martedì, 23 Aprile, 2019

Turati contro Mussolini, al governo con la fiducia degli invertebrati

0

Dalla Grande Guerra alla guerra civile.  Parte 21
L’arrivo delle camicie nere a Roma non fu del tutto una passeggiata, infatti gruppi di Arditi del Popolo opposero una strenua resistenza in vari quartieri della capitale. Fonti fasciste riportano di soli tre morti tra le camicie nere, con vari “episodi di sangue” e “imboscate”; in realtà gli scontri a fuoco debitamente nascosti all’opinione pubblica dai giornali dell’epoca, furono numerosi e sarebbe ingiusto presentare Roma in quel periodo come una meretrice che allargava le braccia a Mussolini. Al contrario, la città che sarebbe diventata decenni dopo medaglia d’oro della Resistenza, cercò, anche se vanamente, in quella occasione di resistere. Purtroppo le notizie di quei giorni si devono basare soprattutto su ciò che è stato tramandato oralmente, o in maniera frammentaria, dalle fonti avverse a quelle fasciste.

Possiamo però essere certi, incrociando i dati, che forti resistenze si ebbero a Borgo Pio, San Lorenzo, Trionfale, Trastevere, Porta Pia, Piazza Farnese, sulla Prenestina, lungo la Nomentana, nella zona Prati, a San Cosimato, Casal dei Pazzi, Monterotondo, Gennazzano, Tivoli, Mentana e a Palestrina, con svariati morti da parte dei fascisti, il Corriere riferisce che nei giorni immediatamente seguenti al 28, solo a S. Lorenzo ce ne furono otto, e nel Lazio almeno 14. Lo stesso generale Pugliese, comandante della XVI divisione che presidiava la capitale, riferendo sugli scontri in atto a S. Lorenzo, ebbe «a deplorare 13 morti, tutti trasportati subito alla cappella mortuaria del Campo Verano e poscia tumulati, per evitare che le pubbliche esequie potessero essere cagione di ulteriori disordini» I giornali dell’epoca riferiscono che gli scontri proseguiti dal 28 ottobre al 2 novembre, in provincia di Roma, annoverarono “almeno 17 vittime tra antifascisti e popolani (tra i quali 2 donne), oltre a 8 fascisti e un carabiniere.” Quando la repressione fascista fu coordinata con quella dell’Esercito e della Polizia, per coloro che cercarono di resistere anche in condizioni disperate, non vi fu più scampo e lo stesso capo degli Arditi del Popolo: Argo Secondari fu poi vittima di una violenza tanto bestiale da renderlo invalido permanentemente.

Ma torniamo a Mussolini il quale, arrivato a Roma in treno si cambiò d’abito, mettendo la veste di cerimonia, mantenendo però sotto di essa la camicia nera. Dopo avere ottenuto dal re l’incarico di formare il governo, egli non volle strafare nell’assegnare i ministeri, la sua lista comprendeva infatti, tra ministri e sottosegretari: 14 fascisti, 6 popolari (tutti diventati poi democristiani) 5 demoliberali, 2 conservatori e 2 nazionalisti, tra di loro anche Gronchi, futuro Presidente della Repubblica Italiana. Mussolini riservò per sé il dicastero degli Interni e degli Esteri.
Come è ben noto, Mussolini pronunciò un discorso che era un vero e proprio atto di sfida verso le forze parlamentari, dichiarando apertamente di tenerle in ostaggio dei suoi militi facinorosi, rimarcò che quello che stava compiendo era solo un atto formale ed arrivò a formulare il suo aperto disprezzo per le forme parlamentari della democrazia, quando affermò senza mezzi termini: “Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.” Il secondo tempo, vedremo, ci sarà tra non molto, dopo il delitto del maggiore esponente dell’opposizione: Giacomo Matteotti.

La reazione dei parlamentari fu decisamente fiacca, già prima di tale discorso di insediamento che palesava tutto il disprezzo del futuro dittatore per i meccanismi istituzionali democratici, ci si sarebbe aspettata una reazione furibonda non solo contro Mussolini, ma anche contro il re che aveva palesemente violato le sue prerogative costituzionali, dandogli un incarico sotto il ricatto di una insurrezione armata.
I comunisti, che tanto strombazzavano nelle piazze la rivoluzione con le armi, in Parlamento non andarono oltre una dichiarazione che assomigliava molto ad una resa senza condizioni; proponevano di ricostruire l’Alleanza del lavoro, magari con l’intento di egemonizzarla ma si dissero palesemente persuasi “che nessuna offensiva è possibile contro forze così potenti e dilaganti”. Essi caldeggiavano la necessità dell’ennesimo sciopero generale, pur sapendo bene, per esperienza, quanto fosse stato fallimentare insistere su quella strada ed addossando gran parte delle colpe alla CGL, quasi fosse il capro espiatorio designato in quella occasione per giustificare una ignominiosa sconfitta.

Ovviamente i dirigenti della CGL reagirono denunciando, a loro volta, la “provocazione comunista con queste parole: “La CGL sente il preciso dovere, nel momento in cui la passione politica divampa e due forze estranee ai sindacati operai si contendono il possesso del potere statale, di mettere in guardia i lavoratori dalle speculazioni e dalle sobillazioni di partiti e di raggruppamenti politici internazionalisti a coinvolgere il proletariato in una contesa dalla quale deve assolutamente rimanere appartato per non compromettere la sua indipendenza.” Insomma la CGL invitava a restare “appartati” quando non tanto l’indipendenza del proletariato era compromessa, ma la sua stessa sopravvivenza come forza organizzata nel paese con la sua rappresentanza sindacale e parlamentare. Appartati per restare fermi a guardare? La realtà è che molti in quel periodo erano convinti che quella fosse una soluzione temporanea, che Mussolini non sarebbe durato molto e che però, in quel momento, egli fosse necessario per far calmare le acque e riportare la situazione ad un certo ordine ed ad una necessaria stabilità.

Giovanni Amendola, che finirà malmenato a morte dai fascisti, allora era alquanto illusoriamente ottimista, disse infatti: “Non c’è da spaventarsi, Mussolini si “costituzionalizzerà” anche lui. Avremo un governo reazionario, ma il Paese riacquisterà la sua tranquillità” Certamente, ma..la tranquillità della tomba. In un periodo di revanscismo populista e di paurosa mancanza di cultura politica, bisognerebbe meditare a fondo su queste parole per scongiurare altri “meno peggio” destinati a consolidarsi in un crescente “peggio per tutti”.

Ma almeno allora ci fu Buozzi che replicò beffardamente ai liberali: “No, il bello comincia adesso. Finora le abbiamo prese noi perché eravamo l’avversario più forte…Adesso comincerete a pigliarle voi. Continuerà a picchiare finché non vi avrà eliminati”, il deputato socialista aveva ragione da vendere.. Mussolini per ora poteva concludere beffardamente il suo discorso ribadendo “Gli avversari sono rimasti nei loro rifugi: ne sono tranquillamente usciti, ed hanno ottenuto libera circolazione..”..ma non per molto, come vedremo nella cronaca delle violenze fasciste che seguirono all’insediarsi del governi di Mussolini.

L’unica voce cristallina che si levò senza alcun timore e con piena cognizione di causa contro Mussolini fu, ancora una volta, quella straordinaria di Turati, il quale mirabilmente affrontò la minaccia fascista senza remore e con piena, lucida e lungimirante consapevolezza Così tuonò l’attempato deputato socialista: «[…] La Camera non è chiamata a discutere e a deliberare la fiducia; è chiamata a darla; e, se non la dà, il Governo se la prende. È insomma la marcia su Roma, che per voi è cagione di onore, la quale prosegue, in redingote inappuntabile, dentro il Parlamento…. Ora, che fiducia può accordare una Camera in queste condizioni? Una Camera di morti, di imbalsamati, come già fu diagnosticata dai medici del quarto potere? […] Si ebbe l’impressione di un’ora inverosimile, di un’ora tolta dalle fiabe, dalle leggende; quasi direi un’ora gaia (sic!) dopo che, dicevo, il nuovo Presidente del Consiglio vi aveva parlato col frustino in mano, come nel circo un domatore di belve – oh! Belve, d’altronde, deh quanto narcotizzate! – e lo spettacolo offerto delle groppe offerte allo scudiscio e del ringraziamento di plausi ad ogni nerbata aveva resuscitato nei ricordo dei malinconiosi in quest’aula l’ultimo giambo dell’Ode in morte dei fratelli Cairoli, o l’invettiva del poeta maremmano al “popolo d’Italia”, non al vostro di carta, onorevole Mussolini, e tratta la Camera da supina e arrendevole femmina consumata (eufemismo per non dire puttana n.d.r.)”

– Come si merita!- esclamò allora sferzante Mussolini.
Turati poi espresse mirabilmente il concetto di rivoluzione che non è affatto alieno, come abbiamo già ricordato in precedenza, dalla prospettiva riformista, sarà il caso di ricordarlo testualmente: “Ora la rivoluzione non è rivolta (l’allusione alla marcia su Roma e ai massimalisti era evidente n.d.r.) e spesso la rivolta è l’opposto, è il revulsivo stupido della rivoluzione; sebbene anche le rivoluzioni possano avere uno sbocco o un episodio di momentanea rivolta. Ed è soprattutto per sventare questo equivoco, che noi ci separammo, or non è molto, da compagni carissimi di questa parte, coi quali avevamo lungamente convissuto, nello sforzo, nella speranza di non scindere l’unità proletaria e di attirarli al nostro punto di vista La rivoluzione è però, per tutti quelli che almeno sanno leggere e scrivere, l’affermazione di un principio nuovo e progressivo, che capovolga la situazione politica e sociale; che instauri un ordine nuovo, non nelle etichette e nelle espressioni verbali e neppure nei distintivi e nei timbri dei Ministri; ma nella profonda sostanza delle cose; un ordine nuovo che meglio adegui gli istituti sociali, politici ed economici alle nuove esigenze maturate nella vita collettiva. Questa rivoluzione, che, dunque, non è soltanto il “levati di lì, ci vò star io” del poeta del Mugello, e non è semplicemente sostituzione di uomini, non ha bisogno di colpi di mano; essa è gradualistica per eccellenza, si prepara lentamente nelle cose, oppure è un inganno..”.

Passò poi a sbugiardare la pretesa “rivoluzione fascista”, tanto sbandierata ai quattro venti quanto del tutto inconsistente, come abbiamo già visto, senza l’appoggio della Massoneria, del re e del Vaticano. “Quali sono infatti i caratteri differenziali del vostro programma per i quali la vostra”rivoluzione” che fu insieme di piazza e di palazzo, possa dirsi rivoluzione vera? Il primo, il principale quello con cui ci avete assordato le orecchie, è la contrapposizione di un vostro preteso carattere “nazionale” di fronte alle forze che avete chiamato “antinazionali”, dissolvitrici, disfattiste, svalorizzatrici della vittoria, ecc… Ora giammai più audacemente fu sfidata la verità, fu speculato sulla credulità degli incoscienti. Noi non dobbiamo né vorremmo rinnegare una sola delle nostre convinzioni affermate quando dovevano costarci la diffamazione, la calunnia ed il carcere, contro gli orrori e l’inutilità delle guerre, di tutte le guerre, da quella tra le nazioni a quella più incivile di tutte, la guerra civile, e circa le delusioni che la guerra doveva recare e ha infatti recate; il vostro stessa discorso di ieri sulla politica estera ce ne dà una implicita, ma eloquente conferma. Ma a dispetto di questa avversione profonda alla teoria dell’homo homini lupus, a dispetto del convincimento, che i fatti cresimano ogni giorno di più, che il processo dell’umanità consiste nella sempre crescente eliminazione degli urti e degli attriti inani, nella sempre crescente solidarietà nazionale ed internazionale; noi vi ricordiamo, a proposito della difesa nazionale e della vittoria, che furono nostri gli appelli più fervidi a questa solidarietà nazionale nel momento più triste della nostra guerra, quando “la Patria fu sul Grappa”; e che furono nostri i discorsi che, quando la resistenza militare della nazione parve per un istante balenare, vennero disseminati, per rinfrancarla, a decine e a centinaia di copie nelle trincee”

Ma la sua invettiva più forte Turati la lanciò contro il sistema delle privatizzazioni che il fascismo si apprestava a varare. Vale la pena di ricordarla bene, perché essa non è solo valida per allora, ma per tutto ciò che di sostanzialmente fascista è sopravvissuto allo Stato fascista di Mussolini fino ad oggi. Se la leggiamo infatti con gli occhi della nostra contemporaneità, ci accorgiamo che il fascismo in Italia non è mai definitivamente tramontato, anzi, per certi versi, si è persino esteso continentalizzato in Europa e non solo in certo populismo o neofascismo revanscista, smaccatamente xenofobo e nazionalista, ma in particolare, anche in un determinato modo di imporre un modello di economia a tutto il continente il quale antepone il profitto ed il privato alla giustizia sociale ed alla gestione pubblica dei beni comuni.
Disse Turati: “Ma l’impronta capitale della vostra politica è nel passaggio dai servizi pubblici alla speculazione privata, che è “antinazionale” per definizione. Questo è il suggello dell’opera che promettete; l’abbandono cioè delle supreme ragioni dello Stato, dei grandi interessi solidali della nazione, della sua civiltà, del suo avvenire, dell’interesse dei consumatori e dei lavoratori, all’arbitrio speculativo egoistico, antisociale di pochi irresponsabili padroni. Mentre voi promettete “economie, economie”, tutto ciò sarà sperpero e dissipazione. Mentre voi parlate di disciplina tutto ciò sarà origine di conflitti; e il conflitto già brontola nei vostri stessi Dicasteri. Mente voi dite di volere aumentare l’autorità dello Stato, tutto ciò sarà la bancarotta, la depauperizzazione dello Stato, che non si rafforza collo spogliarlo delle sue funzioni più moderne e utili, più necessarie nell’interesse nazionale, economico, civile …. E sarà anche un disastroso affare finanziario.

E’ l’era dei carrozzoni che si rinnovella. Perché se dovessimo credere con voi che veramente, organicamente, lo Stato è incapace di un’azione economica in confronto degli industriai, dovremmo dedurne che, anche nella cessione, nella negoziazione, la speculazione vincerà, e terrà la polpa per sé e lascerà gli ossi allo Stato; o, se prenderà gli ossi, esigerà tali garanzie e tali sovvenzioni, che non sarà per lo Stato se non una partita di giro. E il danno non sarà soltanto del personale – operaio o burocratico – che voi avete abbandonato nelle mani dei baroni dell’industria, ma sarà di tutta la nazione, che avete consegnata alle Società anonime e alle Banche, che già formano, e più formeranno, uno Stato nello Stato e contro lo Stato, e saranno i veri padroni di noi tutti….
Che ragione c’è, mi fate grazia di spiegarmi, perché una Società privata sia meno dilapidatrice dello Stato? Ma queste sono idee del bel tempo antico, quando la grande azienda non era nata, quando Adam Smith poteva predicare l’individualismo economico perché aveva sotto gli occhi solo le piccole aziende, nelle quali il famoso oil du maitre era una garanzia di sollecitudine e di diligenza. Ma, che differenza c’è oggi tra il grande trust (potere delle multinazionali diremmo ora n.d.r.), fra la grossa Società anonima, e l’azienda municipale dello Stato, salvo questa: che la prima serve gli azionisti (e ovviamente il profitto n.d.r.), la seconda serve il Paese (a meno che non vada in mano alle mafie della politica n.d.r.); che gli azionisti procacciano per sé (e anche per le mafie o per gli oligopoli dei privati n.d.r.), e nelle aziende l’azionista è tutta la città, e tutta la nazione? Ma voi siete… “nazionali..

Troppo importanti ed attuali queste parole di Turati per non sottolinearle con qualche piccola parentesi che le rimandi, con il nostro pensiero, anche ai giorni nostri, troppo cruciali per comprendere quale sia tuttora la vera ragione sociale di un autentico partito socialista, e soprattutto per non perderla dietro etichette o liste senza valore oppure in sterili radicalismi confinati in esclusivi diritti civili che oscurano quelli sociali.
Ed infine eccolo lanciarsi in una appassionata difesa della democrazia: «[…] Voi avete parlato […] anche del suffragio universale come di un giocattolo, che si deve pur concedere a questo stupido e impaziente bambino che è il popolo, perché se ne balocchi a sazietà […]. Per noi — a differenza e in contrasto diametrale con ciò che voi avete proclamato — per noi codini e “lamentevoli zelatori del supercostituzionalismo” il suffragio universale, libero, rispettato, efficace (e con ciò diciamo anche la proporzionale non adulterata, senza cui il suffragio è un inganno e una sopraffazione); per noi il suffragio universale, malgrado i suoi errori, che soltanto esso può correggere, è la sola base di una sovranità legittima; — ma che dico legittima? — di una sovranità che possa, nei tempi moderni, vivere, agire, permanere […] Indire subito le elezioni, risparmiandosi la farsa di questa convocazione della Camera, era il vostro dovere! Né noi avevamo ragione alcuna di temerle […]. Ma ciò, lo comprendo perfettamente, vi faceva perdere tempo […]»

Allorché Mussolini esclamò: “Naturale!” Per lui era già ovvio che le elezioni dovevano essere precedute da una modifica della legge elettorale.
Ma Turati replicò: «[…] e voi avete molta fretta. […] Chiedete i pieni poteri […] anche in materia tributaria; il che significa che abolite il Parlamento, anche se lo lasciate sussistere, come uno scenario dipinto, per il vostro comodo. Gli chiedete di svenarsi. Vi obbedirà […]» Mai svenamento fu tanto rapido e rovinoso.

Il Parlamento veniva così deriso e sbeffeggiato da chi si apprestava a chiedergli pieni poteri, ma si acconciò a votare lo stesso la fiducia a Mussolini. Ci furono così 306 voti favorevoli al governo, 116 contrari, che includevano quelli dei socialisti unitari, socialisti massimalisti, repubblicani e comunisti, e 6 astenuti. L’Avanti commentò questo avvenimento con un titolo lapidario a piena pagina: “Il censimento degli invertebrati alla Camera” e con un articolo di fondo titolato: “Dalla tragedia alla farsa”, meglio tacere sulla presenza delle amebe senatoriali che votarono in maniera pressoché plebiscitaria per Mussolini: 196 a favore, 19 contrari.

A Mussolini mancava solo di avere le mani libere per poter iniziare la sua opera, non ci volle molto. Il 25 novembre egli si presentò alla Camera chiedendo i pieni poteri. Questa volta quasi non ci fu nemmeno discussione, La Camera si genuflesse al suo futuro Duce e votò affinché avesse i suoi pieni poteri con 215 sì e 80 no.
In quella occasione Giolitti ebbe a dire ai socialisti: “Voi socialisti, ve l’ho scritto e ve lo ripeto, siete stati sempre senza coraggio. Per questo non siete andati al governo.” Gli rispose Modigliani: “Non si trattava di mancanza di coraggio. Lei sa che si è trattato di impotenza”. Diremmo almeno una mancanza di coraggio non inferiore a quella dello stesso Giolitti, che aveva rifiutato di presiedere un governo che mettesse insieme cattolici e socialisti. Però mai come in quelle parole ci fu tanta amara consapevolezza di quasi 30 anni di socialismo spesi nelle battaglie parlamentari, politiche e sindacali, i quali però non avevano inciso nel profondo delle istituzioni tanto da poterle cambiare. In quella occasione a Turati vennero quasi le lacrime agli occhi e cercò di appellarsi all’assemblea, richiamandola vanamente ai sacri principi di libertà e scongiurandola di evitare, anche questa volta in maniera altamente profetica, quella che sarebbe stata la morte stessa dell’istituzione parlamentare. Si sentì allora replicare un deputato fascista senza ritegno, che sdegnosamente lo apostrofò: “E la smetta una buona volta, vecchia baldracca del socialismo italiano”

Il leader sindacale della CGL D’Aragona affermò rivolto a Mussolini: “L’inverno che si avvicina sarà specialmente tormentoso per le classi lavoratrici..Siano liberi tutti gli uomini di propagandare le proprie idee, di creare sindacati, di lottare con dignità per il proprio partito e si avvicini per tutti un’era di pace”. Mussolini non aspettava altro che un invito alla pacificazione per cercare dentro il suo governo anche qualche membro della CGIL e rispose con toni concilianti e melliflui: “..Riteniamo – e non lo dico soltanto stasera: l’ho detto le mille volte – riteniamo che non vi possa essere grandezza materiale e morale nella nazione con masse operaie riottose, abbrutite, analfabete, in continua inquietudine spirituale. Del resto il fatto stesso che uno dei leaders della Confederazione non era assolutamente alieno dal partecipare al mio governo, dimostra chiaramente che non vi sono pregiudiziali assolute…Non dite che noi faremo una politica di servilismo verso le classi capitalistiche: non siamo stati i primi, o certamente tra i primi a distinguere tra borghesia e borghesia…”

Purtroppo qualche invertebrato si annidava anche nelle file degli stessi socialisti e sindacalisti, anche se, come vedremo, c’erano pure uomini di grandissimo valore come Matteotti, la cui schiena in quei frangenti restò dritta e solida contro tutte le intemperie e le millantature politiche.
La democrazia invertebrata si schiacciava da sola, votando democraticamente il suo suicidio, in un Parlamento in cui erano presenti solo 35 fascisti. Mussolini che era molto bravo a scindere la sua opera dalle sue parole, si apprestava a varare in un solo anno ben 1300 decreti legge, come vedremo, tutt’altro che “proletari” senza farsi scrupolo alcuno nell’attribuire ad una intera classe borghese di speculatori, una gran quantità di condoni e prebende…

Carlo Felici

© 21 continua

 

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima
Parte ottava
Parte nona
Parte decima
Parte undicesima
Parte dodicesima
Parte tredicesima
Parte quattordicesima
Parte quidicesima
Parte sedicesima
Parte diciasettesima
Parte diciottesima
Parte diciannovesima
Parte ventesima

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply