giovedì, 21 Marzo, 2019

La Camera dei Comuni boccia ancora Theresa May

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La Camera dei Comuni britannica ha votato ieri sera contro l’opzione di una Brexit ‘no deal’ dopo la bocciatura reiterata ieri dell’accordo raggiunto da Theresa May con l’Ue. I voti contrari al no deal in qualunque circostanza sono stati 321, quelli favorevoli 278. La mozione modificata e radicalizzata da un emendamento è passata contro il volere del governo che ha subito una nuova sconfitta.

La sconfitta di ieri del governo di Theresa May sulla mozione anti-no deal segna la necessità che sia ‘il Parlamento a prendere il controllo’ del processo verso la Brexit. Lo ha detto il leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn, definendo a questo punto ‘inevitabile’ la richiesta all’Ue di un rinvio della Brexit, addossandone la responsabilità alla premier Tory e annunciando l’avvio di consultazioni trasversali del Labour per cercare un accordo di compromesso votabile da una maggioranza della Camera dei Comuni.

La Commissione europea si è rivolta ai parlamentari britannici dei Comuni, dichiarando: “Non basta votare contro il ‘no deal’, dovete trovare un’intesa per un accordo”.
Westminster ha respinto con 163 voti contro 374 un emendamento alla mozione sulla Brexit no deal. Il tentativo di compromesso fra Conservatori pro-Leave e pro-Remain presentato, avrebbe aperto le porte a un “managed no deal”: con la possibilità per il Regno di uscire dall’Ue senz’accordo, dopo un breve rinvio chiesto a Bruxelles (dal 29 marzo al 22 maggio), ma con l’impegno unilaterale a mantenere lo status quo nelle relazioni con l’Ue per una transizione estesa fino al dicembre 2021 in attesa di un accordo finale.
Precedentemente era stato approvato con 312 voti a favore e 308 contrari un emendamento promosso trasversalmente da deputati Tory moderati e laburisti per forzare la mano al governo. L’emendamento è stato finalizzato per potenziare il no a un taglio netto escludendo che il Regno Unito possa lasciare in alcuna circostanza e in qualunque momento l’Ue “senza un accordo di recesso e una cornice sulle relazioni future” ratificate. L’approvazione dell’emendamento in questione, non appoggiato dal governo, ha messo di nuovo in difficoltà la premier Theresa May. Esso va infatti recepito nella mozione principale, rispetto alla quale May era originariamente favorevole, dandole però un significato più netto: un rifiuto totale del no deal che l’esecutivo giudica difficile da garantire e non sostenibile di fronte all’Ue, tenuto conto che il ‘no deal’ resta uno sbocco di default, in base a quanto previsto dai termini dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona notificato a Bruxelles per il recesso dall’Unione, in mancanza di un accordo di divorzio ratificato o di un rinvio.

Bruxelles, che tuttavia ritiene aumentata l’incertezza e con essa il rischio di un no deal, ha detto: “La nostra posizione non cambia né cambierà”.
Londra guarda all’ipotesi peggiore e programma l’astensione dall’imporre dazi per 12 mesi su gran parte dei prodotti importati. Ma le imprese britanniche attaccano, dicendo che non basta. Nel frattempo, l’Europarlamento sta varando misure d’emergenza su Erasmus, sicurezza aerea, Irlanda del Nord ed export.
Intanto il ministro del tesoro, Philip Hammond annuncia il taglio delle stime del pil 2019 dall’1,6% all’1,2%.
Per la questione della Brexit, secondo le intenzioni di voto degli inglesi, ci sarebbe un nuovo sorpasso laburista nelle intenzioni di voto in Gran Bretagna, sullo sfondo delle tensioni e delle voci di un altro possibile voto anticipato.

A certificarlo è un sondaggio realizzato per il Mail on Sunday dall’istituto Survation, quello che per primo azzeccò il risultato del referendum sul divorzio dall’Ue di due anni fa e che ha poi indovinato pure l’esito delle elezioni del 2017. I dati aggiornati indicano il partito di Jeremy Corbyn di nuovo oltre il 40%, due punti in più rispetto all’ultima precedente rilevazione, e quello della May in calo al 38 (meno 3%).
Una tendenza negativa non compensata dalla prevalenza di giudizi favorevoli sulla nuova linea negoziale in materia di Brexit: accolta da un 33% di consensi contro un 23% di dissensi espliciti, ma con ben un 44% di ‘non so’.
Ma, la maggioranza dei britannici pensa adesso che il Paese dovrebbe rimanere all’interno dell’Unione europea, secondo un nuovo sondaggio pubblicato pochi giorni prima del cruciale voto sull’accordo sulla Brexit tra Ue e Gb in Parlamento, riferisce l’Independent online.
La ricerca ha rivelato che il 52 per cento dei cittadini sarebbe a favore del ‘remain’, un sostegno che, sottolinea BMG research, è aumentato di mese in mese dall’estate scorsa fino appunto a superare il 50 per cento a dicembre quando sono emerse le complesse realtà della Brexit. Il sondaggio ha inoltre rivelato che quasi la metà delle persone ritiene che l’accordo, il ritiro raggiunto da Theresa May rappresenti un ‘cattivo affare’ per la Gran Bretagna con molti cittadini che sostengono che i deputati dovrebbero respingere l’intesa nel voto di martedì.
Nel frattempo, oltre 2,6 milioni di elettori britannici hanno cambiato idea sulla Brexit: ora sono contrari a un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. E’ quanto emerge da un sondaggio della Focaldata realizzato per il gruppo Best for Britain, che si batte affiché il Paese resti nella Ue. Secondo quanto ha riportato il quotidiano Independent, se questi elettori avessero votato per rimanere nella Ue al referendum del 23 giugno 2016 il popolo del ‘Remain’ avrebbe vinto in modo netto.

La maggioranza degli elettori che hanno cambiato idea sono laburisti, indica il sondaggio, e questo dovrebbe aumentare la pressione sul leader del partito Jeremy Corbyn ed indurlo ad assumere una posizione più dura contro la Brexit.
Dal sondaggio emerge inoltre che 970.000 persone che nel 2016 hanno votato contro la Brexit oggi voterebbero a favore: il partito anti-Brexit, quindi, ha guadagnato più di 1,6 milioni di persone.

Nello scorso mese di novembre, anche il premier spagnolo Pedro Sanchez ha esortato la premier britannica Theresa May a indire un secondo referendum sulla Brexit, avvertendo che il Paese ha imboccato la via dell’egocentrismo.
Nel corso di un’intervista a ‘Politico’, Sanchez ha detto: “La Gran Bretagna è un Paese meraviglioso che ha avuto una influenza positiva sulla Ue e dovrebbe rimanere nell’Unione europea o rientrarvi in futuro. Se io fossi Theresa May indirei un secondo referendum. Senza dubbio. La Brexit è una grande perdita per entrambi (il Regno Unito e l’Ue). Mi auguro che possa essere riconsiderata in futuro”.
La campagna dell’Independent per un referendum bis sulla Brexit ha superato la soglia del milione di firme in soli tre mesi dall’avvio dell’iniziativa: lo ha comunicato lo stesso quotidiano britannico.
Il giornale aveva lanciato la campagna il 25 luglio scorso spiegando in un editoriale che il referendum del 2016 ‘ha dato la sovranità al popolo britannico, ora il popolo ha diritto di avere l’ultima parola’, anche sull’esito del negoziato con Bruxelles sul divorzio dall’Ue.

L’idea di un secondo referendum è stata esclusa dal governo, ma le probabilità che la May raggiunga un accordo con Bruxelles che possa essere approvato dal Parlamento sono sempre più basse e nel Paese cresce la protesta.
Non molto tempo fa circa 700.000 persone scesero in piazza a Londra per chiedere il cosiddetto ‘Voto del Popolo’ e aderire alla ‘Marcia per il Futuro’ organizzata dall’Independent.
Poi c’è la posizione dello Scottish National Party (Snp) che è pronto a raccogliere la sfida di un ipotetico ‘no deal’ di un accordo al ribasso sulla Brexit fra il governi May e Bruxelles. Eventualmente, appoggerebbe la proposta di un secondo referendum sul divorzio dall’Ue. Lo ha detto Nicola Sturgeon, primo ministro del governo locale di Edimburgo e leader del partito indipendentista scozzese, al congresso dell’Snp a Glasgow.
Sturgeon ha insistito sul tasto della scelta europeista dell’Snp e della maggioranza degli elettori della Scozia, ribadendo di essere disposta ad accettare solo un accordo che lasci almeno il Regno Unito all’interno del mercato unico e dell’unione doganale. In caso contrario, come alternativa al referendum bis sulla Brexit, ha rilanciato anche la prospettiva di un voto diverso: ossia la rivincita sul verdetto popolare del 2014 sulla secessione della Scozia dal Regno. Un obiettivo per il quale sono sfilate 100.000 persone a Edimburgo, sventolando bandiere nazionali con la croce di Sant’Andrea.
Il tema della Brexit è stato al centro del tradizionale pranzo di lavoro al Quirinale in vista del prossimo Consiglio europeo. Il governo, si è appreso, è in attesa di capire gli sviluppi ma sta predisponendo dei provvedimenti qualora la Brexit sia ‘hard’, cioè in caso di no deal. Alla colazione era presente il premier Conte, i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ed i ministri interessati.
I sostenitori della Brexit chiedono aiuto a Matteo Salvini e agli altri leader più critici verso l’Unione europea.

Il fondatore della campagna per il Leave Eu, Arron Banks, ha chiesto al ministro leghista e vice premier italiano di ascoltare l’appello di Nigel Farage. Il leader euroscettico inglese, un tempo capo di Ukip, ha infatti esortato Salvini e gli altri governi vicini alle istanze dei brexiters di porre il veto a un’eventuale richiesta di proroga della Brexit.
Il milionario euroscettico, Arron Banks ha scritto: “I media britannici spesso dimenticano che Nigel Farage ha trascorso 20 anni a forgiare contatti con gruppi europei euroscettici alcuni dei quali ora sono al potere. Potremmo avere bisogno di un piccolo aiuto dai nostri amici del continente sulla proroga dell’articolo 50. Matteo Salvini e altri…” . Questa mattina Farage, all’Europarlamento, ha fatto appello per il veto ad una proroga. L’ex capo di Ukip fa parte dello stesso gruppo europarlamentare del Movimento Cinque Stelle.
Oggi, il Parlamento britannico voterà sulla possibilità di chiedere all’Unione europea il permesso di rinviare la Brexit oltre la data prefissata del 29 marzo.

Secondo il Downing street, se i parlamentari approvassero il piano May prima del vertice Ue del prossimo fine settimana, l’estensione potrebbe essere fino al 30 giugno. Altrimenti sarebbe necessario un lasso di tempo maggiore, il che richiederebbe che il Regno Unito partecipi alle elezioni del Parlamento europeo di maggio.
Intanto il presidente del Consiglio europeo, Tusk ha fatto sapere che chiederà ai 27 di essere aperti per un’estensione lunga, se il Regno Unito troverà necessario ripensare la propria strategia sulla Brexit.
Donald Tusk ha detto: “Durante le mie consultazioni prima del Consiglio europeo, chiederò ai 27 leader dell’Ue di essere aperti per un’estensione lunga se il Regno Unito troverà necessario ripensare la propria strategia sulla Brexit e per costruire il consenso attorno a questa”.

L’avvocato generale della Corte di Giustizia europea, Eleanor Sharpston, ha fatto una disamina dei vari scenari possibili della Brexit commentando: “Se l’attuale Accordo di divorzio viene approvato a Westminster è molto probabile che il Regno Unito debba chiedere una proroga di 2-3 mesi, al fine di mettere in campo le misure necessarie per attuarlo. Poiché ci sarebbe mutuo interesse nel garantire tale estensione, è improbabile che ottenerlo, in quel contesto, possa presentare grandi difficoltà. Diversamente, invece di andare al terzo voto sull’Accordo di divorzio, il Parlamento britannico potrebbe fare una pausa, per vedere quali altre possibili strade sono esplorabili. Tuttavia, a meno che sia richiesta e garantita un’estensione, il Regno Unito lascerà l’Ue alla mezzanotte del 29 marzo, in base alla legge dell’Unione europea. Cambiare la data di divorzio nella legge nazionale non sarà sufficiente a fermare la corsa dell’orologio della Brexit, verso lo zero”.
Sulla questione è intervenuto da Matera il vicepremier Luigi Di Maio cha ha detto:  “A me la Brexit non preoccupa: noi dobbiamo guardare alla Brexit soltanto con due premure: la prima tutelare più possibile gli italiani che sono in Inghilterra. La seconda è che se ci saranno delle aziende inglesi o che sono in Inghilterra e che vogliono andar via, noi dobbiamo essere in grado di attrarre anche in territori del Sud dove, se investiamo nelle infrastrutture e se ne devono fare tante, attrarremo gli investimenti”.

Il Regno Unito è ormai ad un bivio. Dopo che il Parlamento britannico ha evitato il no deal sperato da Donald Trump, resta soltanto la decisione di una proroga dell’uscita. La proroga, al momento, sembrerebbe il percorso più praticabile e meno dannoso sia per i britannici che per l’Unione europea. Il fallimento della Brexit è ormai evidente, ma è difficile ammetterlo per Theresa May.
In Europa, tuttavia, continuano ad aleggiare pericolosamente le spinte antieuropeiste incoraggiate da agenti esogeni che, pervadono perniciosamente diversi Paesi dell’Ue, con incauti populismi e sovranismi.

Salvatore Rondello

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