martedì, 20 Ottobre, 2020

Tra il no e un nuovo polo

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Quel che si evince dalla duplice consultazione referendaria e regionale (che sarebbe triplice perché si é votato anche in molti comuni) é innanzitutto una palese contraddizione, almeno apparente, dell’elettorato. La vittoria del sì al taglio dei parlamentari, netto anche se tutt’altro che travolgente, porta il sigillo dei Cinque stelle che sono nel contempo, e nella stessa giornata, i veri sconfitti alle regionali. Vincitori e vinti, per parafrasare il titolo di un famoso film. Può essere che gli italiani abbiano sostenuto una battaglia populista senza diventare populisti? Mi pare più complessa la spiegazione. Come ho scritto nel precedente editoriale la campagna anti politica precede l’avvento dei Cinque stelle. E’ una semina che dura da trent’anni e che si ë affermata anche per responsabilità della politica che non ha saputo fronteggiarla a dovere. Anzi ha flirtato con essa, quando non l’ha appoggiata pienamente. Ha cavalcato la tigre senza accorgersi dei pericoli della tigre quando é in corsa. L’antipolitica é stata innanzitutto un obiettivo della Lega, poi di Berlusconi, ma anche di Veltroni e di Renzi, nonché della Meloni e se ci pensiamo bene i due governatori che hanno trionfato, Zaia e De Luca, hanno composto liste proprie che nel caso di quella di Zaia ha dato cappotto alla lista del suo partito, e si sono configurati come uomini soli al comando. Al di fuori delle loro radici originarie. Anzi pronti a superarle e votati da molti che la pensano all’opposto anche per questo. L’antipolitica ha prodotto la fine dei partiti e la maggior parte degli italiani oggi vota le persone e in qualche caso le coalizioni, ma passando spesso da un voto all’altro a seconda delle consultazioni. In questo senso la vittoria dell’antipolitica non si é trasformata in una vittoria dei Cinque stelle. Anzi nella loro più cocente sconfitta, come hanno sottolineato sia Fico che Di Battista. Perché l’anti politica oggi può prescindere dai Cinque stelle, perché l’elettorato vota alle regionali le persone più dei partiti, perché la mobilità elettorale in Italia ha raggiunto vertici inimmaginabili. Se un referendum come quello del 1985, che chiedeva agli italiani se erano d’accordo di vedersi tagliati quattro punti di scala mobile, si fosse svolto oggi che risultato avrebbe potuto determinare? Credo, senza tema di smentita, un risultato opposto a quello del 1985, quando i partiti politici mantenevano un ruolo centrale nella vita democratica. Se i Cinque stelle sono stati i vinti é perché non sono stati i vincitori, dunque. Avendo la vittoria un profumo che proviene da ben più lontano e alla formazione del quale hanno contribuito quasi tutti i soggetti politici di oggi, il mondo dell’informazione, la pubblicistica . Piuttosto non vedo vincitori neanche gli altri partiti o pseudo partiti. Festeggia il Pd perché ha perso una sola regione, festeggia la Lega nonostante non abbia vinto le quattro o cinque regioni pronosticate fino all’ultimo, ma solo tre, e così la Meloni che si consola per l’aumento elettorale delle sue liste, da tutti pronosticato e perfino Renzi che si dice soddisfatto anche della sua sconfitta. Festeggia Conte perché non si sente inamovibile, ma più forte sì. E perfino i Cinque stelle che hanno preso una sberla di proporzioni ciclopiche e sono alle prese con una discussione che potrebbe aprire il varco anche a una scissione con gravi, evidenti pericoli per l’equilibrio governativo. E in fondo festeggiamo anche noi del Psi perché in Campania, terra del nostro segretario Vincenzo Maraio, abbiamo mantenuto il consigliere regionale, mentre in Toscana e Puglia l’abbiamo solo sfiorato e perché, come avviene da anni, resistiamo con una discreta presenza nei comuni medio piccoli. Penso che oggi non dobbiamo abdicare al duplice nostro ruolo, quello di partecipare attivamente ai Comitati che dal no dovrebbero trasformarsi in “per la democrazia e la Costituzione” e quello di favorire e partecipare alla formazione del polo liberalsocialista del quale il centro-sinistra e i comitati del No hanno assolutamente bisogno. La nostra presenza si esprime nella nostra capacità di elaborare idee utili per la sinistra riformista e per l’Italia. Non in una patetica ripresa del patriottismo di partito. Che non vuol dire che laddove é possibile non dobbiamo presentare i nostri simboli come abbiamo fatto in Campania mettendo in piedi una sfida vinta. Ma solo con i revival e con retoriche solipsistiche non si costruisce il futuro. Ci vuole coraggio, anzi una buona dose di temerarietà, per vivere ancora politicamente. Ma con l’intelligenza e un alto livello di eresia e di anti conformismo, che sappia superare anche vecchie barriere (nella difesa della democrazia e della Costituzione ci siamo trovati in perfetta armonia anche con soggetti d’ispirazione comunista) e sappia cimentarsi con le prossime, imminenti sfide, si può fare. Per dirla col vecchio Wolter.

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Mauro Del Bue

1 commento

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    Paolo Bolognesi on

    In questi giorni di dopo voto qualcuno ha paragonato i governatori delle Regioni ai “vassalli” o ai “baroni” medioevali, che coadiuvavano e supportavano il sovrano nell’esercizio del potere, ma erano essi stessi titolari di potere proprio, tanto da poter entrare talora in competizione col sovrano stesso, anche per marcare la loro forza e “indispensabilità” (fino a configurarla in qualche caso come rivalità o sfida).

    I parallelismi di questo genere sono sempre, e giocoforza, piuttosto approssimativi, ma è indubbio che in questi anni il ruolo dei “governatori” si sia andato sempre più affermando, anche in virtù, io penso, della loro elezione diretta, la quale, a sua volta, ha verosimilmente alimentato il leaderismo, pure a sinistra dove un tempo era di norma criticato e respinto (può esserne conferma l’avvenuto incoraggiamento al voto disgiunto).

    Queste considerazioni attengono al piano politico, ma anche su quello istituzionale siamo venuti a trovarci nella situazione in cui i Sindaci e i Presidenti di Regione sono scelti tramite elezione diretta (forse con la sola eccezione della Val d’Aosta per i secondi, almeno da quanto mi risulta), mentre ciò non succede sul piano nazionale, ossia per il Presidente del Consiglio, che è rimasto di nomina parlamentare.

    Per i Primi Cittadini dei Comuni più grandi occorre poi passare dal ballottaggio quando al primo turno non si avesse a superare il 50% dei consensi, e per tutti vige il limite del doppio mandato, limite che molte Regioni, nella loro autonomia statutaria, non mi pare abbiano adottato, così come per il ballottaggio (salvo che per qualcuna è richiesta una percentuale minima del 40% per poter governare, ma è altra cosa).

    Senza contare che per i Comuni e la quasi totalità delle Regioni – almeno così mi pare vista per l’appunto la loro autonomia statutaria – sono ancora in essere le preferenze, a differenza del livello nazionale, e tutto questo insieme di disomogeneità dovrebbe condurre ad una riflessione, se cioè non sia arrivato il momento di pensare ad un riordino della architettura istituzionale, che parta dal Presidenzialismo o comunque lo includa.

    Un “progetto” di cui potrebbero farsi promotrici quelle formazioni che propendevano per il NO al recente Referendum, non approvando un “taglio” dei parlamentari avulso da una riforma più complessiva del nostro sistema; credo che avrebbero buone ragioni da spendere, e trovare altresì condivisione nel corpo elettorale dove in non pochi stanno probabilmente interrogandosi sul come rimediare alla disuniformità di cui avanti dicevo.

    Ho inoltre l’impressione che il voto regionale abbia premiato i partiti “maggiori”, e tale tendenza, se confermata nel tempo, può marginalizzare ulteriormente quelli “minori”, che potrebbero invece trovare valorizzazione nel Presidenzialismo, se il candidato Presidente fosse sostenuto da una coalizione di liste proporzionali, con preferenze (la questione “voto utile” si azzera se i voti di chi non raggiunge il “quorum” restano all’interno della coalizione)

    Paolo B. 24.09.2020

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