Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Jens Weidmann
“cane da guardia” dell’euro

euroJens Weidmann è diventato il “cane da guardia” dell’euro; egli è la pura espressione dell’ordoliberismo moderno e “degno erede”, per certi versi, delle idee dei predecessori Alexander Rüstow, Walter Eucken e Wilhelm Röpke, che nel 1938 hanno coniato quell’espressione, la quale, senza possibilità di equivoci, designa nell’immaginario collettivo l’idea di ordine (ordo) nell’organizzazione e nel funzionamento del sistema economico.

In linea di principio, l’ordoliberismo potrebbe anche rappresentare un’ideologia ed una politica economica accettabili, se però fosse possibile ispirarsi ad esso per dare piena attuazione al compromesso tra capitale e lavoro, di keynesiana memoria, all’interno di aree integrate, se non proprio sul piano politico, almeno su quello economico, com’è ad esempio quella dell’Unione Europea. Il compromesso, che nel Paese di Weidman, ha consentito di realizzare una regolazione del sistema sociale e di quello economico che è passata nel discorso pubblico col nome di “economia sociale di mercato”, alla quale aspira a conformarsi l’intera area comunitaria.

Questa forma di regolazione, però, è stata realizzata in una Germania ancora fuori dagli obblighi internazionali oggi prevalenti, attraverso una politica lungimirante, proseguita anche dopo la creazione dell’eurozona e che ha consentito di “onorare” il compromesso tra capitale e lavoro mediante una costante politica riformatrice attuata a centottanta gradi; una politica cioè, tale da garantire la conformazione sia del quadro istituzionale alle esigenze di funzionalità del sistema economico, sia dell’offerta delle opportunità del sistema produttivo all’esistente quadro istituzionale.

Ciò non è stato privo di conseguenze positive per il sistema sociale tedesco; ne è prova il fatto che, quando è scoppiata la crisi del 2007/2008, la Germania, grazie all’ordine che caratterizzava la propria economia e le proprie istituzioni, a differenza di altri Paesi, all’interno dei quali non era stato realizzato lo stesso ordine nell’economia e nell’organizzazione sociale, ha potuto affrontare con successo gli esiti negativi della crisi. Oggi, Weidmann vorrebbe che i Paesi dell’eurozona in crisi rimediassero ai propri mali, ricorrendo alla “cura riformatrice” attuata in Germania senza soluzione di continuità nel tempo ed ignorando gli obblighi assunti, sia a seguito dei Trattati istitutivi della moneta unica, sia a seguito del fatto che l’introduzione di quest’ultima ha originato una interdipendenza pressoché irreversibile delle economie dei Paesi dell’eurozona, nel senso che ciò che avviene all’interno di un dato Paese non può più essere considerato indipendentemente dalle condizioni di funzionamento degli altri Paesi dell’Unione Monetaria.

Assieme al suo connazionale integralista Ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, Weidmann vorrebbe salvaguardare la stabilità della moneta unica europea ad ogni costo, mostrando nell’esercizio della sua principale funzione di governatore della Bundesbank, una durezza ed una rigidità da fanno risultare il suo ordoliberismo totalmente in linea con l’ideologia propria della Mont Pélerin Society di Friedrich von Hayek e Milton Friedman. Le sue esternazioni in merito alla politica monetaria comunitaria, oltre ad originare dalla sua formazione professionale, derivano soprattutto dalle sue idee riguardo all’ipotetica modifica dei Trattati comunitari, a causa dei ritardi con cui i Paesi dell’Unione stanno procedendo sulla via dell’unificazione politica.

Jens Weidmann si laurea in economia a Bonn e perfeziona la sua professionalità lavorando al Fondo monetario internazionale. Nel 2006 diventa consigliere di Angela Merkel, a capo del dipartimento di politica economica e finanziaria; in questi anni, egli cura i contenuti dell’agenda compilata per conto del governo tedesco in occasione degli incontri del G20. Nel 2011, a soli 43 anni, diventa il più giovane presidente della storia della Bundesbank; nel suo discorso d’insediamento Weidmann spiega subito la sua filosofia economica: “Nella politica monetaria si tratta di uscire dalle misure di emergenza dettate dalla crisi, così come di separare chiaramente le responsabilità della politica fiscale da quelle della stessa politica monetaria”.

Sulla base di questi convincimenti è stato inevitabile che Weidmann giungesse a risultare il principale antagonista del responsabile della massima istituzione monetaria europea, Mario Draghi. La dura posizione assunta da Weidmann nei confronti delle possibili misure di politica monetaria, a sostegno soprattutto dei Paesi dai conti pubblici in disordine, preoccupa ancora di più, se si pensa che il governatore della Bundesbank è stato anche nominato nuovo presidente della Banca per i Regolamenti Internazionali; questa, com’è noto, è la banca delle banche centrali ed ha il ruolo di coordinare le decisioni delle autorità monetarie nazionali e di definire gli standard della normativa bancaria, nonché di proporre le modalità di revisione delle regole di Basilea, l’accordo internazionale di vigilanza prudenziale riguardante i requisiti patrimoniali richiesti alle banche per l’esercizio della loro attività.

Weidmann non perde mai l’occasione per ribadire il suo pensiero in tema di politica monetaria europea: immettere denaro in circolazione è, secondo i suoi convincimenti, una terapia inutile, se non dannosa, contro la deflazione; ancora, egli ritiene che la Commissione europea e il governo del suo Paese siano troppo remissivi e indulgenti, soprattutto nei confronti di quei Paesi i cui conti pubblici presentano i maggiori deficit, come Francia, Italia e Belgio, sempre propensi a non rispettare i parametri di stabilità. Egli è fermamente convinto che i problemi dei debiti sovrani di questi Paesi possano essere risolti solo con l’unione politica dell’Europa, con il supporto della volontà popolare e la cessione di sovranità ad un organismo decisionale politico centrale europeo. In mancanza di una riforma in tal senso dei Trattati comunitari, considerata improbabile, Weidmann continua a ribadire l’idea che la Germania non debba impegnarsi finanziariamente a sostenere gli altri Paesi dell’eurozona, evitando di contribuire, per questa via, a diffondere l’euroscetticismo, strumentalizzato dalla crescita in tutta l’Europa dei movimenti populisti.

Weidmann ha ribadito la necessità di una riforma dei Trattati istitutivi dell’Unione Monetaria Europea anche in un recente articolo apparso su “la Repubblica”, dal titolo perentorio: “L’Europa vuole rigore, non finanziamo i deficit”: “Fintanto che non vi sarà una sufficiente disponibilità a compiere un passo importante – egli afferma – verso l’integrazione, con le necessarie modifiche del quadro giuridico, occorre potenziare quello vigente di Maastricht e renderlo più resistente alle crisi”. Come? Weidmann, al riguardo, non ha esitazioni. Occorrono tre cose, egli afferma: un sistema finanziario robusto, meccanismi anticrisi validi e regole di bilancio efficaci.

Il sistema finanziario deve essere potenziato per consentire che le banche abbiano “più capitale proprio e di migliore qualità”; considerando che Weidmann è ora anche Presidente della Banca per i Regolamenti Internazionali, c’è da stare certi del suo impegno verso un ulteriore inasprimento degli accordi di Basilea, per indurre le banche a ristrutturarsi, al fine di aumentare la loro solidità e dissolvere il loro intreccio con gli Stati e ridimensionare la loro “preferenza di impronta regolatoria per i titoli di Stato rispetto al credito erogato a imprese e famiglie”. Il quadro giuridico comunitario deve essere rafforzato, sulla base di “chiare regole” poste a fondamento di procedure idonee a fare fronte, con maggiore coerenza, all’eventualità di insolvenza degli Stati. Infine, le regole di bilancio devono essere rispettate con maggior rigore e trasparenza, per rimuovere la loro “applicazione piuttosto lassista da parte della Commissione europea nei confronti dei Paesi con un deficit pubblico troppo elevato”.

In relazione a quest’ultimo aspetto, Weidmann è del parere che, sin tanto che non si raggiungerà l’unione politica, sarebbe opportuno trasferire i compiti di vigilanza della Commissione sui bilanci pubblici ad un’”istituzione indipendente”, evitando di coinvolgerla, come avviene con alla Commissione, “nel processo di contrattazione politica europea”; ma anche per sottrarre la soluzione dei problemi monetari alla politica, la cui interferenza nel governo della moneta unica è solo causa dell’instabilità dell’Eurosistema e con esso di tutta l’Unione Europea.

Tutti quei governanti attualmente in carica, come ad esempio quello italiano, propensi ad occuparsi di altro, piuttosto che operare perché il processo di unificazione politica dell’Europa compia un deciso scatto in avanti, avranno a che fare con un avversario aggressivo; una sorta di “pit-bull” di razza, sempre pronto a “ringhiare” ogni volta che, per risolvere i problemi interni dei propri Paesi, questi governanti sono solo propensi a recarsi a Berlino per piangere sulle spalle della Cancelliera, Angela Merkel, o a intonare il solito lamento che i vincoli di Maastricht sono troppo stretti, come se i loro predecessori, firmando i Trattati istitutivi dell’eurozona, li avessero accettati col sottinteso di poterli trasgredire a piacimento.

Gianfranco Sabattini

Grecia. Nessuno “sconto” da parte europea

Tsipras-debito-UE-MerkelNulla di scontato, la partita di Atene è ancora aperta e al centro delle trattative, questa volta Tsipras punta a giocare puntando sulla “Teoria del pazzo”, intimorendo l’avversario, ma dall’altra parte c’è un’Europa sempre meno disposta a concedere sconti.

Il pugno di ferro è contro una Germania intenzionata a non cedere di un solo passo, la linea di Berlino continua a dettare legge, nell’incontro del 5 febbraio con il greco Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha precisato: “Non si può semplicemente dire: ‘Non ci atteniamo alle condizioni sottoscritte, ma abbiamo bisogno di soldi’. Le condizioni accordate alla Grecia nel programma di aiuti sono state oltre ogni misura generose. Cosa direbbero gli altri Paesi sottoposti a vincoli molto più stringenti?”, il giorno seguente, il 6 febbraio, anche la possibilità di un prestito-ponte è stata esclusa da Jeroen Dijsselbloem, capo dell’Eurogruppo.

Il rischio è quello di aprire porte a richieste analoghe ai paesi Piggs che ancora scontano il “rigore” imposto da Bruxelles.

La questione del debito greco è di estrema importanza tanto che, non solo sta pericolosamente influenzando di nuovo l’andamento delle borse, ma anche il vertice del G20 si occuperà di tendere una mano a Tsipras, sempre più intenzionato a mantenere le sue promesse elettorali. Il Governo greco ha infatti annunciato che non proseguirà l’attuazione degli impegni che i suoi predecessori avevano preso con la Troika formata dalla Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale e dalla Commissione Ue. Invece il G20 sembra intenzionato proprio per una soluzione ponte per dare tempo ad Atene ma che dovrà passare al vaglio dell’Eurogruppo, al vertice che riunirà i ministri in Turchia, mentre dalla sponda atlantica, arrivano inviti al dialogo da parte del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, perché “l’Europa e il Fmi possano lavorare insieme col nuovo governo greco per trovare il modo grazie al quale la Grecia possa tornare a una crescita sostenibile nell’Eurozona”.

La partita è sempre aperta, ma entrambi, Ue e Atene sanno di non poter alazare troppo il tiro perché la barca è la stessa e se Atene affonda trascina con sè non solo i Paesi dell’Ue che ancora annaspano sotto la crisi, ma anche gli altri e la stessa Germania potrebbe subire un “contagio”.

A margine del vertice, il segretario generale dell’Ocse, Angel Gurrìa, ha escluso la possibilità di un “Grexit”, mentre Varoufakis oggi ha promesso che Atene attuerà il 70% delle riforme chieste e definisce un “dovere” per tutti trovare l’intesa.

Non esiste un Piano B, a meno che non di non finire in iperinflazione o del tutto isolata (o peggio aggrappata a una Russia in crisi) anche se stamane il ministro della Difesa greco Panos Kammenos ha detto che se Atene non dovesse trovare un nuovo accordo sul debito con la zona euro può sempre guardare altrove per ricevere aiuto.

Liberato Ricciardi