mercoledì, 23 Ottobre, 2019

Tre proposte socialiste

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Lanciamo subito, magari attraverso un’apposita conferenza programmatica socialista, tre proposte sul versante sociale che i nostri parlamentari dovrebbero presentare in forma di proposta di legge. Su ognuna di queste organizziamo un momento di studio e di approfondimento. Poi passeremo alle nostre iniziative sul versante dei diritti civili, compreso quello degli emigrati, e della riforma istituzionale. Già ho avuto modo di anticipare i tre temi sociali nel corso dell’incontro del 30 aprile che ha coinvolto parlamentari non solo socialisti.

I dati ISTAT sull’occupazione in Italia sono drammatici. A fronte di un leggero aumento del Pil, pari allo 0,6-0,7 su base annua, la disoccupazione resterà invariata nel solo nel 2016 ma anche negli anni successivi. Quel che sta accadendo induce a ritenere che occorra fronteggiare una lunga stagione di povertà e di precarietà solo parzialmente attenuata, quest’ultima, dal Jobs act che avrebbe iniziato a trasformare qualche decina di migliaia di contratti a tempo in contratti a tempo indeterminato.

La prima proposta è quella del reddito minimo di cittadinanza. Marco Revelli docente universitario ed ex presidente della commissione sull’esclusione sociale ha giustamente lanciato l’allarme. L’Italia, assieme all’Ungheria e alla Grecia, risulta essere l’unico paese ad esserne privo mentre negli altri paesi europei varia da un massimo di 1.325 euro della Danimarca ai 500, più le spese di affitto e di elettricità, dell’Olanda. La nuova situazione economica che vede l’Italia col più alto debito pubblico dopo la Grecia e con un tasso di disoccupazione inferiore solo alla stessa Grecia e alla Spagna, non consente indugi. Questa è oggi la priorità. Altro che ottanta euro al ceto medio…

Il secondo versante d’iniziativa è lo strumento delle cogestione. Qui sono diversi i modelli europei. Penso che quello della Germania sia il più produttivo per responsabilizzare imprenditori e lavoratori. Si tratta di uno strumento che porta a un più diretto coinvolgimento dei lavoratori nelle scelte aziendali. Questo implica una concertazione diretta e non più solo mediata dai sindacati, che nei fatti questo modello non vogliono, e nel contempo una maggiore garanzia di tutela degli interessi dei lavoratori dopo il superamento dell’articolo 18 anche sul tema dei licenziamenti economici, che dovrebbero essere condivisi. Il caso Volkswagen insegna.

Il terzo è inerente l’aumento dell’età lavorativa e tocca da vicino la qualità del lavoro. Se prima degli ultimi interventi pensionistici i lavoratori potevano permettersi lo stesso lavoro per tutta la vita, adesso non è più così. E questo non solo per la necessaria flessibilità a cui sempre occorre abbinare la sicurezza, ma anche perché lavorando anche da anziani non si può sempre sopportare il peso del lavoro, soprattutto manuale, che si svolgeva da giovani. Su questo occorre emanare norme specifiche che esentino le persone che hanno superato una soglia di età di svolgere mansioni pesanti. E che dunque le tutelino dal rischio di licenziamento. Vediamo di smuove le acque. I temi ci sono, le idee e le proposte anche.

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