La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Uòlter disegna la strada del dopo Renzi

Veltroni non si ricandidaWalter Veltroni, Uòlter, doveva aver fiutato il disastro. Venti giorni prima del voto del 4 marzo era andato ad una iniziativa della campagna elettorale del Pd a Milano. Spiegava: «Do una mano nei momenti difficili». Smentiva di voler tornare alla guida del partito: «In politica non si torna, si sta». Prima era stato “rottamato” da Matteo Renzi, poi era tornato in pista criticando sia la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza sia l’allora segretario, in difficoltà per la sconfitta al referendum costituzionale.

Adesso Uòlter, come è stato ribattezzato dai comici satirici Ficarra e Picone per il suo buonismo non privo di stilettate spregiudicate, ha segnato di nuovo la sua presenza in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’. Il primo segretario del Pd, ex segretario dei Ds, ex ministro della Cultura e già sindaco di Roma ha indicato ai democratici la strada del dopo Renzi. I toni sono cortesi, ma le parole sono dure. Punto uno: la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». Punto due: «È abbastanza incredibile la rapidità con cui si è passati sopra la più grande sconfitta della sinistra nella storia del dopoguerra». Punto tre: «All’opposizione sì. Ma deve esserci un governo».

Mentre la XVIII legislatura è cominciata faticosamente sotto il protagonismo di Di Maio, Salvini e Berlusconi, il Pd è sbandato per la sconfitta. I voti del centro-sinistra e della sinistra sono volati via verso i partiti della protesta populista; il M5S e la Lega, o verso l’astensione. Veltroni ha analizzato il perché: il Pd non ha saputo dare una risposta al mondo «dominato dalla precarietà e dalla paura». Con una delle sue riflessioni tra il politologico e il poetico ha puntato il dito contro «l’errore drammatico di togliere alla nostra comunità le emozioni e la memoria», cioè «l’idea di partecipare a qualcosa di grande» e «il desiderio del futuro». In sintesi: è mancato un progetto politico credibile per affrontare la crisi economica e le forti disuguaglianze sociali.

Il problema immediato è il nuovo governo e come rispondere alle richieste di dialogo lanciate dai cinquestelle. Veltroni ha invitato a fare attenzione alle mosse di Sergio Mattarella: il Pd “per ora” fa bene a collocarsi all’opposizione, ma se «sotto la regia del capo dello Stato, emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche… il Pd farebbe bene a discuterne».

Ha indicato la strada per arrestare la caduta: «Il Pd ha bisogno di apparire ciò che è: una forza della sinistra con ambizioni maggioritarie». Un bel problema: significa ritessere un rapporto di fiducia e di partecipazione con i militanti e gli elettori delusi e sfiduciati. Uòlter ha criticato Matteo Renzi con una lunga perifrasi felpata ma urticante: «A Renzi non riserverò nessuna delle parole che furono riservate alle persone che in altri momenti avevano avuto responsabilità di guida a sinistra». Ha rimproverato all’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio «di aver perso tutte le elezioni dal 2014», cioè dopo il 40,8% incassato alle europee. Maurizio Martina, reggente dei democratici dopo la disfatta elettorale, neppure è menzionato.

Nessun riferimento nemmeno ai suoi errori di fondatore e primo segretario del Pd: il partito kennedyano in un’Italia senza Kennedy; la sconfitta elettorale patita per mano di Berlusconi nel 2008; il 33% di voti ottenuto teorizzando e praticando il partito autosufficiente senza alleati (ad eccezione di Antonio Di Pietro) che cancellò dal Parlamento sia la sinistra critica sia quella riformista; le dimissioni all’inizio del 2009 dopo aver perso anche nelle elezioni regionali in Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Adesso, ancora una volta, ha escluso una sua ricandidatura alla segreteria del Pd: «La mia passione politica si può esercitare senza potere». Per sé ha ritagliato la figura del segretario supplente. Ora tra le rovine del Pd si aggira un ex segretario (Renzi), un reggente (Martina) e un supplente (Veltroni): la ricerca di una nuova leadership appare lunga e difficile. Tra tante incertezze una sola cosa appare sicura: smentendo i molti annunci, anche questa volta Veltroni non andrà in Africa per aiutare le popolazioni povere di quel continente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

 

La Direzione Pd sceglie tra assemblea e congresso

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“Io non mi candido a fare il segretario del Pd. E’ un buffone chi dice che vuole fare il segretario dopo tre giorni dall’iscrizione al partito e io non voglio fare la figura del buffone”. Lo ribadisce Carlo Calenda, parlando coi militanti dem nella sede storica Pd in via dei Cappellari. “Non ci sarà più una persona decisiva – ha ribadito –  O la riscossa parte dagli iscritti, dalla base o non ci sarà”. Parole dette alla vigilia della Direzione del Pd in agenda per lunedì prossimo alle 15. Le dimissioni del segretario Matteo Renzi sono ufficializzate. Ora il punto per il Pd è parlare del dopo con un segretario eletto in assemblea o con un congresso: tertium non datur, spiegano fonti del Partito democratico che fanno presente come parlare di reggente, oggi, non sia appropriato. E questo alla vigilia di una direzione che dovrà decidere il percorso post voto. Con i precedenti, quelli delle dimissioni di Walter Veltroni, prima, e di Pier Luigi Bersani, gli scenari sono stati o quello di un voto in assemblea o di un congresso.

Anche Guglielmo Epifani, chiamato impropriamente ‘reggente’ durante la sua segreteria, fu eletto dall’assemblea con l’85 per cento dei consensi, 458 voti su 534. Correva l’anno 2013 e, poco dopo si sarebbero celebrate le primarie che avrebbero incoronato Matteo Renzi. Allo stesso modo fu eletto, nel 2009, Dario Franceschini, succeduto a Walter Veltroni.

Nei giorni scorsi si era parlato di Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura e vice segretario del Pd, come ‘reggente’, ma il termine più appropriato sarebbe quello di ‘traghettatore’, con il compito di portare il partito ad eleggere il nuovo segretario. L’unica differenza tra un segretario eletto dall’assemblea – che eventualmente si terrebbe nel mese di aprile – e uno scelto con le primarie è che, nel primo caso, la scadenza del mandato sarebbe quella naturale del congresso, ovvero nel 2021. Nel secondo caso, invece, il mandato del segretario durerebbe i quattro anni previsti dallo Statuto. Favorevole a una soluzione assembleare sembra essere l’area vicina al segretario dimissionario, Matteo Renzi, nella quale si registra grande fermento, con numerosi esponenti di spicco che fanno sempre più spesso il nome del ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. Se l’ipotesi, ancorché remota, dovesse concretizzarsi, non di traghettatore si tratterebbe – sottolineano fonti parlamentari – ma di un segretario forte, capace di restare in carica per l’intero mandato. Ipotesi di più basso profilo, al contrario, aprirebbero la strada a un congresso anticipato, da tenersi nel 2019.

Ad offrire nuovi argomenti per il confronto interno, c’è stata anche la ‘discesa in campo’ di Nicola Zingaretti, presidente del Lazio fresco di riconferma che, sulle pagine di Repubblica, ha fatto saper di essere “pronto per correre alle primarie del Pd”. Una accelerazione ben accolta dalla minoranza dem che, con il ministro Andrea Orlando, la definisce una “buona notizia per il Pd”. Più fredde le reazioni di alcuni esponenti renziani che sospettano si possa trattare di una mossa per evitare l’elezione di un segretario di peso e nel pieno delle sue prerogative già all’assemblea di aprile, per andare alle primarie tra un anno. Nel gruppo dirigente del Pd, tuttavia, c’è anche chi invita a mettere da parte il dibattito sui nomi, “per rimettere insieme i cocci e dare mandato a chi per funzione, cioè a Maurizio Martina, ha il compito di riemettere insieme una comunità stordita, definendo un percorso di ricostruzione del nuovo centro sinistra, portandola all’opposizione”, viene spiegato. “Poi Nicola è un’ottima persona, per carità, ma calma e gesso”.

Intanto c’è già chi, come il ministro Minniti, ha lanciato l’allarme per il quale “adesso per la prima volta il Pd rischia di scomparire”. Parole amare e preoccupate con il ministro degli interni ha parlato a la Stampa. “Queste elezioni – ha detto – rappresentano una sconfitta storica per la sinistra. Il colpo subito dal Pd con un risultato poco sopra il 18% diventa ancora più sconvolgente se lo guardiamo da vicino”.

Fassino, Ds superstite del Pd renziano in crisi

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione». È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

L’Italia nel pallone. Una sconfitta che lascia il segno. Ora rinnovarsi

ventura tavecchioGigi Buffon ha pianto a dirotto a fine partita: «Dispiace, abbiamo fallito…». L’Italia nel pallone. Il portiere della Nazionale di calcio esprime un sentimento diffuso tra gli italiani, grandi appassionati del pallone e degli azzurri. L’Italia battuta dalla Svezia (0-1 a Stoccolma e 0-0 a Milano) è una bruttissima notizia: non parteciperà al Campionato mondiale di calcio del 2018, non andrà a giocare in Russia.

Una disfatta. Non succedeva dal 1958, da 60 anni. Subito è scattata la caccia alle responsabilità. L’allenatore della nazionale Giampiero Ventura è il primo a pagare il conto. Il presidente della Federcalcio lo ha esonerato dall’incarico. Carlo Tavecchio ieri sera ha annunciato: «Ho parlato con Ventura e gli ho comunicato che non abbiamo più necessità della sua collaborazione». Ha indicato il prossimo appuntamento per lunedì: «Abbiamo pensato a profili di allenatori importanti e vedremo di portare possibilmente a termine una di queste ipotesi». Ora è caccia al nuovo grande allenatore della nazionale. Girano tanti nomi: Allegri, Ancelotti, Conte, Di Francesco, Mancini, Maldini, Montella, Ranieri. Tuttavia i nomi più gettonati sono Ancelotti e Maldini. Ventura era consapevole di essere la prima vittima («E’ un risultato pesantissimo…Chiedo scusa agli italiani»), invano ha cercato di temporeggiare ma pur perdendo il posto sembra che abbia salvato il suo super compenso.

L’Italia nel pallone. Sotto accusa è tutto il mondo del calcio. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, chiede le dimissioni del presidente della Federcalcio. Carlo Tavecchio però temporeggia tra polemiche e accuse infuocate. Una parte della Federcalcio è in rivolta. Damiano Tommasi, Assocalciatori, ieri ha chiesto invano l’azzeramento delle cariche e nuove elezioni.

L’Italia nel pallone. La sconfitta di lunedì 13 novembre nello stadio San Siro a Milano lascia il segno. E’ il segnale che il glorioso pallone italiano si è sgonfiato. Il ministro per il Turismo Luca Lotti sollecita soluzioni radicali: «Il mondo del calcio va rifondato». Manca un disegno complessivo, dice a sorpresa Walter Veltroni, ex segretario del Pd, appassionato ed esperto di calcio, intervistato da Fabio Martini per ‘La Stampa’. Veltroni presidente della Federcalcio? La risposta non è né sì né no: «Nessuno me lo chiede». Ridisegna l’impero del pallone. Per la Federcalcio «andrebbero valorizzati personaggi capaci di incarnare valori come la competenza, l’autorevolezza e la terzietà rispetto ai poteri consolidati». Cita «Del Piero, Maldini, Costacurda, Vialli, Tardelli, Cabrini,Buffon…». Fa anche i nomi di possibili allenatori ritenuti persone serie e preparate come «Montella, Inzaghi, Di Francesco, Giampaolo, Gasperini».

L’Italia nel pallone. Per comprendere le dimensioni del disastro basta una notizia: sia la Lega calcio di serie A sia quella di serie B sono commissariate. Certo in queste condizioni è molto difficile combinare qualcosa di buono.

Eppure i club italiani (dalla Juve al Milan, all’Inter) sono famosi e contano tifosi in tutto il mondo, l’Italia è da sempre un nome celebre nel firmamento del calcio internazionale. Ora, però, è meglio prendere atto che l’Italia è una ex potenza calcistica. La Nazionale azzurra ha vinto quattro volte la Coppa del mondo: nel 1934, nel 1938, nel 1982, nel 2006. Due volte durante il regime fascista (1934 e 1938) con Benito Mussolini duce e capo del governo, una volta nella Prima Repubblica (1982, presidente della Repubblica Sandro Pertini e presidente del Consiglio Giovanni Spadolini), e una volta nella Seconda Repubblica (capo dello Stato Giorgio Napolitano e premier Romano Prodi). Una strana coincidenza: sia Mussolini, sia Spadolini, sia Prodi hanno avuto poca fortuna: il primo fu ucciso dopo la caduta del fascismo, il secondo scomparve assieme al Pri con la fine della Prima Repubblica, il terzo cadde per il disfacimento della sua coalizione di centro-sinistra.

Il calcio è una importante realtà dagli aspetti multiformi: è un fortissimo elemento di aggregazione sociale per ragazzi ed adulti su campi e campetti di tutti i tipi, è un affinatore di tecniche del pallone, costruisce fuoriclasse e squadre mito, cadenza le giornate degli italiani tra anticipi e posticipi del sabato e della domenica. E’ una grande passione degli italiani che non solo modella tendenze ma produce un gigantesco giro di affari e di interessi tra partite, diritti televisivi, pubblicità, fabbriche che sfornano magliette e scarpini. L’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, solo per dirne una, porterebbe ad un danno complessivo di circa 100 milioni di euro (una media di 12 milioni di connazionali guarda una partita degli azzurri in televisione durante i Mondiali). Qualcuno arriva a mettere in conto la perdita dell’1% del reddito nazionale dopo l’esclusione dell’Italia dai Mondiali.

Il colpo è fortissimo per il “marchio” del calcio italiano e anche per la stessa immagine dell’Italia nel mondo. E’ un declino sportivo legato a quello politico: manca una strategia per lo sport come per gli altri settori della società. Se non ci sarà un rinnovamento tutto il mondo del calcio rischia di schiantarsi. Il primo segnale c’è stato a Milano lunedì 13 novembre.

La disfatta di San Siro e di Ventura rischia di restare immortalata nei libri di storia da studiare sui banchi di scuola, come il disastro di Lissa e dell’ammiraglio Persano, la clamorosa sconfitta subìta nel 1866 dall’allora moderna flotta italiana per mano delle vecchie navi da guerra austriache. Ma l’Italia monarchica e liberale seppe superare quel disastro, recuperò il terreno perduto e poi nel 1918 arrivò la vittoria contro l’Impero asburgico nella Prima Guerra Mondiale.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Pd-Mdp scontro a distanza

orfini dalema“Nessuno in Mdp chiede le primarie di coalizione perché perderebbero anche quelle”. E ancora “Non vogliamo coalizioni a ogni costo”. Le parole del presidente del Pd, Matteo Orfini, arrivano a poche ore da quelle pronunciate dal segretario Renzi – “siamo lontani dalle posizioni di Mdp” – e scavano un solco profondo tra i due partiti.

Il lavoro di ricucitura da parte di volenterosi dentro e fuori gli schieramenti, dal ministro Orlando a Walter Veltroni, prosegue ininterrotto, ma non passa giorno in cui non arrivino nuove bordate dall’uno all’altro. E non aiuta la scelta di Mdp di sostenere la candidata grillina ad Ostia. Difficile, certo, immaginare un endorsement di Bersani e compagni alla candidata di Fratelli d’Italia, ma l’appoggio a Giuliana Di Pillo rappresenta un atto ufficiale e la certificazione di un percorso di avvicinamento iniziato mesi fa quando a più riprese i maggiorenti di Mdp, Bersani in primo luogo, hanno definito i grillini come “interlocutori”. Nessuna indicazione di voto, invece, dal Partito Democratico per il quale il M5s è ancora l’avversario da battere e un “interlocutore inaffidabile come si è visto quando si e’ trattato di votare sul testo della legge elettorale”, come più volte sottolineato dal capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato.

Ma quel che è peggio è l’atteggiamento sprezzante che il Partito Democratico tiene ormai nei confronti di Pietro Grasso, probabile candidato di Mdp alla premiership.Alle accuse del deputato Davide Faraone, che imputa a Grasso di aver portato il Pd alla sconfitta in Sicilia con le sue dimissioni dal gruppo, sono seguite le parole di Matteo Orfini: “Noi abbiamo scelto il leader con le primarie e ricordo che nessuno lo ha voluto sfidare. E ora nessuno chiede le primarie di coalizione perché sa che le perderebbe. Grasso ci starebbe da Dio come leader del centrosinistra? È opinione di Bersani che io non condivo. Il leader non lo sceglie Bersani o io ma gli elettori”, dice Orfini che, poi, rimarca: “Non vogliamo coalizioni a ogni costo, non bisogna ricadere negli errori del passato con coalizioni solo per vincere, bisogna avere omogeneità”. Alla seconda carica dello Stato ha risposto anche ieri Matteo Renzi. “Vedremo i programmi”, sottolinea il governatore toscano, Enrico Rossi, cofondatore di Mdp: “A mio avviso, è più probabile che le alleanze si faranno dopo il voto. Al punto in cui siamo temo che farle adesso non convenga né al Pd né a una forza di sinistra civica di cui vedo lo spazio. Detto questo, non escludo nulla”, afferma Rossi. Come leader di Mdp, il presidente del Senato Pietro Grasso “ci starebbe bene. E’ una personalità di alto livello che può dare un contributo per cambiare il Paese”, osserva il presidente della Regione Toscana, che al Pd ribadisce: “non servono tatticismi, alchimie politiche o scambi di figurine: la gente si sentirebbe presa in giro. Dico che noi non siamo pericolosi estremisti e il Pd non è il nemico: rispettiamo il loro travaglio. Decidano, noi ci siamo”.

A fronte di queste schermaglie, i pontieri vanno avanti. Walter Veltroni è tornato a richiamare tutte le parti a un gesto di responsabilità: “Restare divisi sarebbe una follia”, spiega il primo segretario del Pd: “Con questa legge elettorale se non ci si unisce dove si va?”, chiede ancora Veltroni. L’ipotesi più credibile è, tuttavia, che eventuali coalizioni o alleanze si realizzino dopo il voto, in Parlamento, davanti all’impossibilita’ di individuare un vincitore: “Lì dove io sono non mi ci ha messo Floris, D’Alema o Bersani. Mi ci hanno messo due milioni di persone. Il potenziale premier lo decide il Parlamento, dopo che il Capo dello Stato conferirà l’incarico a formare il governo”, sono le parole di Renzi a Di Martedì, nell’intervista andata in onda ieri sera. Tradotto: il candidato premier di centro sinistra – al momento – è Renzi e solo Renzi. Se poi, come sembra probabile, il Pd da solo non riuscirà a imporsi sulle altre forze parlamentari, ci si conterà in Parlamento e in quella sede si cercherà di individuare anche il potenziale premier.

Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

RISCHIO AUTOGOL

ignazio-visco

Il 31 ottobre prossimo scade il mandato al Governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. Sono già iniziate le manovre per sostituirlo. La spinta arriva dal PD sceso in campo con una mozione. In vista del voto alla Camera sulle mozioni Banca d’Italia, il dispositivo della mozione del PD a prima firma ‘Fregolent’ recita: “Si impegna il Governo ad adottare ogni iniziativa utile a rafforzare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario ai fini della tutela del risparmio e della promozione di un maggiore clima di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema creditizio individuando a tal fine, nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’Istituto, tenuto conto anche del mutato contesto e delle nuove competenze attribuite alla Banca d’Italia negli anni più recenti”.

Nelle premesse della mozione si ricordano le nuove funzioni attribuite nel 2015 e nel 2016 a Bankitalia, e cioè Autorità nazionale competente nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico e di Autorità nazionale di risoluzione delle crisi nell’ambito del Meccanismo di risoluzione unico, funzioni estremamente complesse da esercitare in un ambiente caratterizzato da difficoltà crescenti e cambiamenti profondi e che richiedono un’azione efficiente, responsabile e imparziale.

Ancora nelle premesse della mozione si sottolinea come la scelta che si porrà alla scadenza del mandato di Ignazio Visco (se riconfermarlo o individuare appunto una nuova figura) è “particolarmente delicata in considerazione del fatto che l’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche, che a prescindere dalle ragioni che le hanno originate, sulle quali si pronunceranno gli organi competenti, ivi compresa la Commissione d’inchiesta appositamente istituita, avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione delle crisi bancarie. Nella mozione, si ricorda infine che: “Le predette situazioni di crisi o di dissesto hanno costretto il governo e il Parlamento ad approvare interventi straordinari per tutelare, anche attraverso l’utilizzo di risorse pubbliche, i risparmiatori e salvaguardare la stabilità finanziaria, in assenza dei quali si sarebbero determinati effetti drammatici sull’intero sistema bancario, sul risparmio dei cittadini, sul credito al sistema produttivo e sulla salvaguardia dei livelli occupazionali”.

Successivamente, il Pd ha riformulato le premesse della mozione sulla nomina del governatore della Banca d’Italia, venendo incontro alla richiesta del Governo esplicitata in Aula dal sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, nel dare i pareri sulle mozioni. Una versione più soft nei confronti della gestione di Ignazio Visco, ma non cambia il dispositivo finale, in cui si chiede: “Una figura più idonea a garantire nuova fiducia nell’istituto di via Nazionale.

Dalle premesse è stato eliminato il seguente capoverso sulle crisi bancarie degli ultimi anni “che a prescindere dalle ragioni che le hanno originate, sulle quali si pronunceranno gli organi competenti, ivi compresa la Commissione d’inchiesta all’uopo istituita, avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione delle crisi bancarie”. Resta però annotato che: “L’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche”.

L’ex segretario Walter Veltroni giudica il documento presentato ieri dal Pd contro il governatore Visco “incomprensibile ed ingiustificabile”. “Da sempre la Banca d’Italia – ha detto Veltroni – è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese. Per questo mi appare incomprensibile e ingiustificabile la mozione parlamentare del Pd”.

Sulla mozione del Pd che punta a non rinnovare l’incarico del governatore della Banca d’Italia a Ignazio Visco, l’Abi non si è espressa. I banchieri, riuniti nella sede dell’Abi per il comitato esecutivo, per ora hanno scelto il silenzio. “Non abbiamo niente da dire”, ha sottolineato il presidente di Banca Intesa San Paolo, Gian Maria Pietro Gros. Nessun commento anche da Victor Massiah, consigliere delegato di Ubi, e Flavio Valeri, chief country officer di Deutsche Bank in Italia.

Mettendo in dubbio l’efficacia dell’azione di vigilanza svolta da Palazzo Koch, con la mozione approvata dalla Camera, il Pd ha scaricato platealmente il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, arrivato quasi al termine del suo mandato, e impegna il Governo ad individuare un nuovo nome per la guida di via Nazionale. Si è imposta, dunque, la linea voluta dal segretario del PD, Matteo Renzi, che sembrerebbe non sia condivisa dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, piuttosto favorevole ad una riconferma del governatore uscente.

In Aula erano già state presentate le mozioni di Cinque Stelle e Lega che prevedevano esplicitamente di impegnare l’Esecutivo a non proporre la conferma di Visco. La mozione del Pd arriva solo a ridosso delle votazioni, il senso politico è lo stesso. Ma già prima che venga depositata, il Governo, sembrerebbe, in stretto contatto col Quirinale, è intervenuto per far ammorbidire il testo: la prima versione parlava espressamente di “prospettiva di discontinuità” a palazzo Koch. L’intervento dell’esecutivo riesce a far eliminare l’inciso.

Ma, l’indicazione è rimasta: a Palazzo Koch serve un volto nuovo, per girare pagina dopo le crisi bancarie degli ultimi anni. Un’ulteriore mediazione viene attuata in Aula, stavolta sulle premesse, pur non arrivando alla ‘mala gestione’ di cui l’M5S accusa il governatore, le critiche sono comunque severe. Il sottosegretario Baretta, in Aula per il governo, ha chiesto la riformulazione per poter dare parere favorevole. Il Pd accoglie, e alla fine viene tolta la frase in cui si affermava che le crisi bancarie degli scorsi anni “avrebbero potuto essere mitigate nei loro effetti da una più incisiva e tempestiva attività di prevenzione e gestione”. Resta però la valutazione sul fatto che “l’efficacia dell’azione di vigilanza della Banca d’Italia è stata, in questi ultimi anni, messa in dubbio dall’emergere di ripetute e rilevanti situazioni di crisi o di dissesto di banche”.

Del resto, in uno dei passaggi del suo libro “Avanti”, pubblicato qualche mese fa, Renzi aveva già espresso il suo giudizio sulla gestione Visco: “Quando arriviamo a Palazzo Chigi il dossier banche è uno di quelli più spinosi. Ci affidiamo quasi totalmente alle valutazioni e alle considerazioni della Banca d’Italia, rispettosi della solida tradizione di quella prestigiosa istituzione. E questo è il nostro errore, che pagheremo assai caro dal punto di vista della reputazione più che della sostanza”.

Ora è arrivato l’affondo in Aula. Renzi non vuole commentare dal treno del Pd, ma a spiegarlo ci pensa Matteo Richetti, anche lui a bordo dello stesso convoglio: “Il Pd non entra nel merito della decisione che compete al governo e al presidente del Consiglio, ma il Pd non si può sottrarre da un giudizio e traccia la necessità di aprire una fase nuova”.

Una mossa, quella di Renzi, che apre un altro fronte con Mdp. Il giudizio di Pierluigi Bersani è durissimo: “È una cosa fuori dalla logica. Non puoi portare in piazza la Banca d’Italia così. Il partito di maggioranza, il Pd, ha tutti gli strumenti per decidere quello che ritiene: c’ha il governo, c’ha il presidente del Consiglio. Cominciamo a essere fuori…”. E critico è anche Marco Meloni, deputato del PD molto vicino ad Enrico Letta, che scegliendo di non votare la mozione, ha detto: “Un risiko gravissimo, Renzi non capisce che la deve smettere di giocare con le banche”.

Muovendo contro il governatore della Banca d’Italia, arrivato alla scadenza del mandato, la mozione del Pd, approvata dalla Camera, ha spiazzato il governo destando preoccupazione anche al Quirinale. Il richiamo di Sergio Mattarella, riferito da fonti parlamentari, è netto: “Le scelte riguardanti la Banca d’Italia devono essere ispirate a esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e indipendenza dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani. A questi principi devono attenersi le azioni di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”.

Fino a pochi minuti prima l’inizio del dibattito, in Aula erano pervenute solo le mozioni delle opposizioni, tra cui quelle molto dure di M5S e Lega che chiedevano esplicitamente al Governo di non riproporre Visco per un secondo mandato. Non sarebbe stato un problema, per il Governo, visti i numeri di Montecitorio. Ma, a sorpresa, è arrivata anche la mozione Pd, che ha cambiato lo scenario. In serata, Renzi ha ribadito: “Se vogliamo dare un giudizio sul passato, in questi anni il Pd non è certo responsabile della crisi delle banche. E invece tante responsabilità che hanno avuto anche i vertici di Bankitalia, sono argomenti che per il passato devono essere esaminati”.

Insomma, lo scontro è deflagrato, ma dovrà rapidamente trovare una conclusione. Una decisione del Cdm sul vertice di Bankitalia era già attesa per l’ultima riunione, ma poi Paolo Gentiloni ha spiegato che non se ne è affatto parlato. Non è certo un mistero la volontà di Renzi a non confermare Visco, scelta che invece sembrava essere l’orientamento di Gentiloni. Ora però, dopo la mozione Pd che ha colto di sorpresa sia il governo che il Colle, è evidente che bisognerà superare rapidamente questa situazione. La preoccupazione del Quirinale è motivata sia per i riflessi sul quadro internazionale e sugli assetti del sistema delle Banche Centrali Europee, sia perché con quella mozione il Pd è intervenuto su prerogative del Governo e dello stesso Quirinale.

Ma come uscirne? Perché il dubbio che molti esprimono è che dopo Visco non c’è pronta una figura altrettanto autorevole. A meno di non togliere dalla guida dell’Economia Pier Carlo Padoan, dice qualcuno nel governo. Una soluzione interna a palazzo Koch potrebbe essere Fabio Panetta. Il Governo ancora non ha fatto la scelta. Un esponente dell’esecutivo fa notare: “Certo, ormai su Visco c’è un problema anche di opinione pubblica. Ma tecnicamente oggi il Parlamento ha respinto tutte le mozioni che espressamente ne impedivano la riconferma…”.

Su Bankitalia Matteo Renzi non torna indietro. Il segretario Pd, a Fano per la seconda giornata del tour del Pd in treno, ha letto i giornali che raccontano lo scontro istituzionale su Bankitalia e l’intervento del Quirinale. Con il Colle, però, secondo quanto si apprende, non ci sarebbero stati contatti.

Per Renzi, del resto, dopo la giornata convulsa di martedì con la mozione contro il governatore Visco approvata alla Camera, non c’è niente da aggiungere: “Quello che avevamo da dire lo abbiamo detto”, si è limitato a dire stamani, rispondendo ai giornalisti a Fano, da cui è ripartito il viaggio del treno ‘Destinazione Italia’.

Ai suoi, Renzi ha spiegato però che il Pd non aveva alternativa alla presentazione della mozione ieri in Parlamento, dicendo: “Noi non potevamo votare a favore della mozione M5S, ma se ci fossimo limitati a votare contro i giornali avrebbero scritto: il Pd blinda Visco. La scelta sul governatore è dell’esecutivo, e noi la accetteremo qualunque sia, ma non potevamo non dare un giudizio su questi anni”.

Dunque Renzi ha dato il via libera alla mozione, che poi è stata ‘ammorbidita’ su richiesta del governo. E’ stato lo stesso Gentiloni a chiamare Renzi per chiedere le modifiche. Il leader Pd era a Civita Castellana, al termine dell’incontro alla Azzurra Ceramiche con i rappresentanti del locale distretto industriale, quando è squillato il telefono: “Ciao Paolo, dimmi…”. Gentiloni, secondo quanto si apprende, ha chiesto di modificare alcune parti del documento all’esame di Montecitorio, per contenere la portata dello scontro. “Non c’è problema, lo facciamo”, la risposta del segretario che subito dopo ha chiamato il capogruppo Ettore Rosato per procedere con il nuovo testo rivisto.

Iniziativa che comunque ha provocato una deflagrazione, con l’accusa, tra l’altro, che la mossa del Pd sia mirata a distogliere l’attenzione dal caso Banca Etruria. Ricostruzione che, con i suoi, Renzi respinge fermamente: “Nessuno può credere che il problema sia Banca Etruria che è piccolissima”.

Matteo Renzi assicura che non c’è stata nessuna “intrusione di campo”, ma la mozione Pd su Bankitalia ha colto di sorpresa molti, anche tra i deputati democratici e non è un caso che, alla fine, in parecchi si siano sfilati al momento del voto. Formalmente c’erano tanti deputati in missione, ma la verità è che parecchi non condividevano proprio l’opportunità di aprire ufficialmente un fronte con Bankitalia e soprattutto con i soggetti che per legge hanno competenza in materia, ovvero Governo e Quirinale. Un malumore che, del resto, emerge anche dai numeri del voto: solo 213 sono stati i sì, che appunto scontano un centinaio di deputati in missione, ma anche molti dissensi.

Tra i democratici, per esempio, non hanno votato Gianni Cuperlo, il lettiano Marco Meloni, Dario Ginefra, i veltroniani Marco Causi e Walter Verini. Altri hanno detto sì, poi, si sfogano: “Non sapevamo niente di questa mozione, ce l’hanno annunciata questa mattina, ma è una cosa scombinata…”, dice un parlamentare della maggioranza che ha sostenuto Renzi al congresso. Invece, un esponente della minoranza ha detto: “Si può anche ragionare di nuovi meccanismi per scegliere la governance di Bankitalia, ma questa è un’iniziativa scomposta”.

Una parlamentare che ha condiviso la mozione ha spiegato: “Del resto era l’unica carta che poteva giocare Renzi per mettere agli atti che ci sono delle responsabilità sulla crisi degli anni passati. Anche perché si sa che Mattarella e Gentiloni hanno idee diverse su Visco… Certo, si apre una tensione con il Quirinale. Ma era anche giusto che la politica dicesse la sua”.

Quindi, in serata, lo stesso Renzi è intervenuto: “Nessuna intrusione di campo nei confronti di altri soggetti istituzionali. Sono molto rispettoso delle istituzioni, so che il compito appartiene al presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni farà le valutazioni che dovrà fare, seguirà l’iter che prevede l’intervento del capo dello Stato. Oggi il Pd non ha messo in discussione le regole del gioco o il rispetto istituzionale”.

Dalle fonti della Banca d’Italia è stato spiegato: “La Banca d’Italia fa interamente il suo dovere nelle diverse funzioni che svolge, applicandovi competenza e coscienza. Nella vigilanza bancaria, in questi anni segnati dalla più grave crisi economica della storia moderna d’Italia, ha difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia. Nella sua azione l’Istituto ha agito in continuo contatto col Governo. Il Governatore della Banca d’Italia ha parlato col Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario; la Banca sottometterà ogni documento rilevante per i lavori della Commissione”.

Le fonti di Bankitalia hanno concluso: “Il Governatore è pronto a essere ascoltato dalla Commissione quando essa vorrà”.

Riccardo Nencini, segretario del Psi e viceministro alle Infrastrutture, a margine di un convegno svoltosi a Milano sulla rigenerazione urbana, in merito alla questione su Bankitalia, ha detto: “E’ autonomia piena del Governo, deciderà il Presidente Gentiloni come deve fare”.

La storia non è certo conclusa, ma nel frattempo bisognerà pensare alla nomina del nuovo Governatore.

Salvatore Rondello

Il generoso D’Alema

Perché Aldo Cazzullo e il Corsera affidino, a seguito del risultato delle elezioni tedesche, l’analisi della crisi della socialdemocrazia europea e le possibili soluzioni ai due ex dioscuri del Pci-Pds-Ds Walter Veltroni e Massimo D’Alema, mediante due torrenziali interviste, è arduo da comprendere tuttavia vi è da considerare che a Via Solferino da un po’ di tempo la confusione regna sovrana.
Non meritano grande attenzione le ripetitive ideuzze del fondatore del Pd che tra un libro, un film e altre amenità vive una dimensione onirica della politica e non aggiunge nulla (come potrebbe?) al vuoto pneumatico che da sempre è la cifra del suo profilo politico.
Diverso il caso del Lider Maximo: con la sfrontatezza che gli è congeniale, Baffino afferma di essere stato “generoso” con Bettino Craxi perché nelle ultime settimane del 1999, quando ormai era noto a tutti che le condizioni di salute del leader socialista si erano aggravate (morì nel gennaio del 2000) afferma: “negoziai con la Procura di Milano perché non lo arrestassero. Non fu possibile” e, bontà sua, osserva: “Nonostante la forte carica anticomunista Craxi è sempre stato un uomo di sinistra”.
Forse la mia memoria non mi aiuta ma personalmente non ricordo un particolare impegno dell’allora Premier per favorire una soluzione ad un caso disperato e disperante.
Invece ricordo che pochi mesi prima, nel marzo dello stesso anno, l’ultimo del XX secolo, celebrandosi a Milano il IV congresso del Pse (partito di cui Craxi nel 1992 fu tra i fondatori), la delegazione dello Sdi pose all’allora presidente del Pse, il tedesco Rudolf Scharping la questione politica del “caso Craxi” affinché il congresso ne discutesse i termini e magari suggerisse una soluzione, riconoscendo al leader del Psi l’onore politico unitamente alla considerazione che non si poteva parlare di lui come “un capobanda” .
Scharping (che pochi anni dopo, da Ministro della Difesa della Germania, finì invischiato in una storiaccia legata all’utilizzo per fini personali di aerei militari per raggiungere l’amante a Palma di Majorca e si dovette dimettere), pressato dai due Dioscuri dei Ds (uno Veltroni, segretario del partito, l’altro D’Alema, Presidente del Consiglio) liquidò la questione sostenendo che: “Craxi non è un problema europeo, è un problema solo italiano, anzi della giustizia italiana. Nessun capo di governo, nessun segretario, nessun partito europeo è interessato a discuterne”.
Insomma costui si comportò da teutonico utile idiota piegandosi ai desiderata dei vertici dei Ds che fecero a gara per promuovere e sostenere una simile aberrazione.
Occhetto definì l’iniziativa dello Sdi “un grimaldello contro i giudici”, Veltroni sostenne che “La questione morale per noi è irrinunciabile. Dobbiamo con più forza far vivere, specie tra i giovani, l’intensità di una politica che io chiamo la sinistra dei valori”, D’Alema diede prova della sua grande “generosità” dichiarando: “Se Craxi tornasse, farebbe un atto onorevole”, infine Pietro Folena, all’epoca coordinatore nazionale dei Ds affermò: “La questione Craxi? Per noi è irrilevante”.
D’Alema, che senza nemici da abbattere proprio non sa stare, dopo 18 anni riconosce a denti stretti, al solo fine di negarla al suo nuovo nemico Renzi, al vecchio nemico Craxi la patente di “uomo di sinistra”.
Ha ragione Nencini che oggi, presentando l’ultimo libro di Ugo Intini, ha affermato: “D’Alema sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta.
La memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtroppo in Italia ci sono legioni di smemorati”.
Già, perché, more solito, per i nipotini di Togliatti il miglior socialista è sempre quello morto e il riconoscimento tardivo di D’Alema ha l’afrore rancido della più becera strumentalità.

Emanuele Pecheux

La forza della minoranza. La scissione Pd dietro l’angolo

pd renziLa scissione del Pd? È «una parola da incubo… Dopo la scissione sarebbero tutti più deboli». L’appello di Walter Veltroni contro la rottura del Pd sembra caduto nel vuoto. Il primo segretario del Partito democratico, nato nel 2007 dalla fusione tra Ds e Margherita, non sembra aver convinto chi vuole dire addio a Matteo Renzi.
Sembra ormai tutto deciso; una parte della sinistra del partito taglierebbe i ponti entro pochi giorni. Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza in un incontro a tre avrebbero deciso di far partire la scissione, contestando Renzi su tutti i fronti: dalla gestione leaderistica del partito alla svolta neo centrista nelle scelte economiche e sociali. Lo “strappo”, da tempo nell’aria, ha subito una improvvisa accelerazione: fino a qualche settimana fa i governatori della regione Puglia e Toscana e l’ex capogruppo alla Camera pensavano ancora ad una battaglia interna da realizzare al congresso, candidandosi alla segreteria in contrapposizione a Renzi.
Poi il piano sarebbe cambiato e la scissione appare dietro l’angolo. Sabato le minoranze anti Renzi si riunirebbero al Teatro Vittoria a Roma, poi domenica il match finale all’assemblea nazionale del Pd. Il progetto sarebbe di varare una “costituente” di sinistra e di attuare “una separazione consensuale e non conflittuale”. Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema sarebbero della partita, tuttavia resterebbero un “passo indietro” rispetto ad Emiliano, Rossi e Speranza. Dunque facce e volti nuovi di una generazione più giovane per favorire il ricambio del gruppo dirigente.
Bersani lancia un ultimo appello: «Fermativi». L’ex segretario del Pd in una lettera all’Huffington Post invita a «una riflessione comune» e a sostenere il governo Gentiloni fino alla conclusione della legislatura, all’inizio del 2018. Aggiunge: «Non date seguito alle infauste decisioni dell’ultima direzione. Prima il Paese, poi il partito, poi le esigenze di ciascuno». Se «non teniamo ferma questa sequenza non siamo più il Pd».
Bersani alcuni giorni fa non ha escluso la frattura: «La scissione è già avvenuta tra la nostra gente. E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì». L’ex segretario del Pd ha lanciato un appello al “buon senso” al gruppo dirigente renziano perché «io da Renzi non mi aspetto nulla». È tornato ad attaccare la gestione personalistica del partito: «Qui il problema è se siamo il Pd o il Pdr, il Partito di Renzi».
Il primo segnale è arrivato da D’Alema. L’ex presidente del Consiglio, già segretario del Pds-Ds, ha suonato la carica lo scorso 28 gennaio in una riunione nazionale dei dissidenti di sinistra: «Dobbiamo tenerci pronti ad ogni evenienza… Dobbiamo farci trovare forti e organizzati». Ha esortato tutti “i riservisti” del Pd, come ha definito se stesso e i dirigenti più anziani, ad impegnarsi per costruire «un centrosinistra largo e aperto alla società civile».
La “costituente” prevede un dialogo con il nascente Campo progressista di Giuliano Pisapia, con Sinistra italiana di Nichi Vendola e di Stefano Fassina, con altre forze ecologiste. È tutta aperta la scelta del leader. Qualcuno indica Emiliano. Il presidente della regione Puglia, ex pubblico ministero, ha commentato:«Non c’è questa ansia di chi deve fare il leader. L’ansia del leader uccide la politica».
Se l’iniziativa avesse successo cambierebbe tutta la geografia politica italiana: ci sarebbe una nuova formazione di sinistra e il Pd verrebbe sospinto su posizioni più centriste. Tornerebbe indietro l’orologio della politica italiana, a quando c’erano i Ds e la Margherita alleati nelle coalizioni di centrosinistra. Di fatto verrebbe smontato il Pd inventato da Romano Prodi e fortemente voluto da lui e da Veltroni.

Rodolfo Ruocco