Meriti e bisogni 2.0 per un programma di governo

quarto-stato modernoSi è conclusa a Milano la due giorni sui “Meriti e Bisogni 2.0”, organizzata dal Psi per discutere del programma di governo e poi coalizioni future.
“I socialisti lavorano incessantemente alla formazione di una coalizione alleata del Pd, europeista, che raccolga il voto degli indecisi”- ha detto il Segretario durante la relazione di chiusura. “Ma spetta al Pd prendere l’iniziativa convocando urgentemente un tavolo dove si discuta un Patto con gli Italiani e lo si riempia di contenuti partendo dalle buone cose fatte dai governi in questa legislatura”, ha aggiunto.
“C’è un preoccupante ritardo. Gli italiani ancora non sanno ne’ come la sinistra riformista si presenterà alle prossime elezioni ne’ con quale programma. Del centro destra e dei grillini, invece, sanno tutto”- ha proseguito. Per Nencini “serve una “Forza Tranquilla e Rassicurante”. È questa la priorità. Non la Leopolda e nemmeno la rottamazione. Quanto al programma – ha detto ancora Nencini – sono quattro le priorità: riforme istituzionali – dell’elezione diretta delle città metropolitane alle macroregioni al voto ai sedicenni nelle amministrative – da affrontare con una Assemblea Costituente; inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare tassando la rendita fondiaria per migliorare i servizi nelle città e costituendo un fondo per un piano casa più ampio; misure perché il lavoro a tempo indeterminato costi meno del lavoro parziale; Europa federale ed un unico ministro del tesoro europeo”, ha concluso.


L’alleanza tra il merito e il bisogno per l’affermazione del socialismo liberale

L’intervento di Claudio Martelli

Rivolgo un sentito ringraziamento agli organizzatori di questo incontro per avere tolto dagli armadi impolverati un’idea, quella che lanciai alla conferenza di Rimini del 1982. Mi interrogo spesso sulle ragioni della sopravvenuta longevità di questa intuizione sul merito e il bisogno (che vanno usati al singolare perché fenomeni sociali) che rappresentano un criterio per leggere la società e per intraprendere un cammino. Il punto di novità non era tanto la rappresentazione dell’esistenza del merito e del bisogno, ma la proposta di un’alleanza tra il merito e il bisogno per un governo riformista. Si trattava in realtà di una suggestione di carattere liberale (tipica di questa cultura era la categoria del merito) e socialista (caratteristica dii questa tradizione é quella del bisogno). La mia proposta era di connetterli in una prospettiva comune, unificando dunque politicamente il meglio delle due culture.

Una società come la nostra vive sul mercato, ma non può vivere solo di mercato, che non è certo di per sé un regolatore di giustizia. Occorre una misura e un equilibrio tra il dinamismo delle società di mercato (in Germania si é parlato di economia sociale e la Spd ha praticato la cogestione delle aziende) e la sua regolazione a fini di giustizia e di responsabilità dei lavoratori. Certo se noi volessimo rifarci alle esperienze delle socialdemocrazie e in particolare di quella tedesca, dovremmo ricordare che il cancelliere Schroeder, nelle sue proposte (Agenda 2010) contemplò la richiesta di due ore in più di lavoro sul comparto pubblico senza retribuzione. Pensate a cosa sarebbe successo in Italia. La verità é che la sinistra italiana non è mai stata socialdemocratica. Se non all’inizio del secolo passato, quando i riformisti di Turati erano alla guida del Psi e dialogavano coi liberali di Giolitti. Quel Psi amministrava i comuni, però. Non governava l’Italia. Proprio in questi giorni ho lettp che il Pd ha deciso di riappropriarsi della tradizione riformista. Tuttavia nella tradizione del Pd c’é in massima parte quella comunista e non mi pare che i comunisti siano mai stati riformisti. Oggi dobbiamo chiarire la natura dell’incontro tra socialisti e democratici. Discutere insieme é un bene. Erigere steccati oggi é inutile. Ciascuno conserva le sue memorie. Ma questo non può evitare l’incontro.

Chiediamoci piuttosto se non stiamo facendo di tutto per far vincere il centro-destra. Partiamo dal tema più sentito e cioè quello dell’immigrazione. Occorre molta chiarezza. Ho ascoltato Salvini dichiarare in tv: “I migranti regolari sono miei fratelli e li accoglierei in casa mia”. Affermazione nuova, perfino sconvolgente. Dal fronte sinistro silenzio. Non si ricorda neppure che sull’immigrazione irregolare Napolitano, per cinque anni ministro dell’Interno, ha varato provvedimenti duri su questa materia, cosi come la mia legge prescriveva modalità precise di controllo. La verità é che in questi anni è svanito il tema del controllo e gli immigrati arrivano in numero sempre maggiore. Certo in Germania sono di più. Ma a parte il fatto che la Germania ha 84 milioni di abitanti e non 60, ricordiamo anche che questo paese ha assunto ben 10mila addetti per l’integrazione e poi ha varato un provvedimento per il rimpatrio volontario e assistito. Non è vero che tutti gli immigrati si trovino bene, anzi una parte di loro, dopo alcuni mesi, è a disagio e sfrutta la possibilità di un rientro a casa magari utilizzando un gruzzolo per poter ricostruirsi una vita. Secondo i dati sono circa 400mila i rimpatri volontari. E noi continuiamo a parlare della favola dell’accoglienza. Cosi andiamo a sbattere. Se in un piccolo centro arrivano cento senegalesi si sconvolge il senso di una comunità. Vivere un disagio non è razzismo.

La sinistra che ha approvato il Wto, ha celebrato la globalizzazione, ha esaltato l’immigrazione, o cambia strada o deraglia. Non c’é da pescare revisioni e coerenze nell’area che, penso a Prodi, ha enfatizzato il tema dell’allargamento dell’Unione europea. Prima si doveva riformare il sistema di governo e poi eventualmente allargare. Invece prima si è allargato e non si é riformato nulla. Non c’è da pescare lì e nemmeno nell’area massimalista. Ogni volta che la sinistra ha tentato di governare i massimalisti hanno prodotto una scissione. Dalle divisioni politiche si sono poi sempre sviluppate divisioni personali. E’ la prima volta, oggi, invece, che dalle divisioni personali sono nate divisioni politiche. Ho letto questa frase di Bersani: “Grasso ci va da Dio”. Ricordo di avere avuto Grasso al Ministero della Giustizia. Lo rammento come bravo magistrato. Non avrei mai immaginato avesse queste doti taumaturgiche. Ho letto una dichiarazione di Emma Bonino che sollecita di riaprire i flussi legali. Giusto, ma contemporaneamente bisognerebbe chiudere quelli illegali. Vogliamo una sinistra senza popolo? Se la sinistra ha perso il popolo non sarà perché non ha affrontato all’inizio i rischi della globalizzazione e dell’immigrazione? E non ha poi saputo governarli? Avevamo di fronte a noi il caso Francia, dove Marine Le Pen aveva già sottratto fette di popolo alla sinistra. Potevamo trarne conseguenze. Niente. Adesso tutti concentrati sullo ius soli. Lo chiamano ius soli, ma in realtà si tratta di ius nativitatis, diritto di nascita. In Europa non esiste. Esiste negli Stati uniti. Ma non c’entra con l’immigrazione. Esiste perché nonostante gli unionisti avessero vinto negli stati del Sud non si concedevano diritti ai neri. Lo ius nativitatis era dunque per gli americani, non per gli immigrati. Qui la cittadinanza, invece, precede l’integrazione. E il buon senso se ne sta in disparte. Ho parlato con Minniti e l’ho sostenuto. Qualche risultato ha prodotto. Certo è complicato dopo aver preso a bastonate l’alveare libico. Ma era giusto rivedere il ruolo delle Ong. Se vai a prendere gli immigrati vicino alla costa non operi per salvarli e addirittura commetti un reato. Tutti argomenti di buon senso lasciati alla destra.

Sono invece molto netto sul referendum lombardo-veneto. Bisognava denunciare l’imbroglio e invece il Pd ha balbettato. Si doveva spiegare una contrarietà e invece si é manifestata una quasi condivisione, un sì però. Un po’ di ipocrisia. Come quella dell’accoglienza secondo Alfano. Noi siamo accoglienti con gli immigrati che poi vanno in casa d’altri. Fino a che gli altri minacciano poi di chiudere le frontiere.

Avevo in mente il partito democratico già negli anni ottanta. Ne parlai con Craxi che osservava che si sarebbe dovuto intervenire a livello internazionale. Pensava all’Internazionale democratica, che comprendesse il partito degli Stati Uniti. Ne parlò con Mitterand e Gonzales che respinsero l’idea, forti dei loro trenta per cento. Io insistetti. Pensavo a un partito democratico che nascesse sull’incontro tra socialisti, ex comunisti, radicali, laici. Poteva essere questa una meta più gradita anche dagli ex comunisti che a varcare la frontiera che li separava dal Psi non erano troppo propensi. E cosi per i laici che non volevano diventare socialisti. Le cose sono andate come sappiamo. E si é creata una frattura. In Italia si é proceduto sempre con fratture. Prima il Risorgimento, poi i liberali, i fascisti, l’8 settembre, la morte della patria, che determinò la frattura con la destra che viene sanata solo quando Berlusconi la reinventa, dando nel contempo accoglienza anche ai partiti della Prima repubblica. E mette insieme i leghisti al Nord e i post fascisti al Sud in nome di una rivoluzione liberale irrealizzata, anche per la congiura di Bossi. Una parte di elettori socialisti scelse Berlusconi per difesa dall’aggressione dei post comunisti. La ferita non si è più sanata. Il Psi era l’incontro tra la sinistra storica e i ceti poi berlusconiani. Le cose, oggi, sono cambiate. Manca un partito di frontiera e il Pd non lo é diventato.

Ho avuto modo di definire il Pd il partito Frankestein. Mettere insieme una parte dell’ex Pci e una parte della Dc era cosa complicata. Veltroni è stato costretto alle dimissioni. Renzi é nelle condizioni che conosciamo. All’inizio mi ispirava simpatia. Poi ho formulato critiche. Sapevo che nell’incontro tra comunisti e democristiani alla lunga avrebbero vinto i democristiani. D’altronde non hanno voluto diventare socialisti, che altro potevano diventare visto che non erano più comunisti? Anzi, se dai del comunista a un ex comunista, questo si offende. A me se danno del socialista fa piacere. A La Russa hanno gridato “fascista”, e lui ha risposto: “Lei mi sta lusingando”. Almeno ha un’identità. Renzi mi pare che oggi vada difeso. Non vedo di meglio. D’Alema é meglio? Lasciamo perdere.

La via giusta è liberalsocialista. Inventammo le società di mutuo soccorso, le leghe, le cooperative, i sindacati, quel sistema riformista che si fa stato nella società. Tutte cose che ancora sopravvivono. Anche a Milano e questo avvenne grazie a quel grande sindaco che fu Caldara e che sperimentò una sua particolare e costruttiva attenzione ai poveri e ai meno garantiti e che fu definito fuori linea dalla maggioranza del Psi per avere ospitato i reduci di Caporetto. Prima che ci fossero i comunisti sperimentammo i danni del massimalismo.

Non riesco a capire cosa si debba chiedere a Renzi per offrigli l’unità. L’abolizione del job act? L’articolo 18? Mi sembra di tornare molto indietro nel tempo. Anche sulle banche ha ragione Renzi, non ha senso la difesa della Banca d’Italia, che é diventata una banca privata, quasi fosse l’altare della patria.

Noi, alla fine degli anni ottanta, riprendendo un’intuizione di Craxi di fine anni 70, lanciammo la proposta di una riforma dello stato presidenziale, federale, con sistema elettorale uninominale e maggioritario. Lo vogliamo rimuovere questo tabù sul presidenzialismo cari amici del Pd? E ristabilire un’autorità eletta dal popolo che rilanci il potere democratico della politica? Quando leggo che l’ufficio del ministero del Bilancio prende posizione sulla riforma delle pensioni trasecolo. Noi costoro li avremmo fatti volare dalla finestre. Ognuno doveva fare il suo.

Insisto sull’Europa dove vedo solo alcune luci che traspaiono dalla Francia, ove tra la triste trimurti dei repubblicani e le follie dei socialisti, almeno si é fatto largo Macron. Era meglio avesse vinto la destra, magari con le bandiere e gli slogan debordanti della sinistra in piazza? Questo Macron che ha dichiarato di non essere socialista, ma di essere di sinistra perché liberale, non riesco a capire dove andrà a finire. Però affermare che l’origine del liberalismo é di sinistra é apprezzabile. Come sostenere che il meglio del socialismo è liberale.

Leggi l’intervento di Luigi Covatta

MERITO E BISOGNO
DI SOCIALISMO

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Si è conclusa a Milano la due giorni sui “Meriti e Bisogni 2.0”, organizzata dal Psi per discutere del programma di governo e poi coalizioni future.
“I socialisti lavorano incessantemente alla formazione di una coalizione alleata del Pd, europeista, che raccolga il voto degli indecisi”- ha detto il Segretario durante la relazione di chiusura. “Ma spetta al Pd prendere l’iniziativa convocando urgentemente un tavolo dove si discuta un Patto con gli Italiani e lo si riempia di contenuti partendo dalle buone cose fatte dai governi in questa legislatura”, ha aggiunto.
“C’è un preoccupante ritardo. Gli italiani ancora non sanno ne’ come la sinistra riformista si presenterà alle prossime elezioni ne’ con quale programma. Del centro destra e dei grillini, invece, sanno tutto”- ha proseguito. Per Nencini “serve una “Forza Tranquilla e Rassicurante”. È questa la priorità. Non la Leopolda e nemmeno la rottamazione. Quanto al programma – ha detto ancora Nencini – sono quattro le priorità: riforme istituzionali – dell’elezione diretta delle città metropolitane alle macroregioni al voto ai sedicenni nelle amministrative – da affrontare con una Assemblea Costituente; inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare tassando la rendita fondiaria per migliorare i servizi nelle città e costituendo un fondo per un piano casa più ampio; misure perché il lavoro a tempo indeterminato costi meno del lavoro parziale; Europa federale ed un unico ministro del tesoro europeo”, ha concluso.


L’alleanza tra il merito e il bisogno per l’affermazione del socialismo liberale

L’intervento di Claudio Martelli

Rivolgo un sentito ringraziamento agli organizzatori di questo incontro per avere tolto dagli armadi impolverati un’idea, quella che lanciai alla conferenza di Rimini del 1982. Mi interrogo spesso sulle ragioni della sopravvenuta longevità di questa intuizione sul merito e il bisogno (che vanno usati al singolare perché fenomeni sociali) che rappresentano un criterio per leggere la società e per intraprendere un cammino. Il punto di novità non era tanto la rappresentazione dell’esistenza del merito e del bisogno, ma la proposta di un’alleanza tra il merito e il bisogno per un governo riformista. Si trattava in realtà di una suggestione di carattere liberale (tipica di questa cultura era la categoria del merito) e socialista (caratteristica dii questa tradizione é quella del bisogno). La mia proposta era di connetterli in una prospettiva comune, unificando dunque politicamente il meglio delle due culture.

Una società come la nostra vive sul mercato, ma non può vivere solo di mercato, che non è certo di per sé un regolatore di giustizia. Occorre una misura e un equilibrio tra il dinamismo delle società di mercato (in Germania si é parlato di economia sociale e la Spd ha praticato la cogestione delle aziende) e la sua regolazione a fini di giustizia e di responsabilità dei lavoratori. Certo se noi volessimo rifarci alle esperienze delle socialdemocrazie e in particolare di quella tedesca, dovremmo ricordare che il cancelliere Schroeder, nelle sue proposte (Agenda 2010) contemplò la richiesta di due ore in più di lavoro sul comparto pubblico senza retribuzione. Pensate a cosa sarebbe successo in Italia. La verità é che la sinistra italiana non è mai stata socialdemocratica. Se non all’inizio del secolo passato, quando i riformisti di Turati erano alla guida del Psi e dialogavano coi liberali di Giolitti. Quel Psi amministrava i comuni, però. Non governava l’Italia. Proprio in questi giorni ho lettp che il Pd ha deciso di riappropriarsi della tradizione riformista. Tuttavia nella tradizione del Pd c’é in massima parte quella comunista e non mi pare che i comunisti siano mai stati riformisti. Oggi dobbiamo chiarire la natura dell’incontro tra socialisti e democratici. Discutere insieme é un bene. Erigere steccati oggi é inutile. Ciascuno conserva le sue memorie. Ma questo non può evitare l’incontro.

Chiediamoci piuttosto se non stiamo facendo di tutto per far vincere il centro-destra. Partiamo dal tema più sentito e cioè quello dell’immigrazione. Occorre molta chiarezza. Ho ascoltato Salvini dichiarare in tv: “I migranti regolari sono miei fratelli e li accoglierei in casa mia”. Affermazione nuova, perfino sconvolgente. Dal fronte sinistro silenzio. Non si ricorda neppure che sull’immigrazione irregolare Napolitano, per cinque anni ministro dell’Interno, ha varato provvedimenti duri su questa materia, cosi come la mia legge prescriveva modalità precise di controllo. La verità é che in questi anni è svanito il tema del controllo e gli immigrati arrivano in numero sempre maggiore. Certo in Germania sono di più. Ma a parte il fatto che la Germania ha 84 milioni di abitanti e non 60, ricordiamo anche che questo paese ha assunto ben 10mila addetti per l’integrazione e poi ha varato un provvedimento per il rimpatrio volontario e assistito. Non è vero che tutti gli immigrati si trovino bene, anzi una parte di loro, dopo alcuni mesi, è a disagio e sfrutta la possibilità di un rientro a casa magari utilizzando un gruzzolo per poter ricostruirsi una vita. Secondo i dati sono circa 400mila i rimpatri volontari. E noi continuiamo a parlare della favola dell’accoglienza. Cosi andiamo a sbattere. Se in un piccolo centro arrivano cento senegalesi si sconvolge il senso di una comunità. Vivere un disagio non è razzismo.

La sinistra che ha approvato il Wto, ha celebrato la globalizzazione, ha esaltato l’immigrazione, o cambia strada o deraglia. Non c’é da pescare revisioni e coerenze nell’area che, penso a Prodi, ha enfatizzato il tema dell’allargamento dell’Unione europea. Prima si doveva riformare il sistema di governo e poi eventualmente allargare. Invece prima si è allargato e non si é riformato nulla. Non c’è da pescare lì e nemmeno nell’area massimalista. Ogni volta che la sinistra ha tentato di governare i massimalisti hanno prodotto una scissione. Dalle divisioni politiche si sono poi sempre sviluppate divisioni personali. E’ la prima volta, oggi, invece, che dalle divisioni personali sono nate divisioni politiche. Ho letto questa frase di Bersani: “Grasso ci va da Dio”. Ricordo di avere avuto Grasso al Ministero della Giustizia. Lo rammento come bravo magistrato. Non avrei mai immaginato avesse queste doti taumaturgiche. Ho letto una dichiarazione di Emma Bonino che sollecita di riaprire i flussi legali. Giusto, ma contemporaneamente bisognerebbe chiudere quelli illegali. Vogliamo una sinistra senza popolo? Se la sinistra ha perso il popolo non sarà perché non ha affrontato all’inizio i rischi della globalizzazione e dell’immigrazione? E non ha poi saputo governarli? Avevamo di fronte a noi il caso Francia, dove Marine Le Pen aveva già sottratto fette di popolo alla sinistra. Potevamo trarne conseguenze. Niente. Adesso tutti concentrati sullo ius soli. Lo chiamano ius soli, ma in realtà si tratta di ius nativitatis, diritto di nascita. In Europa non esiste. Esiste negli Stati uniti. Ma non c’entra con l’immigrazione. Esiste perché nonostante gli unionisti avessero vinto negli stati del Sud non si concedevano diritti ai neri. Lo ius nativitatis era dunque per gli americani, non per gli immigrati. Qui la cittadinanza, invece, precede l’integrazione. E il buon senso se ne sta in disparte. Ho parlato con Minniti e l’ho sostenuto. Qualche risultato ha prodotto. Certo è complicato dopo aver preso a bastonate l’alveare libico. Ma era giusto rivedere il ruolo delle Ong. Se vai a prendere gli immigrati vicino alla costa non operi per salvarli e addirittura commetti un reato. Tutti argomenti di buon senso lasciati alla destra.

Sono invece molto netto sul referendum lombardo-veneto. Bisognava denunciare l’imbroglio e invece il Pd ha balbettato. Si doveva spiegare una contrarietà e invece si é manifestata una quasi condivisione, un sì però. Un po’ di ipocrisia. Come quella dell’accoglienza secondo Alfano. Noi siamo accoglienti con gli immigrati che poi vanno in casa d’altri. Fino a che gli altri minacciano poi di chiudere le frontiere.

Avevo in mente il partito democratico già negli anni ottanta. Ne parlai con Craxi che osservava che si sarebbe dovuto intervenire a livello internazionale. Pensava all’Internazionale democratica, che comprendesse il partito degli Stati Uniti. Ne parlò con Mitterand e Gonzales che respinsero l’idea, forti dei loro trenta per cento. Io insistetti. Pensavo a un partito democratico che nascesse sull’incontro tra socialisti, ex comunisti, radicali, laici. Poteva essere questa una meta più gradita anche dagli ex comunisti che a varcare la frontiera che li separava dal Psi non erano troppo propensi. E cosi per i laici che non volevano diventare socialisti. Le cose sono andate come sappiamo. E si é creata una frattura. In Italia si é proceduto sempre con fratture. Prima il Risorgimento, poi i liberali, i fascisti, l’8 settembre, la morte della patria, che determinò la frattura con la destra che viene sanata solo quando Berlusconi la reinventa, dando nel contempo accoglienza anche ai partiti della Prima repubblica. E mette insieme i leghisti al Nord e i post fascisti al Sud in nome di una rivoluzione liberale irrealizzata, anche per la congiura di Bossi. Una parte di elettori socialisti scelse Berlusconi per difesa dall’aggressione dei post comunisti. La ferita non si è più sanata. Il Psi era l’incontro tra la sinistra storica e i ceti poi berlusconiani. Le cose, oggi, sono cambiate. Manca un partito di frontiera e il Pd non lo é diventato.

Ho avuto modo di definire il Pd il partito Frankestein. Mettere insieme una parte dell’ex Pci e una parte della Dc era cosa complicata. Veltroni è stato costretto alle dimissioni. Renzi é nelle condizioni che conosciamo. All’inizio mi ispirava simpatia. Poi ho formulato critiche. Sapevo che nell’incontro tra comunisti e democristiani alla lunga avrebbero vinto i democristiani. D’altronde non hanno voluto diventare socialisti, che altro potevano diventare visto che non erano più comunisti? Anzi, se dai del comunista a un ex comunista, questo si offende. A me se danno del socialista fa piacere. A La Russa hanno gridato “fascista”, e lui ha risposto: “Lei mi sta lusingando”. Almeno ha un’identità. Renzi mi pare che oggi vada difeso. Non vedo di meglio. D’Alema é meglio? Lasciamo perdere.

La via giusta è liberalsocialista. Inventammo le società di mutuo soccorso, le leghe, le cooperative, i sindacati, quel sistema riformista che si fa stato nella società. Tutte cose che ancora sopravvivono. Anche a Milano e questo avvenne grazie a quel grande sindaco che fu Caldara e che sperimentò una sua particolare e costruttiva attenzione ai poveri e ai meno garantiti e che fu definito fuori linea dalla maggioranza del Psi per avere ospitato i reduci di Caporetto. Prima che ci fossero i comunisti sperimentammo i danni del massimalismo.

Non riesco a capire cosa si debba chiedere a Renzi per offrigli l’unità. L’abolizione del job act? L’articolo 18? Mi sembra di tornare molto indietro nel tempo. Anche sulle banche ha ragione Renzi, non ha senso la difesa della Banca d’Italia, che é diventata una banca privata, quasi fosse l’altare della patria.

Noi, alla fine degli anni ottanta, riprendendo un’intuizione di Craxi di fine anni 70, lanciammo la proposta di una riforma dello stato presidenziale, federale, con sistema elettorale uninominale e maggioritario. Lo vogliamo rimuovere questo tabù sul presidenzialismo cari amici del Pd? E ristabilire un’autorità eletta dal popolo che rilanci il potere democratico della politica? Quando leggo che l’ufficio del ministero del Bilancio prende posizione sulla riforma delle pensioni trasecolo. Noi costoro li avremmo fatti volare dalla finestre. Ognuno doveva fare il suo.

Insisto sull’Europa dove vedo solo alcune luci che traspaiono dalla Francia, ove tra la triste trimurti dei repubblicani e le follie dei socialisti, almeno si é fatto largo Macron. Era meglio avesse vinto la destra, magari con le bandiere e gli slogan debordanti della sinistra in piazza? Questo Macron che ha dichiarato di non essere socialista, ma di essere di sinistra perché liberale, non riesco a capire dove andrà a finire. Però affermare che l’origine del liberalismo é di sinistra é apprezzabile. Come sostenere che il meglio del socialismo è liberale.

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Il conflitto geo-politico-economico dell’area Asia-Pacifico

Kim Jong-un Corea del Nord con il cinese Liu Yunshan 70.mo fondazione PCCLa trasformazione della Corea del Nord, da Paese economicamente insignificante in potenza atomica, ha aggravato il conflitto di interessi tra i Paesi che compongono l’area dell’Asia-Pacifico e, in particolare, quello più preoccupante esistente tra le grandi potenze, non solo per ragioni difensive, ma anche e soprattutto economiche.

Per comprendere le ragioni dell’acuirsi della crisi attuale, per merito della decisione della Corea del Nord di trasformarsi in potenza nucleare, occorre avere presenti le possibili motivazioni di Pyongyang, liberate dal velo demonologico con il quale gli Stati Uniti d’America hanno sinora “dipinto” il regime nordcoreano. La Corea del Nord è stata presentata al mondo come Stato retto da una dittatura comunista, condannato a disintegrarsi per via del fatto che la sua popolazione sarebbe costretta alla fame e guidato da personale politico irrazionale. Nessuno di questi connotatati sembra essere vicino al vero.

Riguardo al fatto che la Repubblica Democratica di Corea sia una dittatura comunista, occorre considerare che da tempo è stata abbandonata l’ideologia marxista-leninista-stalinista della quale il fondatore della Repubblica aveva ammantato il suo nazionalismo. Secondo l’”Editoriale” di Limes n. 9/2017, la Repubblica coreana, come per Mao Zedong in Cina e Hồ Chí Minh in Vietnam, l’ideologia comunista è sempre stata una “superficiale verniciatura di una geopolitica anticoloniale”, che ha consentito l’accesso “alle risorse di Mosca e Pechino nella battaglia contro il regime sudcoreano supportato da Washington”.

Riguardo, invece, alle privazioni della popolazione sul piano economico, il regime nordcoreano ha ultimamente corretto la sua “economia di comando”, tollerando piccole iniziative a conduzione privata che alimentano un’economia informale, con esiti non trascurabili sul tenore di vita della popolazione. Negli ultimi anni, il PIL nordcoreano è cresciuto, a volte con tassi di incremento superiori a quelli sudcoreani, anche grazie “ad un’economia ‘illegale’, incentivata dal regime, imperniata sul contrabbando di ogni genere di merci”. In tal modo, per essendo la Corea del Nord molto distante sul piano economico dalla Corea del Sud, le previsioni di un suo prossimo sgretolamento sociale sono state sinora smentite.

Infine, contrariamente a quanto si sostiene, il personale politico, con Kim Jiong-un in testa, non sarebbe affatto afflitto da “turbe” irrazionali; ciò si ricaverebbe dall’obiettivo che, in sostanza, il regime nordcoreano persegue: difendere e conservare in vita la Repubblica Popolare di Corea con ogni mezzo, sino a giustificare, giudicandolo irrinunciabile, l’allestimento dell’arsenale nucleare, supportato da un efficiente sistema balistico intercontinentale.

L’arsenale atomico, secondo Riccardo Banzato (“Pechino non molla l’utile despota”, in Limes n. 9/2017), ha nel regime di Kim “una triplice funzione: sicurezza, legittimità prestigio. Prima e fondamentale raion d’etrê del programma nucleare nordcoreano è il fattore deterrenza, che assicura la sopravvivenza del regime di Pyongyang”; per Kim Jong-un, infatti, l’arsenale atomico servirebbe a frustrare qualsiasi tentativo di destabilizzare il Paese. A suggerire questa strategia sarebbero gli esempi di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi; l’esperienza vissuta da questi due capi di Stato starebbe a dimostrare che la cacciata di entrambi non sarebbe avvenuta, se essi avessero avuto successo nel dotarsi di ordigni atomici.

Ma la ragione per cui la Corea del Nord tiene tanto a disporre di un arsenale atomico non è solo la sua aspirazione a conservarsi indipendente; ve ne sarebbe un’altra, dovuta al fatto che la sua leadership attuale si sentirebbe minacciata dal potente vicino asiatico, la Cina, che sinora ha garantito l’intangibilità del territorio nordcoreano contro ogni minaccia esterna; minaccia che, secondo l’”Editoriale” di Limes, la “tonante retorica antiamericana dei Kim” (la famiglia che ha espresso Kim Syngman Rhee, fondatore delle Repubblica Popolare di Corea, il figlio Kim Il Sung, suo successore, e il nipote Kim Jong-un, l’attuale presidente) non giustificherebbe affatto la “ricerca di scontro con gli Stati Uniti”; al contrario, esprimerebbe “la disperata necessità di accordarsi con Washington contro il nemico nascosto, la Cina”.

L’incubo di Pyongyang, ma anche di Seul, sarebbe quello di diventare evitare di cadere “colonia di Pechino”; così, i coreani sia del Nord, come quelli del Sud, tenterebbero di “sfuggire a tale destino”. Quel che Kim non riuscirebbe a capire sarebbe “perché mai gli Stati Uniti non vogliono accordarsi con lui per ostacolare l’espansionismo sinocentrico”. A testimonianza della diffidenza nordcoreana nei confronti della Cina, viene di solito ricordato che Pyongyang negli ultimi anni non ha mai esitato ad usare la “mano dura” contro il cosiddetto “partito cinese”, i cui membri hanno sempre sostenuto la convenienza per la Corea del Nord a rendere più stretti i rapporti col potente vicino; viene inoltre ricordato che quando la Cina ha inasprito le sanzioni decise dall’ONU contro la Corea del Nord, Pyongyang non ha esitato ad accusarla di colludere con le potenze imperialiste.

Tuttavia, malgrado l’esistenza di questi presunti atteggiamenti anticinesi e nonostante le minacce atomiche di Kim non “disturbino” il progetto di Xi Jimping di fare della Cina una potenza globale, Pechino non può permettersi il rompere i rapporti con Pyongyang. Il principale motivo che ancora oggi giustifica la riluttanza ad abbandonare la Corea del Nord, secondo Banzato, ha origini geopolitiche, conseguenti alla Guerra di Corea (1950-1953); dopo l’armistizio di Panmunjeom, con l’appoggio prevalente della Repubblica Popolare Cinese, il regime di Kim Il-sung si è consolidato. L’intervento delle truppe cinesi a fianco della Corea del Nord nella guerra del 1950-1953 non è scaturito “solo dalla solidarietà ideologica nella lotta all’imperialismo capitalista statunitense”, ma anche da “due fondamentali interessi strategici”.

Il primo interesse strategico della Cina, nello schierarsi in pro di Pyongyang, è stato il prestigio che essa avrebbe potuto acquisire in “caso di vittoria contro gli Stati Uniti agli occhi degli altri Paesi socialisti”; fatto questo che avrebbe consentito alla Cina di “estendere la propria influenza su una penisola coreana unificata sotto l’egida dell’alleato Kim Il-sung”. Il secondo interesse strategico che ha spinto la Cina ad estendere la propria solidarietà alla Corea del Nord nella guerra del 1950-1953 ha dato origine al “principale motivo per cui nessun leader cinese ha sin qui troncato i rapporti con il problematico vicino”; ciò, perché la difficoltà di controllare un confine tanto esteso, com’è quello cinese, ha spinto Pechino a privilegiare la tendenza a circondarsi di Paesi alleati che fungessero “da cuscinetti contro possibili invasioni nemiche”. La Corea del Nord, a causa della sua posizione geografica, ha sempre svolto questo ruolo, rappresentando anche l’”ideale isolante” contro la Corea del Sud filoamericana, in cui hanno sempre stazionato numerose truppe e sono stati installati sistemi balistici.

Tutto ciò però poteva aver senso prima che la Cina fosse ammessa al WTO e si trovasse impegnata a consolidare il crescente miglioramento della sua posizione economica nel mercato mondiale. Ora, di fronte all’escalation del confronto tra la Corea del Nord e gli USA, secondo Zhu Feng, Preside dell’Istituto Affari Internazionali e Direttore esecutivo del Chine Center of the South Chine Sea dell’Università di Nanijing (Nanchino), la Cina, per non compromettere il successo della sua proiezione verso l’esterno, ha abbandonato la posizione che la vedeva incerta, se “opporsi nettamente a Pyongyang o conservare l’equilibrio tra questa e l’alleanza tra Corea del Sud e Stati Uniti”; dopo il test nucleare svolto dalla Corea del Nord nel febbraio 2013, sostiene l’analista cinese (“La Corea del Nord non è amica della Cina”, in Limes n. 9/2017), “Pechino ha assunto una posizione ferma”, appoggiando tutte le sanzioni proposte dagli Stati Uniti e adottate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Oltre a consigliare il proseguimento del dialogo tra tutti i Paesi dell’Area-Pacifico più direttamente coinvolti nella disputa tra Washington e Pyongyang sul nucleare, la Cina – afferma Zhu Feng – ha cambiato in maniera decisiva la sua posizione per diverse ragioni. In primo, luogo perché si sarebbe resa conto che Pyongyang è divenuta ostile, oltre che al resto del mondo, anche alla Repubblica Popolare Cinese; in secondo luogo, perché la Corea del Nord avrebbe cessato do svolgere il ruolo di “Paese cuscinetto”; in terzo luogo, perché le posizioni di Pyongyang minacciano di sfuggire ad ogni controllo e di causare un conflitto indesiderato tra le grandi potenze.

Tuttavia, lo stesso analista avverte che, per risolvere il problema del nucleare nordcoreano, la strategia cinese non è sufficiente; occorre anche che Stati Uniti e Corea del Sud coordinino la loro strategia con quella della Cina, al fine di gestire al meglio il futuro nordcoreano. Washington e Seul, però, dovranno accantonare il proposito di aumentare progressivamente la dislocazione di sistemi balistici nel Sud della penisola coreana. Ciò servirà ad affievolire la percezione di Pechino che, secondo un altro analista cinese, Yang Xilian, Senior Advisor del Chine Institute for International Strategic Studies (“La crisi coreana serve agli USA per colpire la Cina”, in Limes n. 9/2017), l’”approccio puramente repressivo e sordo al dialogo di Washington” sia utilizzato solo per usare la denuclearizzazione di Pyongyang “per fare pressioni sulla Cina”.

Stando così le cose, l’”Editoriale” di Limes si chiede se, dal punto di vista geopolitico, irrazionali non siano gli Stati Uniti. Rifacendosi all’analisi critica che l’influente politologo di Harvard Graham Allison ha di recente formulato contro la geopolitica statunitense, l’”Editoriale” rileva che nel Pacifico gli USA sarebbero “impegnati in una battaglia persa”, in quanto sarebbe divenuto del tutto fuori luogo difendere la “Pax Americana”, conquistata con la seconda guerra mondiale.

Infatti, gli USA continuerebbero a non accorgersi che “quello status quo non esiste più a causa dell’ascesa della Cina”, destinata ad ascendere al ruolo di “numero Uno” mondiale. Ma gli Usa, restii a riconoscere il loro ridimensionamento a livello globale, da decenni avrebbero gestito la “pratica nordcoreana” in modo del tutto coerente con la loro propensione a conservare ad ogni costo la posizione egemonica acquisita; ciò ha consentito alla Corea del Nord di metterli di fronte all’ineludibile dilemma: di accettarla come “Stato ‘normale’ ammesso nei circuiti commerciali e finanziari internazionali”, cessando di essere pedina della politica di contenimento della Cina, oppure di sottostare al ricatto espresso dai suoi “missili balistici, sempre più precisi e armati con la Bomba”.

Quale che sia la scelta degli USA riguardo alla pratica nordcoreana, ciò che maggiormente preoccupa è il clima di incertezza che sta diffondendosi tra i principali attori asiatici che circondano la Corea del Nord; l’incertezza, dovuta al calo di affidabilità dell’attuale amministrazione americana, non è solo della Cora del Sud e del Giappone (i Paesi più direttamente minacciati da Kim in quanto alleati degli USA), ma anche della stessa Cina; ciò perché Pecchino è ancora lasciata nel dubbio se l’America voglia realmente trovare un’intesa con tutti i Paesi interessati per liberare Pyongyang dalle sue paure, in cambio del suo disarmo atomico; oppure, se le dichiarazioni di apertura di Donald Trump verso la Cina nascondano in realtà l’intento, al fine di conservare lo status quo, di ostacolare l’obiettivo di Xi Jinping di volere fare della Cina l’attore geopolitico più importante a livello globale.

Al resto del mondo non resta che augurarsi che il gioco, condotto a carte coperte nell’Area-Pacifico, non induca tutti i giocatori coinvolti a non “rischiare” otre ogni limite ragionevole. Sarebbe grave, se fosse vero, che un piccolo Paese come la Corea del Nord, che aspira a conservare la propria indipendenza e ad essere accettato dalla comunità internazionale, fosse costretto a dotarsi di un arsenale atomico, solo per sottrarsi agli effetti dei giochi di potere tra gli USA e la Cina; due grandi potenze che aspirano a conservare, la prima, o a conquistare, la seconda, una posizione egemonica a livello mondiale, col rischio d’essere entrambe vittime di ciò che lo stesso Graham Allison chiama “trappola di Tucidide”: la paura per il potere acquisito da Atene ha portato alla nascita di Sparta, rendendo inevitabile la guerra.

Gianfranco Sabattini

Brexit. Parte la seconda fase del divorzio con l’Europa

barnier-davis-1003239Londra si prepara alla fase cruciale della separazione con L’Unione europea, con il secondo round che è cominciato stamani nella sede della Commissione europea tra il capo negoziato europeo, Michel Barnier, ed il ministro britannico, David Davis. Mentre l’industria britannica e la City cercano di esercitare la massima pressione sulla premier Theresa May affinché si pieghi alla necessità di una Brexit diversa dal modello ‘hard’ propugnato, a Bruxelles si è sempre più preoccupati per la debolezza del governo britannico.  Già nel week end è stata ufficializzata dalla stessa May la tempesta politica che la premier intende domare al più presto, già domani, ma che getta ulteriori ombre sulle trattative tra il Regno e l’Unione. “Credo che per tanti versi sarebbe utile che i miei colleghi, che tutti noi ci concentrassimo sul lavoro da fare. Questo governo deve tener conto di un orologio che scandisce tempi stretti per i negoziati sulla Brexit”, ha commentato ieri il ministro delle Finanze Philip Hammond accusato di complottare per far saltare del tutto la Brexit.
Le delegazioni Ue e britannica lavoreranno in vari formati e livelli fino a giovedì, quando è prevista una conferenza stampa di Barnier e Davis per fare il punto sulle discussioni. Davis è sembrato molto preoccupato del rischio di perdere tempo, visto che mancano 15 mesi alla data limite per raggiungere un accordo se si vuole chiudere la partita di Brexit in due anni (per andare oltre marzo 2019 occorre un voto unanime dei Ventisette). “Per noi è assolutamente decisivo fare adesso dei progressi”. L’obiettivo è chiaro: se in autunno, presumibilmente a settembre, dopo il terzo ‘round’ negoziale di agosto, l’Unione europea giudicherà che sono stati compiuti “progressi sufficienti” sui tre punti chiave del negoziato, allora si comincerà a discutere delle future relazioni tra Ue e Regno Unito. In caso contrario tutto si paralizza. I tre punti chiave sono diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno Unito (3,2 milioni) e dei britannici che vivono nella Ue (1,2 milioni), obblighi finanziari e frontiere esterne, in particolare quella tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.
Nel frattempo una fonte Ue riferisce alla Reuters che l’Unione europea e la Gran Bretagna hanno in programma di presentare una proposta congiunta per rivedere i termini della loro adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a settembre o ottobre. Le due parti, ha aggiunto la fonte europea, stanno anche discutendo di condividere le loro responsabilità nelle cause commerciali fra le quali quella al Wto su Airbus, caso che oppone la Ue agli Usa da lungo tempo.
Ma il punto di scontro cruciale resta tra le due parti comunque il tema della Corte di Giustizia Ue, che Londra non vuole riconoscere come parte a ‘difesa’ degli interessi dell’Unione nell’interpretazione dell’accordo per Brexit a tutela degli interessi dei cittadini e delle istituzioni Ue.

EFFETTO BREXIT

Economia effetto BrexitAlmeno a livello di previsioni, gli effetti della Brexit cominciano a farsi avvertire e non sono piacevoli. La Gran Bretagna ha perso subito la tripla ‘A’ degli istituti di rating, si aspetta una caduta del Pil che potrebbe arrivare subito a un meno 2% mentre la Banca d’Inghilterra si prepara a intervenire per fare qualche trasfusione di liquidi alla sterlina, che continua a perdere terreno nei confronti delle altre valute. E tutto questo in un panorama contrassegnato da una fortissima incertezza politica interna perché la successione a David Cameron al n.10 di Dowing Street, si preannuncia complicata anche se l’uscita di scena dell’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, paladino della Brexit assieme al leader antieuropeo dell’Ukip, Nigel Farage, potrebbe far sperare in un vertice dei Tory, e quindi in un futuro premier, su posizioni meno radicali.
Il dopo-Brexit preoccupa tutti e per questo a Londra prevale la voglia di prendere tempo e ritardare il più possibile l’applicazione dell’art.50 del Trattato di Lisbona per negoziare l’uscita dall’Ue. Uno dei candidati favoriti alla guida dei conservatori, l’attuale ministro della Giustizia, Michael Gove, d’accordo con la rivale Theresa May, ha spiegato che per il divorzio formale se ne parlerà nel 2017, e non a settembre appena sostituito Cameron.
“Metterò fine alla libera circolazione” delle persone ha assicurato ancora Gove spiegando il suo programma per poi aggiungere:“Introdurrò un sistema di punti all’australiana e ridurrò i numeri” degli immigrati. Tra l’altro Gove, sempre in accordo con May, ha anche annunciato che non si faranno elezioni anticipate, ma si arriverà al 2020 per dare tempo al nuovo premier di attuare un programma di governo aggiornato sul dopo-Brexit.
Easyjet intanto avrebbe aperto colloqui con le autorità del settore aviazione Ue in merito al trasferimento della sua sede al di fuori della Gran Bretagna e al ricollocamento dei suoi nuovi aerei fuori dal territorio britannico. L’indiscrezione è stata smentita dalla casa di Luton che però ha confermato di aver richiesto una licenza per operare con i suoi aerei in Europa. Le cose potrebbero insomma precipitare, ma Londra cercano di tirarla per le lunghe e di ignorare la risoluzione con cui l’altro ieri, a larghissima maggioranza, il Parlamento europeo ha raccomandato di fare il più in fretta possibile, non per ripicca, ma per evitare ulteriori danni da incertezza all’economia europea.

Malström, prima uscite, poi negoziamo su commercio
Ma a Bruxelles non la vedono così facile. La Gran Bretagna non potrà avviare negoziati per un accordo di libero scambio con l’Ue prima dell’uscita dall’Unione, ha avvertito Cecilia Malström, Commissaria Ue per il Commercio. “Prima si esce, poi si tratta”, ha detto a Bbc Newsnight perché dopo la Brexit, il Regno Unito diventerebbe “un Paese terzo” e quindi le pratiche commerciali sarebbero svolte in base alle regole del Wto (World Trade Organitation) sino al completamento di un nuovo accordo. Insomma appena avrà avviato le pratiche, la Gran Bretagna non sarà più un partner europeo al pari degli altri 27 membri dell’Ue, perdendo non solo le ‘regole’ europee, ma anche i vantaggi della partnership.

Gentiloni, mi auguro si adotti modello norvegese
“Sento molto parlare del modello norvegese: mi auguro – ha spiegato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, in un’intervista a ‘La Stampa’ – che si prenda quella strada, significherebbe mantenere rapporti simili a quelli di oggi. Ma sia chiaro che comporterebbe un’accettazione di regole sulla libertà di circolazione delle persone che non mi paiono in linea con quanto sostenuto in campagna elettorale dai promotori del Leave”. “Occorre essere chiari su cosa vuol dire stare in Europa e su questo la riunione informale dei 27 a Bruxelles è stata chiara: se vuoi il mercato unico devi accettare le libertà fondamentali dell’Unione”.Quanto alla possibilità di un dietrofront, il titolare della Farnesina premette: “Non spetta a me dirlo. Questo può dipendere solo dal parlamento e dai cittadini britannici”. Ma fa notare come “precedenti in Europa non mancano: né di referendum smentiti da decisioni parlamentari, né di referendum contraddetti da altri referendum. Possiamo persino auspicare uno scenario del genere, ma non staremo fermi ad attenderlo”.

Angela Merkel e David Cameron

Angela Merkel e David Cameron

I guai per l’Italia
Per il nostro Paese, già fanalino di coda della pur timida ripresa europea, il futuro si presenta tutt’altro che allegro. L’ufficio studi di Confindustria ha ridotto drasticamente le stime del Pil rispetto alle previsioni di dicembre per tenere conto dell’effetto Brexit e aggiungendo anche che un uletriore colpo potrebbe arrivare dalla vittoria del No al referendum costituzionale di ottobre, visto che il Presidente del Consiglio ha annunciato, in questa eventualità, le sue dimissioni, ovvero un’ulteriore carico di instabilità per il sitema Italia.

Nel report del CsC (Centro studi di Confindustria) il Pil per il 2016 scende a +0,8% rispetto al +1,4% e per il 2017 a +0,6% rispetto al +1,3%. Il target indicato dal Governo nella legge finanziaria, era rispettivamente del +1,2% e del +1,4%.
Quanto all’effetto del No che si andrebbe a sommare alla Brexi, “è stato quantificato per il triennio 2017-2019” in un calo “dello 0,7% nel 2017 e dell’1,2% nel 2018, salendo dello 0,2% nel 2019. In totale si riduce dell’1,7%, mentre nello scenario di base sarebbe salito del 2,3%; quindi la differenza è di 4 punti percentuali”.
Sempre secondo Confindustria, che sostiene il Governo renzi e la sua riforma costituzionale, con la vittoria del No, nel triennio gli investimenti scenderebbero complessivamente del 12,1% contro il +5,6% altrimenti atteso, si perderebbero 258.000 posti di lavoro anziché acquistarne 319.000, il deficit/Pil salirebbe al 4% nel 2018 e il debito supererebbe il 144% del Pil nel 2019.
Comunque senza tener conto degli effetti del voto di ottobre, il Centro studi di Confindustria peggiora la previsione del deficit/Pil per quest’anno (2,5% dal 2,3% stimato a dicembre) e per il prossimo (2,3% da 1,6%). Quanto al Pil, il debito in percentuale è stimato al 133,4% quest’anno (dal precedente 132,1%) e al 134% per il 2017 (da 130,6%). È già il più grande d’Europa ed è destinato a salire soprattutto se ci verrà concessa più ‘flessibilità’, ovvero la possibilità di fare altri debiti per finanziare il bilancio statale.

M5s e Lega: possibile l’uscita dall’euro
In una situazione che si preannuncia insomma abbastanza complicata per usare un eufemismo, Luigi Di Maio, componente del direttorio del M5s, oggi ha spiegato che “se non si dovesse riuscire a ridiscutere con l’Unione europea alcuni trattati, come fiscal compact e altri, proporremo un consultivo non vincolante sulla politica monetaria. Non sulla permanenza nella Ue” “cioè – ha aggiunto – sull’euro, sulla permanenza o meno in esso. Questa non sarebbe più, se lo dovessero decidere i cittadini, la moneta in Italia”.
A ruota gli ha fatto eco il leader della Lega, Matteo Salvini. “Noi abbiamo iniziato a sostenerlo sei mesi fa. Io vado oltre. Non serve un referendum perché sarebbe un massacro per l’economia. Io dico che, se la Lega va al governo, noi usciamo. Altrimenti se fai tre mesi di campagna sul referendum sull’Euro, c’è gente come Soros che ti massacra”.

La Brexit fa paura anche alla Germania

Berlino, 21 – Mancano due giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri Paesi, si è acceso il dibattitto sulle possibili conseguenze di un uscita di Londra dall’Unione: la Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolineare i risvolti economici e commerciali di questa, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Operai in fabbricaCertamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone quindi il volume, ma aumentandone sia i costi che aggiungendo ulteriori complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli Stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudia a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Brexit: prima vittima l’asse franco-tedesco

brexitMancano pochi giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri paesi, si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze di un’uscita di Londra dall’Unione: il Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolinearne i risvolti economici e commerciali, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Certamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone il volume complessivo ma aumentandone sia i costi che le complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit, potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un’Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudiano a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Commercio mondiale,
via al TTP, ma la senza Cina

Commercio mondialeVarato il TPP (Trans Pacific Partnership), il più grande accordo di libero scambio, dopo dieci anni di trattative con la firma, ad Atlanta, di 12 Paesi: Stati Uniti, Giappone, Australia, Brunei, Canada, Cile, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Questi 12 Stati rappresentano il 40% della produzione economica mondiale. Per trovare definitiva attuazione, è ora necessaria l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti e dei governi dei Paesi firmatari.

Cosa prevede il TPP? L’accordo consente una maggiore velocità negli investimenti e negli scambi commerciali tra i Paesi membri abolendo le barriere commerciali. Intende poi stabilire regole comuni tra i 12 Stati firmatari a proposito di tutela dei lavoratori, ambiente e regolamentazione di e-commerce, comprendendo zone commerciali che il WTO, World Trade Organization, aveva tralasciato. Nello specifico il Trans-Pacific Partnership mira al libero commercio di molti prodotti, concentrandosi in particolare sui derivati del latte, ma anche sul settore automobilistico, cinematografico e sulla protezione di brevetti farmaceutici.

Ad essere esclusa dall’accordo è la Cina. Gli Stati Uniti di Barack Obama non a caso spostano la loro attenzione verso il Pacifico, così da contrastare la crescente espansione di Pechino. Il Presidente Usa, subito dopo l’accordo, ha infatti affermato: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a Paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”.

Secondo cinaforum, portale di informazione e approfondimento sulla Cina contemporanea, “la Cina ha in cantiere una serie di iniziative di libero scambio ‘alternative’ alla TPP, nessuna delle quali però ha finora raggiunto il traguardo”. Secondo Pechino, la TPP fa parte di una precisa strategia messa in campo dagli Stati Uniti “dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale” con l’obiettivo “di perpetuare il loro ruolo dominante nel sistema economico globale”.

Intanto da noi il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, rallenta. Cecilia Malmström, la commissaria Ue al commercio, è ottimista: sostiene che la firma del TPP è “una buona notizia per il commercio mondiale e anche per i negoziati tra Usa e Ue in quanto, fatto il Tpp, saremo in grado di avere un approccio ancora più concentrato per i nostri negoziati sul Ttip”. Aggiunge poi che “la liberalizzazione del commercio è una buona cosa in un mondo dove abbiamo bisogno di crescita, occupazione e investimenti”. “Per l’Italia è un’ottima notizia”. Questo è quanto ha dichiarato Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo Economico, a Il Sole 24 Ore. “Questo accordo faciliterà i negoziati tra Stati Uniti ed Unione Europea e sarà inoltre difficile che i Paesi emergenti possano continuare a tenere dazi e dogane alti per i prodotti in entrata, come in atto per i manufatti industriali europei”, ha aggiunto.

TPP, la paura di dumping sociale blocca Obama

Obama-Pelosi-TTIPL’incontro del G7 in Baviera del 7 e 8 giugno scorsi, ci mostra un’Unione Europea che sta preparando una nuova strategia concernente gli investimenti e il commercio in generale. In quest’ambito l’Ue ha confermato il forte interesse alle iniziative multilaterali e plurilaterali in materia, tra cui il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) con gli Stati Uniti e il Free trade area (FTA) con il Giappone già in corso di trattativa.

Questi accordi andranno ad aggiungersi a quelli già conclusi, come quello con la Corea del Sud e quello con il Canada. La commissione europea ci informa che l’obbiettivo della strategia è di rispondere meglio allo scenario commerciale globale nei prossimi cinque anni. La nuova strategia si focalizzerà, tra le altre, sull’impatto economico derivante da una politica di libero scambio, sul progresso degli accordi bilaterali dell’Unione Europea e sullo sviluppo degli sforzi della World Trade Organization (WTO) per raggiungere un accordo sul “Doha round” (la conferenza interministeriale del WTO, tenutasi a Doha nel 2001, che ha lanciato l’obiettivo di riallacciare il dialogo tra le economie industrializzate e quelle emergenti, con lo scopo di delineare accordi commerciali che favoriscano e incentivino lo sviluppo delle economie meno avanzate).

Mentre l’Europa, dunque, accelera i suoi passi, gli Usa sembrano rallentarli. Il Senato degli Stati Uniti ha respinto la possibilità per il presidente Obama di accelerare il Trans-Pacific Partnership (TPP). Questo è un accordo di partenariato tra gli States e 11 Paesi dell’area del Pacifico, tra cui Nuova Zelanda, Cile, Giappone, Messico e Vietnam. La procedura “fast track” avrebbe consentito al presidente di sottoscrivere gli accordi in piena autonomia senza possibilità per il congresso di emendarli. Se da un lato sono tutti d’accordo con l’obiettivo del TPP di contrastare il crescente sviluppo commerciale della Cina, dall’altra è forte la preoccupazione per il dumping sociale, cioè l’impatto che l’accordo potrebbe avere su diritti e salari dei lavoratori americani a seguito delle probabili delocalizzazioni industriali. È quanto ha sottolineato Nancy Pelosi, esponente dello stesso partito del presidente: “We want a better deal for American workers” (noi vogliamo condizioni migliori per i nostri lavoratori).

Francesca Fermanelli