mercoledì, 17 Luglio, 2019

Tennis. Torneo di Miami: Federer e Barty rubano la scena

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Il torneo di Miami è stato sicuramente il torneo di Roger Federer e di Ashleigh Barty, ma non solo. Infatti, per quanto i due abbiano letteralmente rubato la scena qui in Florida, tanto che non si è parlato praticamente d’altro giustamente per il record che sono riusciti a fissare, tuttavia uno sguardo va rivolto anche ai doppi e ad altre novità interessanti che potrebbero svilupparsi nel futuro. Innanzitutto, il tennis femminile appare quanto mai un panorama di un mare agitato, in cui si è “in alto mare” come canterebbe Loredana Bertè, nel senso che al vertice – nelle ultime settimane e nei recenti tornei – si sono alternate sempre atlete diverse e nessuna è sembrata davvero in grado di dominare. Inoltre, il torneo di Miami ha portato connubi nuovi che potrebbero risultare molto proficui: sia in campo, con nuove coppie di doppio, che fuori. E non mancano buone notizie che arrivano ben accette. Per esempio pare proprio che la nostra Francesca Schiavone abbia iniziato a lavorare, proprio qui in Florida, con Caroline Wozniacki: una collaborazione nata tra le due che porterà la tennista milanese ad aiutare l’atleta danese a preparare la stagione sulla terra rossa. Proprio quest’ultima, inoltre, è assolutamente un gradito ritorno. Non è riuscita ad arrivare fino in fondo, purtroppo, ci sarebbe molto piaciuto e l’avrebbe meritato; ma l’abbiamo trovata in ottima forma, sia atleticamente, che tatticamente, che tecnicamente: si è mossa bene in campo, con agilità, arrivando su tutti i colpi, recuperando qualsiasi palla, eseguendo qualsiasi colpo, con una perfezione stilistica degna dei migliori tempi, ovvero della ex numero uno quale è stata a pieno titolo e regime. Speriamo che l’obiettivo primo posto sia presto tra i suoi nuovi traguardi raggiunti: non è impossibile, soprattutto perché è una tennista che ha una forma mentale e di volontà ineguagliabili spesso; sempre assistita dal padre Piotr. La danese si è fatta sorprendere dalla cinese di Taipei (Taiwan) Su-Wei Hsieh, che l’ha fatta correre tantissimo, l’ha molto spostata, l’ha logorata soprattutto con palle corte atipiche e poi lob perfetti. Non ha dato ritmo, anzi al contrario, con i suoi colpi anomali ha complicato la vita a Caroline, spezzandole la continuità. Brava, tuttavia, la danese a prendersi contro di lei il secondo set al tie-break, dominato dalla Wozniacki e giocato male dalla taiwanese, pur cedendo poi nel terzo (forse per stanchezza fisica). Uno splendido match comunque da lei eseguito e un secondo parziale ben controllato e gestito, che fanno ben sperare per il futuro e anche proprio in vista della stagione sulla terra rossa. Di certo la tennista di Taipei non è un’avversaria facile per nessuno. Colpi anomali, entrambi bimani come quelli di Monica Seles, spesso sono colpi molto lavorati e privi di peso, che rimbalzano corto o male, ma di estrema precisione: ed è questa la carta vincente che porta sia molti errori non forzati da parte dell’avversaria che gratuiti, così come vincenti a suo vantaggio, poiché sfiorano e toccano le righe con una geometricità inaudita. Esteticamente può non piacere ed essere discutibile la sua esecuzione, ma di sicuro è efficace. Si è dimostrata, poi, solida anche da un punto di vista mentale: grande lottatrice, in grado di sovvertire i pronostici e gli esiti parziali dei match, di rimontare e ribaltare le situazioni a suo favore, con la capacità di lasciarsi alle spalle i momenti no. A 33 anni, ex n. 23 del mondo fermata da un lungo infortunio alla caviglia, con la buona prestazione qui a Miami si avvicina al suo best ranking, ovvero proprio la posizione n. 23 del mondo: attuale n. 24, infatti, era partita dalla posizione n 31. Mentre anche Caroline Wozniacki si avvicina alla top ten: attualmente è, infatti, la n. 13 al mondo. Sicuramente il loro è stato uno dei più bei match del torneo, finito per 6/3 6/7 6/2 a favore della taiwanese allenata da Paul McNamee.
Chi invece raggiunge il traguardo della top ten è proprio Ashleigh Barty, che si piazza alla posizione n. 9 dopo la vittoria finale qui a Miami. In questo deve ringraziare un’altra tennista ritornata e ritrovata: la rumena Simona Halep, che non è riuscita a raggiungere la posizione n. 1 al mondo (dopo la sconfitta in semifinale subita da Karolina Pliskova per 7/5 6/1), ma, battendo ai quarti (con il punteggio di 6/4 7/5) la cinese (e n. 18 al mondo) Qiang Wang, ha permesso all’australiana di entrare a pieno titolo in top ten (forse la consapevolezza di essere già in top ten ha dato carica alla Barty e le ha permesso di giocare rilassata e dare il meglio di sé, anche in finale contro la Pliskova). La Wang, infatti, sale solamente di due posizioni fino alla n.16 al mondo, così come Simona Halep guadagna una posizione, ma non toglie il podio alla Osaka, nonostante la prestazione poco convincente qui a Miami di quest’ultima (sconfitta in tre set proprio dalla Hsieh: per 4/6 7/6 6/3): un periodo sicuramente difficile per la nipponica dopo la separazione dal suo allenatore Sasha Bajin. La giapponese resta comunque la n. 1 del ranking mondiale. Se, infatti, contro la Halep avesse vinto la Wang, forse la top ten sarebbe stata una conquista più sudata per l’australiana Barty. Tuttavia quest’ultima è apparsa decisamente in forma, così come la sua avversaria in finale, la ceca Pliskova. Quest’ultima si è arresa alla maggiore freschezza agonistica e vivacità di gioco di Ashleigh, che l’ha sorpresa non temendo il suo dritto violento, né il suo servizio potente, rispondendo alla sua battuta (nonostante i numerosi aces messi a segno dalla ceca), l’ha spostata, l’ha fatta correre e ha chiuso il punto come ha voluto, variando lo schema che è stata una bellezza. Decisamente ispirata, nulla è sembrato né intimorirla né metterle pressione o farla esitare: determinata, è andata avanti e ha recuperato i momenti di svantaggio con facilità e disinvoltura stupefacenti. Ha sconcertato poiché nessuno si aspettava la sua vittoria, neppure lei forse. Sicuramente palese ed evidente la sua gioia immensa, che le ha dato sicurezza e fiducia nei propri mezzi e l’ha resa più ambiziosa, anche perché si è dimostrata una giocatrice comunque completa e ben impostata, anche e soprattutto al servizio, che ha funzionato alla perfezione e su cui ha detto di aver lavorato molto. Ha saputo sempre quello che fare e ha fatto ogni volta la cosa giusta: variando il suo back di rovescio insidioso, molto fastidioso, che scivolava molto e creava non pochi problemi alle avversarie, che facevano fatica a respingerlo: dunque un colpo difensivo che si trasformava in offensivo, efficace soprattutto con tenniste altissime appunto come la Pliskova; ma l’australiana è stata capace anche di colpi potenti, veloci e profondi, anche di dritto, di accelerazioni improvvise, di discese a rete inaspettate e quant’altro: ha fatto vedere, insomma, un po’ tutto il suo repertorio. Di sicuro, però, una cosa Karolina l’ha guadagnata: e cioè l’aver messo adesso molta pressione a Petra Kvitova, che insegue e che stacca di soli circa 65 punti in classifica (un’inezia, praticamente stanno a pari merito e del resto il loro talento è equivalente). Forse un po’ d’amarezza per la mancata vittoria e conquista del titolo per la Pliskova c’è stata, ma può comunque ritenersi soddisfatta del risultato raggiunto e del buon torneo disputato assolutamente, in cui ha fatto vedere di sapersi muovere molto meglio in campo. Così come Petra non deve colpevolizzarsi troppo, dopo i numerosi traguardi eccellenti raggiunti di recente, del lieve calo di rendimento qui a Miami (ci sta, è anche dovuto probabilmente a una ragione fisica di stanchezza e stress). Certo un po’ le peserà sempre l’aver perso dalla Barty al terzo set, con il punteggio di 7/6(6) 3/6 6/2: di sicuro una partita molto lottata ed equilibrata che avrebbe potuto portare a casa, a cui continuerà a pensare, ma che invece deve cercare di dimenticare presto, quanto prima, per poter andare avanti, reagire e ‘rifarsi’, con la consapevolezza che – in fondo – ha perso dalla vincitrice del torneo, in uno dei suoi momenti di condizione migliore totale. Un’altra tennista che è restata sicuramente un po’ amareggiata è stata proprio Simona Halep: ha perso malamente dalla Pliskova, in un match di circa un’ora e mezza, in cui alla fine ha anche un po’ ceduto dal punto di vista nervoso nella convinzione di potercela fare (con i genitori tra gli spalti a sostenerla), ma che per le continue interruzioni lunghe per pioggia (l’unica nota negativa del torneo) si è protratto per ben quattro ore. Soddisfatta, al contrario, di quel match giocato bene e non semplice sulla carta vista l’avversaria – invece -, la Pliskova, allenata da Conchita Martinez.
Re Roger e il ritorno di Murray ad allenarsi. Petra è sicuramente una tennista tornata e molto apprezzata e amata dal pubblico, che l’ha sempre sostenuta e continua a farlo. Così come sarà per la Barty, che ha saputo guadagnarsi la simpatia degli spettatori con la sua bravura e semplicità al contempo; tra l’altro l’australiana ha spiegato – con molta umiltà – che la sua maturazione e crescita professionali derivano anche da tutte le continue esperienze vissute in doppio. Tuttavia la ‘notiziona’ è che forse potrebbe esservi un altro graditissimo ritorno nel maschile: quello di Andy Murray, al suo primo allenamento, dopo il secondo recente intervento all’anca subito, che ha dovuto affrontare dopo gli Australian Open; il dolore sembra si sia molto ridotto e, a nove mesi dall’operazione è di nuovo con la racchetta in mano a colpire di nuovo le prime palline. Ora passiamo a parlare di Re Roger: in straordinaria forma, ha letteralmente dominato il torneo così come la Barty, vincendo in maniera speculare ed assolutamente convincente; leggiadro, si è mosso bene in campo, ha servito bene, vincendo ben oltre l’80% dei punti con la prima, ha variato gli schemi, sfondando sia da fondo, con accelerate sia di dritto che di rovescio, sia con discese a rete da manuale simil serve&volley. E pensare che ha aggiunto il torneo di Miami all’ultimo, in corsa, e che in conferenza stampa aveva detto che era difficile leggere il servizio potente di Isner, che ha affrontato in finale; lo svizzero si è imposto nettamente in poco più di un’ora, per quanto John non fosse al massimo della forma e si sia dispiaciuto di questo, perché almeno avrebbe potuto lottare un pochino di più contro l’elvetico: forse è stato pregiudicato da un infortunio al piede sinistro, a cui ha sentito da subito dolore, anche se non si sarebbe mai ritirato per questo. Il segreto della longevità agonistica di Roger? L’abilità con cui programma i tornei a cui partecipare, con cognizione di causa e nella giusta maniera, dandosi i corretti tempi di recupero, senza voler strafare. Tuttavia ha compiuto un doppio record personale. A piena ragione il torneo vinto a Miami può essere definito il torneo dei record di Federer: sia perché è arrivato a quota 101 titoli vinti in carriera, a ben 37 anni compiuti; sia perché ha battuto in rassegna avversari diversi, dominandoli completamente, stracciandoli verrebbe da dire, sbarazzandosene in poco tempo, con partite rapide, repentine e totalmente gestite dal padrone assoluto in campo quale è stato l’attuale n. 4 al mondo, ma che si prepara dunque ad insediare quanto più possibile il podio. Il tennista di Basilea si è imposto con un netto 6/4 6/2 sul canadese Denis Shapovalov in semifinale; per 6/0 6/4 su Kevin Anderson (al ritorno da un infortunio, ma rimontando nel secondo set, dove era in svantaggio) addirittura ai quarti; per 6/4 6/2 su Daniil Medvedev; per 7/5 6/3 su Filip Krajinovic. Insomma, l’unico che gli ha strappato un set è stato il qualificato Radu Albot (al turno d’esordio), che ha battuto col punteggio di 4/6 7/5 6/3. Ora Federer è primo nella Race, di meglio non si poteva verificare, anche perché aggiunge più competizione e motivazione nell’ambito maschile con gli altri colleghi.
Il percorso della Barty. Viceversa, se vediamo il tabellone che ha avuto di fronte la Barty, ci rendiamo conto che – per quanto il modo di giocare e vincere sia stato abbastanza simile da parte dei due tennisti – il percorso per l’australiana è stato ben più arduo e difficile, meno netto per così dire, per quanto abbia assolutamente convinto e conquistato il pubblico, lo ribadiamo. Dell’esultazione dei fan di Federer entusiasti non serve neppure dire ovviamente. Dopo i due match duri vinti rispettivamente sulla Kvitova (per 4/6 7/5 6/3) e su Kiki Bertens (sempre in tre set, per 4/6 6/3 6/2; tra l’altro la Bertens al successivo torneo Wta di Charleston- da testa di serie n. 2 del seeding – ha sconfitto la nostra Martina Trevisan, qualificata, per 6/2 6/1 non lasciandole modo mai di entrare in partita e non sbagliando pressochè nulla); dunque sempre in rimonta sotto di un set (cosa non di certo facile né scontata) per Ashleigh, si era sbarazzata – prima ancora – della connazionale Samantha Stosur, con un netto 6/0 6/3, mentre dopo il match contro Petra si è imposta con un doppio 6/3 su Anett Kontaveit, grazie al quale ha avuto accesso alla finale contro la Pliskova, su cui ha vinto per 7/6(1) 6/3: esemplare il tiebreak giocato magistralmente dall’australiana, non di certo cosa semplice contro una tennista con il servizio di Karolina.
I doppi. Infine una nota vogliamo dedicarla ai vincitori dei doppi, in cui ci sono stati risultati interessanti. In quello maschile, si sono imposti i fratelli Bryan (che hanno vinto il torneo per la sesta volta), che hanno battuto la coppia formata da Wesley Koolohof e Stefanos Tsitsipas con il punteggio di 7/5 7/6(8). Questo è un risultato quanto mai importante perché ci permette di fare due considerazioni: in primis, ci fa notare il fatto di quanto anche giovani, come il ‘Next Gen’ greco, si cimentino anche nella sezione del doppio per crescere professionalmente; poi lo score richiama una curiosa particolarità, tutta peculiare di John Isner. Se, a proposito di Next Gen, c’è da notare il buon esito conseguito anche dal canadese Felix Auger-Alliassime (spintosi fino alla semifinale, dove è stato sconfitto proprio dall’americano), lo statunitense Isner è stato in grado di vincere quasi tutti i match con doppi tiebreak, con il servizio e il punto decisivo verrebbe da dire (dunque puntando alla perfezione). Forse non era mai capitato nella storia del tennis e di un torneo che un giocatore facesse il medesimo punteggio in tutti i turni. Per 7/6(3) 7/6(4) ha eliminato il canadese appunto; per 7/6(1) 7/6(5) lo spagnolo Roberto Bautista Agut; per 7/6(5) 7/6(3) Kyle Edmund; per 7/5 7/6(6), lo spagnolo Albert Ramos-Vinolas; per 7/6(2) 7/6(7) il nostro azzurro Lorenzo Sonego, match che ha dato assolutamente dignità al tennista di Torino, perché per poco non è riuscito a portare l’americano al terzo set quantomeno, ma ha combattuto comunque sempre alla pari contro il colosso a stelle e strisce; davvero bravo a tenere il ritmo del campione statunitense; tra l’altro, al turno precedente, Lorenzo aveva battuto Martin Klizan (avversario certo non facile) per 6/4 6/3.
A proposito di maschile, infine, bisogna evidenziare (la riportiamo per dovere di cronaca) un po’ la polemica sollevata da Stefanos Tsitsipas nella finale di doppio (nei confronti dell’arbitro italiano Gianluca Moscarella), in cui l’attuale n. 8 al mondo si è lamentato per certi ‘favoritismi’ arbitrali, atti a tutelare i big, i campioni, i top player e i più forti su certe chiamate. Tra i top ten ì, però, c’è anche lui; quindi la cosa vale anche per lui, forse. Infatti molti potrebbero controbattere che gli sarebbe spettato un warning o un penalty point per atteggiamento anti sportivo nel match perso contro Shapovalov (decisamente migliorato e cresciuto), in cui ha disturbato l’avversario che pur tuttavia gli ha rifilato un vincente. Sicuramente è una polemica a cui si è data troppa attenzione e sicuramente è facile che scaturisca in un momento di particolare nervosismo forse: il greco è un tennista testardo che vuole vincere e forse i risultati che sta ottenendo non sono soddisfacenti per lui, vorrebbe fare di più e meglio e questo gli provoca la tensione emotiva che lo fa esplodere in campo con queste ‘scenate’ di nervosismo e polemiche; capita a tutti di esagerare un po’.
Nel doppio femminile, invece, si è creata una coppia curiosa, che potrebbe però ben funzionare anche per il futuro: ovvero quella composta dalla bielorussa Aryna Sabalenka e dalla belga Elise Mertens. Le due tenniste si sono imposte per 7/6(5) 6/2 sul duo formato da Samantha Stosur e dalla cinese Shuai Zhang. La Mertens, in singolare, era uscita quasi subito di scena, sconfitta dalla tennista ceca Marketa Vondrousova (in emersione) per 6/4 7/6(1).
Insomma per concludere che dire? Diversa location, stessi campioni che ritroviamo e che si impongono (Federer in primis). Infatti sicuramente è stata un’edizione particolare questa del torneo di Miami, in quanto si giocava in un posto nuovo e diverso: ci si era spostati dal precedente location di Key Biscayne a qui all’Hard Rock Stadium. Già questo fatto aveva fatto montare le attenzioni e la curiosità, l’interesse stesso, sia tra i tennisti che tra il pubblico e tutti gli spettatori e appassionati di tennis.

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