, punta a risparmiare 4 miliardi di euro. Il piano mira a ristabilire la fiducia sui mercati dell’immagine di Volkswagen gravemente danneggiata dal dieselgate e dare più spazio alle auto elettriche. Finora VW ha stanziato 18 miliardi di dollari di fondi per far fronte ai costi dello scandalo delle emissioni truccate per le sue auto diesel.

Parallelamente Vw investirà 3,5 miliardi di euro nell’elettromobilità e nella digitalizzazione, con 9.000 nuove assunzioni nelle nuove tecnologie per sviluppare auto elettriche e servizi come il car-sharing e il ride-sharing.

“Ristrutturiamo in modo radicale Vw per renderla pronta al grande cambiamento che affronterà il settore dell’auto”, ha aggiunto Diess. “Un grande passo in avanti, uno dei più grandi della storia dell’azienda”. “Non ci saranno licenziamenti legati alla produzione”, ha spiegato Diess.

Con le misure contenute nel patto, Vw conta di migliorare di 3,7 miliardi di euro all’anno fino al 2020. L’intero gruppo Volkswagen occupa 624.000 addetti, 282.000 dei quali in Germania. Il taglio dei 30.000 posti di lavoro sarà accompagnato da ammortizzatori sociali come il prepensionamento progressivo, ha spiegato il presidente del marchio Vw Herbert Diess nella conferenza a Wolfsburg.

Elettromobilità e digitalizzazione” sono le chiavi con cui Volkswagen vuole reagire allo scandalo del dieselgate e “attrezzarsi per affrontare la trasformazione che sta investendo il settore automobilistico”, secondo le parole dei top manager dell’azienda, Matthias Mueller e Herbert Diess.

Europa, il mercato dell’auto
continua a correre

Mercato auto-ripresaSecondo quanto confermato da dati recenti, diffusi nel mese di giugno 2016, il mercato italiano dell’auto appare in grande crescita: gli automobilisti comprano molte più vetture rispetto agli anni precedenti, decidendo spesso di vendere auto usate per acquistare veicoli di ultima generazione. Le nuove immatricolazioni nel mese di maggio sono state ben 187.631, con una crescita del 27,29% rispetto a maggio 2015; ancora più significativa è la crescita del gruppo Fiat Chrysler, che registra 55.891 immatricolazioni, ovvero il 33,32% in più rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
 Prosegue il trend già registrato lo scorso anno: la vendita di automobili nel trimestre gennaio-marzo 2015 era cresciuta del 13,8% rispetto al primo trimestre del 2015: quest’anno, sempre prendendo in considerazione lo stesso periodo, la crescita registrata è addirittura del 20,8%.

Il risultato è doppiamente positivo sia se si prende in considerazione il mercato europeo, sia se si fa un confronto con i dati dell’ultimo quinquennio: vendite così elevate, infatti, non solo non si registravano dal 2010, ma superano anche la crescita media europea. A contribuire in maniera determinante a questo fenomeno sono stati soprattutto i cittadini privati, i cui acquisti rappresentano il 63% del mercato automobilistico; meno importante è stata la vendita di auto alle società. Tra tutte le nuove auto immatricolate, il 55,1% sono berline, un modello che registra una crescita del 21,4%; ancora più alta è la crescita dei crossover (31,1%) e dei fuoristrada (25,8%): questi modelli di SUV conquistano circa un quarto dell’intero mercato automobilistico. A questo proposito, si può osservare come il SUV Renegade abbia contribuito al successo delle Jeep, le cui vendite sono aumentate del 40,56%; per quanto riguarda il gruppo Fiat Chrysler Automobiles, altrettanto positive sono le vendite Fiat, con un numero di auto pari a 151.462 (24,43% in più rispetto allo scorso anno): Panda, 500, 500X, 500L e Punto sono tra le dieci automobili più vendute tra gennaio e marzo 2016 secondo quanto riportato dai dati UNRAE (Unione Nazionale Rappresentanti Autoveicoli Esteri). Nella classifica dei marchi di maggior successo, invece, la Fiat è seguita da Volkswagen, Ford, Renault e Peugeot.

Per quanto riguarda il tipo di alimentazione delle nuove auto immatricolate, il diesel mantiene il primo posto, conquistando il 56,3% delle vendite e registrando una crescita del 22,1%. Pur rappresentando fette di mercato più ristrette, aumentano in maniera significativa le vendite di auto ibride e di auto a benzina: i dati registrano rispettivamente una crescita del 48,8% e del 34,9%. Infine, restano stabili le auto elettriche (alle quali spetta una quota minima dello 0,1% di mercato), le auto a GPL e le auto a metano (queste ultime due perdono un quinto delle vendite rispetto all’anno precedente). Secondo gli esperti del settore, la crescita non sarà altrettanto elevata per tutto il corso del 2016, ma probabilmente si attesterà intorno all’8%; in ogni caso, continueranno a essere numerosi gli automobilisti che sceglieranno di vendere la propria auto usata per acquistare un nuovo veicolo.

La Brexit fa paura anche alla Germania

Berlino, 21 – Mancano due giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri Paesi, si è acceso il dibattitto sulle possibili conseguenze di un uscita di Londra dall’Unione: la Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolineare i risvolti economici e commerciali di questa, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Operai in fabbricaCertamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone quindi il volume, ma aumentandone sia i costi che aggiungendo ulteriori complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli Stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudia a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Brexit: prima vittima l’asse franco-tedesco

brexitMancano pochi giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri paesi, si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze di un’uscita di Londra dall’Unione: il Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolinearne i risvolti economici e commerciali, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Certamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone il volume complessivo ma aumentandone sia i costi che le complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit, potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un’Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudiano a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Corre il mercato dell’auto
Bene anche l’usato: +6,3%

Il 2016 è partito registrando un incremento del 6,3% nel mercato delle auto usate, e dell’1% solo a gennaio. Secondo gli ultimi dati rilevati dal bollettino statistico dell’ACI, su un numero di 100 macchine nuove vendute durante il mese di gennaio, ce ne sono state 160 usate che sono state piazzate sul mercato delle vendite.
Questi dati tengono conto anche dei passaggi di proprietà di autovetture usate, al netto delle cosiddette minivolture, vale a dire i trasferimenti di natura temporanea che vengono effettuati a nome dei concessionari, prima che il cliente finale completi l’acquisto dell’auto.Automobili
Una delle ragioni che sta alla base di questo importante incremento è la diffusione di siti web che si occupano in maniera specifica della gestione degli annunci di vendita di auto usate. Attraverso siti come Usato.it, tra i più conosciuti e visitati, la vendita di un’autovettura usata da parte di un privato è agevolata e anche i tempi di trasferimento si svolgono in maniera più rapida e semplice. Gli annunci contengono le informazioni base per valutare la proposta del venditore e la contrattazione avviene senza alcun intermediario.

Nonostante la crisi, quindi, il mercato delle vetture di seconda mano si conferma come una delle modalità di acquisto più affermata nel panorama delle quattro ruote. Tra le auto usate più gettonate tra gli acquirenti, vi è l’intramontabile Fiat Panda, soprattutto la versione a benzina, con un prezzo medio intorno ai 6.000 euro e circa 50.000 Km alle spalle. Lo storico modello, che venne presentato per la prima volta più di 30 anni fa, si afferma nel contesto della vendita dell’usato anche nella versione a gasolio.
Nella classifica delle auto usate resta abbastanza solida la posizione delle Volkswagen, nonostante il recente infortunio sulla falsificazione dei test sulle emissioni dei motori diesel. Proprio il modello Volskwagen Golf a gasolio risulta essere il più venduto nell’annata precedente. Sul podio delle autovetture usate più acquistate vi è anche la Smart Fortwo, molto ricercata nei contesti urbani.

Il popolo femminile continua a prediligere la Lancia Ypsilon o la Fiat Punto, quest’ultima abbordabile nella versione usata ad un prezzo davvero irrisorio. Anche le marche estere riscuotono un notevole successo nella classifica delle auto usate più richieste. Gli italiani vanno a caccia di offerte convenienti per i modelli Audi A3 e Audi A4, soprattutto nella versione Station Wagon. Buono anche l’andamento del mercato dell’usato per la Ford Fiesta, sia nella versione più datata, dalle linee più rotondeggianti e dalle dimensioni più ampie e sia nei modelli più recenti dal design più aggressivo.
Sul web si possono trovare anche annunci di prezzi convenienti per i modelli di city cars Toyota Yaris e Opel Corsa, i cui marchi garantiscono da sempre la massima affidabilità.

 Elisa Leuteri

Dieselgate. In Italia quasi 710 mila i veicoli coinvolti

Volkswagen-truffa-emissioni-inquinanti«709.712 i veicoli coinvolti in Italia» – suddivisi tra i marchi VW, Audi, Seat e Skoda – nel cosiddetto dieselgate. I richiami avranno inizio a partire da gennaio 2016. Ad affermarlo è ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture (Mit), Graziano Delrio in audizione alla Camera che ha parlato di «evidente truffa senza precedenti, ai danni dei consumatori», aggiungendo che c’è stato un «grave vulnus all’immagine dell’industria europea». Continua a leggere

Volkswagen. Primo rosso
in bilancio dopo oltre 15 anni

Volkswagen-bilancio rossoIl dieselgate – lo scandalo delle emissioni di gas truccate – fa sprofondare i conti di Volkswagen: a causa della spesa – forse superiore ai 6,5 miliardi di euro previsti per fronteggiare la truffa (che si riferiscono ai richiami, ndr) – il colosso tedesco ha chiuso il terzo trimestre con una perdita netta di 1,67 miliardi di euro contro l’utile di quasi 3 miliardi dello stesso periodo del 2014. Si tratta del primo rosso di bilancio dopo oltre 15 anni. Nel frattempo, l’amministratore delegato, Matthias Mueller, ha presentato un piano in cinque punti orientato a far sì che il colosso di Wolfsburg possa restare «uno dei principali costruttori automobilistici in futuro». Continua a leggere

Dieselgate. Lo scandalo
si allarga anche in Italia

Wolksvgen-DieselgateSecondo indiscrezioni il cosiddetto dieselgate potrebbe allargarsi anche a un modello di motore diverso da quello incriminato (EU5 tipo EA 189): sembra infatti che anche sui motori EA288 euro 5 – utilizzati a partire dal 2012 – possa essere stato montato il software che permetteva di truccare i test sulle emissioni. Sembrano invece esclusi i motori euro 6. Nel frattempo, l’amministratore delegato, Matthias Mueller ha reso noto che la casa tedesca dovrà affrontare una spesa forse superiore ai 6,5 miliardi di euro previsti per fronteggiare lo scandalo. Nel nostro Paese saranno quasi 710 mila le automobili richiamate, circa 60 mila in più rispetto a quanto annunciato in precedenza. Continua a leggere