“Il fatto non sussiste”. Archiviazione per Brizzi

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“Il fatto non sussiste”. La procura di Roma chiede l’archiviazione per Fausto Brizzi, il regista indagato per violenza sessuale dopo le denunce presentate da tre giovani donne. L’uomo era finito sotto inchiesta nello scorso mese di aprile sull’onda del caso Weinstein scatenato da Asia Argento.

Gli episodi finiti sotto indagine sarebbero avvenuti tra il 2014 e il 2017. Secondo quanto raccontato dalle ragazze, Brizzi le avrebbe molestate nel suo loft dove si erano recate per un provino. Nessun riscontro alle accuse è stato mai trovato. Le presunte violenze rivelate dalle donne ai microfoni delle Iene non sono bastate. Verso l’archiviazione, dunque, la posizione del regista.

Dopo la notizia dell’indagine la vita di Brizzi è stata rovinata per sempre. Quella privata, prima di tutto,  malgrado la vicinanza dimostrata pubblicamente dalla moglie Claudia Zanella con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera. Nonostante il linciaggio mediatico, l’attrice ha provato a tenere unita la sua famiglia e, soprattutto, a non esporre la figlia. Il tempo le ha dato ragione. I processi formulati nei salotti tv e sulle riviste di gossip non hanno intaccato il rapporto. La credibilità dei mass media italiani, invece, è crollata vertiginosamente.

Le ricadute, inutile dirlo, sono state anche di natura professionale. La reputazione di Brizzi è stata sbriciolata in un attimo. Chi prima non poteva fare a meno delle sue sceneggiature lo ha ripudiato. Decine le collaborazioni andate in fumo a causa della notizia dei presunti stupri. Una nota casa di produzione con la quale il regista lavorava da anni ha fatto uscire al cinema un film di Brizzi senza citare Brizzi. Un incredibile risvolto effetto solo di una macchina del fango che quando viene messa in moto non si ferma più.

Il caso di Brizzi è solo l’ultimo riconducibile ad un modus operandi ben radicato nel nostro Paese che difficilmente lascia scampo ai malcapitati. Basti pensare agli imprenditori, giornalisti, industriali, politici e comuni cittadini che negli anni sono stati prima accusati e – dopo essere finiti in prima pagina – archiviati o assolti. Sarebbe inutile prendersela con chi spiffera le indagini ai giornali o con chi cavalca le inchieste come fossero già sentenze. Ormai ci siamo (purtroppo) abituati. Nessuno si aspetta, inoltre, un’assunzione di responsabilità. Basterebbe, però, una presa di coscienza. Un atto dovuto in questi casi sarebbe chiedere scusa.

F.G.

Il Time premia le donne che hanno ‘rotto il silenzio’

me tooIl famoso settimanale statunitense, Time, noto per le sue copertine ha deciso di dedicare la sua copertina alle donne che hanno abbattuto il muro di omertà delle molestie sessuali. “Questo è il cambiamento sociale più rapido che abbiamo visto lungo i decenni, è iniziato con singoli atti di coraggio da parte di centinaia di donne – e anche di alcuni uomini – che si sono fatti avanti per raccontare le loro storie”, ha commentato oggi il direttore di Time Edward Felsenthal al programma Today della NBC. Lo scorso anno la copertina toccò a Donald Trump.
Il coraggio di persone che non hanno accettato l’inaccettabile, riassunte nel movimento #metoo che rappresenta le “silence breakers”, ovvero coloro che hanno rotto il muro di omertà su questo fenomeno. MeToo (anche io) è nato dopo tutto il polverone alzato dalle starlet del cinema internazionale contro il famoso produttore. L’attrice che ha iniziato questa campagna di sensibilizzazione è Alyssa Milano, coadiuvata da una sua collega della serie tv Streghe, Rose McGowan, tra le prime ad aver accusato Harvey Weinstein di molestie: lei stessa era stata attirata nella camera d’albergo del produttore cinematografico e invitata a fargli un massaggio o a osservarlo mentre faceva la doccia.
Sono cinque le donne che Time ha scelto di mettere in copertina, a rappresentanza delle tante altre che hanno trovato il coraggio di denunciare: l’attrice Ashley Judd, fra le prime a denunciare Weinstein. Susan Fowler, l’ingegnere di Uber la cui denuncia su un blog lo scorso agosto sul clima di molestie sessuali e misoginia nell’azienda portò al licenziamento del Ceo Travis Kalanick e di altri venti dipendenti. Adama Iwu, la lobbysta di Visa che ha lanciato il sito “We said enough” per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica. Taylor Swift, pop star, che lo scorso agosto ha ottenuto la condanna in tribunale del dj David Mueller, che le aveva palpato il sedere dopo un suo concerto a Denver nel 2013. E infine la raccoglitrice di fragole conosciuta come Isabel Pascual – ma non è il suo vero nome – che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato molestie sul posto di lavoro.
“La scelta di quest’anno è particolarmente nello spirito della selezione della ‘person of the year’ che Time fa fin dal 1927. Ci sono individui che ispirano il mondo e queste donne hanno spinto tutti a smettere di accettare l’inaccettabile”, ha detto ancora il direttore del Time.