Servizio Civile, pronto il bando. Bonus bus e metro, novità in arrivo

Civ Inps
APPROVATO ASSESTAMENTO DEL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato l’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018. Ne ha dato notizia una nota che ricorda come “gli organi dell’Inps hanno aggiornato il Bilancio Preventivo 2018 dell’Istituto sulla base della situazione finanziaria al primo semestre di questo anno”. “I riscontri al 30 giugno hanno permesso di registrare un contenimento del ‘rosso di bilancio’ (disavanzo) prevedibile al 31/12/2018 in 1,841 miliardi di euro con un dimezzamento in confronto alle previsioni di inizio anno. Questo risultato riflette la moderata ma positiva crescita delle ore lavorate, che hanno comportato un incremento dello 0,6% dei contributi da imprese e lavoratori del settore privato”, prosegue la nota del Civ.
I contributi Inps ammontano complessivamente a 228,794 miliardi di euro, per far fronte alle prestazioni previdenziali (pensioni al netto delle componenti assistenziali) e a quelle di protezione sociale (cassa integrazione, naspi) che necessitano di 229,461 miliardi di euro a carico del sistema solidale tra imprese e lavoratori. Il Civ sottolinea che queste attività (“cuore dei compiti dell’Istituto”), presentano quindi una previsione di disavanzo di 667 milioni di euro che potrà essere coperto da un positivo andamento della ripresa economica.
“Le prestazioni a carico del Bilancio dello Stato di carattere assistenziale o di protezione sociale fanno registrare una riduzione dello 0,9% relativa alla contrazione delle prestazioni per invalidità civile ed accompagnamento. Nonostante questi contenimenti di spesa i trasferimenti dallo Stato a questo titolo pesano sul disavanzo Inps per 621 milioni di euro”, evidenzia la nota.
Il Civ dell’Inps, nel quale sono rappresentati lavoratori e imprese, cioè i maggiori contribuenti, ha rimarcato, nell’approvare l’assestamento al Bilancio 2018, come “il disavanzo sia conseguenza, anche, di un prelievo ‘forzoso’ di 798 milioni di euro dai contributi Inps, prefigurato dalle norme della cosiddetta spending review e, quindi, destinato alle Casse dello Stato”. Un prelievo che porta alla diminuzione degli investimenti in tecnologia e innovazione e risorse umane e che alimenta, inevitabilmente, criticità organizzative e funzionali.
Grava, inoltre, negativamente la politica di cartolarizzazione del patrimonio istituzionale dell’Inps costretto, oltre un decennio fa, alla cessione delle più importanti sedi con l’obbligo, fino al 2022, di sottoscrizione di onerosi canoni di affitto. Risulta importante sottolineare, altresì, che i pensionati Inps concorrono, con il prelievo sulle pensioni, al fabbisogno del Bilancio dello Stato con un versamento annuo di oltre 56,377 miliardi di euro.
Il Civ Inps ha anche messo in rilievo che nella prossima Legge di Bilancio per il 2019 risulterà opportuno prevedere il rifinanziamento dei provvedimenti adottati negli scorsi anni per sostenere l’occupazione e gli ammortizzatori sociali. È poi urgente che le diverse amministrazioni pubbliche mettano a disposizione dell’Inps i dati dei contributi dovuti per i dipendenti pubblici affinché essi abbiano piena consapevolezza della propria storia contributiva.
Guglielmo Loy, presidente del Civ Inps, proponendo l’approvazione in via definitiva dell’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018 ha precisato che “la situazione Inps mette in mostra la possibilità di mantenere un importante ruolo dell’Istituto come soggetto di garanzia del nostro welfare. Occorre, però, una forte iniziativa del legislatore che liberi l’Inps da prelievi economici gravosi e dai vincoli che ne riducono l’efficienza e rallentano il miglioramento dei servizi verso l’utenza anche per prevenire l’eccesso di contenzioso”. Continua la nota del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps.
“Il Civ Inps è impegnato a costruire un rapporto positivo con i cittadini, le parti sociali e gli intermediari istituzionali, anche per mezzo di un forte impulso agli ‘open data’, affinché tutti possano essere partecipi delle scelte strategiche di carattere previdenziale e di protezione sociale”, afferma la nota.
“Questi dati fanno pure maggiore chiarezza, non solo sullo stato economico dell’Istituto, ma anche sulla più netta distinzione tra le uscite di carattere previdenziale rispetto a quelle, orientate dalle leggi e da scelte politiche, più strettamente assistenziali e di incoraggiamento alla crescita economica. Maggiore comprensibilità andrebbe riportata anche nel Bilancio generale dello Stato per permettere all’opinione pubblica ed ai cittadini di avere il massimo della trasparenza su un tema, quello della sostenibilità della protezione sociale, che coinvolge 40 milioni di cittadini”, conclude la nota del Civ dell’Inps.

Servizio civile
BANDO PER 50MILA VOLONTARI

Sono 53.363 i posti disponibili per i giovani tra i 18 e 28 anni che vogliono diventare volontari di Servizio Civile. Fino al 28 settembre 2018, infatti, riferisce il Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, è possibile presentare domanda di partecipazione a uno dei 5.408 progetti che si realizzeranno tra il 2018 e il 2019 su tutto il territorio nazionale e all’estero.
Nel bando nazionale sono inseriti anche i 94 progetti all’estero, che vedranno impegnati 805 volontari, e i 151 progetti ‘sperimentali’ che consentiranno a 1.236 giovani di ‘collaudare’ alcune novità introdotte dalla recente riforma del servizio civile universale. Si tratta, nello specifico, della flessibilità della durata del progetto e dell’orario di servizio; di un periodo di tutoraggio, fino a tre mesi, finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei volontari o, in alternativa, di un periodo di servizio in un altro Paese dell’Unione europea; di misure che favoriscono la partecipazione dei giovani con minori opportunità.
Quest’anno, per facilitare la partecipazione dei giovani al Bando volontari e, più in generale, per avvicinarli al mondo del servizio civile, è stato realizzato il sito dedicato www.scelgoilserviziocivile.gov.it che, spiega il dipartimento, “grazie al linguaggio più semplice, diretto proprio ai ragazzi, potrà meglio orientarli tra le tante informazioni e aiutarli a compiere la scelta migliore”.
Per consultare l’elenco dei progetti di Servizio Civile disponibili in Italia e all’Estero basta utilizzare i motori di ricerca ‘Scegli il tuo progetto in Italia’ e ‘Scegli il tuo progetto all’Estero’ collocati nella sezione ‘Progetti’ del sito ufficiale. La domanda di partecipazione e la relativa documentazione vanno presentati a mano, via pec o con raccomandata direttamente all’ente che realizza il progetto scelto entro il 28 settembre 2018 .

Economia
ARRIVA IL BONUS PER BUS E METRO

Bonus bus e metro, novità in arrivo. Le spese sostenute quest’anno per l’abbonamento a metropolitana e trasporto pubblico locale, regionale e interregionale possono essere detratte con la dichiarazione dei redditi 2019. È quanto ricorda l’Agenzia delle Entrate, via Twitter, specificando che “la legge di Bilancio 2018 ha introdotto una detrazione Irpef del 19% per le spese sostenute per l’acquisto degli abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale, su un costo annuo massimo di 250 euro”.
“L’agevolazione – si legge sul sito dell’Agenzia – riguarda sia le spese sostenute direttamente dal contribuente per l’acquisto di un abbonamento del trasporto pubblico, sia quelle affrontate per conto dei familiari fiscalmente a carico. Per le detrazioni relative all’acquisto dell’abbonamento da parte dei cittadini e dei familiari a carico dovranno essere conservati il titolo di viaggio e la documentazione relativa al pagamento”.
Inoltre, “non concorrono a formare reddito di lavoro le somme erogate o rimborsate ai dipendenti dal datore di lavoro o le spese sostenute direttamente da quest’ultimo per l’acquisto degli abbonamenti per il trasporto pubblico del dipendente e dei suoi familiari”.

Carlo Pareto

Cgia: il lavoro occasionale non decolla. Aumentano le Cooperative sociali in difficoltà

Piano di comunicazione 2018

L’INPS VICINO AI CITTADINI

Il Piano di comunicazione 2018 persegue l’obiettivo fondamentale dell’Istituto: sostenere le persone nel corso della loro vita, in un contesto socio-economico sempre più variabile e complesso e al contempo ricostruire un rapporto fiduciario con cittadini e dipendenti.

Dovrà pertanto – prosegue l’Istituto in una nota – prevalere un modello di comunicazione in cui emerga il concetto di “Inps verso i cittadini”, al fine di costruire e mantenere la fiducia dei nostri clienti. L’obiettivo generale trova conferma nella Relazione annuale del Presidente, recentemente presentata, che sottolinea l’importanza di far sapere ai cittadini che sono clienti dell’Inps, punto di riferimento di ogni persona per tutto l’arco della vita.

Per conseguire questo fine l’Inps deve necessariamente comunicare con il cittadino attraverso il criterio della multicanalità, utilizzando tutti i mezzi a disposizione per raggiungerlo ed essere raggiunto. La presenza capillare dell’Istituto sul territorio risulta di fondamentale importanza per comprendere meglio e con maggiore immediatezza le istanze dell’utente e il relativo feedback. A tale proposito il nuovo Piano pone le basi per l’avvio di un processo di misurazione del livello di efficienza ed efficacia delle attività di comunicazione attraverso la predisposizione di specifici indicatori.

Il Piano inoltre presta un’attenzione speciale alla comunicazione interna, prevedendo azioni volte a rispondere al particolare sentiment, interessi e motivazioni del personale: i primi ambasciatori di Inps  sono proprio i suoi dipendenti, che incarnano i valori e i messaggi che l’Ente di previdenza vuole promuovere verso l’esterno. E’ fondamentale pianificare le attività di comunicazione partendo da questo target strategico.

In tale contesto generale il nuovo Piano prefigura una ridefinizione delle modalità di comunicazione per sensibilizzare, coinvolgere, educare ed informare attraverso un linguaggio immediato e coinvolgente.

Nell’anno in cui l’Inps celebra i 120 anni dalla fondazione, il nuovo Piano di Comunicazione rappresenta non a caso lo strumento attraverso cui rinsaldare l’identità dell’Istituto, quale pilastro del sistema nazionale del welfare.

Cgia Mestre

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Isnet

AUMENTANO IMPRESE SOCIALI IN DIFFICOLTÀ

Dopo un lungo periodo durato 5 anni in cui il numero delle cooperative sociali in difficoltà è diminuito costantemente, passando da un 39,3% a un 15%, nell’ultimo anno si registra una inversione di tendenza, con un +4,5% di cooperative sociali in difficoltà (19,5%) e una flessione, seppur lieve, delle imprese con un andamento in crescita (dal 42% al 40% ) e stabile (dal 43% al 40,5%). E’ quanto emerge dai dati dell’osservatorio Isnet sull’Impresa sociale di recente resi noti.

Diminuiscono dell’8% anche le imprese sociali che prevedono incrementi del personale (31% del campione a fronte del 39% del 2017), anche se la maggior parte delle organizzazioni garantisce livelli di stabilità (+11,5% rispetto allo scorso anno). A conferma del valore sociale di queste imprese ad alta intensità relazionale, è significativo evidenziare che tra quelle con andamento economico stabile permane un atteggiamento fiducioso: il 78,2% delle organizzazioni prevede che l’organico resterà invariato. L’incertezza economica va di pari passo con la consapevolezza dell’importanza di avviare investimenti in innovazione. Crescono, si legge ancora nell’indagine, tutti gli indicatori legati a questo ambito (+13,7% di imprese che hanno sviluppato nuovi prodotti e servizi pari al 52,2% di segnalazioni; +8,3% che hanno identificato nuove aree geografiche in cui operare pari al 32,3% segnalazioni).

Contemporaneamente, il 94% del panel dichiara che gli obiettivi di innovazione non sono stati completamente raggiunti, e che “si sarebbe potuto fare di più”. I principali ostacoli riguardano una scarsa risposta del mercato sia pubblico che privato (43,6%, +10% rispetto lo scorso anno) e la presenza di resistenze interne al cambiamento (34%, +12,6% rispetto al 2017). Un trend che rivela un certo dinamismo dell’impresa sociale, che, tuttavia, non sempre si accompagna a una piena capacità di cogliere le opportunità.

Su questo aspetto l’Osservatorio Isnet ha realizzato, in partnership con Banca Etica, per il secondo anno consecutivo, l’approfondimento ‘Strumenti per lo sviluppo delle imprese sociali’ con un focus su impresa sociale 4.0, per conoscere l’impatto delle nuove tecnologie sulle imprese sociali. I dati – i primi in Italia – evidenziano l’importanza di accompagnare le imprese sociali su questi temi. Dei 10 aspetti considerati (robotica avanzata, nuovi materiali, sensoristica, intelligenza artificiale, stampa 3D, blockchain e moneta virtuale, veicoli che si guidano da soli, genetica e bioprinting, sharing economy, digitalizzazione dei processi), ad esclusione della ‘digitalizzazione dei processi’ e considerando solo le imprese sociali che hanno indicato “non so rispondere” o “impatto né positivo né negativo”, sono complessivamente ben il 37% gli intervistati con scarsa consapevolezza.

I valori di conoscenza e impatto positivo aumentano nel caso di organizzazioni con maggior propensione all’innovazione o per i settori di attività con ricadute elevate (ad esempio l’assistenza sociale per la robotica). Secondo Laura Bongiovanni, presidente di Associazione Isnet e responsabile dell’Osservatorio, “l’esigenza di cambiamento per l’impresa sociale suona oggi come una sorta di ‘mantra’: da più parti si invoca la necessità di diversificare sul versante profit, fare rete, innovare, cogliere le opportunità della rivoluzione 4.0; ma per cambiare non ci sono ricette precofenzionate e tantomeno, calate dall’alto”.

“Occorre partire dai ‘dati di realtà’, capire a che punto – ha continuato – sono le imprese, quali siano i tentativi intrapresi e le difficoltà incontrate. E’ partendo da questa consapevolezza che vanno avviati percorsi di accompagnamento e orientamento per ciascuno dei 10 aspetti considerati, affinché l’impresa sociale governi fin da subito le novità e le trasformazioni che verranno introdotte. Non per stravolgere ma per rimodulare il modello dell’impresa sociale in Italia, che tanti risultati positivi ha prodotto in questo trentennio, con una capacità di risposta e aderenza alle comunità e ai loro bisogni, di assoluta attualità”.

In apertura dei lavori il senatore Edoardo Patriarca ha dichiarato: “Abbiamo fatto una riforma che avrà ricadute sul Paese e auspico che tutta la parte che deve essere fatta venga attuata in tempi brevi per dare gambe e motore alla riforma. Sull’impresa sociale mi sento di affermare che rispetto alla crisi ormai decennale e devastante essa rappresenti un elemento di grande valore e contaminazione. L’Osservatorio Isnet è prezioso per monitorarla costantemente”.

Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica, ha evidenziato che “è un segnale da osservare con forte attenzione che il 67% degli intervistati abbia dichiarato di non avere interesse nei confronti delle nuove forme di capitalizzazione delle imprese sociali previste dalla recente riforma del terzo settore (crowdfunding, social lending ecc.)”. “Come rete di Banca Etica – ha aggiunto – pensiamo ci sia da fare un importante lavoro di formazione e accompagnamento alle imprese sociali che possono oggi cogliere nuove importanti opportunità. Abbiamo una quota di questo mercato ben superiore al nostro peso relativo nel sistema bancario nazionale, la sfida è quella di continuare ad essere al fianco di questa particolare tipologia di impresa per sostenere l’innovazione sociale”.

Giuseppe Guerini, presidente Cecop-Cicopa Europa, nel sottolineare l’importanza della rivoluzione 4.0, ha posto una questione cruciale: “La sharing economy è stata sviluppata nella Silicon Valley; e dove era il sistema mutualistico che sta alla base di questa filosofia? Perché il terzo settore ora sembra esserne così lontano? Ci vuole maggiore attenzione da parte del terzo settore e più slancio per agire in funzione dell’innovazione. Dobbiamo superare l’atteggiamento diffuso del ‘ma noi abbiamo sempre fatto così’. Si può anche fare in altro modo”.

Carlo Pareto

Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto

Ocse, l’Italia di adulti poco ‘digitalizzati’ e giovani Neet

neetI ministri delle politiche sociali dei 35 paesi dell’Ocse e dei paesi partner si sono incontrati oggi a Montréal per una riunione su “Politica sociale per la prosperità condivisa: abbracciare il futuro”. Le questioni trattate sono centrali: modernizzare i sistemi di protezione sociale per incorporare al meglio le persone che svolgono lavori non standardizzati, promuovere diversità e inclusione sociale per tutti, garantire a bambini e giovani pari opportunità di riuscita nella vita, integrare l’uguaglianza di genere nella progettazione e nella riforma delle politiche.
Le profonde trasformazioni in corso (tecnologiche e culturali) stanno ridisegnando il mondo del lavoro, in termini di: organizzazione, identità, appartenenza e tutele. Aumenta la quota di lavori non-standard e la relativa percentuale di lavoratori autonomi, con conseguente necessità di prevedere maggiore protezione sociale per tutti. È necessario adeguare regole e politiche pensate per un tempo ormai passato. Il lavoro autonomo può essere visto come una strategia di sopravvivenza, per coloro che non riescono a trovare altri mezzi per guadagnare un reddito, o come prova di spirito imprenditoriale e desiderio di esplorare nuovi lavori e possibilità. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi esiste una relazione negativa tra il tasso di lavoro autonomo e il tasso di disoccupazione.
Nella classifica dei Paesi Ocse e dei Paesi partner sui lavoratori autonomi rispetto al totale, l’Italia è all’ottavo posto con circa il 24% di lavoratori autonomi (media Ocse 16%).
Come sottolinea l’Ocse, sono necessarie riforme cruciali per riuscire ad adattare i sistemi di protezione sociale al nuovo mondo del lavoro. Ad esempio, i diritti dovrebbero essere collegati agli individui, piuttosto che ai posti di lavoro, in modo che siano trasferibili da un lavoro all’altro. Le opportunità di formazione dovrebbero essere ampiamente disponibili e non necessariamente collegate al proprio status lavorativo o al posto di lavoro.
Ma quanti adulti partecipano alla formazione e all’apprendimento? L’Italia è tra gli ultimi paesi, con ben il 75% delle persone tra i 25 e i 64 anni che non partecipa a corsi di formazione formali o informali.
Forme di apprendimento permanente potrebbero trovare risposta anche nelle opportunità offerte dalla digitalizzazione (i Mooc e le risorse educative aperte rappresentano importanti risorse), ma rimangono sottoutilizzate. Le nuove forme di organizzazione e di lavoro aumentano la domanda di persone con abilità matematiche, capacità di risoluzione dei problemi, competenze Ict di base, capacità relazionali e competenze trasversali.
Nei processi di cambiamento è fondamentale prestare attenzione ai gruppi più svantaggiati che tendono a restare indietro nell’uso delle tecnologie, nell’acquisizione di competenze e nell’adattamento durante la vita lavorativa.
Uno dei segmenti della popolazione dove è più evidente lo scollamento ed è prioritario agire, è quello dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Gli intensi aumenti della disoccupazione giovanile e della sottoccupazione, dovuti a ostacoli strutturali di lunga data, impediscono a molti giovani dei paesi dell’Ocse e delle economie emergenti di passare con successo dalla scuola al lavoro.
Circa 40 milioni di giovani nei paesi dell’Ocse, pari al 15% dei giovani tra 15 e 29 anni, non frequentano corsi di istruzione, impiego o formazione, i cosiddetti Neet. Due terzi di loro non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Il 40% di tutti i giovani sperimenta un periodo di inattività o di disoccupazione nell’arco di un periodo di quattro anni e per metà di essi questo periodo durerà un anno o più e può portare allo scoraggiamento e all’esclusione.
L’Italia, purtroppo, è tra le prime classificate per numero di Neet: nel 2016 erano il 25.4% (media Ocse 14%). La proporzione dei giovani Neet è aumentata considerevolmente durante la crisi. Prima del 2007 il tasso di Neet in Italia era già alto, intorno al 20%. Tra il 2007 e il 2014 ha continuato ad aumentare, raggiungendo ben il 27%. Ha registrato una modesta riduzione nel 2015 (corrispondente a quasi 2.5 milioni di Neet), rimanendo però negli anni successivi, significativamente sopra i livelli pre-crisi.
Come in altri paesi Ocse, la maggioranza dei giovani Neet (60%) non cerca nemmeno un lavoro e il fenomeno dei Neet è più diffuso fra i giovani con bassi livelli di istruzione, rispetto ai giovani più istruiti. Il tasso di abbandono scolastico resta molto elevato in Italia, dove circa il 30% degli uomini e il 23% delle donne di età compresa fra i 25 e i 34 anni non ha un titolo di studio di scuola secondaria superiore (rispetto a una media Ocse del 18% per gli uomini e del 14% per le donne). Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, il dato sui Neet si evidenzia maggiormente se incrociamo la variabile età e la variabile genere. In Italia quasi il 30% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è disoccupato o inattivo.
I contesti economici e sociali sono in rapida evoluzione e numerose sono le sfide da affrontare per andare verso una crescita inclusiva. Quella canadese rappresenta un’occasione importante per pensare il futuro e programmare delle buone politiche.
Tuttavia, nonostante lo spread Bpt-Bund salito a 134-140 punti ed il ritardo dell’Italia nell’Eurozona, l’economia italiana è in ripresa.
Nei primi tre mesi dell’anno, lo dimostra il pieno di utili per le maggiori aziende del Paese come Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Generali, Eni, Enel, Fiat Chrysler, Poste, Carige, Mediobanca.
Per molte di queste, i dati di bilancio sono andati oltre le previsioni degli analisti, raggiungendo ricavi e utili record (Mediobanca), altre hanno potuto completare il percorso di risanamento.
Se le aziende ridono, molti lavoratori piangono. Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo). Apprendiamo dall’Inps, in un messaggio per ricordare che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.
Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti (importi inferiori ai limiti di sopravvivenza).
Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.
Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Il disagio sociale non diminuirà con gli utili delle aziende, perchè gli utili prodotti, molto probabilmente, verranno reinvestiti per produrre altri utili e non per creare nuova occupazione. Anzi, a seguito dei nuovi investimenti potrebbe essere necessario l’impiego di un minore numero di lavoratori.
Si pone, dunque, il problema di una politica sociale per l’occupazione e per la distribuzione della ricchezza. Compito che storicamente è politicamente appartiene al socialismo riformista. Le problematiche sociali hanno cambiato aspetto, ma sono rimaste fondamentalmente immutate nella loro natura esistenziale.

Reddito di cittadinanza in Finlandia già archiviato

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Il cavallo di battaglia elettorale del M5S, in Italia è ancora sul tavolo della politica per gli sviluppi futuri. Altrove, l’introduzione di una forma di reddito di cittadinanza è un’idea che sta per essere archiviata da chi ha già provato a metterla in pratica. Aveva destato molta curiosità a livello internazionale il progetto pilota lanciato dalla Finlandia nel 2017. Un piano biennale che alla sua scadenza a fine 2018 non sarà rinnovato. Ancora non sono chiari i motivi tecnici. Un rapporto ufficiale sul progetto verrebbe pubblicato non prima dell’anno prossimo, ma, intanto, il governo finlandese vuole esplorare altre forme di welfare in sostituzione del reddito di cittadinanza.

Il ministro finlandese delle finanze, Petteri Orpo, sui media locali, ha parlato in particolare di introdurre un ‘universal credit’ analogo a quello impiegato in Gran Bretagna: un meccanismo che unifica, semplificandoli, tutta una serie di sostegni e bonus fiscali. Nel progetto pilota di reddito di cittadinanza  sono coinvolti 2.000 finlandesi senza lavoro che ricevono circa 690 dollari al mese in sostituzione dei sussidi di disoccupazione, senza alcun vincolo. Anche se trovassero un impiego, manterrebbero comunque l’assegno. I partecipanti, di età compresa tra 25 e 58 anni, sono stati selezionati dalla Kela (l’istituto di  previdenza sociale finlandese).

Il piano iniziale prevedeva di espandere l’esperimento, a inizio 2018, e coinvolgere anche chi già ha un lavoro. Questo però non è successo. Per la delusione dei ricercatori della Kela, che avrebbero voluto studiare l’impatto sociale di un reddito di cittadinanza universale, sistema in cui una somma di denaro è destinata a tutti, per il semplice fatto di essere vivi.

Un’idea che negli ultimi tempi ha visto un sostegno crescente da figure di spicco della Silicon Valley, come il patron di Tesla e SpaceX Elon Musk o il cofondatore di Facebook Chris Hughes. Imprenditori preoccupati dagli sconvolgimenti per lavoratori e consumatori derivanti dall’avvento della robotica, che peraltro loro stessi stanno in buona parte favorendo. Molti partecipanti al progetto finlandese hanno riferito di un calo nei livelli di stress dopo l’inizio dei pagamenti ma i ricercatori denunciano che la durata troppo breve del programma impedirà loro di trarre conclusioni definitive sui suoi effetti.

L’idea del reddito di cittadinanza era sostenuta dal 70% dei finlandesi, secondo un sondaggio pubblicato da Fortune. La percentuale, però, è crollata al 35% quando agli intervistati è stato spiegato che le tasse già altissime del Paese sarebbero aumentare per coprire il costo del programma.

In Italia esistono già il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito e la riforma dei centri per l’impiego, ma non il reddito di cittadinanza. Ci sono la semplificazione fiscale e la riforma del processo tributario, ma non la flat tax. Ci sono assunzioni nelle forze dell’ordine, ma nessun giro di vite sull’immigrazione.

La relazione consegnata dal professor Giacinto della Cananea a Luigi Di Maio, frutto del lavoro del comitato di esperti incaricato dal M5S per l’analisi scientifica dei programmi, contiene uno schema in dieci punti che il Movimento potrebbe siglare con la Lega o con il Pd per formare il cosiddetto ‘esecutivo del cambiamento’, sterilizzando le reciproche divergenze. L’obiettivo: “Tutelare un insieme di interessi collettivi, al servizio del nostro Paese”.

Il documento contiene un avvertimento: “Le divergenze, che si sono ampiamente manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello Stato, all’interno e all’estero, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”. Su Europa, pensioni e giustizia penale le posizioni dei tre partiti sono molto lontane. È, dunque, soltanto pagando il prezzo dell’addio ai rispettivi cavalli di battaglia che si può immaginare una piattaforma comune. L’operazione tentata dal documento, che alle divergenze dedica due pagine scarse su 28, offre invece una sinossi molto pragmatica delle convergenze possibili. Le priorità del Paese sono state sintetizzate in dieci punti: giovani e famiglie, lotta a povertà e disoccupazione, contrasto agli squilibri territoriali, sicurezza e giustizia, difesa del Servizio sanitario nazionale, imprese e innovazione, fisco, infrastrutture, amministrazione efficiente e trasparente.

La data ultima fissata per consegnare la relazione era il 30 aprile, ma il M5S ha preferito accelerare e scoprire la carta del confronto sui temi proprio all’inizio della scorsa settimana, dopo che il Presidente della Repubblica ha conferito il mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico. Così i pentastellati cercano di giocare d’anticipo, anche per rivendicare il ruolo propositivo che hanno cercato di ritagliarsi sin dal 5 marzo e soprattutto per convincere i due fronti, quello ben avviato ma fermo della Lega e quello tutto da aprire del Pd, a dialogare sui programmi, concentrandosi sulle sintonie.

Della Cananea, docente di diritto amministrativo a Tor Vergata, ha chiamato a comporre il comitato altri cinque “esperti indipendenti”: Elena Granaglia e Fabio Giulio Grandis (Roma Tre), Leonardo Morlino (Luiss), Gustavo Piga (Tor Vergata) e Andrea Riggio (Università di Cassino). Angela Ferrari Zumbini, dell’ateneo Federico II di Napoli, ha fornito al comitato un supplemento d’indagine sull’accordo di coalizione recentemente siglato in Germania.

La proposta del contratto per il programma di governo del M5S parte da una garanzia: il rispetto degli impegni assunti in sede europea e internazionale. Ma viene chiarito: “l’esecutivo sarà fermo nel pretendere il rispetto dell’eguaglianza tra gli Stati che fanno parte dell’Unione e nell’esigere, per tutti e in ogni caso, l’assolvimento degli obblighi di solidarietà. Si farà promotore di iniziative innovative, per esempio per quanto concerne il regolamento di Dublino. Terrà fede agli impegni assunti in sede atlantica, nel quadro di una piena condivisione dei fini e dei mezzi”. Sulla riforma dell’Unione, la bozza di intesa ritiene indifferibile la razionalizzazione delle sedi dell’Europarlamento, la revisione del bilancio dell’Unione e soprattutto un contributo attivo dell’Ue sugli investimenti: “Non vi sono ragioni per cui le istituzioni dell’Unione non assecondino l’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, di cui l’Italia ha bisogno per partecipare appieno all’integrazione più stretta in Europa”.

In materia di aiuti alle famiglie, lo schema di accordo insiste sull’espansione della rete dei servizi per la prima infanzia e del sostegno monetario al costo dei figli, sulle politiche di conciliazione, sulla promozione dei valori della convivenza civile a scuola. La ricetta per ridare fiato all’occupazione e contrastare la povertà passa per il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito (ma non si specifica quali) e la riforma dei centri per l’impiego. Altrettanto prioritario è combattere gli squilibri territoriali, agendo su più fronti: sicurezza e legalità da un lato, infrastrutture dall’altro. Qui lo schema di contratto cita “il recupero dell’originaria vocazione delle istituzioni pubbliche, come la Cassa depositi e prestiti, chiamate a sostenere le opere di interesse collettivo e una più efficace gestione dei fondi europei attraverso meccanismi di incentivi e disincentivi”.

Per le Pmi è previsto un disegno di legge annuale da presentare alle Camere entro il 30 giugno di ogni anno. Sarebbe questa la proposta principe per le imprese, che dovrebbe servire a ridurre gli oneri amministrativi, fiscali e parafiscali che gravano sulle attività economiche e che tutte e tre le forze politiche prese in esame segnalano come target da centrare. Le azioni concrete da promuovere sarebbero la digitalizzazione, l’abolizione delle imposte sui negozi sfitti e sui fabbricati destinati alla produzione di beni e servizi di commercianti, artigiani e piccole e medie imprese, varo di un piano per la formazione e l’istruzione universitaria necessario a far nascere nuove figure professionali adeguate alla quarta rivoluzione industriale. Sul fronte creditizio, si propone un diverso trattamento fiscale tra banche d’affari e banche commerciali per favorire queste ultime. Sull’agricoltura, infine, si guarda al modello “multifunzionale”, con la tutela del paesaggio, una strenua difesa del made in Italy, interventi sulle filiere per tutelare il reddito degli agricoltori.

Il capitolo sulle infrastrutture è accompagnato dallo slogan: “Un Paese da ricostruire”. Investimenti pubblici mirati “non sono più differibili”: impiego tempestivo di 5,7 miliardi già disponibili per le comunicazioni elettroniche e mobilitare altre risorse, “una volta scorporate dalla spesa pubblica rilevante ai fini dei criteri stabiliti dall’Unione europea”. Interventi condivisi dalle parti riguardano l’edilizia carceraria, scolastica e universitaria, le infrastrutture relative al gas, la transizione energetica, il potenziamento di accessibilità degli scali e delle banchine nei porti. Lo schema di contratto prevede inoltre la creazione di un’unica cabina responsabile per la strategia relativa al digitale che sostenga lo sviluppo della banda ultralarga, ampliando la gamma delle applicazioni verticali del 5G con aree di eccellenza nazionale, dal cibo al vino. Sull’ambiente la scommessa è su mobilità sostenibile, green economy, transizione energetica e decarbonizzazione, punti presenti nei programmi di tutti e tre i partiti, come l’impegno su rifiuti e contro il consumo di suolo e dissesto idrogeologico.

In materia di “fisco” l’accordo proposto dal comitato di esperti si sviluppa lungo due direttrici: da un lato ripensare l’impostazione complessiva dell’amministrazione fiscale, digitalizzando i processi di liquidazione e di pagamento delle imposte; dall’altro lato riformare il processo tributario, rigettando norme e prassi che implicano un’inversione della prova a carico del contribuente e garantendo al giudice terziarietà, professionalità e autonomia. L’esigenza di ricalibrare la pressione fiscale è accennata, ma non si fa alcun riferimento agli strumenti. La ragione è semplice da intuire: sono un rebus che divide i partiti. La flat tax indicata di nuovo ieri da Matteo Salvini come “il principio giusto per far ripartire economia, produzione e consumi” resta distante dalla riforma Irpef elaborata dai Cinque Stelle. Uniformi, invece, le vedute sulla Pa: rivedere la formazione del personale, investire sul capitale umano, semplificare, digitalizzare.

Insomma, sono ancora ampie le divergenze tra le tre principali forze politiche presenti in Parlamento. Bisognerà attendere il summit del Pd per comprendere la fattibilità della mediazione di Fico per la formazione di un nuovo governo.

Roma, 29 aprile 2018

Salvatore Rondello

WeWorld: uno scatto sulle politiche inclusive

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Ieri, 18 aprile, a Roma alla Farnesina è stato presentato il WeWorld Index 2018, lo strumento, giunto alla sua quarta edizione, che serve a valutare il progresso di un paese attraverso l’analisi delle condizioni di vita dei soggetti più a rischio di esclusione come bambine, bambini, adolescenti e donne.

La classifica presentata quest’anno include 171 nazioni e sono ben diciassette gli ambiti analizzati dal rapporto che vanno dall’ambiente all’alimentazione, dal lavoro alla violenza familiare. L’Italia, con 59 punti, ricopre la ventisettesima posizione, perdendone ben nove rispetto a 2015, e passando, in tal modo, dalla lista dei paesi con inclusione “buona” a quella con inclusione “sufficiente” e registrando, purtroppo, la performance peggiore tra i paesi dell’Unione Europea.

Il peggioramento dell’Italia riguarda, in particolare, la povertà educativa ereditaria: per un figlio di genitori non laureati c’è l’8% di probabilità di laurearsi, percentuale che cresce fino al 68% per quei giovani studenti con almeno un genitore in possesso di laurea. Inoltre, la dispersione arriva alle soglie del 20% in quei contesti più poveri, come in alcune realtà territoriali della Sicilia, della Campania e della Sardegna, laddove la media nazionale raggiunge il 13%.

Un’ulteriore considerazione derivante da questi dati: la condizione economica incide pesantemente sulla prospettiva educativa e scolastica dei bambini, con il dato che i maschi sono più a rischio abbandono e le femmine non indirizzate e valorizzate verso alcuni indirizzi formativi come le scienze, la tecnologia e la matematica.

Il rapporto fornisce, per fortuna, anche delle possibili soluzioni ai problemi evidenziati su scala internazionale: investire nell’istruzione – così come sostanziato da uno studio dell’Unesco – da i suoi frutti in quanto, con un accesso generale alla scuola, il numero dei poveri nel mondo scenderebbe di 400 milioni di unità, passando da 780 a 300 milioni.

Da socialista convinta mi chiedo e, soprattutto, chiedo ai nostri sempre meno numerosi compagni riformisti, quando decideremo di lottare e sostenere concretamente un serio percorso di riforma formativa: l’educazione culturale viene prima dello sviluppo economico perché lo sviluppo umano è il potenziale principale dello sviluppo economico stesso!

In questa spirale regressiva le donne pagano, ancora una volta, il prezzo più alto e, allora, mi chiedo chi vorrà, dopo tante apologie e manifestazioni di stereotipe solidarietà, per davvero impegnarsi a costruire un percorso che possa far fare all’Italia uno scatto in avanti visibile in tema di promozione di politiche inclusive per i bambini e per le donne?

La campagna elettorale è finita, le affabulazioni non trovano più spazio, bisogna approntare il DEF e predisporre le linee guida del prossimo bilancio e fino ad ora la spesa pubblica italiana, con il suo scarso 4%, rimane al di sotto della media europea in tema di investimenti per l’istruzione pubblica: questo è un vero guanto di sfida su cui misurarsi per produrre politiche inclusive e concrete politiche di sostegno ad un rinnovato ed attento welfare sociale.

Noi ci siamo: chi è con noi?

Maria Rosaria Cuocolo

Segreteria Nazionale PSI – Responsabile Nazionale Parità di Genere

Caregiver, l’assistenza fai da te è spesso obbligata

anzianiIn Italia ci sarebbero oltre 5 milioni di caregiver familiari, persone che si occupano direttamente, in casa, dell’assistenza ad un parente bisognoso di cure. Quella dell’assistenza fai da te è una scelta spesso obbligata: in sei casi su dieci, infatti, le cure domestiche dirette, senza l’aiuto di una figura esterna, sono le uniche economicamente sostenibili.

Il dato emerge da un’indagine condotta da Swg su un campione di 3mila persone in occasione della settimana della buona salute 2018, la campagna di sensibilizzazione per l’invecchiamento attivo promossa dal sindacato dei pensionati autonomi Fipac Confesercenti. Quest’anno la settimana, che prevede come sempre un ricco carnet di attività sul territorio, iniziata oggi per concludersi domenica 22 aprile, è idealmente dedicata al tema dell’assistenza.

Complessivamente, un cittadino su sette deve farsi carico di seguire, in vario modo, una persona con rilevanti problemi di assistenza. Il dato è volutamente di natura generale per non entrare nel privato delle persone ma riguarda l’insieme dei problemi posti dalle persone non autosufficienti, in toto o parzialmente, per anzianità o disabilità, dai cronicizzati, da invalidità a temporalità medio-lunga. Si tratta, pertanto di una platea di circa sette milioni di cittadini, dato di riferimento e con delle variazioni nel tempo. Queste persone hanno problemi differenziati e di varia intensità ma richiedono attenzione e un’azione di cura. Il dato che emerge dall’indagine è leggermente superiore alle cifre ufficiali su questa realtà che, però, non tengono conto degli aspetti a temporaneità protratta e di situazioni particolari che richiedono comunque forme di assistenza. Occorre anche osservare che il crescente invecchiamento della popolazione rende continuamente più ampia la platea degli interessati da necessità di cura: spesso, a loro volta, si tratta di persone anziane e prive delle risorse economiche necessarie.

Come segnalato, infatti, l’alta incidenza dell’assistenza familiare diretta, scelta dal 71% dei prestatori di cure, è dovuta nel 59% dei casi a motivazioni di tipo economico. Pesa, però, anche una certa preferenza per le cure domestiche: il 32% degli assistenti familiari, infatti, ammette di seguire personalmente il proprio parente perché preferisce non affidarne la cura ad estranei. Una scelta dettata da fattori culturali, ma anche da una diffusa sfiducia nelle strutture private, di cui si avvale solo il 4%. Basso anche il ricorso al pubblico (4%), ma c’è una quota di circa 200mila persone che segnala la mancanza di disponibilità nelle strutture del proprio territorio.

Tra chi può permetterselo, invece, si consolida la preferenza per le badanti: il 16% le impiega, per un esercito di circa un milione di addetti all’assistenza, uno su tre (il 35%) in servizio per oltre 18 ore a settimana. Anche la ricerca della badante è improntata al ‘fai da te’: il 72% ottiene il contatto attraverso il passaparola, mentre il 12% tramite lo sportello comunale o un’altra struttura pubblica. Il 9% si avvale dell’aiuto di associazioni e cooperative sociali, mentre il 5% attraverso la comunità religiosa.

Il presidente di Fipac, Sergio Ferrari, ha spiegato: “L’aumento dell’aspettativa di vita ed il progressivo invecchiamento della popolazione richiedono un maggiore sostegno per il settore del lavoro domestico, da parte della politica. Da tempo come FIPAC proponiamo la deducibilità di questo tipo di assistenza. Oggi gli incentivi per assumere legalmente un lavoratore domestico sono ancora troppo scarsi. L’offerta di un vantaggio fiscale apprezzabile potrebbe indurre anche 350-400 mila famiglie a regolarizzare i rapporti sommersi, con notevoli benefici anche in termini occupazionali. Abbiamo esempi virtuosi di questo tipo di politiche sociali in paesi europei come Francia e Germania: potremmo prenderne spunto e organizzare una coalizione di forze a sostegno di proposte che possono essere messe a punto tra chi è interessato”.

Tale problematica esistenziale, in realtà, interessa tutti i cittadini che durante il percorso di vita, o per disabilità temporanea causata da malattie o per patologie croniche invalidanti parzialmente o totalmente. L’onere di tale assistenza fatta da un familiare a persone che non hanno il riconoscimento di invalidità dalla legge 104, attualmente, è a totale carico delle famiglie. Sarebbe giusto una forma di assistenza, di solidarietà umana e sociale per compensare tali oneri. Insomma, rispetto alla problematica evidenziata, c’è una carenza normativa che necessita di essere affrontata non solo per fare emergere il sommerso ma per rendere giustizia sociale. Il Partito socialista ha tutte le competenze necessarie per presentare in tal senso un disegno di legge, dimostrando di continuare ad essere una presenza politica dal volto umano vicina alle esigenze dei cittadini.

Salvatore Rondello

Entro il 10 aprile versamenti all’Inps per colf e badanti. Quanto costa il reddito di cittadinanza

Inps

ENTRO IL 10 APRILE IL VERSAMENTO ALL’INPS

È scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro martedì 10 aprile prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al primo trimestre (gennaio – marzo 2018). Nella consapevolezza che la riforma Fornero ha introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.

Le novità contributive.

Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.

Il contributo addizionale

Ma la vera novità anche di questo 2018 rimane sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Inoltre, a partire dal 1° gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.

Retribuzione

Sul fronte della retribuzione sono in vigore i nuovi minimi per il 2018, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, i minimi sono stati aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.

Il versamento

La corresponsione dell’obbligo assicurativo essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi: 1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche. 2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito; 3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione; 4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Si ricorda per ogni opportunità che qualunque sia la modalità scelta, segnalando il codice fiscale del datore di lavoro e il codice rapporto di lavoro, è proposto l’importo complessivo per il trimestre in scadenza, calcolato in base ai dati comunicati all’assunzione o successivamente variati con l’apposita segnalazione. I dati esposti (ore lavorate, retribuzione, settimane) e il conseguente importo, determinato automaticamente, possono sempre essere modificati: – dichiarando i dati da sostituire all’operatore, se la corresponsione avviene tramite Reti Amiche o Contact Center; – facendo ricorso alla procedura a disposizione sul sito Internet per corresponsioni online o per generare un nuovo Mav stampabile. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro 1,51 (0,35) 1,51 (0,35)

da 7,97 euro fino a 9,70 euro 1,70 (0,40) 1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro 2,07 (0,49) 2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali 1,10 (0,26) 1,10 (0,26)

(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 2° trimestre 2016 (periodo aprile – giugno 2018), sarà per il 10 luglio prossimo.

Gli altri adempimenti

L’appuntamento trimestrale con i contributi Inps o quello mensile con la busta paga non è l’unica incombenza cui sono tenute le famiglie che utilizzano personale domestico. Dalla tipologia del contratto da scegliere alla sua risoluzione, dalla retribuzione alla corretta gestione delle ferie, dei permessi e delle malattie fino al trattamento di fine rapporto sono infatti tante le questioni da affrontare e gestire.

Welfare

QUANTO COSTA IL REDDITO DI CITTADINANZA

Non chiamatelo reddito di cittadinanza, costerebbe oltre 100 miliardi di euro. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. La selezione è stata fatta, si spiega, includendo ”tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”. Dalle indicazioni fornite si può immaginare, di conseguenza, che la proposta dei grillini si potrebbe collocare a metà tra il ‘salario minimo garantito’ e il ‘reddito minimo garantito‘.

Qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece sta ad indicare un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone. Ma gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane nel 2016 è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Economia

CROLLA IL LAVORO STABILE

Gli ultimi quattro anni, dall’inizio del 2014 alla fine del 2017, hanno visto una crescita dell’occupazione, ma solo un recupero parziale delle ore lavorate. E’ quanto emerge dal nuovo rapporto sulla qualità del lavoro della Fondazione Giuseppe di Vittorio, Fdv Cgil.

“Questo – si legge nello studio – è strettamente collegato al carattere dell’occupazione: a dispetto dei proclami che hanno accompagnato il Job Act e l’introduzione del contratto a tutele crescenti, infatti, dal 2015 al 2017 il numero di assunzioni a tempo indeterminato è crollato dai 2 milioni del 2015 (anno dell’esonero contributivo per 36 mesi), ad 1 milione 176mila del 2017 (-41,5%) a fronte di un notevole incremento delle assunzioni a termine (da 3 milioni 463mila del 2015 a 4 milioni 812mila del 2017, pari a +38,9%). La variazione netta totale (attivazioni-cessazioni) nei 12 mesi (gennaio-dicembre) del numero di rapporti di lavoro a tempo indeterminato è passata così da +887mila del 2015 a -117mila del 2017; contestualmente, la variazione netta dei rapporti a termine, negativa nel 2015 (-216mila) è tornata positiva nel 2016 (+248mila) ed è arrivata nel 2017 a +537mila”.

Nel rapporto si rileva come il rapporto a termine non sia, “nella grandissima maggioranza dei casi, una scelta del lavoratore, ma una soluzione imposta. La nuova occupazione a termine, peraltro, è sempre più part-time. Circa la metà dell’incremento delle assunzioni a termine registrato tra il 2015 e il 2017 (+1 milione 349mila), infatti, è imputabile a rapporti a tempo parziale (+689mila): nel 2015 le assunzioni con contratti a termine part-time sono state 1 milione 248mila e nel 2017 sono salite a 1 milione 937mila (+55,2%).

Record occupati in area disagio, superano 4,5 mln – Dal rapporto emerge inoltre il record di occupati in area di disagio: sfondano i 4,5 milioni. L’area del disagio – formata dagli occupati in età compresa tra 15 e 64 anni che svolgono un’attività di carattere temporaneo (dipendenti o collaboratori) perché non hanno trovato un’occupazione stabile (temporanei involontari) oppure sono impegnati a tempo parziale (anche autonomi) perché non hanno trovato un’occupazione a tempo pieno (part-time involontari) – continua a crescere e conta nei primi nove mesi del 2017 il numero record di 4 milioni e 571mila persone (di cui 2 milioni 784mila temporanei involontari e 1 milione 787mila part-time involontari). Rispetto ai primi nove mesi del 2013, nell’arco degli ultimi 4 anni, l’aumento dell’area è stimato nell’ordine di +465mila persone, pari a +10,2%.

Il tasso di disagio – rapporto tra l’area del disagio e la totalità degli occupati in età 15-64 anni – è in sensibile aumento dal 2013 e nel 2017, dopo una modesta flessione circoscritta al 2016, si è attestato al 20,4% (media dei primi tre trimestri dell’anno).

Ore lavorateIl numero di ore lavorate, rispetto al primo trimestre 2008, risulta ancora nettamente sotto il picco pre-crisi (-5,8%) pari a 667 milioni di ore lavorate in meno, come anche il numero di unità di lavoro (-4,7%), pari a quasi 1,2 milioni di Ula in meno rispetto al primo trimestre 2008 e occupati -1,2%.

Oltre all’Italia, anche Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda presentano nel quarto trimestre 2017 un numero di ore lavorate inferiore rispetto al numero registrato nel primo trimestre del 2008. Ma anche nei Paesi dove l’occupazione ha superato i livelli pre-crisi, l’incremento delle ore lavorate è meno consistente di quello delle persone occupate.

Nel 2017 in Italia il ricorso agli ammortizzatori sociali è tornato sui livelli del 2008, così come il numero degli occupati è ormai prossimo a quello relativo allo stesso periodo: anche prendendo in esame i dati relativi alla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro, nel quarto trimestre 2017 il numero di occupati è dello 0,34% inferiore al periodo pre-crisi. Il tasso di occupazione, che risente anche del contestuale aumento della popolazione in età lavorativa, si attesta nel quarto trimestre 2017 al 58,1%, sette decimi di punto sotto il livello raggiunto nella prima metà del 2008. Ma nonostante il recupero in termini di occupati, la quantità di lavoro – espressa in termini di ore lavorate e di unità di lavoro a tempo pieno – è nettamente inferiore al livello pre-crisi.

Carlo Pareto

Stretta sui furbetti, 45 licenziati nella pubblica amministrazione

Inps

PARTONO PAGAMENTI REDDITO D’INCLUSIONE

I primi pagamenti per il reddito di inclusione, la misura introdotta per il contrasto alla povertà, sono cominciati a partire dal 27 gennaio scorso. Lo ha fatto sapere l’Inps annunciando a breve un report sui numeri delle persone che lo hanno chiesto e sulle domande accolte. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ribadendo l’innesto di seicento persone nei centri per l’impiego per occuparsi delle famiglie che avranno il Rei e che dovranno essere inserite in un progetto di occupabilità, ha confermato che già “dalla fine di gennaio le persone che hanno avuto certificato il diritto ad avere il Rei lo hanno iniziato a ricevere”.

Cos’è il Rei

La circolare 172 illustra le disposizioni previste dal Decreto legislativo 147 del 2017, per l’introduzione a decorrere dal 1° gennaio 2018 della nuova misura di contrasto alla povertà denominata Reddito di inclusione (Rei).

Quest’ultima viene concessa ai nuclei familiari in condizioni economiche fortemente disagiate ed è composta da un beneficio economico e da una componente di servizi alla persona; quest’ultima si concretizza nel cosiddetto “progetto personalizzato”, realizzato a seguito di una valutazione del bisogno del nucleo familiare. Il progetto è definito attraverso la partecipazione del nucleo familiare, che deve essere coinvolto anche nel monitoraggio e nella valutazione del progetto stesso. Il progetto prevede l’individuazione, sulla base della natura del bisogno prevalente emergente, di una figura di riferimento, che ha il compito di curarne la realizzazione e il monitoraggio.

Il beneficio viene erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “Carta Rei”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione Dsu dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.

La domanda di Rei deve essere presentata presso i comuni o altri punti di accesso, sulla base dell’apposito modello di domanda predisposto dall’Inps. I comuni comunicano all’Istituto, entro quindici giorni lavorativi dalla data della richiesta del Rei, le informazioni contenute nel modulo di domanda. L’Inps, a sua volta, verifica, il possesso dei requisiti per l’accesso al Rei, sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate.

In caso di esito positivo delle verifiche di competenza dei comuni e degli ambiti territoriali, nonché delle verifiche effettuate dall’Istituto, il Rei è riconosciuto dall’Inps condizionatamente alla sottoscrizione del progetto personalizzato.

Per l’attuazione, il monitoraggio e la valutazione del Rei è responsabile il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Per agevolarne l’attuazione, il decreto 147 istituisce anche un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.

Il decreto 147 ha inoltre riordinato le altre prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto alla povertà (Sia, Asdi e carta acquisti).

La Circolare descrive nel dettaglio i destinatari, i requisiti, le modalità e i termini per la presentazione delle domande.

Il messaggio 4636 fornisce agli enti preposti le specifiche tecniche per l’inoltro delle domande all’Istituto con apposito servizio telematico, che verrà a breve rilasciato sul portale istituzionale.

Gianni Geroldi

LEGGE FORNERO: SI ALLA FLESSIBILITA’ NO ALL’ABOLIZIONE

“Impossibile abolire la legge Fornero perché bisognerebbe trovare una copertura finanziaria di dimensioni insostenibili”. Così Gianni Geroldi, economista esperto di materia previdenziale (è stato consigliere economico di diversi ministri del Lavoro e componente del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale, ora chiuso, che aveva il compito proprio di monitorare la spesa pensionistica), ha commentato con Labitalia quello che sta diventando uno dei temi portanti della campagna elettorale: l’abolizione della legge Fornero.

“Quando si parla di pensioni – ha spiegato Geroldi – il costo da calcolare di un’eventuale revisione o abolizione del sistema in vigore, non è mai solo quello dell’anno corrente, ma quello dato dalla sommatoria di anni. C’è poi la questione fondamentale: ossia che le persone in pensione sono sostenute da quelle che lavorano. Le misure statistiche si riferiscono convenzionalmente a una popolazione in età da lavoro tra i 15 e i 64 anni. Ma questi confini nella realtà sono stati modificati: si può fissare una prima data di entrata nel lavoro convenzionalmente a 20 anni così come si è spostata la data di uscita”.

La critica che fanno alcuni ai calcoli sui fabbisogni economici per la spesa previdenziale è che le stime sono fatte sulla situazione attuale e senza considerare l’aumento (prevedibile e auspicabile) del tasso di occupazione.

“Guadagnare punti in tasso di occupazione – ha replicato Geroldi – dà certamente vantaggi alla previdenza e anche e soprattutto al sistema di protezione sociale, di cui si parla poco, ma che ha costi notevoli. Tuttavia, la ‘compensazione’ tra ingresso di nuovi occupati e anticipo di età pensionistica è molto lontana. Così come, per reperire risorse, non si può certo aumentare l’aliquota contributiva previdenziale, già molto alta nel nostro Paese”.

“Ma se continua l’aumento di occupati che abbiamo cominciato a registrare nel nostro paese –ha proseguito Geroldi – si può ipotizzare un alleggerimento del carico contributivo sul lavoro, riducendo il cosiddetto cuneo fiscale”.

Geroldi ha inoltre ricordato che “la legge Fornero è stata varata in un momento di emergenza e sotto la spinta di pressioni internazionali, per questo è una misura rigida che però ha già cominciato a essere resa più flessibile, come dimostra l’accordo siglato dal governo Gentiloni coi sindacati sulle categorie che non saranno soggetto all’adeguamento automatico dell’età di pensione all’aspettativa di vita”.

“E mi pare che su questa strada, di rendere meno rigide le regole di uscita, si stiano avviando anche Pier Carlo Padoan e alcune dichiarazioni della stessa Fornero”, ha detto Geroldi che ha rammentato: “Quando nel 1995 abbiamo cominciato a mettere mano al sistema previdenziale con la riforma Dini, la media dell’età di uscita dal lavoro era di 51 anni. Ci ponemmo l’obiettivo (che allora sembrò ambiziosissimo) di portarla a 60, stabilendo un range di uscita nella fascia di età 57-65 anni”.

“Ragionavamo, insomma, su una fascia di età 50-60 anni e portare la gente ad andare in pensione a 60 anni era sì un obiettivo ambizioso, ma ragionevole. Oggi, invece, si ragione sul decennio 60-70 anni, in cui oggettivamente la quota di coloro che hanno difficoltà a continuare il loro lavoro aumenta”, ha osservato Geroldi.

Per questo, ha riaffermato, “occorre più flessibilità in uscita, anche perché oramai chi ha il vecchio sistema retributivo è una quota in via di estinzione, chi ha un sistema misto pian piano vedrà adeguarsi la prestazione al contributivo e quindi quando tutti saranno con il contributivo, che è concepito come una sorta di conto individuale con cui ognuno si paga la pensione, l’età anagrafica avrà importanza solo ai fini dell’adeguatezza dell’assegno pensionistico”. Occorre, dunque, andare avanti nella strada di individuare categorie cui dare l’opportunità di essere ‘flessibili’, ha rimarcato il professore.

Ci sono, però, settori di lavoratori penalizzati dalla riforma Fornero: le donne, i giovani a basso salario, chi ha una carriera lavorativa discontinua. “In questi casi – ha proposto Geroldi – piuttosto che pensare di dare a tutti un minimo di 1.000 euro come propone Berlusconi (cosa che creerebbe una discriminazione nei confronti di quei tanti pensionati che 1.000 euro li percepiscono dopo aver versato una vita di contributi), meglio fare quello che gli inglesi chiamano matching contribution”.

Si tratta, ha spiegato l’economista, di “un sostegno pubblico ai contributi individuali, dato durante la carriera”. “L’ampliamento dei contributi entra direttamente nel conto personale – ha sottolineato – ed è stabile, non soggetto a leggi o regole che possono cambiare. E’ una dote individuale che costituisce anche un forte incentivo all’emersione del lavoro nero”.

Uno dei vantaggi di questa misura, ha concluso Geroldi, “è che questi soldi escono realmente dalle casse dello Stato solo al momento in cui il lavoratore va in pensione”.

Stretta sui furbetti

45 LICENZIATI NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Quasi cinquanta ‘furbetti del cartellino’ sono stati espulsi da quando è entrato in vigore il decreto Madia, ovvero dal luglio del 2016. Dai dati raccolti dal ministero della Pubblica amministrazione, sulla base delle nuove regole 45 sono stati i licenziamenti e due sono i procedimenti in standby, aspettando la sentenza penale.

Lavoro

PER 6 SU 10 MEGLIO IL WELFARE DELL’AUMENTO DI STIPENDIO

Sei lavoratori su dieci preferiscono che l’azienda li ‘premi’ con servizi di welfare, come polizze sanitarie o convenzioni per gli asili nido, piuttosto che con aumenti ‘secchi’ di stipendio. A rilevarlo è un’ndagine condotta da Censis-Eudaimon. “Di fronte alla possibilità di trasformare quote premiali della retribuzione in prestazioni di welfare, il 58,7% dei lavoratori – oltre la metà – si dice favorevole, il 23,5% è contrario e il 17,8% non ha una opinione in merito”, si legge nella sintesi del rapporto, il primo in materia.

Tuttavia, denuncia lo studio, “solo il 17,9% dei lavoratori italiani ha una conoscenza precisa di cos’è”. Eppure, viene stimato, “a regime si può stimare in 21 miliardi di euro il valore potenziale complessivo delle prestazioni e dei servizi di welfare aziendale, se questi strumenti fossero garantiti a tutti i lavoratori del settore privato: un valore pari a quasi una mensilità di stipendio in più all’anno per lavoratore”.

Guardando nel dettaglio alle risposte degli intervistati, emerge che “ad essere più favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli, fino a tre anni (68,2%), i laureati (63,5%), i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Meno favorevoli sono gli operai, i lavoratori esecutivi e quelli con redditi bassi”. Infatti, si legge, “tra gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) sono più elevate le quote di lavoratori che preferiscono avere più soldi in busta paga invece che soluzioni di welfare”. Cifre che secondo l’indagine parlano chiaro: “il welfare aziendale non può assumere la funzione di surrogato di aumenti salariali per gli occupati nelle fasce stipendiali più basse. Da questo punto di vista, bisogna considerare il boom di famiglie operaie in condizione di povertà assoluta, che sono aumentate del 178% tra il 2008 e il 2016, fino a diventare quasi 600.000”.

Carlo Pareto

Sviluppo locale e coinvolgimento diretto delle popolazioni

sviluppo campagnaLo sviluppo locale alla fine degli anni Ottanta, anche per iniziativa dell’Unione Europea, ha assunto una rilevanza crescente nelle politiche d’intervento a favore delle regioni ancora in ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo; non casualmente, anche in Italia, terminava la prassi dell’intervento straordinario realizzatasi a favore delle regioni meridionali e consolidatasi dopo l’esperienza propria della Cassa del Mezzogiorno dell’inizio degli anni Cinquanta. Veniva infatti inaugurata una nuova forma d’intervento, detta della programmazione negoziata, fondata sulla logica dei Patti territoriali e di altri numerosi strumenti, con la specifica finalità di promuovere l’economia dei territori subregionali.

La legge n. 662/1996, che disciplinava le nuove modalità d’intervento a favore dei territori locali afflitti da situazione di arretratezza economica, prevedeva infatti la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per la realizzazione di progetti per l’attuazione di interventi infrastrutturali e imprenditoriali integrati. La predisposizione del progetti, precisano Domenico Cersosimo e Guglielmo Wolleb, entrambi economisti, dell’Università di Calabria, il primo, e di Parma, il secondo, in “Democrazia deliberativa e sviluppo locale” in “Lavoro, welfare e democrazia deliberativa” (curato nel 2010 da Edoardo Ales, Marzia Barbera e Fausta Guarriello), era affidata all’iniziativa spontanea di attori locali, che fossero stati in grado “di avviare un processo di concertazione fra i soggetti istituzionali ed economici interessati […] e di creare una società di gestione capace di realizzarl(i)”.

La normativa dei “Patti” – affermano gli autori – sottolineava la necessità che la prassi della loro attuazione si fosse attenuta obbligatoriamente, lungo tutte le fasi di realizzazione degli investimenti, a particolari regole, lasciando trasparire che la ratio della nuova legge a favore delle aree arretrate subregionali non suggerisse solo il perseguimento di obiettivi economici, ma anche la promozione della propensione degli attori locali ad attivare processi decisionali che migliorassero le loro capacità olitiche ed operative.

Si trattava di una ratio radicalmente diversa da quella propria delle leggi che avevano disciplinato precedentemente le modalità di attuazione degli interventi straordinari; la ratio della nuova legge implicava il superamento della “debole e declinante correlazione” che si supponeva esistesse tra “dimensione dei flussi dei trasferimenti finanziari destinati annualmente al Mezzogiorno e i risultati ottenuti in termini di rafforzamento e ampliamento della struttura produttiva”. Si prendeva atto che i criteri seguiti negli anni precedenti l’entrata in vigore della nuova legge sulla programmazione negoziata erano valsi a “canalizzare” le risorse verso “sistemi socio-istituzionali a bassa produttività”, che ne pregiudicavano un utilizzo efficace o, peggio, ne producevano “uno discorsivo e dannoso”.

L’orientamento della nuova legge in pro dei territori locali era suggerito dal riconoscimento che, più che la scarsità delle risorse, gli elementi che difettavano nel supportare la crescita e lo sviluppo locale erano, in particolare, la bassa qualità degli operatori locali e delle classi politiche delle regioni alle quali appartenevano i singoli territori subregionali, la limitata capacità delle burocrazie regionali e il basso grado di fiducia nutrito dagli operatori locali nei confronti delle istituzioni regionali sovraordinate. Le nuove regole che disciplinavano l’intervento pubblico a sostegno dei territori arretrati presentavano, rispetto alla passata esperienza, diversi elementi innovativi.

Questi elementi implicavano, in primo luogo, la riconduzione del ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo delle aree surbregionali arretrate, non tanto ai limiti interni alle singole aree, alle carenze delle loro istituzioni ed alla bassa qualità dei loro attori, quanto all’eccessivo centralismo con cui venivano erogati i trasferimenti pubblici, responsabile dell’aggravamento delle carenze locali. In secondo luogo, e qui stava la reale novità della legge sulla programmazione negoziata, gli elementi innovativi delle nuove regole d’intervento comportavano il riconoscimento del fatto che – affermano Cersosimo e Wolleb – le variabili socio-istituzionali e antropologiche locali fossero state assoggettate, a causa del centralismo decisionale che aveva caratterizzato le forme d’intervento del passato, a una forte path dependancy, che aveva comportato “tempi di cambiamento così lenti e lunghi da risultare incommensurabili con quelli attesi dalle politiche pubbliche”. Infine, la terza novità delle nuove regole d’intervento sarebbe consistita, a parere degli autori, nel fatto che la trasformazione socio-istituzionale e antropologica “seguisse logicamente e temporalmente quella produttiva, che il primum mobile del cambiamento fosse l’economia, in particolare l’industria, che proprio per questo andava sostenuta con generose e sistematiche incentivazioni finanziarie”.

L’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale focalizzava, quindi, a parere di Cersosimo e Wolleb, l’attenzione sui vincoli specifici di carattere socio-politico delle regioni arretrate, “giudicandoli pregiudiziali” rispetto al cambiamento economico delle aree locali. Nell’ambito del nuovo approccio, l’introduzione di nuove relazioni istituzionali tra livello locale e livello regionale avrebbe dovuto rappresentare il presupposto per promuovere la propensione degli attori regionali e locali ad interiorizzare modelli di comportamento più favorevoli alla crescita ed allo sviluppo, sia dei singoli luoghi subregionali, che, conseguentemente, delle aree regionali. A tal fine, la politica nazionale avrebbe dovuto preventivamente farsi carico dei vincoli istituzionali alla crescita e allo sviluppo, cercando di agire, non solo sul sistema socio-politico delle regioni arretrate e sul modo di operare delle loro istituzioni, ma anche sulla “natura e l’architettura” dei rapporti tra istituzioni regionali e quelle locali. In questo modo, “quelle che erano variabili esogene nel modello d’intervento pubblico tradizionale” sarebbero potute diventare, nell’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale, nuovi obiettivi della politica di sviluppo.

Se fosse stato modificato il tradizionale rapporto istituzionale tra il livello regionale ed il livello locale, sarebbe stato possibile incidere realmente sulla logica processuale con cui sono stati attuati i Patti territoriali previsti dalla legge n. 662/1996, riuscendo a creare ciò che gli autori chiamano “contesto sperimentale”, grazie al quale costringere gli attori locali a seguire modelli di comportamento diversi da quelli usuali, ad abbandonare autoreferenzialità e localismo, per adottare modalità d’azione ispirate alla partecipazione e alla cooperazione, sino a diventare abitudini comuni socialmente condivise. Tuttavia, il perseguimento contemporaneo dei due obiettivi, quello di natura economica della crescita e dello sviluppo locali e quello di natura socio-culturale, antropologica e istituzionale del miglioramento della qualità degli attori locali è risultato problematico, non solo sul piano delle sua giustificazione, ma anche su quello dei risultati conseguiti.

La problematicità sul piano della giustificazione del miglioramento qualitativo dell’azione degli attori locali, secondo Cersosimo e Wolleb, sarebbe stata originata dal fatto che l’ideazione e l’attuazione dei nuovi strumenti d’intervento previsti dalla legge che ha introdotto la programmazione negoziata sarebbero dovute avvenire secondo regole di azione proprie della democrazia deliberativa, intesa questa secondo il significato che ha assunto nell’area della filosofia politica di Jürgen Habermas e John Rawls; ovvero in presenza di regole che avrebbero dovuto privilegiare un’attività collettiva di discussione e di esame delle vari alternative possibili di azione all’interno delle singole aree locali, piuttosto che un decisionismo esercitato sulle stesse alternative e fondato sulla contrapposizione conflittuale di gruppi portatori di interessi diversi.

Se fossero state preventivamente istituzionalizzate le regole della democrazia deliberativa. le aree subregionali avrebbero capitalizzato i vantaggi della democrazia diretta nell’ideazione ed attuazione delle politiche di crescita e di sviluppo; vantaggi che sarebbero consistiti, da un lato, nella partecipazione di tutti i componenti delle comunità locali nella scelta della strategia di crescita e sviluppo giudicata più conveniente attraverso l’allargamento della platea delle risorse umane disponibili all’interno dei singoli luoghi; dall’altro lato, nella cooperazione, che avrebbe “imposto” agli attori locali di fondare le loro scelte sul dialogo, sul confronto e su una comune ricerca delle decisimi migliori da assumere, e nell’aspettativa di poter conseguire risultati economici migliori sia attraverso meccanismo do “doing by doing”, di “learning by doing” e di “valorizzazione dei saperi locali”.

Una più larga partecipazione alla vita pubblica, una maggior inclusione sociale degli attori locali e una migliore capacità istituzionale di recepire le istanze espresse dalle comunità locali sarebbero dovute consistere in obiettivi autonomi e preventivi delle nuova programmazione negoziata, finalizzati in sostanza a migliorare la qualità delle democrazia diretta, ovvero della democrazia deliberativa, nell’assunto della sua funzionalità al conseguimento di migliori risultati economici nell’attuazione delle successive politiche d’intervento.

Per tutti i limiti indicati, il bilancio dell’esperienza delle politiche di sviluppo locale attuate non può dirsi positivo; i risultati conseguiti non sono stati all’altezza delle aspettative e le ragioni del perché devono essere necessariamente ricondotte, innanzitutto alle carenze del disegno innovativo sul piano istituzionale che, a livello nazionale, ha caratterizzato l’approvazione delle legge sulla programmazione negoziata e, in secondo luogo, ai limiti organizzativi delle istituzioni locali. Tutto ciò si è ripercosso negativamente sull’impatto della nuova programmazione sulla crescita e sullo sviluppo locali. Perché ciò è accaduto?

Ciò è accaduto perché la legge con cui si è inteso regolare ex novo le forme di intervento a sostegno della crescita e dello sviluppo delle aree subregionali ha continuato a conservare i limiti delle vecchie forme dell’intervento straordinario nelle regioni arretrate; ovvero, da un lato, ha continuato a sussistere il centralismo decisionale che, anziché essere esercitato a livello statale, è stato decentrato a livello delle singole regioni, destinatarie dei trasferimenti pubblici per il finanziamento dei progetti d’investimento allestiti secondo le nuove regole; dall’altro lato, essendo mancato un disegno innovativo statale sul piano dell’organizzazione delle istituzioni periferiche, ha continuato ad essere condiviso l’assunto che le politiche d’intervento, attuate a livello locale per iniziativa delle singole regioni, fossero sufficienti a migliorare la qualità dei contesti socio-istituzionali locali.

Le conseguenze della persistenza del centralismo (esercitato a livello regionale) e dell’assunto che la qualità dei contesti socio istituzionali dovesse seguire l’attuazione delle politiche d’intervento finanziate con i trasferimenti statali, e non invece precedere, ha portato al fallimento delle aspettative connesse al varo della legge sulla nuova programmazione in pro delle regioni arretrate del Paese; fallimento che può essere fatto risalire a ciò che Cersosimo e Wolleb individuano, in termini di indicazioni di una possibile futura politica di riforme, innanzitutto, come limiti nel disegno istituzionale a livello nazionale e, in secondo luogo, come bassa qualità dei comportamenti degli attori locali e eccessiva politicizzazione dei processi deliberativi.

In conclusione, i limiti in presenza dei quali è stata attuata la nuova politica d’intervento a favore delle regioni arretrate e, segnatamente, delle loro subaree, non essendo stati rimossi da una preventiva riforma istituzionale idonea a promuovere la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nel decidere i contenuti dei progetti d’intervento, non solo hanno impedito che le scelte effettuate contribuissero al miglioramento della qualità degli attori locali, ma, quel che più conta, hanno anche dato luogo al prevalente utilizzo delle risorse disponibili secondo criteri politici decisi a livello del governo regionale, a scapito del coinvolgimento delle comunità locali.

In conseguenza di ciò, il mancato superamento dell’arretratezza locale deve pertanto essere riconducibile a due ordini di cause tra loro interconnessi; da un lato, la divaricazione tra gli interessi elettorali di breve periodo dei decisori politici centrali e quelli collettivi connessi a strategie di più lungo periodo delle comunità locali; dall’altro lato, la carente qualità degli attori locali, sia rispetto alle scelte più idonee ad attivare processi di crescita e sviluppo delle loro aree, sia rispetto alla capacità di gestione delle scelte effettuate in funzione dei prevalenti interessi dei decisori politici centrali. I due ordini di cause del fallimento dello sviluppo locale atteso dall’attuazione delle politiche d’intervento effettuate secondo la legge sulla programmazione negoziata devono essere, a loro volta, imputati al fatto che a livello delle regioni arretrate non siano state preventivamente attuate adeguate riforme istituzionali, al fine di consentire la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nell’effettuazione delle scelte delle politiche più convenienti per promuovere la crescita e lo sviluppo delle loro aree, sorretti dagli effetti positivi della pratica di forme di democrazia deliberativa, che ne avrebbe favorito il miglioramento continuo della loro qualità.

Gianfranco Sabattini