sabato, 4 Luglio, 2020

Tobagi: «La sconfitta politica del terrorismo passa attraverso scelte coraggiose»

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Walter Tobagi era un giornalista di quelli da manuale, che verificano le fonti, che lavoravano alacremente alla costruzione di ogni singolo pezzo, che prende vita solo dopo averne studiato e sviscerato meticolosamente tutti i particolari.
Ma Walter Tobagi era un giornalista da manuale anche perché fu un grande osservatore e narratore della società italiana a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso; un giornalista che stava nei luoghi caldi di quegli anni – nelle piazze, nei quartieri e nelle fabbriche – in prima persona, raccontando come l’onda lunga della contestazione del 1968 stesse dipanando in ogni settore della vita pubblica del nostro Paese.
Scrupoloso e lucido, il suo sguardo di giornalista non è mai neutrale, dopo il liceo era entrato all’Avanti! di Milano e poco dopo all’Avvenire, focalizzando la sua attenzione sui temi sociali, sui movimenti studenteschi, sul mondo del lavoro e sindacale e sul nascente fenomeno del terrorismo di destra e di sinistra.
Un’attenzione che porta avanti, da socialista riformista e cattolico, sul terreno dell’attualità con i servizi sulle lotte sindacali nel settore siderurgico, sull’organizzazione del lavoro, sulle questioni dell’unità sindacale e sul terreno degli studi storici come saggista e ricercatore universitario.
La sua “vocazione” da inviato sul terreno sindacale e sul fronte del terrorismo lo accompagna nel suo approdo al Corriere della Sera dove si dedica, partecipando in prima persona ad ore ed ore di assemblee all’Alfa Romeo, alla Pirelli, alla Fiat, alla testimonianza della vita delle donne e degli uomini impegnati in estenuanti vertenze per la salute sui luoghi di lavoro, per gli aumenti salariali, contro il lavoro nero.
Una testimonianza alla ricerca delle ragioni profonde del conflitto sociale che lo porta ad un’attenta riflessione sul ruolo e sulla crisi del sindacato, auspicando – al pari di quanto andava avvenendo nell’area del sindacalismo riformista – l’apertura di spazi di rappresentanza per i nuovi soggetti della produzione: sottoccupati, precari, disoccupati.
Una riflessione che incrocia le cause dell’esplosione del movimento del ’77 ed i suoi effetti. Da sempre attento alle vicende del terrorismo, denuncia le infiltrazioni del “partito armato” nelle fabbriche, analizza il fenomeno brigatista collegandolo all’insorgenza del rivoluzionarismo dei gruppi della sinistra extraparlamentare figli della contestazione e lo fa collocando il suo impegno nel nuovo corso del riformismo italiano della fine degli anni ’70. All’indomani dell’assassinio del giudice Alessandrini, avvenuto a Milano il 29 gennaio 1979, riporta sul Corriere della Sera uno stralcio di un’intervista, pubblicata tempo prima sull’Avanti!, rilasciata dal magistrato ucciso da un commando di Prima Linea: «Non è un caso che le azioni dei brigatisti siano rivolte non tanto a uomini di destra, ma ai progressisti. Il loro obiettivo è intuibilissimo: arrivare allo scontro nel più breve tempo possibile, togliendo di mezzo quel cuscinetto riformista che, in qualche misura, garantisce la sopravvivenza di questo tipo di società».
E non è un caso che il riformista Tobagi, con il suo stare nel mondo del lavoro per raccontarne i bisogni e l’impegno per il miglioramento delle condizioni materiali di vita, entra nel mirino delle organizzazioni terroristiche che, invece, cercavano ai margini della conflittualità operaia spazi di legittimazione a colpi di pistola.
Tobagi descrive con sempre più cura le Brigate Rosse, ne rintraccia le debolezze, smontandone – con la sua tipica meticolosità – l’immaginario costruito in larghi settori dell’opinione pubblica sulla loro presunta “geometrica potenza”, «non sono samurai invincibili» scrisse, arrivando a decodificare il fenomeno del pentitismo quale manifestazione di una crescente lacerazione interna.
Un commando di aspiranti brigatisti, la cosiddetta “Brigata XXVIII Marzo”, composta da figli della Milano bene, gli esplode contro cinque colpi di pistola alle ore 11 del 28 maggio 1980, uccidendolo.
«La sconfitta politica del terrorismo – scriveva qualche giorno prima – passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare» – scriveva il riformista Tobagi – coniugando modernizzazione e giustizia sociale.
L’impegno di Walter Tobagi è ancora una traccia, per chi lavora alla costruzione di una «società meno assurda».
Nicola Maiale 
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