giovedì, 1 Ottobre, 2020

Telemigrazioni, la nuova globalizzazione per Richard Baldwin

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Richard Baldwin, uno dei massimi esperti mondiali di globalizzazione, docente di Economia internazionale al Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra e autore del libro “La grande convergenza. Tecnologia informatica, web e nuova globalizzazione”, ha tenuto nel 2019 a Bologna la XXXIV lettura annuale della Società editrice Il Mulino, dal titolo “Il futuro della globalizzazione. Come prepararci al mondo di domani” (il cui testo è stato pubblicato sul n. 1/2019 delle Rivista), nella quale Baldwin traccia le “sue” ottimistiche previsioni circa il futuro delle globalizzazione, già anticipate in “La grande convergenza”.
Nel libro Baldwin distingue la cosiddetta vecchia globalizzazione, iniziata nell’Ottocento e caratterizzata dall’abbassamento generale del costo del trasporto, e la nuova globalizzazione, che ha cominciato ad imporsi sul finire del secolo scorso, a seguito dell’affermarsi delle tecnologie digitali. Con la prima, secondo Baldwin, ha avuto luogo la “Grande divergenza” tra i Paesi industrializzati, nei quali innovazione e sviluppo economico sono rimasti concentrati, e il resto del mondo, rimasto arretrato; mentre, con la seconda globalizzazione, grazie al diminuito costo del trasporto dell’informazione e alle delocalizzazioni produttive, la “Grande divergenza” è stata sostituita da una “Grande convergenza”, con la crescita e l’industrializzazione di molti Paesi che prima erano rimasti ai margini dell’economia mondiale e la deindustrializzazione di quelli di più antico sviluppo.
Verso il 1990, infatti, secondo Baldwin, a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche, la nuova globalizzazione ha avuto un’accelerazione dovuta alla drastica diminuzione del costo di trasferimento delle idee, che ha facilitato la delocalizzazione di molte attività produttive in luoghi diversi da quelli in cui esse si erano affermate; in particolare, la delocalizzazione di alcune fasi del processo produttivo industriale dai Paesi già sviluppati verso quelli a basso costo salariale ha promosso il trasferimento all’estero di molti posti di lavoro precedentemente coperti nei primi. Tutto ciò è stato reso possibile grazie ad una diminuzione dei confini territoriali che ostacolavano la circolazione della conoscenza.
Se il governo del progresso, secondo una vecchia massima, consiste nel preservare l’ordine di fronte al cambiamento e nel salvaguardare il cambiamento di fronte all’ordine, Baldwin prevede che il governo della futura globalizzazione sarà molto differente da quello che sinora è stato praticato, in quanto il commercio internazionale avrà ad oggetto “ciò che facciamo [o meglio ciò che conosciamo]e non più ciò che produciamo”; il che significa – afferma Baldwin, in “Il futuro della globalizzazione” (Il Mulino, n. 1/2019) – che se la globalizzazione sinora sperimentata ha riguardato lo scambio di merci, quella del futuro riguarderà prevalentemente lo scambio di servizi, grazie all’avanzamento della tecnologia digitale.
Tradizionalmente, negli scambi internazionali il vantaggio competitivo di ogni singolo Paese consiste nella possibilità di offrire ad altri prodotti ottenuti a costi più contenuti. L’espansione del commercio internazionale, facilitato anche dall’affermarsi della globalizzazione, ha riguardato – sostiene Baldwim – per lo più i beni materiali, che è stato sempre più facile vendere oltre frontiera per via della diminuzione del costo di trasporto, mentre era difficile spedire beni immateriali, quali sono quelli che gli economisti chiamano “servizi”.
La scambio di servizi è oggi reso conveniente, secondo Baldwin, dalle enormi differenze di rimunerazione della forza lavoro esistenti nei diversi Paesi integrati nell’economia mondiale; per “sfruttare” l’esistenza di queste differenti rimunerazioni salariali, se non possono essere teletrasportati i lavoratori, possono esserlo le loro prestazioni, attraverso ciò che Baldwin chiama telemigrazione di lavoratori, i quali, senza muoversi dal loro Paese, possono lavorare per un imprenditore di un altro Paese.
Pertanto, il fenomeno della telemigrazione, dovrà indurre i diversi Paesi integrati nell’economia mondiale a ripensare le proprie politiche economiche, tenendo conto che esso (il fenomeno della telemigrazione) “denazionalizzerà il vantaggio competitivo”, modificando il modo in cui sinora sono state esercitate le opzioni che i singoli Paesi hanno avuto a disposizione nella soddisfazione dei loro interessi a livello di mercato mondiale.
Sinora, quindi, la globalizzazione ha avuto ad oggetto prevalentemente “cose, anziché servizi”; ciò perché era difficile per un fornitore di un dato Paese prestare servizi a un cliente residente in altro Paese lontano. Ora però – osserva Baldwin – “la tecnologia digitale ha modificato tale stato di cose”, rendendo facile e redditizio lo scambio dei servizi, anche se fornitore e cliente si trovano in luoghi diversi e distanti.
Così, se sinora la mobilità della forza lavoro comportava “l’esigenza di contatti faccia a faccia” e la difficoltà di governarla, ora la tecnologia digitale ha abbassato gli ostacoli che limitavano la concorrenza nel mercato dei servizi lavorativi, cosicché le alte rimunerazioni corrisposte agli occupati nei Paesi industrializzati saranno esposte agli effetti della concorrenza dei lavoratori a bassa rimunerazione dei Paesi arretrati.
A parere di Baldwin, diversi fattori suggeriscono come la telemigrazione sarà una realtà alla quale non sarà possibile sottrarsi. Innanzitutto, la sua diffusione anche all’interno dei singoli Paesi, le cui attività produttive tendono a riorganizzarsi, ricorrendo ad un uso sempre più esteso del telelavoro, investendo in programmi di “collaborative software” e utilizzando “pacchetti di software di project management”, per rendere più facile il coordinamento con “lavoratori remoti”. In secondo luogo, esistono di già piattaforme digitali che consentono la circolazione dei servizi e che saranno – sostiene Baldwin – le navi portacontainer della telemigrazione, lo strumento di cui le imprese dei Paesi ricchi si serviranno “per trovare, ingaggiare, pagare, gestire e dismettere i telemigranti dai Paesi poveri”. In terzo luogo, la “traduzione automatica” è notevolmente migliorata per i progressi realizzati nel campo dell’intelligenza artificiale. In quarto luogo, infine, la progressiva diffusione, presso le grandi imprese e le grandi banche, dell’uso delle teleconferenze, rese possibili dai meeting virtuali realizzabili grazie ai progressi continui delle telecomunicazioni.
Si potrebbe pensare che questi scenari siano poco plausibili; Baldwin è però del parere che la globalizzazione attuale evolverà “in futuro in questo modo, fino al punto di risultare radicalmente modificata nell’arco di tre o quattro generazioni”. Le perplessità circa questi scenari traggono origine dalla falsa credenza che in futuro la globalizzazione possa proseguire come essa ha operato negli ultimi tempi. Secondo lo studioso statunitense, invece, la sua evoluzione, nella forma della telemigrazione, avverrà di sicuro in modo quasi impercettibile, evitando le frustrazioni che la globalizzazione sinora sperimentata ha provocato nei Paesi ricchi, con l’uscita dal mercato di molte attività produttive e con il dilagare delle disoccupazione. Le cose, per Baldwin, andranno diversamente, in quanto, con la telemigrazione, non vi saranno chiusure di attività produttive e ondate di disoccupazione.
Questa ottimistica previsione di Baldwin poggia sul fatto che le piattaforme digitali a supporto della telemigrazione non sono state l’esito di particolari programmi governativi di intervento; esse, in realtà, di applicazione in applicazione e di calo in calo dei costi della loro utilizzazione, si sono impercettibilmente imposte e in futuro consentiranno sempre più alle attività produttive di impiegare telemigranti dai Paesi poveri. Le trasformazioni che seguiranno dal loro impiego non si verificheranno all’improvviso e tutte in un dato momento, ma saranno “diluite” nel tempo, e ci si accorgerà di esse solo quando si saranno pienamente dispiegate.
In tal modo i telemigranti potranno essere accolti favorevolmente nelle società dei Paesi ricchi, dove potranno irreversibilmente integrarsi. Oltre a questo aspetto positivo della futura globalizzazione, si dovrà però considerare, sottolinea Baldwin, anche l’aspetto negativo della maggior concorrenza alla quale sarà esposta la forza lavoro residente nei Paesi che ricorrono all’impiego di telemigranti. Per fare fronte a quest’ultimo aspetto, occorrerà perciò che i Paesi ricchi si preparino ad introdurre nella loro organizzazione economica e sociale (soprattutto con riferimento al mondo del lavoro) qualche cambiamento; ciò al fine di favorire la crescita di opportunità lavorative nelle quali la tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale possono essere di scarso aiuto, in quanto per crearle (le opportunità lavorative) è indispensabile “essere nella stessa stanza con altri esseri umani, in cui l’intuito umano e l’intelligenza emotiva contano più di tutto”.
Se si crede alle stime degli esperti, la tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale dovrebbero trainare la globalizzazione verso lo scambio dei servizi, in modo da dislocare milioni di posti di lavoro dai Paesi ricchi, ma anche di creare milioni di nuovi posti di lavoro all’interno di essi, per cui, una volta che la nuova globalizzazione si sia affermata, le condizioni materiali di tutti possano essere migliorate. La convinzione di Baldwin è, perciò, che la globalizzazione futura possa guidarci verso un mondo migliore, solo se i nostri governanti si adopereranno per apportare in progress all’organizzazione delle società gli opportuni adattamenti, volti ad impedire che i cambiamenti si susseguano troppo rapidamente e diminuiscano la capacità di tenuta della coesione sociale, con il sorgere e il diffondersi di movimenti politici contrari a qualsiasi forma di globalizzazione.
In futuro, se la globalizzazione dovesse continuare ad essere trainata dalle libere forze del mercato, come è sinora avvenuto, le reazioni ad essa tenderanno ad essere irreversibili. E’ per questa ragione che i governi e il mondo produttivo (imprese e sindacati), se vorranno razionalmente tenere sotto controllo gli effetti della globalizzazione, dovranno agire perché siano necessariamente riformati i meccanismi distributivi attuali, in modo da garantire a chi suo malgrado viene espulso, temporaneamente o irreversibilmente, dal mercato del lavoro l’accesso a un reddito sociale, che consenta di soddisfare le sue ordinarie esigenze di consumo e di salvaguardare la propria dignità di cittadino.

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