sabato, 7 Dicembre, 2019

Terenzio Cozzi, Keynes e la lezione di credere nelle idee

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In tempi di crisi, come quelli che i Paesi ad economia di mercato stanno attraversando, proliferano le riedizioni dell’opera principale del maggiore economista del secolo scorso, John Maynard Keynes. Di recente, la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, in veste economica ed a basso costo, è comparsa nelle librerie, ristampata per i tipi della UTET e curata da Terenzio Cozzi.
Il proliferare delle riedizioni della massima opera dell’economista di Cambridge non è casuale, non solo perché reca la descrizione del modello di politica economica che sarebbe stato necessario adottare nei Paesi maggiormente colpiti dagli effetti negativi della crisi del 2007-2008; ma anche perché contiene la critica radicale dell’azione e delle idee di coloro che hanno inteso (e che continuano ancora a) ignorare il contributo keynesiano alla conoscenza delle modalità di funzionamento delle moderne economie industriali.
A differenza dei critici, che ai tempi di Keynes, in buona fede, avevano preferito conservarsi nella condizione di rimanere “schiavi di qualche economista defunto”, coloro che hanno inteso contrastare la crisi del 2007-2008, anziché aprirsi all’accettazione delle forza innovatrice del contributo del grande economista britannico, hanno invece optato, non disinteressatamente, per un ritorno alla condizione di “schiavi” delle idee di un passato remoto. Essi, infatti, hanno ignorato totalmente il lascito economico e sociale della “Teoria generale”, nonostante che l’esperienza storica vissuta da molti Paesi dopo la fine del secondo conflitto mondiale suggerisse la maggiore efficacia dell’attuazione di politiche economiche diametralmente opposte, nei contenuti, a quelle adottate.
Si tratta comunque di “situazioni” diverse: quella prevalsa negli anni Trenta ha giustificato la fiducia che Keynes nutriva nel “credere nella forza delle idee” per avere ragione dei suoi critici; la situazione di crisi contemporanea, invece, sarà rimossa, non solo per la “forza” delle idee keynesiane (sorrette dall’esperienza positiva connessa alla loro applicazione), ma anche perché il superamento dello stato di crisi nel quale versano attualmente le economie di mercato sarà la forza della storia a determinarlo.
La riedizione della “Teoria generale” alla quale si fa riferimento, reca una “Prefazione” di Giuseppe Berta e una “Introduzione” di Terenzio Cozzi, che costituiscono due magistrali lezioni anche per chi non ha “familiarità” con le questioni concernenti la teoria economica: la prima (cioè, la “Prefazione”) riguarda la definizione del “modello di politica economica” di derivazione keynesiana (non disgiunta dalla critica che Keynes ha rivolto al pensiero economico tradizionale) che meglio si addice al governo delle moderne economia industriali; la seconda (cioè, l”Introduzione”) riassume la maturazione culturale e scientifica della personalità di John Maynard Keynes.
Per la loro linearità e chiarezza espositiva, sia la “Prefazione” che l’”Introduzione” meritano d’essere commentate separatamente, nella speranza di poter contribuire a diffondere il pensiero critico nei confronti di chi, nell’azione di governo delle economie moderne, mostra ancora di prediligere idee che a Keynes apparirebbero proprie di “pazzi al potere”, così come egli riteneva che fossero le classi dirigenti del suo tempo. Qui di seguito si considererà, per prima, la “lezione” di Berta.
Ai tempi di Keynes, afferma Berta, a “impedire una nuova politica economica coraggiosa e innovativa non erano tanto gli ‘interessi costituiti’, sopravvalutati nel loro potere di veto e d’interdizione, quanto la resistenza vischiosa prodotta da abiti mentali desueti quanto radicati”. Keynes, tuttavia, riponeva la fiducia nelle sue capacità di persuasione e di argomentazione, in quanto “gli intellettuali, e gli economisti in particolare, erano tutt’altro per lui che dei profeti disarmati”. Le idee nuove potevano essere anche facilmente comprensibili e ovvie, ma la loro accettazione poteva essere ostacolata, secondo Keynes, dallo sforzo di evadere, come egli diceva – “da modi abituali di pensiero e di espressione”. Per questa ragione – continua Berta – i suoi insegnamenti, non appena si cercava di applicarli ai fatti dell’esperienza, erano percepiti come “ingannevoli e disastrosi”; ciononostante, per Keynes, il pensiero economico doveva essere sempre diretto a convincere e a persuadere chi ancora appariva inibito dai vecchi dogmi.
Il primo dogma della tradizione economica che Keynes ha inteso rigettare è stato quello della cosiddetta “legge di Say”, secondo la quale l’offerta crea sempre la propria domanda. Il principio del “laissez-faire” contro il quale Keynes ha orientato la propria critica era intrinseco alla legge di Say, per cui, quando si fosse riusciti a “scardinarla”, l’intera costruzione teorica formulata dalla scuola ortodossa (quella classica) avrebbe – secondo le parole di Berta – “rivelato per intero la propria precarietà fino a franare”, a causa della mancata considerazione dell’insufficienza della domanda ad equilibrare l’offerta; fatto, questo, che per Keynes era il “grande problema”, la cui mancata soluzione era la causa dell’instabilità dell’economia reale e soprattutto del fenomeno della disoccupazione, che minava la stabilità politica dei sistemi democratici.
Per gli economisti che si rifacevano all’impianto teorico dei classici, il problema dell’insufficienza delle domanda non esisteva. Di qui, il loro “antistorico ottimismo” che li rendeva “ciechi” “di fronte ai movimenti dell’economia reale”; ciò perché, stando ai postulati della teoria classica, i sistemi economici che avessero operato secondo il “principio del laissez-faire” non avrebbero subito gli esiti di crisi determinate dallo squilibrio fra domanda e offerta, in quanto essi (i sistemi economici) sarebbero stati sorretti dalla tendenza naturale “verso l’ottima occupazione dei mezzi di produzione”.
Il nodo da sciogliere che stava alla base del grande problema della disoccupazione dei fattori produttivi (soprattutto con riferimento al fattore lavoro) era da individuarsi, secondo Keynes, nella necessità di convincersi che non esisteva la tendenza naturale dei sistemi ad economia di mercato ed economicamente avanzati a realizzare il pieno impiego dei fattori produttivi. Ciò perché, affermava Keynes, a differenza di quanto accade nei sistemi economici arretrati, in quelli avanzati, dove è alta la capacità di generare nuova ricchezza, il divario fra “produzione effettiva e quella potenziale tende ad aumentare”, palesando una domanda insufficiente ad uguagliare l’offerta; nei sistemi economici arretrati, invece, prevalendo la propensione a consumare tutto ciò che in essi si produce, il costante equilibrio tra domanda e offerta è sufficiente ad assicurare una piena occupazione dei fattori produttivi.
A parere di Keynes, quindi, la difficoltà a risolvere il problema della disoccupazione è una caratteristica di quei sistemi neo quali lo sviluppo economico, secondo le parole di Berta, “raggiunge le sue punte più alte e intense ed è là, ancora, che si mettono alla prova tanto le capacità di comprensione analitica della teoria [economica]quanto la loro possibilità di tradursi in una nuova politica economica”. Da queste premesse ha tratto origine il contributo rivoluzionario che ha reso celebre la “Teoria generale” di Keynes; il contributo innovativo sul piano della comprensione del funzionamento dell’economia reale dei sistemi economici sviluppati, consiste nel considerare il risparmio e l’investimento come due grandezze uguali in valore, esprimenti “aspetti diversi della stessa cosa”
Nella prospettiva analitica di Keynes, fissata l’identità dei due aggregati, si trattava “di accorciare la distanza tra produzione e consumo”, funzione, questa, non più affidata alla presunta presenza nel mercato di una mano invisibile di smithiana memoria, ma al ruolo attivo dello Stato: è nato così il ruolo dell’intervento pubblico nella determinazione dei contenuti di una nuova politica economica che ha celebrato la fine irreversibile del “principio del laissez-faire”; ed è nato anche il nuovo ruolo della politica fiscale, non più concepita solo “come strumento in grado di variare e accrescere la propensione al consumo”, ma anche come mezzo per realizzare una più equa distribuzione della ricchezza e del reddito.
Inoltre, in Keynes, il ragionamento intorno all’intervento pubblico è riferito al rapporto tra presente e futuro, per via del fatto che – come osserva Berta – la psicologia collettiva del mercato è stata percepita dall’economista di Cambridge condizionata dal “fattore tempo”, strettamente connesso a ciò che Keynes ha chiamato “trappola della liquidità”; questa, causata dalle distorsioni dell’attività economica del presente, doveva essere contrastata attraverso gli investimenti, il cui scopo sociale era quello di sconfiggere le “forze oscure del tempo e dell’ignoranza che [avviluppano]il nostro futuro”.
Il ruolo strategico per rimuovere la “trappola” era assegnato da Keynes al governo del tasso d’interesse, da considerarsi, contrariamente a quanto riteneva il pensiero tradizionale, non più “una ricompensa per il risparmio”, ma la “ricompensa per l’abbandono della liquidità”; in altri termini, per Keynes, l’interesse non poteva più essere visto “come la ricompensa dell’astinenza dallo spendere”, ma come premio “dell’astinenza dalla tesaurizzazione”. Il tasso d’interesse, perciò, doveva essere governato razionalmente, in considerazione del fatto che dal modo in cui veniva “manovrato” dipendeva le modalità di funzionamento dell’economia del futuro.
Ma la “Teoria generale” – aggiunge Berta – non è stata solo una rivoluzione nel campo della teoria economica e della politica economica; essa ha rappresentato anche “l’abbozzo di una nuova ‘teoria sociale’”, che ha prospettato un futuro liberato dai difetti più evidenti del funzionamento spontaneo dell’economia reale, con la realizzazione della piena occupazione del fattore produttivo lavoro e una distribuzione più equa delle ricchezza accumulata e del prodotto sociale. Tuttavia il radicalismo interventista di Keynes era inconciliabile con qualsiasi forma liberticida di socialismo; non si trattava – egli diceva – di trasferire allo Stato la proprietà dei mezzi di produzione, perché il sistema economico capitalistico non soffriva di un male d’origine, ma solo di distorsioni che dovevano essere “emendate, senza svellere la pianta dalle radici”.
Non vi era contraddizione, perciò, tra l’affermazione del carattere positivo dell’individualismo del capitalismo moderno e l’allargamento delle funzioni dello Stato; per Keynes, questo allargamento era la condizione che permetteva, da un lato, di “evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti”, e dall’altro lato, “un funzionamento soddisfacente dell’iniziativa individuale”. Le ragioni del capitalismo individualistico avrebbero perso ogni giustificazione, quando gli obiettivi della produzione non fossero stati legittimati sulla base del primato che tra essi doveva rivestire quello della piena occupazione del fattore lavoro.
La filosofia sociale intrinseca alla ”Teoria generale” ha così potuto prefigurarsi, sostiene Berta, come una ”’terza via’ fra il capitalismo individualista e il collettivismo di Stato”; un modello di organizzazione delle società capitalistiche in cui venivano resi tra loro compatibili la libertà, l’efficienza dell’uso delle risorse e la giustizia sociale, per la realizzazione di una ridistribuzione della ricchezza e del prodotto sociale e di una sostanziale riduzione delle disuguaglianze. L’individualismo del passato era fallito, sosteneva Keyne; la sua “Teoria generale” dimostrava che esso costituiva un limite al corretto e stabile funzionamento del sistema economico in una società inclusiva.
In conclusione, la rivoluzione teorica compiuta da Keynes circa dieci anni prima della sua morte, si è tradotta, secondo Berta, in una “duplice eredità”. Una ha riguardato direttamente la teoria economica, che ha raccolto, oltre al risultato analitico della “Teoria generale”, anche quello degli economisti che avevano “partecipato creativamente” alla sua gestazione, quali principalmente Richard Kahn, Piero Sraffa, Joan Robinson, Roy Harrod e James Meade. A questi si sono poi aggiunti i contributi degli economisti d’oltre Atlantico che, ispirandosi a Keynes, hanno formulato i fondamenti della moderna macroeconomia. L’altra parte dell’eredità della rivoluzione keynesiana ha riguardato il campo politico-culturale; essa è servita infatti a giustificare la realizzazione di quel particolare assetto del sistema economico che si è configurato come “economia mista” (assetto che ha conciliato la gestione dell’interesse pubblico con quella capitalistica delle attività produttive), caratterizzando la vita economica e sociale di molti Paesi, tra i quali l’Italia, nel corso della seconda metà del secolo scorso.
Peccato che la doppia eredità della “Teoria generale” sia stata accolta “con beneficio d’inventario” da parte dell’establishment dirigente italiano, che ha dimentico, sia il ruolo che l’economia mista aveva svolto nel supportare lo sviluppo dell’economia nazionale, sia il contributo reso dalla politica economica ispirata ai principi della “Teoria generale” nel plasmare la società italiana nell’immediato dopoguerra. Si è preferito così, a partire dalla fine degli anni Settanta, credere alle promesse delle sirene neoliberiste, liberandosi del lascito keynesiano e rinunciando ai vantaggi che esso aveva garantito sul piano economico e su quello sociale. Lo stato in cui versa il sistema economico e sociale italiano per via di questa rinuncia è sotto gli occhi di tutti, perché debba essere qui ricordato.

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