domenica, 26 Maggio, 2019

Trump a ruota libera. Al CPAC: discorso senza filtri

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“Sapete. Io non so, forse voi sapete. Sapete, sono completamente fuori copione, va bene? Ecco come sono stato eletto, essendo fuori copione…. e se non andiamo fuori copione, il nostro Paese sarà in grossi guai, ragazzi”. Così il presidente Donald Trump al convegno annuale del CPAC (Conservative Political Action Conference). Trump ha continuato il suo discorso continuando a ruota libera per due ore dandoci l’impressione di uno dei suoi tanti comizi, ricevendo ovviamente i desiderati applausi dei partecipanti.

La settimana horribilis di Trump prima del discorso si era conclusa col disastro in Vietnam per il mancato accordo di pace con Kim Jong Un, il leader della Corea del Nord e le quasi contemporanee testimonianze di Michael Cohen, ex avvocato di Trump, alla Commissione vigilanza della Camera del Congresso. Cohen, che tra breve andrà in carcere per tre anni, ha accusato il suo ex cliente di essere “razzista, truffatore e imbroglione”. Il 45esimo presidente aveva dunque bisogno di contrattaccare come fa quando si sente ferito. Il discorso gli ha offerto una buona opportunità di parlare senza nessun filtro attaccando una grande varietà di avversari, riservando in particolare alcune delle stoccate per Robert Mueller, il procuratore speciale del Russiagate. I leader democratici alla Camera sono stati anche bersagliati poiché di questi giorni hanno intensificato le loro inchieste sull’operato di Trump da quando era imprenditore, poi candidato politico e anche presidente. Senza dimenticare di mandare qualche messaggio in prospettiva dell’elezione del 2020 che ovviamente comincia a scaldarsi con il folto numero di candidati alla nomination del Partito Democratico.

Com’è solito quando parla senza copione Trump si comporta in maniera poco presidenziale, usando la sua arma politica efficace degli insulti ma anche delle asserzioni fuorvianti e ovviamente anche falsità. Il Washington Post ci informa che durante il recente discorso al CPAC Trump ha espresso 104 asserzioni false o fuorvianti. Quando si aggiungono al suo totale si arriva più di 9 mila fra menzogne, asserzioni fuorvianti e esagerazioni.

In effetti, per Trump si tratta della sua visione della realtà basata su numeri esagerati e insinuazioni che fanno piacere ai suoi fedelissimi e anche al pubblico del CPAC. L’inchiesta del Russiagate è dunque per il 45esimo presidente un caccia alle streghe e non c’è mai stata collusione con i russi. Asserzioni che si scontrano con le ricerche dei rapporti della sua intelligence che Trump ignora, preferendo la sua visione istintiva. La realtà è diversa come ci dimostrano fino ad ora i risultati di Mueller che includono 199 accuse criminali, 37 incriminazioni e ammissioni di colpevolezza, 4 sentenze già emesse e alcuni ex collaboratori di Trump in carcere o in procinto di andarci.

Altre falsità ovvie anche all’osservatore casuale includono la ripetizione a nausea che il muro al confine col Messico si sta costruendo e che l’economia in America è la migliore di tutti i tempi. Quando poi Trump accetta di avere fatto la richiesta ai russi di rivelare le e-mail di Hillary Clinton in campagna elettorale si rifugia nel suo umorismo. Si trattava solo di una richiesta sarcastica, ha spiegato il 45esimo presidente al pubblico del CPAC, perché fu fatta in un comizio in cui “tutti si divertivano”, in effetti una barzelletta, in un discorso politico che somigliava a un reality. Nulla di serio dunque.

Il linguaggio di Trump è già noto per i suoi toni derisori, offensivi e anche volgari. Nel discorso al CPAC ha persino dichiarato che i suoi nemici vogliono farlo fuori con “bull…t” (stronz…e) perché ha vinto l’elezione. Una simile espressione volgare è stata usata per deridere Adam Schiff, presidente della Commissione di intelligence alla Camera, che si appresta ad indagare l’operato di Trump in relazione all’interferenza russa nell’elezione del 2016.

Il pubblico del CPAC si è comportato come a un tipico rally di Trump applaudendolo ed accettando la realtà alternativa di Trump. Anche il Partito Repubblicano, che ha abbandonato i principi di patriottismo e moralità che storicamente professava, si comporta come il pubblico del CPAC. Ciononostante qualche frattura fra Trump e il Partito Repubblicano comincia però a intravedersi. Tredici parlamentari repubblicani hanno votato coi loro colleghi democratici per bloccare la dichiarazione di emergenza di Trump al confine col Messico che gli permetterebbe di trasferire fondi stanziati per alcuni programmi e utilizzarli per la costruzione del famigerato muro. Preliminari informazioni ci indicano che anche al Senato si avrà un voto simile con parecchi repubblicani pronti ad abbandonare la posizione del presidente. Trump potrà imporre il suo veto ma forse il Partito Repubblicano ha già iniziato a mandare segnali al presidente che sta esagerando e il loro supporto ha i suoi limiti.

Domenico Maceri
è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications

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Riguardo l'Autore

1 commento

  1. Andrea Malavolti on

    Il partito democratico americano puntava ad adottare, l’8 marzo, alla Camera dei rappresentanti dove ha la maggioranza, un progetto di legge che mira a facilitare l’esercizio del diritto di voto e limitare il finanziamento occulto delle campagne elettorali, racconta in una breve il Fatto Quotidiano, spiegando che invece “ha dovuto impiegare tutta la settimana per mascherare le divisioni interne provocate da un delle sue nuove elette, Ilhan Omar, accusata di aver fatto proposte a carattere antisemita”. Dello scontro interno ai dem parla più diffusamente Repubblica. (Fonte Pagine Ebraiche)

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