PES. A Rota Giovani attivisti socialisti per le europee del 2019

fgs spagnaQuasi un migliaio di giovani attivisti progressisti si stanno radunando in Spagna per il loro campo estivo annuale dei giovani socialisti europei in vista della campagna elettorale europea del 2019.

Delegazioni di oltre 40 organizzazioni giovanili socialiste e socialdemocratiche di tutta Europa si incontreranno per una settimana di formazione elettorale, raduni ed eventi sociali.

Il campo è ospitato da Juventudes Socialistas de España (Giovani socialisti spagnoli) nella città costiera di Rota, sostenuta dai giovani socialisti della Catalogna.

L’obiettivo principale dell’evento è preparare la campagna elettorale europea fornendo un programma di formazione completo progettato per mobilitare gli attivisti, stimolare i sostenitori e diffondere le migliori pratiche in tutta la famiglia politica progressista.

Le sessioni di formazione della campagna durante il campo estivo comprendono una serie di seminari ospitati dal Partito dei socialisti europei, tra cui:

Combattere l’estremismo di destra
Scrivere il Manifesto della Gioventù PES
Social media e strategie di campagna, guidati da esperti del lavoro del Regno Unito
Mobilitare gli elettori e realizzare il potenziale di voto, guidato dal professor Andre Krouwel dell’Università di Amsterdam
Combattere il sessismo in politica, guidato da PES Women
Dozzine di seminari politici organizzati per tutta la settimana comprendono dibattiti sulla democratizzazione dell’economia, le conseguenze economiche della disuguaglianza di genere (ospitata da PES Women), la politica di immigrazione, disabilità e design universale, salute mentale, lotta alla discriminazione e molti altri.

Il presidente del PSE Sergei Stanishev, il presidente del gruppo S & D Udo Bullmann e il presidente della FEPS Maria João Rodrigues parleranno tutti alla cerimonia di apertura del campo. Altri ospiti per tutta la settimana includono leader politici, eurodeputati, giovani attivisti ed esperti accademici.

Stanishev ha infatti affermato:

“È completamente giusto che il campo estivo SES del 2018 – che giunge in un momento cruciale alla vigilia delle elezioni del 2019 – dovrà svolgersi in Spagna, dove la nuova squadra socialista di Pedro Sánchez sta già cambiando le cose in meglio dopo anni di governo di destra guidato da austerità.
Il compagno Sánchez e il suo collega primo ministro socialista, António Costa, stanno dimostrando dove le autentiche politiche progressiste possono arrivare. Ecco perché le centinaia di giovani riuniti qui sono così determinati a vincere le elezioni europee l’anno prossimo: perché sanno che questo è l’unico modo di cambiare l’Europa a vantaggio dei suoi cittadini.

Considero il duro lavoro di YES e dei suoi partner in tutta Europa, nella preparazione di questo spettacolare evento – il primo di molti importanti eventi della campagna tra oggi e le elezioni del prossimo giugno!”

Elisa Gambardella eletta allo Yes

Elisa_Gambardella_FGSElisa Gambardella, dirigente PSI e FGS, è stata eletta all’unanimità Chair of the Network for the Future of Europe dal 13° Congresso di YES – Young European Socialists, celebrato il 7 e 8 aprile a Duisburg, in Germania.

Elisa, che entra così a far parte a pieno titolo della leadership della giovanile europea raggiungendo un risultato mai ottenuto prima dalla FGS, ha dichiarato: “Sono onorata e commossa per l’incarico ottenuto e la fiducia mostrata dai compagni di tutta Europa. Future of Europe è il titolo del Libro bianco della Commissione europea che apre la discussione sull’evoluzione dell’Unione europea dopo la Brexit.

logo yes nuovo

Come giovani socialisti europei abbiamo ritenuto dunque fondamentale dedicare un ruolo specifico per il coordinamento interno del lavoro su questo tema dirimente. Avrò l’onore di rappresentare la posizione di YES nelle piattaforme e i meeting di alto livello che avranno luogo in tutta Europa nei prossimi due anni. Dopo l’intensa esperienza come Coordinatrice del Network sul femminismo e l’organizzazione del Summer Camp più soddisfacente degli ultimi anni, sono pronta e felice di mettermi ancora a disposizione della giovanile europea, entrando a far parte della sua leadership. Certa che svolgeremo insieme un ottimo mandato, desidero congratularmi con Joao Albuquerque e Tuulia Pitkanen, eletti Presidente e Segretaria Generale, nonché con Enric Lòpez, eletto Presidente della Commissione di Garanzia. Sento tutta la responsabilità di rappresentare i giovani socialisti italiani nella nostra organizzazione europea e darò il meglio per rendergli onore”.

Europe: turn left!
Una generazione si aggira per l’Europa

turn left“Europe: turn left!”: è questo lo slogan con cui più di mille giovani socialisti, provenienti da tutta Europa, si sono ritrovati in questi giorni (7-9 Aprile) a Duisburg. L’evento è stato organizzato dai giovani della SPD: precisamente dalla JUSOS, l’organizzazione giovanile dei socialisti tedeschi, e dai Die Falken (“I Falchi”; una bella scoperta: praticamente degli “scout socialisti”).
Duisburg è una vecchia città operaia, popolata una volta dal proletariato che lavorava nei vicini complessi industriali, gran parte dei quali ora non ci sono più; uno di questi è stato trasformato in un parco, e precisamente è qui – al “Landschaftspark”, dentro alla fabbrica, all’ombra delle ciminiere – che si è svolto l’evento, in concomitanza con il congresso della YES (l’organizzazione dei giovani socialisti europei).
Gli obiettivi sono stati sostanzialmente due: quello di lanciare un forte messaggio a questa Europa che oggettivamente così non funziona, e quello di una dimostrazione di forza – direi riuscitissima – da parte dei socialisti tedeschi in occasione delle loro elezioni nazionali; elezioni che, per la prima volta dopo tempo, vedono un testa a testa tra la democristiana Angela Merkel e il socialdemocratico Martin Schulz.
Partiamo dal secondo. Martin Schulz è stato sicuramente l’ospite più atteso e più acclamato tra gli altri intervenuti nel corso della tre giorni. Il suo è stato un comizio appassionato che la sera del venerdì ha infiammato i giovani tedeschi che per lui stravedono; era infatti frequentissimo vedere in giro magliette e gadget con la sua faccia, sfoggiati con orgoglio da questi giovani alti e biondi. In particolare, l’atteggiamento e gli argomenti che come tali sono piaciuti al giovane pubblico, sono quelli che in Italia – abituati ultimamente a fare politica più con la bussola che con le idee – definiremmo decisamente “a sinistra”.
La SPD infatti – ora più che mai, e di più le sue organizzazioni giovanili – non solo sfoggia con orgoglio il proprio passato proletario e marxista, ma di fronte ad esso si pone in decisa continuità: l’uso dei pugni chiusi, dell’Internazionale, di certe parole d’ordine che qualcuno potrebbe definire antiche, non sono solo un retaggio della tradizione, ma ancora sono funzionali alla comunicazione e ancora servono. La forma è sostanza in politica, e non è difficile notare come ci sia qualcosa di diverso rispetto per esempio ad uno Stanishev – il presidente del PSE – che esordisce il suo discorso con un democristianissimo “cari amici”.
Certo, stiamo parlando della stessa SPD delle larghe intese, e dalle mille altre cose politicamente ambigue, ma stiamo anche parlando di un partito che mantiene forte la sua identità e che ora più che mai cerca di rilanciarsi. Da questo, nel bene o nel male, dipende anche il nostro destino.
Sarà con le elezioni tedesche che si deciderà, forse, un decisivo cambio di marcia non solo in Germania ma in tutta Europa: se Schulz diventerà cancelliere, il paese più influente dell’Unione Europea sarà a guida socialista, e ciò – si spera – porterà ad un cambiamento radicale. Questo è sostanzialmente quello che si è auspicato a Duisburg, e qui veniamo al primo degli obiettivi che dicevo: il messaggio all’Europa.
C’è stata una presa di coscienza, finalmente, di quanto l’UE si sia recentemente fatta promotrice dell’ingiustizia. “Questa non è la nostra Europa”, si è detto senza retorica. L’austerità economica, il neoliberismo dilagante, le privatizzazioni selvagge (queste, ancora tanto care ad un PD da sempre intimamente “liberal”), la distruzione del welfare state e la conseguente creazione dello “Stato minimo” sempre più con le mani legate: questa è l’Europa ora; ridotta così – secondo loro – dalla crisi del 2008, ma io direi da molto prima. Tutto questo poi, se aggiungiamo il fenomeno massiccio dell’immigrazione, ha posto l’UE sotto uno stato di assedio, e avanzano i movimenti “populisti” e di estrema destra, mentre gli stati si dividono.
Riguardo a questi ultimi; ho assistito ad un dibattito molto interessante sulla loro natura e su come fare per “sconfiggerli”, ed ho notato con mio immenso piacere come si sia capito che i cosiddetti “populisti” non fanno altro che occupare uno spazio politico che è in realtà nostro. Se leggiamo alcuni programmi di questi partiti, e togliamo ciò che è pericolosamente nazionalista (attenzione: nazionalista, non patriottico), pare di leggere un manifesto socialista. Gli esclusi dalla globalizzazione sono i proletari di un tempo, che hanno trovato solo nei populisti i loro rappresentanti. Operai, contadini, gente dalle periferie, gente nella povertà assoluta: chi si occupa di loro? Non gli “yesman” che si riempiono la bocca di parole mediocri, ma pericolosi individui che portano avanti l’irrazionalità, e che però parlano una lingua che queste persone conoscono bene: quella della rabbia. La rabbia contro un sistema che i socialisti erano nati per combattere; questo prima che tra di loro si chiamassero “amici” invece che “compagni”.
Morale della favola? Quella che c’è una generazione, attualmente in Europa, che non si arrende a questo stato di assedio. L’ora non è mai stata così buia, anche a vedere cosa succede geopoliticamente nel mondo, ma forse per questo il momento è propizio. Anche in Germania si sente il problema del disinteresse dei giovani verso la politica – un disinteresse che è l’arma usata da chi vuole indebolire la politica per rendere inutile lo stato – ma se ancora si fanno eventi come questo vuol dire che i pochi che rimangono si uniscono e non si arrendono. E’ un bel mondo il nostro, e questi scambi sono la maniera migliore per unire le generazioni dei vari paesi e farle conoscere tra loro, creando una classe dirigente nuova e unica: altroché l’Erasmus! Ho per esempio conosciuto, tra gli altri, un ragazzo afghano e tre ragazzi siriani (fuggiti dalla guerra, proprio da Aleppo): le conversazioni che abbiamo avuto con queste persone, in un contesto non qualunque, sono un bagaglio politico inestimabile che vale da solo il biglietto aereo.
Ho scritto quello che è solo un veloce resoconto di cos’è stato “Europe: turn left!”; e non mi piace l’idea di aver raccontato un panorama di rose e fiori. Però quello che ci tenevo a sottolineare, e da qui questo mio breve pezzo, è che c’è una speranza per il movimento socialista mondiale, e questa speranza è la sua giovanile.

Torno da Duisburg non proprio ottimista, ma sicuramente più motivato.

Enrico Maria Pedrelli

Elisa Gambardella eletta allo Yes

Elisa_Gambardella_FGSElisa Gambardella, dirigente PSI e FGS, è stata eletta all’unanimità Chair of the Network for the Future of Europe dal 13° Congresso di YES – Young European Socialists, celebrato il 7 e 8 aprile a Duisburg, in Germania.

Elisa, che entra così a far parte a pieno titolo della leadership della giovanile europea raggiungendo un risultato mai ottenuto prima dalla FGS, ha dichiarato: “Sono onorata e commossa per l’incarico ottenuto e la fiducia mostrata dai compagni di tutta Europa. Future of Europe è il titolo del Libro bianco della Commissione europea che apre la discussione sull’evoluzione dell’Unione europea dopo la Brexit.

logo yes nuovo

Come giovani socialisti europei abbiamo ritenuto dunque fondamentale dedicare un ruolo specifico per il coordinamento interno del lavoro su questo tema dirimente. Avrò l’onore di rappresentare la posizione di YES nelle piattaforme e i meeting di alto livello che avranno luogo in tutta Europa nei prossimi due anni. Dopo l’intensa esperienza come Coordinatrice del Network sul femminismo e l’organizzazione del Summer Camp più soddisfacente degli ultimi anni, sono pronta e felice di mettermi ancora a disposizione della giovanile europea, entrando a far parte della sua leadership. Certa che svolgeremo insieme un ottimo mandato, desidero congratularmi con Joao Albuquerque e Tuulia Pitkanen, eletti Presidente e Segretaria Generale, nonché con Enric Lòpez, eletto Presidente della Commissione di Garanzia. Sento tutta la responsabilità di rappresentare i giovani socialisti italiani nella nostra organizzazione europea e darò il meglio per rendergli onore”.

FGS. Il tatticismo non porta lontano

Il Congresso Nazionale straordinario del PSI si è concluso da poco più di una settimana, ma ancora si parla – e si continuerà a farlo – dei temi che riguardano la nostra comunità e che si sono discussi a Roma. Ci permettiamo quindi qualche riflessione in tranquillità con il segretario nazionale della Federazione dei Giovani Socialisti, intervistato per l’occasione da Enrico Maria Pedrelli (resp. Comunicazione della FGS medesima).

Sajeva-a-RavennaCompagno Segretario, il Partito ha affrontato una due giorni di congresso piuttosto piena e impegnativa. Si tratta di un congresso straordinario, burocratico se vogliamo, fatto per mettere in sicurezza il PSI da un vile attacco giudiziario fatto ai danni di tutta la nostra comunità. Ma è stato anche un congresso politico, con ospiti di rilievo. Qual è secondo te il più importante segnale che è partito in questi giorni da Roma?

Ne voglio dire due. Il primo verso l’esterno: siamo l’unico e il più credibile ente aggregatore di innovazione in campo. Tutti i vari progetti di sinistra sono frutto di scissioni (tardive), tatticismi (precoci) o improvvisazioni (inopportune). Il secondo, verso l’interno: questo congresso ha visto i giovani molto presenti anche dietro le quinte, a far pressione nelle commissioni. Il rinnovamento deve partire da questo, dalla sovranità congressuale e risalire mano a mano fino al vertice, senza cooptazioni.

Il mondo politico è in fermento, non solo a sinistra ma anche a destra. Attualmente siamo di fronte ad un magma disomogeneo di partiti, movimenti, formazioni politiche nuove: c’è chi aspetta le primarie, chi un miracolo, ma soprattutto tutti aspettano la legge elettorale. Noi socialisti, in che tipo di legge dovremmo sperare?

Allora. Il compagno Iacovissi ha messo in campo una proposta valida, digeribile dal sistema e va benissimo. Visto che tu mi parli di speranza, questa o il Mattarellum son certamente le più convenienti tra le possibilità. Qualsiasi legge che possa valorizzare il nostro contributo ad una coalizione, permettendoci così non di chiedere posti bensì di essere richiesti per far vincere dei collegi, sarebbe la strada più utile sia per garantirci una presenza degna della nostra forza, sia per condizionare il programma elettorale così come un’azione di governo.

Sempre sulla legge elettorale. Qualche mese fa, Ugo Intini su Mondoperaio ha fatto una riflessione interessante. Sostanzialmente diceva che la legge elettorale non può essere uno strumento in mano al partito di maggioranza di turno per cambiare le regole del gioco a proprio piacimento, ma essa deve essere decisa in base alla tradizione politica e istituzionale del Paese e in base all’idea di democrazia che vogliamo avere. In questo senso la legge elettorale dovrebbe essere cambiata il meno possibile, se non mai. Cosa ne pensi?

E cosa devo pensarne…sacrosanto! Poiché oggi non ci sono molti uomini politici, ma solo un miserevole ceto politico che cerca disperatamente di domare la Realtà con leggi elettorali sempre più capziose e vili, che scavalcano o mortificano l’elettorato, ci ritroviamo con dei parlamentari passati ad una versaillizzazione assai più odiosa del feudalesimo fondato su consenso e territorio.
È poi banale dire che, comunque, l’unica legge giusta per l’Italia è il proporzionale senza sbarramento, con le preferenze multiple, e non ci sarà mai più una classe politica credibile finché non si tornerà a fare le maggioranze dopo le elezioni e in Parlamento. La stabilità dei governi è un mito totalitario, come lo spauracchio del debito pubblico o dello spread. Ciò che importa è la stabilità delle alleanze, e quindi delle visioni e delle missioni politiche. La rotazione dei ministeri era una pratica sana dietro la quale si nascondeva la solidità di intese che facevano epoca e duravano anche un intero decennio.

Ma c’è chi direbbe che un proporzionale senza sbarramento sarebbe una pazzia ben maggiore di tutti quegli azzardati tentativi di fare leggi elettorali complesse e contorte. Insomma: allo stato attuale il proporzionale farebbe vincere i Cinque Stelle, che poi arriverebbero con ogni probabilità ad una “alleanza del male” per governare con la Lega e la Meloni. E questo è male. Ma allora insomma: una legge elettorale giusta ci farebbe giungere ad un panorama dannoso. Come uscire da questo circolo (o circo) vizioso?

Ma scusami, pur con tutto il disprezzo che provo verso i grillini, non avversari politici ma nemici della civiltà umanista, come possiamo pensare di utilizzare una legge elettorale per tagliarli fuori? Dicendo del ceto politico che prova a domare la Realtà, intendo dire proprio che mettersi a fare leggi a fini tattici, addirittura contro qualcuno, è stato uno dei principali inneschi del loop infernale, del cul de sac in cui sguazziamo. Prima, con il mattarellum, l’elettorato venne costretto al personalismo e al bipolarismo coatto, poi al voto utile dal porcellum. Queste leggi non sono opera di sartoria politica, cucite su misura della realtà, ma ortopedia elettorale, cercano di dare alla realtà, in questo caso all’elettorato, la forma e dunque il risultato più coerente con l’esigenza del ceto politico. Orrore che si paga, come si paga ogni forma di ingegneria sociale: l’elettore frustrato, privato della preferenza così come delle identità, non potendo votare secondo coscienza, o si piega all’obbedienza o vota per far più danno possibile ed ecco che il voto utile si tramuta in voto di protesta. Veltroni lo capì bene per questo si scelse IdV come marmitta catalitica ma fu l’ennesima miopia di quella classe dirigente che creò l’humus per l’esplosione grillina. Io sono convinto che un proporzionale puro rimescolerebbe le carte, magari non basterà una tornata elettorale, ma alla fine tornerebbero partiti fondati su quello che nel nostro dibattito interno è il Teorema di Vizzini: potere, consenso, responsabilità. Con buona pace dei radicali io sono per una restaurazione della partitocrazia.
Anche se ciò tarderà ad arrivare, persino se ciò non dovesse avvenire, non si può pensare che il problema di una legge sia tagliare fuori elettorato. Questo modo di pensare prima ha colpito i piccoli partiti, poi i dissidenti interni, se adesso passiamo a tagliar fuori un intero polo elettorale allora signori miei prevedo disastri inarrestabili. Guardate in Francia, questo doppio turno è un’altra frustrazione utile solo a far impazzire l’elettorato. Milioni e milioni di voti vengono buttati a mare ma ciò serve solo a radicalizzare il sentimento antisistema dell’elettorato escluso perché non ha raggiunto il secondo posto. Peggio di uno sbarramento. Benvenuta Le Pen.

A partire dai giorni antecedenti al congresso, il Partito ha fatto una serie di proposte programmatiche concrete. Tra queste, iniziano a spiccare – dopo un lungo periodo nel quale la facevano da padrone i diritti civili o altre questioni più “liberali” – proposte economiche e sociali, tese alla redistribuzione della ricchezza e ad una maggiore partecipazione dei lavoratori al processo produttivo (penso alla cogestione). Cosa ne pensi? C’è qualcosa che andrebbe aggiunto o su cui si dovrebbe spingere di più?

Io non vorrei prestare il fianco a chi vede i diritti civili come una torsione rispetto alla questione sociale. È vero però che la Rosa nel Pugno, che fu la luminosa palingenesi dell’immaginario liberalsocialista, non sarebbe comunque sopravvissuta all’inverno della crisi internazionale. La visione di una RnP fissa solo sui diritti civili e l’aderenza ad un’Europa in senso atlantista non era solo una scelta comunicativa, noi tutti eravamo concentrati quasi esclusivamente su quello, è vero che trascuravamo l’aspetto sociale che non era più solo quello dei poveri ma ormai quello dell’impoverimento. Con l’avvilimento definitivo della classe media, figlia del miracolo delle socialdemocrazie atlantiche e avanguardia del socialismo libertario e umanista, le pance han cominciato a ruggire e non possiamo più permetterci certi equivoci: una cosa sono le necessità delle Piccole e Medie Imprese, la cui liberazione deve essere al primo posto, altra cosa l’arbitrio dei titanici speculatori. Dovremmo inoltre mettere in discussione il fiscal compact, infine la nostra campagna “disordine professionale” è sempre lì: liberalizzazione degli ordini professionali, espansione delle tutele alle partite iva e parità retributiva di uomini e donne. Berlusconi poi fa bene a parlare di alzare le pensioni minime e di ridurre il carico fiscale che opprime la mobilità economica delle famiglie.

Come segretario nazionale dei giovani socialisti, pensi che esista una “questione generazionale” che si stacca, in tutto o in parte, dalla famosa e purtroppo ancora attuale questione sociale?

Esiste la questione generazionale nella misura in cui il sistema riesce a malapena, e sempre meno, a garantire chi sta nel mondo del lavoro da anni (guai a chi inciampa e ne esce), non ha idea di come avviare la forza lavoro già pronta (e che bussa alla porta) e manco pensa a programmare per chi è ancora in fase di formazione. Siamo a un passo dal disastro sociale.

Durante il congresso più volte ci si è complimentati con la compagna Pia Locatelli, eletta vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Un’organizzazione che ora può vantare persino il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ma che da tempo sembra essere in “coma”. Il sintomo più eclatante di questa crisi è la creazione della parallela “Progressive Alliance”, che porta molti partiti socialisti, specialmente europei, ad un’ambiguità dannosa. Come la vedi? C’è speranza di uscire da questo stato, e se sì come?

L’egemonia economica (spesso aggressiva) e culturale (spesso miope) nel PSE delle socialdemocrazie gotiche, stampellate dal blairismo dei compagni dell’Est Europa, non aiuta certo a relazionarsi con un mondo molto più vasto e complicato di quanto non possano comprendere certi compagni coi paraocchi della nuova ideologia totalitaria: la modernità. Il problema dell’Internazionale Socialista non sono, per esempio, i compagni sandinisti, il problema dell’Internazionale Socialista è un PSE in cui ha vinto la visione veltroniana. Ci sono stati anni di “inciucio” PSE-PPE, tra grandi coalizioni e PD; che hanno portato il socialismo europeo in una profonda crisi di missione che ha spalancato le porte ai cosiddetti populismi. La cosa iniziò quando venne spazzato via il socialismo mediterraneo dopo la caduta del muro di Berlino e continua ancora oggi. L’Internazionale non è un’organizzazione: è la nostra patria. La Progressive Alliance è un orrore post-postmodernista, vuoto pneumatico, e non ci si faccia illusioni di poterlo riempire con qualcosa di buono. Le nuove esperienze britanniche e francesi possono essere un viatico ma la verità è che manca il socialismo mediterraneo. Senza un’asse PSI-PSOE-PASOK è impossibile aggregare balcani, africani e america latina in un rilancio libertario e umanitario dell’IS che, assediata dai suoi stessi compagni, rischia di diventare autoreferenziale e dunque morta. La compagna Locatelli è l’unico vero ponte tra IS e PSE, lei sa che il nostro sostegno c’è tutto ed è evidente anche da come la FGS sia tornata protagonista internazionale prima con il Summer Camp in Sicilia e poi con la candidatura di Elisa Gambardella a segretaria dello YES.

Sui populisti, spieghiamo meglio: cos’è che li ha scatenati?

Come già detto, innanzitutto l’avvilimento e l’impoverimento delle classi medie, dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese ovvero di tutto ciò che rappresenta l’emancipazione della società dallo Stato e dal Capitalismo. Milioni di individui, maggioranze assolute delle nazioni civilizzate, non più sfruttati e non semplicemente liberati ma divenuti motore di ricchezza e forza nazionali, classe dirigente, anche culturalmente, e dunque egemone. Eravamo ad un passo dalla sociocrazia ed ecco che il Capitale, vinto il Comunismo, sganciatosi dalla realtà e impazzito nella finanza, sublimato, asceso a illusione di trascendenza (fine della storia, ecc) si è infine accorto di non funzionare più e che quindi era necessario drenare ricchezza, e dunque libertà, mai come allora ben distribuita nella storia universale. La reazione è stata la nascita dei cosiddetti populismi, forze antisistema che vogliono buttare il bambino con l’acqua sporca.

E Trump? Un miliardario, forse l’ultimo che dovrebbe essere antisistema: anche lui vuole buttare il bambino con l’acqua sporca?

Partiamo dalla Lirica. L’unica opera lirica degna di questo nome nel secondo dopoguerra è di John Adams: Nixon in China. Non è un caso che la visita di Nixon (che insieme a Spiro Agnew ha costituito il ticket presidenziale più politicamente autorevole della nostra era) alla Cina comunista sia stato l’evento più significativo di questi decenni. La celebrazione di un’alleanza tra USA e Cina contro la Russia, il momento in cui l’America ha cominciato a delegare la produzione al secondo e terzo mondo e a concentrarsi sulla finanza. Caduto conseguentemente il muro, arrivò Clinton che decise che gli Stati Uniti dovevano ragionare economicamente come il Lussemburgo e quello fu il seme arimanico dell’ultima crisi.
Oggi Trump rappresenta il vecchio capitalismo americano che rialza la testa e capovolge la geopolitica mondiale: alleanza con la Russia contro la Cina. La Germania (che esporta tanto tanto tanto verso la Cina), e dunque l’UE, è rimasta travolta da questo capovolgimento. Berlusconi (sì è la seconda volta che lo nomino per lodarlo) aveva visto giusto nel farsi interprete di triangolazioni tra Bush, Putin e Blair. Nel panorama detto populista internazionale vediamo Trump, la Brexit e ancora Putin e noi stavolta però alla periferia della parte in difficoltà, quella europeista che vide in Prodi il nostro massimo referente. E la Dagong, agenzia di reting cinese, avrebbe qualcosa da dirci sulla visione del mondo di Prodi, una visione che risale almeno ad Andreatta ma qui divago. Trump non è un modello, non lo è neanche Putin e forse neanche la Brexit, però l’UE a trazione gotica segue il filone della globalizzazione che noi dobbiamo combattere. Scelto comunque il campo Europeo, bisogna fare come dicevi tu qualche giorno fa: puntare sull’Italia come guida dell’Unione e per farlo bisogna divincolarsi un po’ dai parametri e dai trattati, mettendoli in discussione.

Sempre sui “populisti”. È tornato a riecheggiare, nel dibattito politico, la parola “sovranità”: usata soprattutto dall’estrema destra in versione antieuropeista, ma comunque tutti fanno di questo termine uno slogan utile alle proprie tesi. Di contro, chi sostiene l’Europa, e quindi gran parte anche del nostro mondo politico, attacca il concetto di sovranità: lo sminuisce, lo demonizza, lo rifiuta. Eppure è l’articolo 1 della Costituzione che innanzitutto parla di sovranità, che “appartiene al popolo”. La domanda è, oltre al classico che-ne-pensi: ci siamo persi qualcosa?

La sovranità popolare è indiscutibile. C’è poi da dire che la sovranità popolare, fino ad ora, ha trovato nelle nazioni lo strumento più efficace per la pace sociale interna e per lo sviluppo. Il percorso europeo fino, e compreso, il trattato di Roma è stato fondato sulla creazione di mobilità, equivalenze e convergenze tra le democrazie del continente in nome della parte più bella della globalizzazione: l’interdipendenza, soprattutto commerciale, che rende l’aria poco infiammabile ed ecco qui il segreto della pace. Non sono le istituzioni europee a garantire la pace europea ma questa interdipendenza. A mio parere cedere ulteriormente sovranità sarebbe sbagliato perché non esiste ancora questa convergenza di interessi tale da garantire ai piccoli popoli di vedersi garantiti rispetto a quelli grandi. Democrazia è il governo di una maggioranza politica nel rispetto delle minoranze. I partiti europei dimostrano ancora che l’appartenenza nazionale conta più di quella ideale, ma è fisiologico perché le battaglie dell’incanalatissima classe produttiva tedesca non sono quelle del proletariato esteuropeo né quelle del sottoproletariato palermitano.

Tornando a noi. È ancora non chiara la strategia politica che il PSI intraprenderà per le prossime elezioni politiche. Di fatto, e ovviamente complice è la mancanza delle legge elettorale, ancora tutte le alleanze e le possibilità sono sul tavolo. Secondo te cosa dovremmo fare?

Vista la tua premessa sulla legge elettorale è impossibile rispondere. Posso tracciare solo un vago panorama di traiettorie plausibili. Innanzitutto, non credendo io che la legge elettorale, nello spirito e nella sostanza, alla fine non darà un vero spazio a vagheggiamenti autonomistici, è chiaro che si dovranno comporre le liste insieme ad altre forze. Sicuramente credo che più che mere alleanze elettorali si debbano costruire dei progetti politici, per cui il tavolo aperto da tempo con le forze laiche e ambientaliste è certamente l’opzione oggi più solida anche se devo fare due appunti. Non delle critiche ma delle glosse. Il primo è che, come ho già detto, dopo la crisi non è più tempo di rose nel pugno come quella che abbiamo vissuto, perciò la lettura della realtà e dunque la proposta politica dovrà essere necessariamente più rossa, cosa che vedo difficile da far digerire a certi compagni radicali che, alla fine dei conti e con tutta la stima che possiamo avere per il loro impegno civile, sono comunque assolutamente liberisti. Se magari possiamo trovarci d’accordo, ad esempio, sull’eliminazione delle strozzature al mercato del lavoro (ad esempio gli ordini professionali), sappiamo già che in materia di pensioni, tutele e via cantando sarà dura trovare un compromesso che soddisfi le due parti. Il secondo appunto è sui Verdi, mi spiace ma io non sono né ecologista né animalista perché sono umanista antropocentrico. Facciamo molta attenzione perché già troppi abbagli abbiam preso guardando il sole che ride.
C’è poi la possibilità di continuare il percorso con il PD: inutile nasconderne i rischi, il divario di dimensioni e risorse dà le vertigini, ma al di là di certi mal di pancia io credo che in questi cinque anni ce la siamo cavata bene, senza mortificazioni e ottenendo delle vittorie su diritti civili, giustizia (anche se sta riforma della prescrizione…) e leggi specifiche di nostra iniziativa. L’attuale loro situazione di debolezza interna non farà che rendere più forte il nostro ruolo in coalizione. Il PD sta esplorando la possibilità di metter su una lista civetta contro i gufi scissionisti (pura ornitologia notturna), se Pisapia vuol esser qualcosa di più significativo di una civetta, e di più solido di SEL, deve comprendere che non bastano le grandi città, le amicizie nel jet set e via cantando per fare un campo largo: c’è necessità di organizzazione capillare nella società e nella provincia, che è l’unica vera forza italiana, così come del far parte dell’Internazionale Socialista e del PSE, per tutto questo è evidente che il suo discorso non può prescindere dalla convergenza con il PSI.

Recentemente, come FGS abbiamo fatto una breve video-intervista nella quale abbiamo intervistato giovanissimi compagni su diversi argomenti, tutti riguardanti la nostra comunità. Ti faccio allora una di quelle domande: “dì un pregio e un difetto del PSI”.

Il più grande pregio del PSI è la presenza di tanti giovani eretici che non hanno paura di mettere in discussione le proprie idee con gli altri, che cercano il confronto con la realtà e sfidano il pensiero comune. Uno dei vari difetti del PSI sono alcuni dirigenti locali che ragionano “meno siamo meglio stiamo”, questo soprattutto nelle realtà più piccole. Così non va.

Infine. Anche alla luce di questo congresso, cosa dovrebbe aspettarsi il Partito dalla FGS e la FGS dal Partito, contestualmente ai rispettivi rapporti?

Diciamo che finalmente i rapporti tra PSI ed FGS sono assolutamente chiari. La FGS non serve né alle coreografie (comunque utili) né alla manodopera (comunque formativa). La FGS serve al PSI come fucina di idee e dirigenti, e l’unica cosa che deve aspettarsi è che mantenga la propria autonomia e non diventi autoreferenziale. L’unica cosa che la FGS deve aspettarsi dal PSI è l’apertura mentale. E, scusatemi la prosaicità, anche quella degli organismi. Dobbiamo ammettere che Riccardo sia di mente che di spazi politici non ci nega nulla, sempre per metterci alla prova: è molto curioso di noi. E voglio ringraziare anche Rometti e Riccomi che, nelle baruffe congressuali, l’unica cosa che non hanno messo in discussione è stata proprio la FGS.

Enrico Maria Pedrelli

Pse e Yes: serve un piano europeo per i giovani

Summer camp Yes TerrasiniTerrasini, 22 lug. – “Non penso agli Stati Uniti d’Europa. Dobbiamo essere realisti: non bisogna parlare di mete irraggiungibili, se non riusciamo neppure a gestire la questione dei migranti. Serve piuttosto più Europa, un’Europa di qualità, che possa affrontare con efficacia temi come il terrorismo, la politica estera, la pace, l’occupazione giovanile, la politica economica”. Dopo la Brexit, Sergei Stanishev, Presidente del Pse, rimane con i piedi per terra al summer camp dei Giovani socialisti europei (YES), in corso a Terrasini in Sicilia.

Stanishev conferma che “è stata la famiglia socialista a salvare Atene dalla Grexit. Se chiedete a Tsipras, ve lo confermerà“. Ai giovani di tutta Europa il Presidente del Pse chiede di mantenere il sogno socialista: “Noi vogliamo insieme cambiare il mondo. Essere troppo ricchi in solitudine non dà felicità, se gli altri intorno a te sono poveri”.

Da Terrasini il Pse e la Yes rilanciano il piano europeo per i giovani: più occupazione e più istruzione per tutti. “Abbiamo stanziato 20 miliardi di euro fino al 2020 – dice Stanishev – l’obiettivo è abbattere la disoccupazione giovanile e allargare a tutti il progetto Erasmus. I giovani non devono pensare che le loro condizioni di vita saranno peggiori di quelle dei loro genitori. I socialisti, adulti e giovani, devono essere pronti a combattere per le proprie idee. La Ue non puo’ essere solo austerity e tagli”.

Sulla minaccia terroristica Stanishev ritiene “assurdo che i servizi segreti europei non scambino le informazioni tra loro”.

Yusi summer camp Terrasini 2016Al summer camp socialista europeo molto spazio va alla politica estera. Bar Gissin, leader dei giovani socialdemocratici israeliani di Meretz, sostiene per il Medio Oriente la tradizionale politica socialista dei ‘due popoli, due Stati’. “Doveva essere fatto ieri – afferma Gissin al dibattito moderato da Riccardo Galetti – Israele è più forte e deve fare il primo passo. Netanyahu vuole trattare direttamente con i palestinesi senza un tavolo internazionale? Netanyahu – dice Gissin con ironia – non è esattamente il mio punto di riferimento ideale”.

Abdi Aziz Suleiman, giovane laburista britannico, è duro: “Siamo giovani di sinistra e non possiamo accettare che nella nostra epoca ci sia un nuovo colonialismo. Gli insediamenti israeliani minano la possibilità di creare uno Stato palestinese e ci sono una cinquantina di leggi che rendono difficile la vita persino agli arabi che hanno passaporto israeliano. Se la sinistra in passato sostenne Mandela, ora non può non sostenere i palestinesi”.

Merle Stoerer, rappresentante dei giovani socialdemocratici tedeschi (Jusos), ribatte: “La parola ‘colonialismò è una parole forte, che andrebbe usata in altri contesti. In Israele ci sono partiti di sinistra che vogliono trovare una soluzione con i palestinesi”.

Bobo Craxi, in un altro dibattito, avverte pericoli incombenti: “È in corso un’onda lunga verso una torsione autoritaria e dispotica. Altrimenti non avremmo né Trump né Erdogan né una politica economica restrittiva della Ue. A livello europeo non abbiamo una politica soddisfacente. Il silenzio sulla Turchia la dice lunga sulle difficoltà della Ue”.

Immigrati. Tocca ancora all’Italia

Immigrati-Ventimiglia-sindaco“Per ora ce la facciamo”, ha detto il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, dopo l’arrivo dei migranti spediti indietro dalla Francia: circa 200, tra ieri e oggi. Ma il problema resta, e non solo per Ventimiglia, ma per tutto il territorio nazionale, tanto che è stata indetto un incontro tra una delegazione della Conferenza delle Regioni e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi sull’emergenza immigrazione. Ad annunciarlo è stato il vice segretario del Pd e presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, a margine della riunione della Conferenza delle Regioni. Serracchiani ha anche precisato che l’incontro con Renzi si terrà prima del Consiglio europeo in programma il 25 e il 26 giugno prossimi.

L’Italia, nonostante i buoni propositi e le promesse di alcuni Stati (la Francia ha assicurato 10mila alloggi per i profughi ma continua a rispedire indietro i migranti) è rimasta sola nell’accoglienza degli immigrati, ricevendo gli elogi di alcune testate internazionali, ma non sarà in grado di farcela ancora e per molto. Dal rapporto annuale dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), pubblicato oggi e intitolato Global trends si parla di un aumento costante dei migranti a causa delle guerre. Sono 59,5 milioni di migranti forzati alla fine del 2014, rispetto ai 51,2 milioni di un anno prima e ai 37,5 milioni di dieci anni fa. Si tratta dell’incremento più alto mai registrato in un solo anno. L’accelerazione principale è cominciata nei primi mesi del 2011, quando è scoppiata la guerra in Siria, diventata la prima causa di migrazione forzata.

Oggi, in tutto il mondo, una persona ogni 122 è un rifugiato, uno sfollato interno o un richiedente asilo. E se i 59,5 migranti forzati componessero una nazione, sarebbe la ventiquattresima al mondo per numero di abitanti. “Siamo di fronte a un cambio di paradigma, a un incontrollato piano inclinato in un’epoca in cui la scala delle migrazioni forzate, così come le necessarie risposte, fanno chiaramente sembrare insignificante qualsiasi cosa vista prima”, ha dichiarato l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati, António Guterres. Ma non è questo il solo lato sconvolgente, molti degli Stati, da cui i rifugiati scappano, sono supportati dagli stessi Stati occidentali che poi rifiutano loro l’accoglienza. È il caso dell’Eritrea, su cui si è soffermato il rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, e da cui emerge che il governo eritreo è responsabile di massicce e gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di una popolazione “controllata, ridotta al silenzio, isolata, vittima di abusi, sfruttata e ridotta in schiavitù”. Nei 22 anni d’indipendenza, l’Eritrea è diventata uno stato-prigione in cui ogni tentativo di opposizione viene stroncato e punito col carcere e con la tortura.

Nel frattempo però l’Europa e i suoi ideali sta naufragando su sè stessa: l’annuncio di un muro in Ungheria ha sconvolto e allo stesso tempo chiarificato quale strategia si adotterà nei prossimi mesi. “Il paese che ha avuto una parte molto importante nell’abbattere la ‘cortina di ferro’, ora ha iniziato i preparativi per costruirne una nuova”. Si legge in un comunicato dei giovani socialisti europei (Yes). “Con questa decisione, insieme alla campagna xenofoba, il primo ministro Viktor Orbán non contribuisce alla soluzione, ma crea più problemi”, si legge ancora.

Il rimbrotto al Primo Ministro ungherese arriva anche dall’Europa, “In Europa sono stati recentemente abbattuti dei muri, non abbiamo bisogno di costruirne di nuovi”, ha detto Natasha Bertaud, portavoce del Commissario Ue per l’Immigrazione Avramopoulos. Si dimentica infatti che già da un po’ un altro membro della Comunità europea, la Bulgaria, ha addirittura issato una barriera di filo spinato al confine con la Turchia per di arginare il crescente flusso di esseri umani, soprattutto rifugiati e richiedenti asilo in fuga dalla guerra civile in Siria.

Maria Teresa Olivieri