martedì, 24 Novembre, 2020

Trump punta sulla Corte Suprema per la rielezione

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“È un’istituzione pericolosa”. Queste le parole di parole di Samuel Moyn per definire la Corte Suprema americana in un’intervista a Democracy Now. Moyn, docente di giurisprudenza e storia alla Yale University, vede immensi poteri nelle mani di nove giudici, non eletti democraticamente ma nominati da presidenti e confermati dal Senato, a divenire arbitri di tantissime contese politiche. La conferma quasi lampo di Amy Coney Barrett per sostituire Ruth Bader Ginsburg sposterà la Corte Suprema a un orientamento di estrema destra poiché consisterà di 6 giudici nominati da presidenti repubblicani e una minoranza di 3 con tendenze liberal. Moyn però non esclude cambiamenti progressisti per tagliare le ali al potere delle toghe e riportarlo al ramo legislativo che riflette di più la democrazia.

Storicamente la Corte Suprema ha confermato tendenze antidemocratiche riflettendo più i desideri del potere di una minoranza invece dei bisogni della maggioranza degli americani e il loro senso di giustizia. Lo strapotere della Corte Suprema in comparazione agli altri poteri che riflettono di più la democrazia, ossia l’esecutivo e il legislativo, è dovuto in parte che i giudici, dopo la conferma del Senato, ottengono impieghi che durano tutta la vita. I legislatori non hanno limiti di mandati, ma devono continuamente essere confermati dagli elettori: ogni due anni per i parlamentari e sette per i senatori. Nel caso del presidente i mandati sono semplicemente due di quattro anni ciascuno, il secondo dei quali soggetto alla rielezione. Inoltre, i giudici possono “clonarsi” andando in pensione quando sanno che un presidente con orientamento analogo nominerà i loro successori.

I poteri immensi della Corte Suprema si sono spesso scontrati con il potere esecutivo. Va ricordavo che Thomas Jefferson, il terzo presidente americano (1801-1809), si preoccupò dei suoi nemici che si “rifugiavano” nella roccaforte della Corte Suprema da dove potevano governare senza preoccuparsi dei desideri democratici del popolo. Abraham Lincoln, il 16esimo presidente (1861-1865), ebbe anche lui serie difficoltà con la Corte Suprema e cercò di limitarne i poteri senza però ottenere l’appoggio della legislatura. Franklin Delano Roosevelt, il 32esimo presidente, si scontrò con l’antidemocrazia della Corte Suprema la quale nel 1935 dichiarò illegale il National Recovery Act, una legge che favoriva i lavoratori e i consumatori. Dopo le minacce di Roosevelt di “pack the Court” (imballare la Corte), ossia ampliare il numero nominando giudici a lui favorevoli, altre sue leggi simili furono poi trattate in modo più ragionevole. Ciononostante la Corte Suprema non ha subito molti cambiamenti anche se va ricordato che inizialmente era composta da sei giudici. Durante la Guerra Civile fu ampliata aggiungendone altri 4 per un totale di 10 fino al 1869 quando il numero fu stabilito a 9 che rimane tutt’ora. Cambiamenti sul numero dei giudici e le procedure potrebbero essere messe in atto da un presidente con la collaborazione della legislatura. Con l’orientamento della Corte a destra si prevedono decisioni a breve termine che potrebbero spingere un eventuale presidente Joe Biden e una legislatura del suo stesso partito a fare modifiche progressiste per tagliare le ali alla Corte Suprema. Biden ha infatti dichiarato che se eletto presidente nominerà una commissione bipartisan per studiare le problematiche della Corte Suprema.

Ampliare il numero dei giudici contemplato da Roosevelt sarebbe una scelta anche se non controversa la quale potrebbe essere scatenata da potenziali eccessi della Corte Suprema. Questi potrebbero includere l’abrogazione dell’Obamacare, la riforma sanitaria di Barack Obama, ma anche di Roe V. Wade, la decisione che garantisce alla donna il diritto all’aborto senza eccessive restrizioni governative. Eventi estremisti di tale genere lascerebbero poca scelta a Biden di agire. Il numero si potrebbe aumentare da 9 a 11 per bilanciare la Corte o persino a 13 per ottenere un’ovvia maggioranza liberal. La questione dell’incarico a vita dei giudici potrebbe essere affrontata imponendo limiti simili a quelli dei mandati presidenziali. Altre possibilità includono di riformare le procedure della Corte Suprema che al momento vedono i casi decisi con una semplice maggioranza, spesso 5 a 4, con una maggioranza più amplia. Ciò limiterebbe il compito della Corte Suprema a quei casi approvati dalla legislatura ovviamente esagerati o chiaramente illegali.

La Corte Suprema e tutto il sistema giudiziario sono stati usati e continuano ad esserlo dai Repubblicani per mantenere il potere sulle questioni delle procedure legali per l’esercizio del voto. Gli impedimenti al voto sono stati storicamente visibili nel Sud del Paese dopo la Guerra Civile che avrebbe dovuto dare pieni diritti agli afroamericani. Non è avvenuto ma infatti le stesse metodologie e procedure per ostacolare l’esercizio del voto ai gruppi minoritari sono state adottate anche da Stati del nord dominati da legislature repubblicane. Con ciò non si vuole dire che la Corte Suprema sempre decida a favore della destra. Proprio di questi giorni la Corte ha bocciato una richiesta del Partito Repubblicano della Pennsylvania che avrebbe limitato il voto per corrispondenza. La decisione è stata di 4 a 4 il che vuol dire che la decisione della Corte Statale rimane in effetto. Si crede, con buone ragioni, che se Barrett fosse già stata alla Corte, l’esito sarebbe stato diverso.

La conferma lampo di Barrett che avverrà proprio di questi giorni aggiungerà un altro giudice conservatore che potrebbe rivelarsi decisivo all’esito finale dell’elezione già in corso. Trump sta facendo di tutto per delegittimare la votazione per creare un risultato elettorale incerto e confuso che potrebbe essere consegnato alla porte della Corte Suprema. È già avvenuto nel 2000 quando la Corte Suprema mise fine al conteggio dei voti in Florida e in effetti consegnò le chiavi della Casa Bianca a George W. Bush. Al momento, questa strada sembra essere l’unico sbocco per Trump, considerando la quasi unanimità dei sondaggi che danno il suo avversario come vincitore.

Domenico Maceri

PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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