domenica, 12 Luglio, 2020

Tarro: “Covid, essenziale miglior monitoraggio del territorio”

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Il Covid-19 “dal punto di vista clinico non esiste più”. L’ ha affermato – intervenendo alla trasmissione di Lucia Annunziata su RAI 3, “Mezz’ora in piu’ ” , e soprattutto citando dati clinici rilevati da autorevoli presìdi sanitari in aree diverse del mondo – il primario dell’ospedale “San Raffaele” di Milano Alberto Zangrillo, direttore della terapia intensiva. “I tamponi eseguiti negli ultimi 10 giorni – ha spiegato – hanno una carica virale, dal punto di vista quantitativo, assolutamente infinitesimale rispetto a quelli eseguiti su pazienti di un mese, due mesi fa”.Parole, queste,che hanno suscitato – come’era prevedibile – forti polemiche tra “apocalittici” e “realisti”.

Con l’intento di fornire ai cittadini elementi di giudizio nuovi, che mettano in guardia sia da ottimismi irreponsabili come, all’opposto, da catastrofismi tanto facili quanto,magari, interessati, torniamo a sentire il parere di Giulio Tarro,virologo di fama internazionale. Primario emerito dell’ azienda ospedaliera “Cotugno” di Napoli, Chairman della Commissione sulle biotecnologie della Virosfera del WABT- UNESCO(Parigi). a suo tempo collaboratore di Albert Sabin, il Prof.Tarro è stato anche candidato al Nobel per la Medicina.

 

Professor Tarro, se il Governo stesso, a quanto sembra, è ora il primo a capire che un’ulteriore proroga del blocco quasi totale della vita del Paese significherebbe il tracollo economico e l’esplosione di rivolte sociali incontenibili (di cui stiamo avendo -com’ e’ successo pochi giorni fa a Milano – i primi, preoccupanti segnali), un ritorno completo alla vita di prima, però, non è ancora possibile. Ma in attesa di trovare soluzioni terapeutiche risolutive del problema COVID-19, Lei come valuta le scelte fatte da altre nazioni come Svezia e Inghilterra, che in sostanza, in questi mesi, a volte si son limitate a proteggere i più deboli (come anziani e malati gravi), lasciando che la circolazione del virus nella popolazione alla fine producesse, per reazione, una certa “immunità di gregge”?

A mio avviso è possibile un “ritorno completo alla vita di prima”. Bisogna comportarsi con buonsenso. La ricetta, esattamente israeliana, a cui Lei fa riferimento – ossia lasciar circolare il virus tra i più giovani, proteggendo gli anziani – era il modello da cui imparare. Sarebbe stato auspicabile parlare di immunità di gregge partendo dai giovani. L’immunità di gregge è quella che normalmente si cerca di ottenere con una vaccinazione verso un determinato agente che può essere un virus o un batterio. Attraverso questa si riesce ad ottenere il 95% della risposta immunologica delle varie persone, per questo si parla di “gregge”. Il che vuol dire arrivare ad un numero che ci rende abbastanza tranquilli sul fatto che quell’agente non circolerà più, perché troverà gente vaccinata e quindi verrà bloccato. L’altro 5% che rimane, è legato o a situazioni in cui non vengono consigliate le vaccinazioni perché sono persone in stato di immunodepressione, quindi non avrebbero una risposta valida, oppure potrebbero avere motivi ideologici o di altra natura per cui non vogliono essere vaccinati. Ovviamente nel caso del Covid19 non stiamo parlando di vaccinazione. Inizialmente, il Primo ministro inglese parlò di immunità di gregge, poi ha cambiato idea in un secondo momento, essendo egli stesso protagonista del contagio.

 

Come mai, questo repentino cambiamento di idee di Boris Johnson (peraltro rispondente al carattere del personaggio) ?

Sono certo che possa essere stato spinto a parlare di immunità di gregge dall’Università di Cambridge o quella di Londra, oppure da persone molto valide in campo virologico: che pensano, date le caratteristiche del Coronavirus, che, proteggendo le fasce più deboli della popolazione come gli anziani o quelli affetti da altre malattie, si può far circolare liberamente il virus, non usando le misure del “lookdown all’italiana”, e far quindi infettare tutti per produrre anticorpi. Quindi, in base a questo noi avremmo un’immunità di tutta la popolazione. È stata la strategia scelta da Israele e Svezia.

Comunque, qui in Italia, anche se i casi complessivi di contagio da varie settimane sono in netto calo, colpisce il dato costante che la metà circa di questi casi continua a registrarsi in Lombardia. Da cosa dipende questo, secondo Lei? Da obbiettive carenze del circuito sanitario di questa Regione (probabilmente compromesso da anni di scandali e ruberie, accertati da varie inchieste giudiziarie) o, più semplicemente, dall’elevata frequenza dei contagi nelle RSA e case di riposo per anziani?

Non credo che il sistema sanitario lombardo sia carente, anzi. Nelle RSA si è commesso qualche errore di valutazione che purtroppo ci è costato caro. La ragione a mio avviso è altrove. Ritengo che si debba approfondire un rapporto: quello dell’elevata frequenza dei contagi con l’elevato ricorso, in alcune aree geografiche, al vaccino antinfluenzale. A Bergamo, il vero epicentro dell’emergenza come sottolineato da più parti, dove si è verificato qualcosa di ingestibile e che francamente ha stupito anche me, che mi trovo a lavorare con epidemie da decenni, c’è stata una richiesta di ben 185mila dosi di antinfluenzale. In concomitanza c’è stata un’endemia da meningococco per cui sono state richieste 34mila dosi. Ci sono dei lavori: uno dell’esercito americano e un altro della scuola olandese, che si collocano su questa stessa linea di pensiero. Ci sono, con molta probabilità delle associazioni da studiare, indipendentemente dal rapporto cause ed effetto.

 

E ci possono essere, per il “caso Lombardia”, altri fattori particolari?

Aggiungerei che il fatto che i focolai di coronavirus italiano siano nella Pianura Padana, principalmente in Lombardia e Veneto, potrebbe dipendere da fattori ecologici, come alcuni tipi di concime industriale. Questi potrebbero aver alterato l’ecosistema vegetale e, quindi, animale, nel quale uno dei tanti coronavirus normalmente in circolazione può aver avuto una inaspettata evoluzione. Sarebbe opportuno analizzare se in passato particolari forme di faringiti o sindromi influenzali siano state registrate in quei territori.

Altra situazione strana -come rilevava, ultimamente, un medico romano, Stefano De Lillo, già consigliere regionale e senatore – è quella del Lazio. “Con 1.119 ricoverati con sintomi”, scrive De Lillo in un articolo, “il Lazio è al terzo posto in Italia, vicino al Piemonte, che però conta ben 29.346 casi positivi, quattro volte tanto i 3.533 del Lazio. Nella fase di picco i ricoverati nella nostra regione erano il 4% del totale nazionale, oggi sono il 12%: mentre in una settimana, in Emilia-Romagna, ad esempio, i ricoverati sono calati da circa 1.700 a 763, da noi da 1.400 a 1.119”. Perché, secondo Lei, il tasso di dimissioni nel Lazio è molto più lento?

Credo dipenda dal fatto che non tutte le regioni, o meglio strutture sanitarie, adottano la stessa linea di pensiero. Ci sono delle correnti di pensiero differente. Io farei maggior ricorso alla sieroterapia, l’unica terapia, insieme a qualche altro farmaco antivirale e all’antimalarico, che sta effettivamente funzionando.

E condivide l’argomento che i morti totali, in Italia, per la malattia in realtà son stati meno di quelli dei dati ufficiali, che spesso comprenderebbero, sbrigativamente, anche i morti “con coronavirus”, e non solo quelli “da coronavirus”?

L’alta mortalità è dovuta non certo ad un virus più cattivo, ma alla sottostima del numero dei contagiati, soprattutto nel nord Italia. In Italia, i contagiati da Covid19 non sono quelli conteggiati dalla Protezione civile, basandosi solo sui pochi tamponi diagnostici effettuati dalle Regioni. Assolutamente no. Le stime più attendibili prospettano, al pari delle periodiche epidemie influenzali, dai 6 ai 10 milioni di contagiati da Covid19, solo in Italia. A questo dato sicuramente non marginale, se ne deve aggiungere un altro. Credo, e lo dico convintamente, che vi sia un’eccessiva enfasi nella divulgazione dei numeri. In base ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità di cartelle cliniche relative ad esami autoptici eseguiti su presunte vittime da Covid19, abbiamo che, in 909 casi, solo 19 sono da attribuirsi come causa diretta e reale al Sars-CoV2. Sottolineo che col tempo, rispetto alle analisi iniziali, dove vi era un’attenta analisi delle cartelle cliniche dei pazienti, si è forse fatto confusione tra persone con coronavirus e persone morte di coronavirus.

E a Suo giudizio, Professore, anche ammettendo che, da qui all’inverno prossimo, le misure di contenimento dell’infezione procedano ottimamente, e le terapie, soprattutto, facciano effettivi progressi, dobbiamo aspettarci un’altra ondata di casi per il prossimo inverno, oppure non è detto?

Le sembrerà fantascienza, ma a mio avviso non c’è da stare così impensieriti. Il virus sta facendo il suo decorso. Basterebbe confrontare tra loro le varie epidemie/pandemie della storia per arrivare a questa conclusione, dai più, erroneamente, definita “ottimistica”. Per il prossimo autunno noi saremo, in larghissima parte, naturalmente immunizzati. La Fase 2 è iniziata, quindi già a giugno, con il caldo e con l’estate non dovrebbero esserci più grossi problemi. A ciò si aggiunga che il Sars-Cov2 per replicarsi ha bisogno di temperature basse e umide, per cui le alte temperature estive non sono un suo “alleato”. A mio avviso, il Covid19 potrebbe sparire completamente come la prima SARS, ricomparire come la MERS (la Sindrome Respiratoria Acuta Mediorientale, emersa dal 2012 in vari Paesi arabi del Medioriente e del Maghreb, causata da un coronavirus simile a quello della SARS, ma con maggiore carica di mortalità, N.d.R.), ma in maniera localizzata; o, cosa più probabile, diventare stagionale come l’aviaria. Per questo serve una cura, più che un vaccino.

Ed eccoci appunto alla questione terapeutica fondamentale per la sindrome da coronavirus: in sintesi, vaccino o plasma? Dietro la soluzione vaccino ci sono, ovviamente, cospicui interessi economici, ma, a parte questo, ha senso parlare di vaccino per un virus che muta con grande velocità (assai più, per fare un paragone, del virus di una normale influenza)? Mentre dalle sperimentazioni di terapia col plasma in corso ormai da tempo in vari ospedali italiani, che conclusioni, obbiettivamente, possiamo trarre?

Nell’affrontare le epidemie, o pandemie che dir si voglia, servono due cose: competenza e ordine, soprattutto nelle vaccinazioni. La soluzione non sarà il vaccino, anche perché in questo momento non ce l’abbiamo. Per un vaccino efficace e “privo di rischi” ci vogliono “almeno diciotto mesi”, e non è detto che in questo caso funzioni, perché non esiste un solo Covid19. Esistono più versioni del virus ed è per questo motivo che non può esserci un vaccino in grado, come nell’influenza, di metterci al riparo completamente.

Infine, Professore, dati autorevoli – proprio dell’OMS, se non erro – parlano di circa 200 virus diversi che, in tutto il mondo, potrebbero, al giorno d’oggi, “migrare” dagli animali all’uomo. L’umanità deve aspettarsi un futuro di ricorrenti pandemie, una più grave dell’altra? O possiamo nutrire un minimo di speranza nei progressi della medicina, che, però, necessiterebbero di un coordinamento sovranazionale ben più stringente e rapido di quello svolto attualmente dall’ OMS?

Ricordatevi del sistema immunitario e delle vitamine. Oggi l’ansia di una intera popolazione si sta concentrando su come tenersi alla larga da questo maledetto virus. Nessuno o quasi riflette sul fatto che noi,in ogni momento, siamo immersi in un ambiente saturo di innumerevoli virus, germi e altri agenti potenzialmente patogeni. E in questi giorni, quasi nessuno ci dice che se non ci ammaliamo è grazie al nostro sistema immunitario: il quale può essere compromesso, – oltre che da un’ inadeguata alimentazione e da uno sbagliato stile di vita – dallo stress, che può nascere anche dall’attenzione verso “notizia” sul Coronavirus regalataci da web e TV.

Fabrizio Federici

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