martedì, 20 Agosto, 2019

Taglio parlamentari: Senato approva, ma rimane bicameralismo perfetto

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Il Senato ha approvato, in prima lettura, il disegno di legge in materia di riforma della Costituzione che riduce il numero dei parlamentari: i deputati passerebbero dai 630 attuali a 400 (di cui 8 eletti all’estero), così come i senatori da 315 a 200 (4 all’estero).
Hanno votato a favore 185 senatori, contrari 54, astenuti 4.
Il disegno di legge passa ora alla Camera dei Deputati. Trattandosi di una riforma costituzionale è necessaria una doppia lettura conforme da parte di entrambe le Camere.

Infatti, in Italia la Costituzione, all’articolo 138 prevede che le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali siano adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi.

Hanno votato “si” la Lega e il M5s, ma anche i partiti dell’opposizione di centrodestra, Fratelli d’Italia e Forza Italia, con un’apertura di credito alla maggioranza di governo che dovrà essere verificata nei passaggi parlamentari successivi.
Tra i contrari troviamo il Partito Democratico, gli alleati di centrosinistra, Liberi e Uguali e il gruppo delle Autonomie.

I democratici si erano espressi a favore del taglio dei parlamentari. Tuttavia, con un emendamento, prevedevano oltre alla riduzione dei parlamentari anche la trasformazione del Senato in Camera delle Autonomie, in modo da superare il bicameralismo paritario a favore di una razionalizzazione della forma di governo.
L’emendamento dem è stato dichiarato inammissibile dalla presidente del Senato Elisabetta Casellati e per queste ragioni non si è avuta, nel voto di oggi, un’ampia convergenza parlamentare tra maggioranza e opposizione.

Una convergenza resa possibile dalla procedura di revisione costituzionale: le leggi costituzionali, nella seconda lettura, devono essere approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera.
Se alla seconda votazione la legge non ottiene la maggioranza dei due terzi dei componenti, può essere sottoposta a referendum popolare entro tre mesi dalla pubblicazione.
Diverse le reazioni politiche all’approvazione, in prima lettura, del ddl di “modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”.

Per il ministro per i rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro “oggi è una giornata storica. Posiamo la prima pietra per un Parlamento più efficiente e meno costoso. Il taglio del numero dei parlamentari significa non solo un parlamento più spedito, efficiente, meno burocratico ma anche meno costoso. Stiamo parlando di mezzo miliardo di risparmi a legislatura, 300mila euro al giorno”.
Luigi Di Maio, su Facebook, commenta il primo via libera del Senato al taglio dei parlamentari “Evviva! Approvato il Tagliapoltrone in Senato! Presto ci saranno 345 parlamentari in meno e un risparmio di mezzo miliardo di euro a legislatura. Dicevano: impossibile! E invece se lo diciamo lo facciamo!”.

Il centrosinistra prova a smorzare gli entusiasmi della maggioranza gialloverde, rilanciando la battaglia per il superamento del bicameralismo perfetto.
Maurizio Martina del Pd scrive su Twitter: “Sulle riforme noi rilanciamo. Sì al taglio dei parlamentari, basta bicameralismo perfetto. Il Senato diventi Camera delle autonomie con funzioni diverse e votino anche i diciottenni, No a spot, sì a riforme utile. Che dicono Lega e Cinque Stelle?”.

Andrea Marcucci, capogruppo dem al Senato, mette in guardia da riforme con venature populiste e inefficaci: “Di Maio annuncia una festa per la prima lettura del ddl che chiama taglia poltrone. State attenti perché non riducono il numero dei parlamentari, ma cominciano a tagliare la democrazia! E poi l’ultima festa dei 5stelle è stata per la legge di bilancio, e dopo il Pil è crollato”. Nonostante i toni trionfalistici della maggioranza, il percorso della riforma costituzionale appare lungo e irto di ostacoli.

Insieme al disegno sulla riduzione del numero dei parlamentari, il M5s ha presentato altre due proposte di riforma costituzionale riguardanti l’eliminazione del Cnel (sul quale si registra un ampio consenso), l’abolizione del quorum dal referendum abrogativo e l’introduzione del referendum propositivo.
Su quest’ultimo punto la maggioranza è entrata in fibrillazione con lo scontro tra i fautori della “democrazia diretta” e dello strumento dell’iniziativa popolare e chi come la Lega o le opposizioni esprimono delle perplessità.
Si teme che possano diventare leggi dello Stato, proposte avanzate da un’esigua minoranza organizzata; se a questo si aggiunge la sola riduzione del numero dei parlamentari, si manifesta il rischio di assemblee parlamentari svuotate di funzioni e rappresentanti del popolo sempre più distanti dai cittadini.

Paolo D’Aleo

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