Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Il treno della Catalogna è tornato al punto di partenza

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Ma, per farlo arrivare alla giusta destinazione occorrono nuovi macchinisti. E, tra questi, non ci potrà essere Rajoy e il Pp. L’attuale capo del governo suscita simpatia per la sua aria dimessa e il suo aspetto mite. E piace anche, e come, all’Europa per la sua determinazione nell’applicare le direttive di Bruxelles. E però il Pp ha il non trascurabile difetto di non avere mai ripudiato l’eredità franchista (su cui esprime un giudizio favorevole il 30% degli spagnoli); ad un punto tale che il suo portavoce in Parlamento ha recentemente dichiarato che “la responsabilità per la morte di centinaia di migliaia di persone durante la guerra civile ricade sui repubblicani”.

Ora, di questa eredità fa parte il centralismo; e con questa il ripudio totale dell’idea che l’unità della Spagna debba fondarsi sull’accordo tra le varie nazionalità. Idea che, invece, prima con Gonzales e poi con Zapatero, aveva portato ad un accordo di ferro tra Madrid e Barcellona; o, più specificamente, tra i socialisti, sapagnoli e catalani e gli autonomisti moderati catalani. Diciamo, l’applicazione del modello sudtirolese: “A voi i soldi e il potere di gestirli; a noi il vostro consenso indefettibile nelle Cortes”.

A rompere questa intesa Aznar e poi, in modo assai più sistematico, Rajoy. Da una parte limitando in sede costituzionale qualsiasi possibilità d’evoluzione del regime di autonomia verso forme più avanzate di tipo federale; dall’altra, beninteso in nome dei vincoli di Bruxelles, privando il governo di Barcellona dei fondi necessari per lo sviluppo delle infrastrutture e per i sevizi sociali.

Questo è uno dei fattori determinanti della crisi dell’autonomismo moderato. Crisi accelerata anche da fattori interni; primi tra tutti l’emergere di una estesa corruzione. E così, provocati dall’ostilità di Madrid e colpiti a sinistra dalla protesta sociale e indipendentista incarnata da una Esquerra republicana, erede diretta dei vinti del 1936 i vecchi “moderati” sono stati costretti ad inseguirla sul suo stesso terreno, sino a quel vero e proprio bluff della dichiarazione di indipendenza di ottobre.

E però la reazione violenta e “spropositata”di Madrid non è valsa a mutare il corso delle cose; anzi, a guardare al di là delle apparenze, si è risolta in una sconfitta per Madrid. Tutti gli organi di stampa hanno giustamente commentato la non vittoria degli indipendentisti, rimasti sulle posizioni del 2015 e, questa volta, profondamente divisi sul “che fare”. Pochi hanno invece fatto presente un dato assai più rilevante: il fatto che i “non indipendentisti” non solo sono minoranza in Parlamento ma rappresentano, tra di loro, posizioni del tutto diverse.

Una di queste appare sin d’ora fuori gioco. Perché Rajoy a suo tempo salutato dalla stampa come grande vincitore della sfida all’ok corrral, esce distrutto dalle urne. Non aveva niente da dire ai catalani e i catalani – leggi gli abitanti della Catalogna – non avevano perciò nessun motivo per votarlo. Quattro seggi su 135; quanto basta a squalificarlo politicamente ma anche, in futuro elettoralmente, come campione dell’unità del paese.

Ciudadanos, non a caso nato in Catalogna come reazione al “catalanismo, propone un agenda per i non catalani. Rilancio dell’economia, degli investimenti e della spesa pubblica per tutti in cambio della rinuncia dei catalani non solo all’indipendenza ma anche ai suoi presupposti: bandiera, imposizione della lingua, spese per la valorizzazione della catalanità. Tutto ciò che piace agli allogeni (che l’hanno non a caso premiato nelle urne come primo partito); nulla che possa essere accettato dagli altri.

Podemos, dal canto suo, propone “cose belle ma impossibili”: un accordo nazionale, qui ed ora, che, in cambio della rinuncia definitiva all’indipendenza, offra ai catalani, autoctoni e allogeni, tutto il resto.

In quanto ai socialisti, che hanno tenuto a distinguersi, nel corso della campagna elettorale, sia dagli indipendentisti che dalla coppia Pp/Ciudadanos, questi sono gli unici in grado di formulare proposte di mediazione in grado di essere ascoltate, senza preclusioni, dalle due parti. E, già che ci siamo, di promuovere un esecutivo di minoranza, basato sul coinvolgimento delle due parti (anche in virtù di passati rapporti); nella attuale condizione l’unico possibile e auspicabile.

Staremo a vedere. Con tutto l’ottimismo della volontà; anche perché di pessimismo dell’intelligenza c’è n’è in giro fin troppo…

Alberto Benzoni

Psoe. È morta Carme Chacón

carmen cachon

È morta a soli 46 anni Carme Chacon, prima donna a ricoprire l’incarico di ministra della Difesa in Spagna nel governo Zapatero. Stroncata da un attacco cardiaco, causato da una patologia che aveva fin dalla nascita, Carme Chacon ha svolto un’intensa attività politica che l’ha portata a candidarsi nel 2011 alla segreteria del Psoe, dopo la sconfitta elettorale di Zapatero. Nel 2014 era diventata responsabile del Psoe per le relazioni internazionali, dimettendosi due anni dopo.

“La famiglia socialista – scrive su Facebook il segretario del Psi Riccardo Nencini – perde una compagna coraggiosa, appassionata. Noi perdiamo un’amica. Sono passati cinque anni ma è vivo il ricordo dell’intervento che Carme Chacon svolse a Genova in Sala Sivori in occasione del 120mo dalla fondazione del Psi. Un di scorso lungimirante. Eretico. La notizia della sua morte improvvisa mi ha colpito profondamente. Ciao Carme”.


Una compagna, una grande amica
di Pia Locatelli

È con profondo dolore che ho appreso ieri notte dell’improvvisa scomparsa di Carme Chacón: un’amica dei socialisti italiani, una cara amica. Ho conosciuto Carme nel 2008, subito dopo la sua nomina a Ministra della Difesa nel governo Zapatero, a un’iniziativa del Psoe e senza bisogno di tante parole tra noi si è creata subito una sintonia perfetta che con il passare degli anni si è trasformata in profonda amicizia. All’epoca era incinta di sette mesi e portava la sua gravidanza con naturalezza, senza alcuna ostentazione: la sua foto con il pancione al mentre visita le truppe spagnole in Afghanistan, fece il giro del mondo, ma lei non ci dava peso. «Sono incinta, non malata – replicò a quanti, tanti, criticavano i rischi cui aveva esposto se stessa e il nascituro -. Era il mio primo dovere visitare chi pone in pericolo la propria vita per difendere valori superiori, come la libertà degli altri. E comunque non dimentico che, per una cassiera del supermercato, è molto più dura».

Pia Locatelli, Carme ChaconCon Carme abbiamo condiviso tanti momenti: lei è venuta più volte in Italia alle iniziative del PSI, sempre disponibile e vicina al nostro Partito, io sono andata a quelle del Psoe e l’ho sostenuta nella sua candidatura alla segreteria contro Perez Rubalcaba, in un congresso che perse per soli 22 voti. Ero e sono ancora convinta che avrebbe portato una ventata di freschezza e di rinnovamento nel Partito e che forse una sua vittoria avrebbe arginato la perdita di consensi dei socialisti spagnoli. Come Ministra, nel governo al 50% femminile di Zapatero, infatti aveva acquistato subito un’enorme popolarità, suscitando le simpatie e l’ammirazione anche dei suoi avversari politici. Anticonvenzionale, grintosa e coraggiosa sfidò le tradizioni sfilando in smoking alla Pascua Militar di Palazzo Reale dove, per le donne, è di rigore l’abito lungo.

Ci siamo incontrate molte volte e abbiamo lavorato insieme nell’Internazionale socialista, dove è stata Presidente del comitato Mediterraneo.

Nel 2013 si era presa un anno sabbatico, per andare a insegnare al Miami Dade College, in Florida. Rientrata a Madrid nel 2014, era tornata anche alla vita di partito, come segretaria delle relazioni internazionali del Psoe, per lasciare l’incarico l’anno scorso.

Con la sua morte prematura ci viene a mancare un riferimento importante, una preziosa risorsa per tutta la famiglia socialista. A me mancherà soprattutto la sua risata contagiosa, il suo entusiasmo, le giornate passate insieme a Lerici: tutti noi abbiamo perso una compagna, io ho perso un’amica.

Pia Locatelli

Pedro Sanchez ‘rompe’ con Zapatero

Pedro-SANCHEZ-PSOELa mossa politica di Pedro Sanchez segretario dei socialisti spagnoli è finalmente arrivata. Prima una campagna d’immagine volta alla rincorsa all’eredità politica di Zapatero tutta diritti e valori del socialismo messi in soffitta dalla scellerata gestione Rubalcaba, e poi in un sol colpo l’eliminazione del patto che unì all’epoca dell’ultimo governo socialista, il PSOE al PP nell’approvazione della modifica dell’art.135 della Costituzione, che regola il deficit pubblico secondo i trattati sottoscritti in sede europea. Continua a leggere

Rifacciamo l’Europa

Riformisti-CraxiRiformare ripartendo dall’Europa, da dove sembrava si potessero trovare soluzioni ma che negli ultimi tempi per molti sembra la fonte di molti problemi. L’Europa e l’Unione Europea sono ancora la lellade da cui ripartire, dove può esserci la soluzione per le crisi non solo economiche ma anche sociali. Continua a leggere

“Forti, uniti e con idee chiare. Il Psoe è tornato!”

Rubalcaba ritornoMadrid – Alfredo Perez Rubalcaba esce vivo dalla Conferenza Politica del suo partito, e non è poco. Che sia una segreteria di transizione tra i governi Zapatero e con almeno ancora un anno all’opposizione è oramai chiaro a tutti e Rubalcaba questo lo ha (mal) digerito, però dalla tre giorni madrilena “Il PSOE è tornato”. “Il PSOE è tornato” è la frase simbolo dell’attuale leader dei socialisti spagnoli pronunciata durante il discorso di chiusura che meglio sintetizza la Conferenza dalla quale si posso ricavare due conclusioni. Da una parte, si è dato il via al percorso che porterà a scegliere il candidato alle prossime elezioni generali. Dall’altra è stata la prova generale di una ritrovata unità socialista con l’inserimento di idee nuove e uno straordinario progetto denominato LabPSOE, un laboratorio e spazio di sperimentazione e di co-working su politica e comunicazione digitale.

“Abbiamo un progetto, siamo il Partito Socialista Operaio Spagnolo, il più importante partito di sinistra, l’unico partito di sinistra capace di fermare la destra scellerata” ha ricordato Rubalcaba alla platea dei 2.500 militanti, “questo progetto consiste nel riformare la Costituzione per convertire la Spagna da Paese decentralizzato a uno federale, perchè noi siamo socialisti, non nazionalisti. Un progetto economico per esentare le fasce più deboli dall’imposto sulle rendite, per creare una banca pubblica a sostegno degli investimenti, e un progetto laico per rivedere il concordato tra Spagna e Vaticano. In uno stato laico non dovranno più esserci élite religiose che dirigono la vita dei cittadini e delle cittadine, ha continuato, per far sì che gli spagnoli possano vivere liberamente”.

Un Rubalcaba deciso e convincente, nonostante qualche problema di salute, come non accadeva dal discorso del congresso che lo aveva scelto segretario, scatenato contro le politiche del PP che stanno facendo a pezzi il Paese, un atteggiamento che contrasta con quello troppo tiepido mantenuto fino ad ora tra i banchi dell’opposizione.

Pubblico in piedi, quando il segretario facendo sue le richieste che provenivano da molti fuori dal partito e lontani dall’attuale segreteria, ha chiarito che il PSOE dovrà stare in piazza con i cittadini che da mesi si stanno organizzando in maree e piattaforme cittadine, in difesa delle politiche sociali, la sanità e la scuola pubblica; settori che il PSOE aveva costruito e rinforzato nei governi socialisti dal 1982 al 1996, “non siamo tutti uguali. Noi abbiamo costruito gli altri stanno distruggendo”.

Se c’è qualcosa che ha massacrato la leadership di Rubalcaba, oltre le continue batoste elettorali inanellate, è stato il braccio di ferro con chi nel partito proponeva primarie per decidere chi sarà il prossimo candidato alla presidenza del consiglio dei ministri e soprattutto quando queste primarie dovranno svolgersi. Primarie che ci saranno, non è dato sapere quando, ma che saranno aperte non solo agli iscritti, ma a tutti i maggiori di 16 anni (14 se iscritti alla gioventù socialista). Alla Conferenza l’attuale classe dirigente socialista si è presentata ai suoi con un sondaggio del CIS da dove si apprendeva che il 91% degli intervistati non si fida di loro.

Nessun leader di partito ha mai fatto peggio. Un dato sconvolgente se si pensa che oggi, nonostante gli scandali su fondi neri e una politica economica costruita sui tagli al settore pubblico, il PP verrebbe votato dal 34% degli spagnoli, 1,5 punti in più rispetto al precedente sondaggio e il PSOE raggiungerebbe il 26%, il peggior risultato di sempre. “Usciamo da qui forti, uniti, con idee chiare. Il PSOE è tornato” ha concluso Rubalcaba. Ora se ne devono accorgere gli spagnoli.

Sara Pasquot

Violenza sulle donne. Locatelli: «Guardo alla legge Zapatero contro il “machismo criminal”»

Pia Locatelli-Psi

La violenza sulle donne? E’ una questione di genere. Lungi da semplificazioni o banali giochi di parole, la risoluzione di un fenomeno drammatico sul quale, seppur in gran ritardo, anche l’Italia si sta adeguando sul piano normativo non può che passare per il colmare quel gap nell’ordinamento giuridico italiano riguardo al concetto di genere. A ribadirlo è una nota del Governo allegata alla Convenzione di Istanbul (da qualche giorno ratificata anche dall’Italia) che definisce il concetto di genere come “non presente”. Prima firmataria di una mozione sulla violenza contro le donne, la deputata Pia Locatelli, presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, ieri nell’Aula di Montecitorio ha portato avanti con forza questo punto affermando: “Qualcuno ha detto che il genere non esiste nella nostra legislazione. Io trovo al contrario che il concetto di genere ci aiuta a capire a fondo anche il concetto di violenza contro le donne perché si riferisce a ruoli e comportamenti socialmente costruiti che una società considera appropriate per donne e uomini”. Continua a leggere

Spagna, tra Rubalcaba e Rajoy chi gode è la Chacon

Il cambio di governo dai socialisti di Zapatero ai popolari di Rajoy non sta portando gli effetti tanto attesi dagli spagnoli e dall’Europa. Il nuovo governo eletto con una maggioranza schiacciante devastando l’avversario socialista ha iniziato a impostare la sua linea economica e politica con uno spread spagnolo a 311, oggi in cinque mesi è arrivato a 550 punti, con l’incubo di un intervento da parte dell’Europa per salvare la nazione. Il PP ha venduto agli elettori molti punti di un programma che non è stato compiuto; molte promesse elettorali dileguate nella sola spiegazione della “eredità ricevuta dal precedente governo”. Continua a leggere

La Spagna taglia sugli ex presidenti, ma moltiplica i consulenti

I quattro ex presidenti del governo spagnolo da quest’anno riceveranno uno stipendio ridotto del 5,6% pari a 74,580 euro ciascuno, come ha annunciato mercoledì il sottosegretario alla presidenza del governo, Jaime Pérez Renovales.
Durante la sua comparizione davanti alla commissione Bilancio del Congresso ha annunciato in dettaglio i conti del suo dipartimento, Renovales Perez ha spiegato che quest’anno, il gabinetto della presidenza del governo nonostante la crisi si sia visto obbligato ad aumentare la propria dotazione nei conti perché gli ex presidenti sono aumentati di numero, annoverando tra le fila uno in più: José Luis Rodríguez Zapatero. Continua a leggere