Brexit. Parte la seconda fase del divorzio con l’Europa

barnier-davis-1003239Londra si prepara alla fase cruciale della separazione con L’Unione europea, con il secondo round che è cominciato stamani nella sede della Commissione europea tra il capo negoziato europeo, Michel Barnier, ed il ministro britannico, David Davis. Mentre l’industria britannica e la City cercano di esercitare la massima pressione sulla premier Theresa May affinché si pieghi alla necessità di una Brexit diversa dal modello ‘hard’ propugnato, a Bruxelles si è sempre più preoccupati per la debolezza del governo britannico.  Già nel week end è stata ufficializzata dalla stessa May la tempesta politica che la premier intende domare al più presto, già domani, ma che getta ulteriori ombre sulle trattative tra il Regno e l’Unione. “Credo che per tanti versi sarebbe utile che i miei colleghi, che tutti noi ci concentrassimo sul lavoro da fare. Questo governo deve tener conto di un orologio che scandisce tempi stretti per i negoziati sulla Brexit”, ha commentato ieri il ministro delle Finanze Philip Hammond accusato di complottare per far saltare del tutto la Brexit.
Le delegazioni Ue e britannica lavoreranno in vari formati e livelli fino a giovedì, quando è prevista una conferenza stampa di Barnier e Davis per fare il punto sulle discussioni. Davis è sembrato molto preoccupato del rischio di perdere tempo, visto che mancano 15 mesi alla data limite per raggiungere un accordo se si vuole chiudere la partita di Brexit in due anni (per andare oltre marzo 2019 occorre un voto unanime dei Ventisette). “Per noi è assolutamente decisivo fare adesso dei progressi”. L’obiettivo è chiaro: se in autunno, presumibilmente a settembre, dopo il terzo ‘round’ negoziale di agosto, l’Unione europea giudicherà che sono stati compiuti “progressi sufficienti” sui tre punti chiave del negoziato, allora si comincerà a discutere delle future relazioni tra Ue e Regno Unito. In caso contrario tutto si paralizza. I tre punti chiave sono diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno Unito (3,2 milioni) e dei britannici che vivono nella Ue (1,2 milioni), obblighi finanziari e frontiere esterne, in particolare quella tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.
Nel frattempo una fonte Ue riferisce alla Reuters che l’Unione europea e la Gran Bretagna hanno in programma di presentare una proposta congiunta per rivedere i termini della loro adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a settembre o ottobre. Le due parti, ha aggiunto la fonte europea, stanno anche discutendo di condividere le loro responsabilità nelle cause commerciali fra le quali quella al Wto su Airbus, caso che oppone la Ue agli Usa da lungo tempo.
Ma il punto di scontro cruciale resta tra le due parti comunque il tema della Corte di Giustizia Ue, che Londra non vuole riconoscere come parte a ‘difesa’ degli interessi dell’Unione nell’interpretazione dell’accordo per Brexit a tutela degli interessi dei cittadini e delle istituzioni Ue.

EFFETTO BREXIT

Economia effetto BrexitAlmeno a livello di previsioni, gli effetti della Brexit cominciano a farsi avvertire e non sono piacevoli. La Gran Bretagna ha perso subito la tripla ‘A’ degli istituti di rating, si aspetta una caduta del Pil che potrebbe arrivare subito a un meno 2% mentre la Banca d’Inghilterra si prepara a intervenire per fare qualche trasfusione di liquidi alla sterlina, che continua a perdere terreno nei confronti delle altre valute. E tutto questo in un panorama contrassegnato da una fortissima incertezza politica interna perché la successione a David Cameron al n.10 di Dowing Street, si preannuncia complicata anche se l’uscita di scena dell’ex sindaco di Londra, Boris Johnson, paladino della Brexit assieme al leader antieuropeo dell’Ukip, Nigel Farage, potrebbe far sperare in un vertice dei Tory, e quindi in un futuro premier, su posizioni meno radicali.
Il dopo-Brexit preoccupa tutti e per questo a Londra prevale la voglia di prendere tempo e ritardare il più possibile l’applicazione dell’art.50 del Trattato di Lisbona per negoziare l’uscita dall’Ue. Uno dei candidati favoriti alla guida dei conservatori, l’attuale ministro della Giustizia, Michael Gove, d’accordo con la rivale Theresa May, ha spiegato che per il divorzio formale se ne parlerà nel 2017, e non a settembre appena sostituito Cameron.
“Metterò fine alla libera circolazione” delle persone ha assicurato ancora Gove spiegando il suo programma per poi aggiungere:“Introdurrò un sistema di punti all’australiana e ridurrò i numeri” degli immigrati. Tra l’altro Gove, sempre in accordo con May, ha anche annunciato che non si faranno elezioni anticipate, ma si arriverà al 2020 per dare tempo al nuovo premier di attuare un programma di governo aggiornato sul dopo-Brexit.
Easyjet intanto avrebbe aperto colloqui con le autorità del settore aviazione Ue in merito al trasferimento della sua sede al di fuori della Gran Bretagna e al ricollocamento dei suoi nuovi aerei fuori dal territorio britannico. L’indiscrezione è stata smentita dalla casa di Luton che però ha confermato di aver richiesto una licenza per operare con i suoi aerei in Europa. Le cose potrebbero insomma precipitare, ma Londra cercano di tirarla per le lunghe e di ignorare la risoluzione con cui l’altro ieri, a larghissima maggioranza, il Parlamento europeo ha raccomandato di fare il più in fretta possibile, non per ripicca, ma per evitare ulteriori danni da incertezza all’economia europea.

Malström, prima uscite, poi negoziamo su commercio
Ma a Bruxelles non la vedono così facile. La Gran Bretagna non potrà avviare negoziati per un accordo di libero scambio con l’Ue prima dell’uscita dall’Unione, ha avvertito Cecilia Malström, Commissaria Ue per il Commercio. “Prima si esce, poi si tratta”, ha detto a Bbc Newsnight perché dopo la Brexit, il Regno Unito diventerebbe “un Paese terzo” e quindi le pratiche commerciali sarebbero svolte in base alle regole del Wto (World Trade Organitation) sino al completamento di un nuovo accordo. Insomma appena avrà avviato le pratiche, la Gran Bretagna non sarà più un partner europeo al pari degli altri 27 membri dell’Ue, perdendo non solo le ‘regole’ europee, ma anche i vantaggi della partnership.

Gentiloni, mi auguro si adotti modello norvegese
“Sento molto parlare del modello norvegese: mi auguro – ha spiegato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, in un’intervista a ‘La Stampa’ – che si prenda quella strada, significherebbe mantenere rapporti simili a quelli di oggi. Ma sia chiaro che comporterebbe un’accettazione di regole sulla libertà di circolazione delle persone che non mi paiono in linea con quanto sostenuto in campagna elettorale dai promotori del Leave”. “Occorre essere chiari su cosa vuol dire stare in Europa e su questo la riunione informale dei 27 a Bruxelles è stata chiara: se vuoi il mercato unico devi accettare le libertà fondamentali dell’Unione”.Quanto alla possibilità di un dietrofront, il titolare della Farnesina premette: “Non spetta a me dirlo. Questo può dipendere solo dal parlamento e dai cittadini britannici”. Ma fa notare come “precedenti in Europa non mancano: né di referendum smentiti da decisioni parlamentari, né di referendum contraddetti da altri referendum. Possiamo persino auspicare uno scenario del genere, ma non staremo fermi ad attenderlo”.

Angela Merkel e David Cameron

Angela Merkel e David Cameron

I guai per l’Italia
Per il nostro Paese, già fanalino di coda della pur timida ripresa europea, il futuro si presenta tutt’altro che allegro. L’ufficio studi di Confindustria ha ridotto drasticamente le stime del Pil rispetto alle previsioni di dicembre per tenere conto dell’effetto Brexit e aggiungendo anche che un uletriore colpo potrebbe arrivare dalla vittoria del No al referendum costituzionale di ottobre, visto che il Presidente del Consiglio ha annunciato, in questa eventualità, le sue dimissioni, ovvero un’ulteriore carico di instabilità per il sitema Italia.

Nel report del CsC (Centro studi di Confindustria) il Pil per il 2016 scende a +0,8% rispetto al +1,4% e per il 2017 a +0,6% rispetto al +1,3%. Il target indicato dal Governo nella legge finanziaria, era rispettivamente del +1,2% e del +1,4%.
Quanto all’effetto del No che si andrebbe a sommare alla Brexi, “è stato quantificato per il triennio 2017-2019” in un calo “dello 0,7% nel 2017 e dell’1,2% nel 2018, salendo dello 0,2% nel 2019. In totale si riduce dell’1,7%, mentre nello scenario di base sarebbe salito del 2,3%; quindi la differenza è di 4 punti percentuali”.
Sempre secondo Confindustria, che sostiene il Governo renzi e la sua riforma costituzionale, con la vittoria del No, nel triennio gli investimenti scenderebbero complessivamente del 12,1% contro il +5,6% altrimenti atteso, si perderebbero 258.000 posti di lavoro anziché acquistarne 319.000, il deficit/Pil salirebbe al 4% nel 2018 e il debito supererebbe il 144% del Pil nel 2019.
Comunque senza tener conto degli effetti del voto di ottobre, il Centro studi di Confindustria peggiora la previsione del deficit/Pil per quest’anno (2,5% dal 2,3% stimato a dicembre) e per il prossimo (2,3% da 1,6%). Quanto al Pil, il debito in percentuale è stimato al 133,4% quest’anno (dal precedente 132,1%) e al 134% per il 2017 (da 130,6%). È già il più grande d’Europa ed è destinato a salire soprattutto se ci verrà concessa più ‘flessibilità’, ovvero la possibilità di fare altri debiti per finanziare il bilancio statale.

M5s e Lega: possibile l’uscita dall’euro
In una situazione che si preannuncia insomma abbastanza complicata per usare un eufemismo, Luigi Di Maio, componente del direttorio del M5s, oggi ha spiegato che “se non si dovesse riuscire a ridiscutere con l’Unione europea alcuni trattati, come fiscal compact e altri, proporremo un consultivo non vincolante sulla politica monetaria. Non sulla permanenza nella Ue” “cioè – ha aggiunto – sull’euro, sulla permanenza o meno in esso. Questa non sarebbe più, se lo dovessero decidere i cittadini, la moneta in Italia”.
A ruota gli ha fatto eco il leader della Lega, Matteo Salvini. “Noi abbiamo iniziato a sostenerlo sei mesi fa. Io vado oltre. Non serve un referendum perché sarebbe un massacro per l’economia. Io dico che, se la Lega va al governo, noi usciamo. Altrimenti se fai tre mesi di campagna sul referendum sull’Euro, c’è gente come Soros che ti massacra”.

La Brexit fa paura anche alla Germania

Berlino, 21 – Mancano due giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri Paesi, si è acceso il dibattitto sulle possibili conseguenze di un uscita di Londra dall’Unione: la Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolineare i risvolti economici e commerciali di questa, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Operai in fabbricaCertamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone quindi il volume, ma aumentandone sia i costi che aggiungendo ulteriori complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli Stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudia a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Brexit: prima vittima l’asse franco-tedesco

brexitMancano pochi giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri paesi, si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze di un’uscita di Londra dall’Unione: il Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolinearne i risvolti economici e commerciali, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Certamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone il volume complessivo ma aumentandone sia i costi che le complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit, potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un’Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudiano a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Commercio mondiale,
via al TTP, ma la senza Cina

Commercio mondialeVarato il TPP (Trans Pacific Partnership), il più grande accordo di libero scambio, dopo dieci anni di trattative con la firma, ad Atlanta, di 12 Paesi: Stati Uniti, Giappone, Australia, Brunei, Canada, Cile, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Questi 12 Stati rappresentano il 40% della produzione economica mondiale. Per trovare definitiva attuazione, è ora necessaria l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti e dei governi dei Paesi firmatari.

Cosa prevede il TPP? L’accordo consente una maggiore velocità negli investimenti e negli scambi commerciali tra i Paesi membri abolendo le barriere commerciali. Intende poi stabilire regole comuni tra i 12 Stati firmatari a proposito di tutela dei lavoratori, ambiente e regolamentazione di e-commerce, comprendendo zone commerciali che il WTO, World Trade Organization, aveva tralasciato. Nello specifico il Trans-Pacific Partnership mira al libero commercio di molti prodotti, concentrandosi in particolare sui derivati del latte, ma anche sul settore automobilistico, cinematografico e sulla protezione di brevetti farmaceutici.

Ad essere esclusa dall’accordo è la Cina. Gli Stati Uniti di Barack Obama non a caso spostano la loro attenzione verso il Pacifico, così da contrastare la crescente espansione di Pechino. Il Presidente Usa, subito dopo l’accordo, ha infatti affermato: “Ho passato ogni giorno della mia presidenza a combattere per far crescere la nostra economia e rafforzare la classe media. In un momento in cui il 95% dei nostri clienti vivono fuori dai confini degli Stati Uniti, non possiamo far scrivere a Paesi come la Cina le regole dell’economia globale. Dobbiamo scrivere queste regole, aprendo nuovi mercati ai prodotti americani e allo stesso tempo fissare alti standard per proteggere i lavoratori e conservare il nostro mercato”.

Secondo cinaforum, portale di informazione e approfondimento sulla Cina contemporanea, “la Cina ha in cantiere una serie di iniziative di libero scambio ‘alternative’ alla TPP, nessuna delle quali però ha finora raggiunto il traguardo”. Secondo Pechino, la TPP fa parte di una precisa strategia messa in campo dagli Stati Uniti “dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale” con l’obiettivo “di perpetuare il loro ruolo dominante nel sistema economico globale”.

Intanto da noi il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, rallenta. Cecilia Malmström, la commissaria Ue al commercio, è ottimista: sostiene che la firma del TPP è “una buona notizia per il commercio mondiale e anche per i negoziati tra Usa e Ue in quanto, fatto il Tpp, saremo in grado di avere un approccio ancora più concentrato per i nostri negoziati sul Ttip”. Aggiunge poi che “la liberalizzazione del commercio è una buona cosa in un mondo dove abbiamo bisogno di crescita, occupazione e investimenti”. “Per l’Italia è un’ottima notizia”. Questo è quanto ha dichiarato Carlo Calenda, viceministro dello Sviluppo Economico, a Il Sole 24 Ore. “Questo accordo faciliterà i negoziati tra Stati Uniti ed Unione Europea e sarà inoltre difficile che i Paesi emergenti possano continuare a tenere dazi e dogane alti per i prodotti in entrata, come in atto per i manufatti industriali europei”, ha aggiunto.

TPP, la paura di dumping sociale blocca Obama

Obama-Pelosi-TTIPL’incontro del G7 in Baviera del 7 e 8 giugno scorsi, ci mostra un’Unione Europea che sta preparando una nuova strategia concernente gli investimenti e il commercio in generale. In quest’ambito l’Ue ha confermato il forte interesse alle iniziative multilaterali e plurilaterali in materia, tra cui il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) con gli Stati Uniti e il Free trade area (FTA) con il Giappone già in corso di trattativa.

Questi accordi andranno ad aggiungersi a quelli già conclusi, come quello con la Corea del Sud e quello con il Canada. La commissione europea ci informa che l’obbiettivo della strategia è di rispondere meglio allo scenario commerciale globale nei prossimi cinque anni. La nuova strategia si focalizzerà, tra le altre, sull’impatto economico derivante da una politica di libero scambio, sul progresso degli accordi bilaterali dell’Unione Europea e sullo sviluppo degli sforzi della World Trade Organization (WTO) per raggiungere un accordo sul “Doha round” (la conferenza interministeriale del WTO, tenutasi a Doha nel 2001, che ha lanciato l’obiettivo di riallacciare il dialogo tra le economie industrializzate e quelle emergenti, con lo scopo di delineare accordi commerciali che favoriscano e incentivino lo sviluppo delle economie meno avanzate).

Mentre l’Europa, dunque, accelera i suoi passi, gli Usa sembrano rallentarli. Il Senato degli Stati Uniti ha respinto la possibilità per il presidente Obama di accelerare il Trans-Pacific Partnership (TPP). Questo è un accordo di partenariato tra gli States e 11 Paesi dell’area del Pacifico, tra cui Nuova Zelanda, Cile, Giappone, Messico e Vietnam. La procedura “fast track” avrebbe consentito al presidente di sottoscrivere gli accordi in piena autonomia senza possibilità per il congresso di emendarli. Se da un lato sono tutti d’accordo con l’obiettivo del TPP di contrastare il crescente sviluppo commerciale della Cina, dall’altra è forte la preoccupazione per il dumping sociale, cioè l’impatto che l’accordo potrebbe avere su diritti e salari dei lavoratori americani a seguito delle probabili delocalizzazioni industriali. È quanto ha sottolineato Nancy Pelosi, esponente dello stesso partito del presidente: “We want a better deal for American workers” (noi vogliamo condizioni migliori per i nostri lavoratori).

Francesca Fermanelli

Serve una Bretton Woods europea

Settant’anni fa, nel 1944, al “Mount Washington Hotel”, si riunirono nella città di Bretton Woods (New Hampshire), dal primo al ventidue luglio, i 730 delegati delle 44 nazioni che parteciparono ai lavori della “Conferenza Monetaria e Finanziaria delle Nazioni Unite” (United Nations Monetary and Financial Conference). Dopo un dibattito, durato tre settimane, i delegati firmarono i famosi Accordi di Bretton Woods, che valsero a stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i Paesi alleati, ancora impegnati nella guerra contro il nazismo ed il fascismo. Scopo della Conferenza fu quello di stabilire, dopo la ricostruzione postbellica, come promuovere la crescita di tutti i Paesi del mondo in condizioni di pace e in presenza di una maggiore equità distributiva rispetto all’anteguerra.

In particolare, la Conferenza fissò un sistema di regole e procedure per controllare la politica monetaria internazionale, divenendo in tal modo il primo esempio nella storia di un ordine monetario mondiale totalmente negoziato. Tutti i Paesi che siglarono gli Accordi concordarono sul fatto che la dura lezione appresa dal caos monetario del periodo tra le due guerre dovesse essere necessariamente tenuta sempre presente, per impedire il formarsi dei conflitti di interesse tra gli Stati del tipo di quelli che condussero alla seconda guerra mondiale.

Nei partecipanti alla Conferenza, infatti, era bene impressa la recente esperienza della Grande Depressione del 1929, durante la quale i controlli sul tasso di cambio e le barriere commerciali portarono al disastro economico che colpì gran parte dei loro Paesi. Gli accordi di Bretton Woods fornirono la speranza di poter superare le criticità degli anni Trenta, periodo in cui il controllo del mercato dei cambi aveva compromesso il sistema di pagamenti internazionali su cui era basato il commercio mondiale. In quel lasso di tempo, infatti, i governi erano soliti ricorrere a politiche di svalutazione della loro moneta per aumentare le esportazioni, con lo scopo di contenere il deficit della bilancia dei pagamenti, causando però la contrazione della domanda finale, l’aumento della disoccupazione e il declino del commercio mondiale.

Ciò comportò una riduzione degli scambi a relazioni tra gruppi di sistemi economici che usavano la stessa valuta nella regolazione dei loro rapporti internazionali, come accadde ad esempio all’interno dell’area della sterlina o in quella del dollaro. La formazione di queste aree ostacolò la circolazione dei capitali e affievolì le opportunità degli investimenti esteri, provocando situazioni di crisi difficili da superare, sino a divenire uno dei motivi che condussero i principali Paesi industrializzati a vivere le dure conseguenze del secondo conflitto mondiale.

Le basi politiche degli Accordi furono individuate nel riconoscimento del ruolo e della funzione dell’intervento dello Stato nel governo dell’economia, nella convergenza delle comuni esperienze negative vissute dagli Stati partecipanti in occasione della Crisi del 1929 e nella consapevolezza che, dalla conclusione del conflitto, stava emergendo di fatto il potere dominante di un Paese, gli USA, propenso ad assumere il ruolo di regolatore del sistema dei pagamenti internazionali.

I progetti sui quali si discusse furono due, formulati indipendentemente l’uno dall’altro qualche anno prima: quello dell’inglese John Maynard Keynes, risalente al 1941, e quello dell’americano Harry Dexter White, risalente al 1942. Il progetto di Keynes prevedeva la costituzione di una “Stanza di Compensazione” dei rapporti di debito e credito internazionali, alla quale i Paesi membri avrebbero partecipato con quote rapportate al volume del loro commercio internazionale, in base alla media dell’ultimo triennio. Il piano White, invece, prevedeva un “Ente Sovrannazionale”, nel quale i Paesi avrebbero avuto un “peso decisionale” rapportato alla quota del capitale sottoscritto; essi, in caso di necessità, avrebbero potuto ottenere prestiti in proporzione a tale quota. La compensazione dei rapporti di debito e credito sarebbe avvenuta tramite una moneta (unità di conto) denominata “Bancor” all’interno di un sistema monetario internazionale dollaro-centrico. Gli Accordi siglati furono un compromesso tra i due piani, in cui prevalsero le proposte contenute nel piano White.

Le istituzioni su cui si programmò il rilancio del mercato internazionale e dello sviluppo postbellico furono il “Fondo Monetario Internazionale” (FMI), al quale venne affiancata la “Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo” (BIRS). Il primo aveva il compito di vigilare sulla stabilità monetaria e di concedere prestiti agli Stati in situazioni di disavanzo, a condizione che tutte le valute fossero state convertibili in dollari, che le Banche centrali si fossero impegnate a conservare un cambio stabile con il dollaro e che la svalutazione delle monete nazionali fosse praticata solo se approvata dal FMI. In pratica, si trattava del ricupero di un sistema monetario internazionale, il “Gold Exchange Standard”, concepito all’indomani della fine della Grande Guerra, ma mai decollato per via degli egoismi nazionali. Esso venne basato su rapporti di cambio fissi tra le valute dei Paesi che siglarono gli Accordi, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Gli accordi di Bretton Woods favorirono la ricostruzione del un sistema economico mondiale fondato su un mercato libero, ma regolato, che permise a tutte le economie che lo adottarono, nel periodo di tempo compreso tra il 1945 ed il 1975 (non a torto denominato “I Gloriosi Anni Trenta”), di realizzare una crescita ed uno sviluppo mai sperimentati in passato. Al termine di questo periodo, l’impalcatura istituzionale negoziata a Bretton Woods entrò in crisi, in parte per gli effetti di un’anomala espansione della spesa pubblica degli USA, ma soprattutto a causa degli egoismi nazionalistici, mai rimossi completamente e sempre “attivi”, per quanto ovattati dal ricordo dell’esperienza negativa vissuta nel periodo tra le due guerre, e anche dalla reazione conservatrice (reaganismo e teacherismo) che imputò le fasi recessive delle economie di mercato negli anni Settanta all’eccessiva espansione dell’interferenza dello Stato nella regolazione dell’economia, per ragioni di giustizia sociale.

Dopo che, all’inizio degli anni Settanta, il sistema dei cambi fissi messo a punto dagli Accordi del 1944 crollò, il FMI sembrò perdere la sua funzione originaria; gli USA, però, contribuirono a realizzare una nuova forma di stabilizzazione dei cambi, consentendo la sopravvivenza delle istituzioni create a Bretton Woods, attraverso la revisione dei loro obiettivi. Il FMI e la BIRS continuarono la loro attività, mentre l’“Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio” (GATT), concluso nel 1947 con lo scopo di favorire e potenziare la liberalizzazione del commercio mondiale, è stato sostituito da quello che portò alla costituzione, nel 1995, dell’“Organizzazione Mondiale del Commercio” (WTO).

Allo stato attuale, gli USA, ancora massima potenza egemone sul piano economico a livello mondiale, sono orientati ad approfondire i propri rapporti con le potenze economiche emergenti nell’area del Pacifico; viene perciò spontaneo chiedersi se, per caso, la convergenza degli USA verso la Cina non sia il preludio della replica di un nuovo sistema monetario internazionale à la Bretton Woods in “salsa asiatica”. Un’eventualità siffatta non può essere esclusa, se si considera che i due Paesi potrebbero trovarsi a dover subire una forte pressione, simile a quella che gravò sui partecipanti alla Conferenza del 1944. Oggi, un patto globale tra le due massime potenze economiche mondiali potrebbe imporsi come un’urgente necessità o per superare la crisi del capitalismo attuale, o per scongiurare il timore che il verificarsi di una crescita “drogata” da bolle speculative possa indurre il resto del mondo a tornare al protezionismo degli anni Trenta, nella prospettiva di scenari futuri di difficile accettazione per tutti.

Come si configura la posizione dell’Europa di fronte a questa prospettiva? Il vecchio continente sembra essere estraneo a queste nuove preoccupazioni; prova ne è il fatto che, dopo l’inizio della crisi dei subprime americani, nella quale anche l’Europa è stata coinvolta, i Paesi egemoni sul piano economico dell’Unione Europea, anziché accollarsi “l’onere e l’onore” di favorirne il superamento con la costituzione di uno stabile sistema monetario, utilizzando i loro surplus valutari (così come fecero gli USA dopo il 1944) hanno preferito, con in testa la Germania, ritirarsi egoisticamente a tutela dei loro esclusivi interessi nazionali. La mancata considerazione, da parte di questi Paesi, della lezione di Bretton Woods li ha spinti a non considerare che, nel lungo periodo, l’assenza di un’area valutaria stabile potrebbe riproporre, a danno di tutti, lo spettro finale degli anni Trenta; non sarebbe un obiettivo esaltante per chi, come ad esempio la Germania, oggi si illude di poter dare lezione di buon governo agli altri, senza assolvere agli obblighi contratti con la firma dei Trattati costitutivi dell’Unione, implicitamente equivalente all’impegno a trasformare quest’ultima da semplice mercato in un nuovo soggetto istituzionale politicamente solidale.

Gianfranco Sabattini

Una “clasuola sociale”
contro il mercatismo

Tra il 9 novembre 1989 e il 15 aprile 1994 si determina lo scenario socio-economico planetario che stiamo vivendo, due date che hanno cambiato i destini del Mondo.

Nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino, sembra iniziare una nuova era. Le popolazioni dell’Europa dell’Est, vissute sotto il tallone del totalitarismo comunista, attraverso quella che Timothy Garton Ash definì “refoluzioni” (un misto di rivoluzioni dal basso e di riforme dall’alto), si riversano nelle strade, con i giovani in jeans ripresi dalla televisione-spettacolo che danno l’immagine, come nel film-cult di Fritz Lang Metropolis, di un popolo uscito dalle caverne della tirannia per riconquistare la libertà.

Nel 1994 a Marrakech viene sottoscritto l’accordo sulla liberalizzazione del commercio mondiale, nasce il Wto (World Trade Organization) e la globalizzazione economica.

I due avvenimenti segnano il nostro tempo: prima, con la fine del comunismo e il sostegno dei “poteri forti” mondiali alla teoria della contestuale crisi del modello socialdemocratico, si dà la stura al nuovo dogma iperliberista del primato del mercato sulla politica, sull’individuo rispetto alla collettività; dopo, con il mercato unico globale, alla circolazione senza limiti di capitali, merci e uomini all’insegna di quel dumping sociale che segna le nuove economie aggressive di Cina e India, vere e proprie icone di quel “turbocapitalismo” descritto da Edward Luttwak, che spesso ha avuto, è il caso dell’Italia, in alcuni dirigenti ex-comunisti veri e propri cantori, passati da Karl Marx ai fratelli Marx, dall’endiadi leninista “potere ai Soviet elettrificazione di tutto il Paese” al “comunismo in cachemire”.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, le “dure repliche della Storia” di Hegel si presentano sotto gli abiti della crisi della finanza mondiale e della recessione economica internazionale e la loro genesi è da ricercarsi proprio in quelle due date.

I leader politici della Terra si stanno interrogando sulle soluzioni in materia di produzione industriale, di lavoro e di legalità condivisa per la finanza mondiale.

Un tema che rischia di rimanere in ombra però, è quello dei diritti sociali.

È tempo di prendere di petto il nuovo mito pagano del mercatismo attraverso l’imposizione a tutti i Paesi che partecipano alla globalizzazione, di una soglia minima di regole per i lavoratori, il cui mancato rispetto dovrà essere causa di blocco alla esportazione dei prodotti. Il riferimento è a quelle Nazioni in cui i lavoratori, spesso bambini e donne in gravidanza, prestano la propria attività in industrie-lager con salari di fame anche per 15 ore al giorno, senza diritti sindacali e pensionistici, esposti a infortuni e ad ambienti nocivi, che restituiscono alla nostra memoria le pagine dolorose dei “Miserabili” di Victor Hugo; Nazioni nelle quali le multinazionali hanno delocalizzato le loro produzioni.

In favore di questa soluzione, da tempo l’OIL, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro dell’Onu, rivendica l’introduzione della “clausola sociale”, attraverso cui garantire in tutti i Paesi del mondo un minimo salariale, il diritto di libera associazione sindacale, di contrattazione collettiva e di sciopero, il divieto del lavoro minorile e di quello forzato.

Maurizio Ballistreri

Toh! L’export italiano tira ancora!

L’Organizzazione per il Commercio Mondiale ha recentemente presentato il proprio rapporto sullo stato dell’economia e del commercio internazionale, con alcune interessanti sorprese riguardanti l’Italia. L’economia mondiale è cresciuta del 2,4 percento nel 2011, meno del 3,8 percento che si era registrato nel 2010 e meno del 3,2 percento che corrisponde alla media degli ultimi venti anni. Nello scorso anno la crescita mondiale è stata infatti rallentata dalla crisi dei debiti sovrani europei, dai disastri naturali con pesanti ripercussioni produttive in Giappone e Tailandia, dalle rivolte nei Paesi arabi. Continua a leggere