mercoledì, 24 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Tunisia in rivolta. Quattro giorni di guerriglia e disordini

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Dopo quattro giorni di scontri e disordini tra giovani manifestanti e forze di sicurezza in alcune località della Tunisia, sembra che le proteste stiano attenuandosi.
Per quattro notti consecutive, a Cité Ettadhamen, Mnihla, La Manouba, sobborghi popolari della capitale, Kram ma anche Beja, Kasserine, Biserta, Sfax, Sousse e Monastir, Kef ci sono state le stesse scene di violenza, saccheggi, incendi di pneumatici, sassaiole e attacchi alle forze dell’ordine ad opera di giovani e giovanissimi che hanno costretto la polizia a far largo uso di lacrimogeni.
Sembra che le forze dell’ordine, dopo numerosi arresti, abbiano raggiunto il pieno controllo della situazione.
Fino a ieri, per queste proteste, le autorità tunisine avrebbero fermato 632 giovani, molti dei quali minori, con l’accusa di atti vandalici. Il ministero dell’Interno ha infatti escluso motivazioni politiche nel comportamento di questi giovani e giovanissimi, dichiarando che il loro fine principale è il saccheggio di proprietà e beni altrui. Il portavoce del ministero dell’Interno, Khaled Hayouni, ha ribadito in varie occasioni: “Non si tratta di manifestazioni ma di atti vandalici”. In questo modo il governo tunisino nega le motivazioni politiche della protesta sfociata in violenza.
Un gruppo di manifestanti che voleva raggiungere la sede del ministero dell’Interno della capitale veniva fermato dalla polizia sulla centralissima Avenue Bourguiba della capitale e sono arrivate le prime condanne ufficiali delle violenze di queste notti.
Il sindacato Ugtt, in un comunicato, ha denunciato le azioni notturne avvenute in diverse regioni del Paese sottolineando che il diritto alle manifestazioni pacifiche è garantito dalla costituzione, ed ha invitato i giovani a smettere di organizzare le loro proteste di notte per evitare saccheggi e atti vandalici.
Anche l’associazione datoriale Unione tunisina dell’industria, del commercio e dell’artigianato (Utica) ha condannato fermamente, gli atti notturni di violenza, saccheggi e vandalismi perpetrati ai danni di proprietà pubbliche.
Il comitato direttivo del partito islamico tunisino Ennhadha, in una nota, ha condannato quelli che ha definito: “Attacchi ingiustificati/ingiustificabili che violano tutte le forme pacifiche di protesta ed espressione garantite dalla legge e dalla costituzione”.
Invece, in relazione ai disordini che sono avvenuti in varie città del Paese, l’ong “Forum tunisino per i diritti economici e sociali” (Ftdes) ha rinnovato in una nota il suo sostegno a tutte le proteste sociali in difesa dei diritti, della dignità e dell’uguaglianza davanti alla legge, invitando chi protesta a continuare la lotta nel rispetto della proprietà pubblica e privata, confermando il suo obiettivo finale di cambiamento reale e rottura con politiche economiche e sociali fallite.
La Ong ha affermato: “La responsabilità va addossata alle élite politiche che hanno gestito il potere, colluso e tollerato la corruzione e hanno sancito l’economia di rendita, la politica dell’impunità, la disuguaglianza dei diritti davanti alla legge. Il Forum condanna inoltre il sospetto silenzio del governo e la sua sufficienza nella gestione della sicurezza di queste proteste, che conferma la sua debolezza nella gestione delle crisi e l’assenza di qualsiasi visione”.
Le autorità li definiscono “Saccheggiatori”, sui social si parla della “Rivoluzione degli Affamati”. È un contesto ad altissima tensione quello che si vive in ogni città della Tunisia con il lockdown anti Covid. Le persone arrestate durante gli scontri hanno tutti tra i 15 e i 25 anni. Il portavoce del ministero dell’Interno Khaled Hayouni, ha aggiunto: “I manifestanti hanno bruciato pneumatici e cassonetti per bloccare le forze di sicurezza”.
Il ministero della Difesa ha annunciato il dispiegamento dell’esercito in diverse città per bloccare le proteste. Con la rivolta, i giovani contestano la situazione di precarietà socio-economica, che non è migliorata dopo il passaggio alla democrazia, situazione aggravata prima dal duro colpo inferto al settore chiave del turismo dagli attacchi terroristici del 2015 e ora dalla pandemia di coronavirus. Dieci anni fa, la rivoluzione dei gelsomini destituì il presidente Zine El-Abidine Ben Ali. Adesso i manifestanti dicono: “Da allora non si è fatto nulla. Il paese è sull’orlo della bancarotta”. Negli ultimi quattro giorni, in Tunisia si è assistito allo stesso copione di protesta: lanci di pietre, esplosioni, fuochi d’artificio lanciati dai tetti delle case da parte dei giovani manifestanti a cui la polizia e la gendarmeria hanno reagito con gas lacrimogeni per spingerli a tornare nelle proprie abitazioni. I disordini notturni si sono verificati in un contesto di grave peggioramento della situazione politica, economica e sociale del Paese. A fare da sfondo sono le accese tensioni tra le varie forze politiche che siedono in un Parlamento molto frammentato dalle elezioni del 2019, mentre il governo, sempre più indebolito, è stato oggetto di un rimpasto sabato scorso ed è in attesa del voto di fiducia dei deputati.  Tunisi, Bizerte, Menzel Bourguiba, Sousse, Nabeul, Kasserine e Siliana sono state le aree maggiormente colpite dalle manifestazioni di protesta dei giovani che hanno anche saccheggiato negozi e aggredito agenti di polizia. Intanto nel Paese e sui social monta la rabbia verso una classe politica divisa.
In tutto questo c’è anche il problema dei fondi e i beni dell’ex presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali e del suo clan, che sono in sequestro preventivo dal 2011 da parte delle autorità svizzere. Secondo quanto ha reso noto il presidente della Ong tunisina, I Watch, Achref Aoudadi, il sequestro rimarrà anche dopo la scadenza del termine massimo previsto di dieci anni.
Gran parte di questi beni sono infatti sequestrati per due motivi: da un lato per l’ordinanza del Consiglio federale (“primo livello”), dall’altro per i provvedimenti di sequestro disposti dalle autorità di mutua assistenza giudiziaria (“secondo livello”). “Ciò significa che il 19 gennaio 2021, il sequestro basato sul primo livello non esisterà più, ma che la stragrande maggioranza dei beni rimarrà ancora bloccata nell’ambito delle procedure di mutua assistenza giudiziaria”, come ha affermato il Dipartimento federale degli affari esteri (Dfae) di Berna.
L’ex presidente, condannato più volte in contumacia per omicidio, tortura e corruzione, è morto all’età di 83 anni nel 2019 in esilio in Arabia Saudita. Il presidente di I Watch ha aggiunto che il blocco dei beni di Ben Ali, pronunciato dalle autorità giudiziarie svizzere nel quadro delle procedure di assistenza giudiziaria e penale, rimane in vigore durante tutto il processo giudiziario dei casi relativi alla confisca e alla restituzione.
In questo contesto, Aoudadi ha sottolineato l’imperativo per le parti giudiziarie tunisine di emettere sentenze definitive ed esecutive al più presto in modo che i beni congelati dalle autorità svizzere possano essere restituiti nell’ambito dell’assistenza giudiziaria tunisina-svizzera.
Diverse organizzazioni della società civile hanno deplorato il fatto che i governi successivi non abbiano affrontato adeguatamente la questione della restituzione dei beni saccheggiati che è considerata una questione prioritaria per tutti i tunisini. “Completare il processo di restituzione della proprietà statale tunisina è un dovere morale per i tunisini”, secondo il testo della dichiarazione firmata da dieci associazioni, tra cui Avvocati senza frontiere, il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, Al-Bawsala, e la “Rete tunisina di giustizia di transizione”. Secondo l’Ong svizzera Public Eye, il clan Ben Ali avrebbe fatto transitare 320 milioni di dollari (265 milioni di euro) attraverso la piazza finanziaria di Ginevra negli anni 2000. L’importo iniziale dei beni tunisini bloccati dal Consiglio federale nel 2011 era di circa 60 milioni di franchi svizzeri. Da allora, tale importo è variato, in particolare in base al tasso di cambio, alle fluttuazioni dei corsi azionari, allo sblocco di alcuni fondi bloccati, ai rendimenti realizzati.
L’elenco dei nove nomi del clan Ben Ali, tra gli altri, include i nomi dell’ex presidente tunisino e della sua seconda moglie, Leïla Trabelsi, di suo fratello Belhassen Trabelsi, di Syrine Ben Ali, figlia del primo matrimonio di Ben Ali, e Sakher El Materi, primo marito di Nesrine Ben Ali, figlia del presidente deposto e Leïla Trabelsi.
Tuttavia, per la Tunisia, il paese arabo del mediterraneo più vicino culturalmente al mondo occidentale, c’è anche qualche segnale positivo. Nell’ambito del progetto Enpi di cooperazione transfrontaliera Aida (Auto-immunita’-diagnosi), cofinanziato dall’Unione europea, sono state recentemente premiate con un fondo di avviamento speciale in denaro due start-up tunisine di ricercatori che inizieranno le loro attività al tecnopolo El Ghazala di Tunisi. Il primo progetto riguarda 4 biologi che hanno studiato procedure destinate a migliorare la diagnostica genetica molecolare e la presa in carico terapeutica di alcuni tipi di cancro. Il secondo progetto è il frutto del lavoro di due ricercatori in informatica che hanno sviluppato un software in grado di monitorare la modifica del volume delle strutture cerebrali nei pazienti affetti da patologie neurodegenerative. La creazione in Tunisia di start-up innovative nel campo dell’Ict applicato alla sanità è uno degli obiettivi del progetto Aida, che punta a migliorare studi e diagnosi, in alcune strutture sanitarie della Sicilia e della Tunisia, delle malattie autoimmuni (Mai) come il diabete mellito, la celiachia, la sclerosi multipla, l’ipotiroide, attraverso l’installazione di sistemi informatici di acquisizione di immagini e dati per consentire analisi precise e precoci sui pazienti. Capofila del progetto è l’Università di Palermo, Polo didattico di Agrigento, in partenariato con il centro Pasteur di Tunisi, l’ospedale Charles Nicolle, l’Università El Manar di Tunisi e il ministero della Salute del paese nordafricano. Le Mai costituiscono oggi il terzo grande processo patologico dopo le malattie vascolari e i tumori.
Queste patologie, causate dalle alterazioni del sistema immunitario, fanno la loro comparsa in maniera subdola. Alcuni studi sulla popolazione hanno dimostrato che circa il 3% delle donne incinte sono affette da ipotiroide; il 10,4% delle donne e il 9,3% degli uomini soffrono di diabete. Attualmente l’Ifi (Immunofluorescenza indiretta) e’ la tecnica utilizzata per la diagnosi delle malattie autoimmuni. A Tunisi il numero di test di ricerca di auto-anticorpi utilizzato per Ifi supera i 15 mila all’anno (in Sicilia sono 50 mila all’anno). La base del progetto, ha spiegato il coordinatore, il professore Giuseppe Raso, è la creazione di un grande database composto da immagini e dati del test Ifi. L’applicazione di software specifici, permetterà di supportare le diagnosi dei medici. I fattori di rischio delle malattie autoimmuni sono a volte genetici e a volte ambientali. Lavorare con popolazioni vicine sul piano genetico e per condizioni climatiche, ma differenti sul piano delle abitudini alimentari e culturali, consentirà di fare delle analisi comparative.
Dunque, le proteste in Tunisia potrebbero essere una crisi di crescita civile e democratica del Paese. La presa di coscienza dei giovani lascia ben sperare per un futuro migliore.

Salvatore Rondello

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