giovedì, 28 Maggio, 2020

Turati, il padre del socialismo italiano

0

Filippo Turati non amava la definizione “riformisti”, ma la riconosceva perché permetteva di contraddistinguere la sua corrente.
Egli fondò nel 1892, a Genova (dove i congressisti si riunirono per usufruire degli sconti ferroviari concessi per le Celebrazioni Colombiane – 400° anniversario della scoperta dell’America) il Partito dei Lavoratori, divenuto poi Partito Socialista Italiano, insieme ad Anna Kuliscioff.
Turati fu un grande ‘leader’ (diremmo oggi) del socialismo italiano ed europeo. Si identificò con il PSI quanto meno dalla fondazione (1892) sino al 1912 quando venne messo in minoranza. Tuttavia sino al 1926 fu la personalità eminente del socialismo e, dopo la sua fuga in Francia, fu tra i capi più ascoltati ed apprezzati dell’antifascismo. Aveva ereditato da Arcangelo Ghisleri la rivista culturale di orientamento positivista ‘Cuore e Critica’, che, con Anna Kuliscioff (la sua compagna della vita e della politica) egli denominò, nel 1891, ‘Critica Sociale’. La nuova pubblicazione, che aveva una cadenza quindicinale, fu la più importante del socialismo italiano. Ad essa collaborarono, tra gli altri, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Olindo Malagodi.

Turati morì il 29 marzo 1932, settant’anni fa, a Parigi, in casa della famiglia di Bruno Buozzi, in Boulevard Raspail, dove era ospitato.
Venne considerato un perdente, perché non riuscì ad impedire l’avvento di Mussolini e del regime fascista, di cui aveva lucidamente e profeticamente intuito le intenzioni totalitarie, al contrario di Gramsci e Togliatti (e della stessa Kuliscioff) che prevedevano una breve durata della ‘parentesi’ Mussolini.

Fu a lungo dimenticato
Turati fu poco ricordato dopo la seconda guerra mondiale (eccezion fatta per Saragat, per il PSDI e per il gruppo della ‘Critica Sociale’ – la rivista creata con la Kuliscioff nel 1891 – i cui redattori, Ugo Guido Mondolfo e Giuseppe Faravelli, insieme ad altri, tra cui Antonio Greppi, erano stati suoi giovani discepoli).
Il ‘riformismo’ infatti era bandito nei due maggiori partiti del movimento operaio, il PCI e il PSI, uniti tra loro dal patto di unità d’azione, sottoscritto prima della guerra e rimasto in essere sino al 1957. Se l’oblio non coincise con la ‘damnatio memoriae’, poco ci mancò.
Per la verità nell’ottobre 1948 la traslazione delle ceneri di Turati e di Treves, dal ‘Père Lachaise’ di Parigi al Cimitero Monumentale di Milano, avvenne in un mare di folla. Ma fu l’ultimo riconoscimento delle ‘masse’ ai grandi costruttori del socialismo italiano.

Le feroci parole che Togliatti su ‘Lo Stato Operaio’ dell’aprile 1932 dedicò a Turati = ‘…una intiera vita politica spesa per servire i nemici di classe del proletariato – per servirli nel seno stesso del movimento operaio… la sua abilità di parlamentare incarognito… corrotto dal parlamentarismo… rifugiato all’estero (e Togliatti dov’era? n.d.r.) …rimasticava i luoghi comuni della mistica democratica… = lasciarono il segno nei decenni successivi nei confronti del riformismo. Il dirigente comunista Giorgio Amendola, figlio di Giovanni, protagonista con Turati della secessione ‘aventiniana’ (astensione dei deputati democratici antifascisti dai lavori della Camera dopo l’assassinio di Matteotti) parlando nel dicembre 1957 = (dopo la repressione sovietica della rivolta d’Ungheria il PSI aveva preso le distanze dall’URSS e dal PCI) = all’assemblea delle fabbriche di Milano, esprimeva la sua preoccupazione perché, “…abbiamo assistito, e non possiamo negarlo, al rapido crescere in alcuni settori del movimento operaio di una influenza riformista nei suoi vari aspetti, del riformismo socialdemocratico, del riformismo cattolico e anche del semplice qualunquismo…forme in cui si esprime la rinuncia rivoluzionaria…” (riformismo = qualunquismo – sic!).2

 

Craxi rilanciò il riformismo
Fu Craxi, con la sua volontà revisionistica e con la sua politica, a restituire al riformismo socialista la sua dignità, a ricordare che senza i riformisti il PSI non sarebbe cresciuto, non sarebbero nati sindacati e cooperative, non sarebbero stati conquistati diritti fondamentali per il mondo del lavoro e per il movimento operaio.

Craxi anche formalmente, al congresso del PSI di Palermo (1981) diede il nome di riformista alla propria corrente, ricollegandosi idealmente al riformismo turatiano.

Naturalmente il riformismo liberalsocialista di Bettino Craxi aveva caratteristiche differenti rispetto a quello dei primi anni del novecento. Erano trascorsi 60 anni dal periodo più felice per il PSI di Turati. Erano cambiati i tempi e i problemi. Ma non cambiavano il metodo e la volontà di percorrere la strada delle innovazioni e del rinnovamento delle istituzioni e della società, a vantaggio di un mondo del lavoro diverso e molto più vasto e nell’interesse della maggioranza dei cittadini e della nazione italiana. Era la riaffermazione definitiva della democrazia e della libertà come scelte di fondo di una sinistra indipendente dall’URSS, legata agli interessi italiani ed europei, svincolata dal massimalismo e dall’estremismo, capace di governare il Paese e di difendere i lavoratori senza ‘spaventare’ i moderati.

Vent’anni fa i comunisti più corretti diedero ragione a Turati
In seguito a questo ‘rilancio’ del riformismo, proprio nel 1982, in occasione del 50° della morte di Turati in esilio, e in parallelo all’evidente crisi del sistema sovietico e del comunismo, ci fu finalmente un dibattito storico politico su scala nazionale che investì la sinistra ed ebbe eco sui grandi organi di stampa e in televisione. Autorevoli dirigenti e fondatori del Partito Comunista, come Umberto Terracini, riconobbero che Turati aveva avuto ragione.

Nel suo profetico discorso al Congresso di Livorno del 1921 (quello della scissione che diede luogo al Partito Comunista d’Italia) aveva tra l’altro detto:
“…Ond’è che quand’anche voi aveste organizzato i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga, come elemento di società nuova, voi sarete forzati a vostro dispetto – a ripercorrere completamente la nostra via (riformista) la via dei socialtraditori di una volta, perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe…”.

Non fu quindi solo un perdente, Filippo Turati. Certo dovette soccombere al fascismo, commise degli errori tattici, fu prigioniero della sua lealtà verso il PSI la cui maggioranza massimalista e velleitaria considerava tradimento la partecipazione dei socialisti a un governo democratico di coalizione con ‘partiti borghesi’ (che avrebbe salvato l’Italia). Ma vide giusto e lontano, purtroppo inascoltato.
La sua considerazione dell’estremismo di sinistra come comportamento pernicioso per la crescita e le lotte del partito socialista e del movimento dei lavoratori non fu dissimile da quella di Lenin che, pur attestato su altra sponda, vedeva i pericoli del settarismo.
Le sue ‘compromissioni’ (una delle accuse dei massimalisti) con i governi Giolitti (con cui ebbe anche scontri notevoli) riguardarono le garanzie (ottenute) per il lavoro delle donne e dei fanciulli, le ‘otto ore’ lavorative, il suffragio universale, le leggi per le cooperative.


Il riformismo socialista nel suo periodo storico

Il primo decennio del secolo vide progressi generali del Paese e notevoli conquiste del mondo del lavoro.
Il riformismo socialista era la lotta per la democratizzazione dello stato, per farne strumento anche economico della collettività. Era diffidenza della violenza come matrice della storia. Era l’affermazione dell’umanesimo e della ragione. Era la difesa di una civiltà (che veniva messa in discussione dal nazionalismo esasperato e dall’irrazionalismo). Era il gradualismo nei cambiamenti.
Il riformismo socialista fu peraltro ‘di opposizione’ in quanto il PSI non era né al Governo, né al potere, e fu, in origine, bracciantile e contadino: “…il riformismo è il necessario corollario delle organizzazioni dei contadini: probivirato agricolo, contratti di lavoro, assunzione collettiva dei lavori agricoli, cooperative, scuole con insegnamento di agricoltura…l’indirizzo politico della nostra frazione può trovare una base solida ed estesa in mezzo alla popolazione organizzata dei contadini e delle contadine, forse più che in mezzo al volubile, incostante, fluttuante proletariato industriale…” – scriveva nel 1908 la Kuliscioff a Turati.
Il riformismo socialista trovò il suo terreno di coltura ‘di governo’ nei comuni: le politiche sociali, dall’assistenza all’igiene, l’estensione dell’istruzione, le biblioteche popolari, la progressività delle imposte locali, il contenimento dei prezzi dei generi di prima necessità, l’introduzione dei servizi pubblici a bassa tariffa (dai trasporti all’energia) – furono gli elementi portanti di un’azione amministrativa tutta tendente a favorire i cittadini a più basso reddito e i lavoratori. Bologna e Milano, ma anche tante altre città, furono gli esempi di ottima amministrazione, socialmente avanzata, ma oculata e ben vista e votata da una parte della borghesia liberale.

 

La crisi
L’azione di stimolo verso i governi Giolitti, che portò molti risultati al mondo del lavoro, non si tramutò in partecipazione al governo. Turati rifiutò tale prospettiva nel 1911. Giolitti offriva, per un governo liberale-radicale-socialista, suffragio universale e stabilizzazione delle assicurazioni sulla vita per devolverne gli utili alla Cassa di Previdenza dando il via alle pensioni operaie, ma il ‘leader’ socialista (malgrado l’opinione differente di Bissolati e Bonomi) non ritenne maturi per tale scelta, né i tempi, né il PSI. La decisione di intraprendere la guerra di Libia (cioè contro l’impero ottomano) riportò Turati e i socialisti su una linea di ostilità al governo anche se la storiografia più documentata e più attenta ha individuato posizioni socialiste ‘variegate’ verso la guerra coloniale.
Dopo l’annessione della Libia si registrò la spaccatura tra i riformisti. Bissolati e Bonomi, pur contrari alla guerra, non volevano una totale rottura con Giolitti che prometteva suffragio universale e ampliamento della previdenza sociale.
La solidarietà espressa dai ‘riformisti di destra’ al Re dopo un attentato, offrì a Mussolini il pretesto per proporre l’espulsione, al Congresso di Reggio Emilia del 1912, di Bissolati, Bonomi, Cabrini, Podrecca e altri nove deputati, che diedero vita al Partito Socialista Riformista.
Si fa risalire a questo anno la crisi del riformismo e l’inizio del declino di Turati.
Certo egli uscì indebolito, dopo l’espulsione dei suoi compagni di corrente, ma mantenne una autorevolezza che nessun altro aveva nel campo socialista.
Dovette battersi contro Mussolini, che sosteneva i sindacalisti rivoluzionari, lo sciopero generale ‘politico’ e svalutava il gradualismo in cui gran parte del PSI si riconosceva (per la verità il futuro ‘duce’, abile opportunista, si smarcò dalle amicizie pericolose e fece attenuare l’offensiva nei suoi confronti).


La guerra

Dopo Serajevo si scatenò in Europa il finimondo, da tempo in preparazione. La scelta dei socialisti fu subito per il neutralismo, peraltro smentito a livello internazionale dal comportamento di altri partiti socialisti che seguirono politiche ‘nazionali’ a difesa delle nazioni di appartenenza.
Tuttavia le posizioni dei socialisti italiani non furono così compatte, schematiche e antinazionali come si è superficialmente detto.
Già Anna Kuliscioff nel 1914 aveva intuito che i socialisti e l’Italia, pur mantenendo la neutralità, avrebbero dovuto schierarsi con le nazioni ‘più democratiche’, cioè quelle dell’Intesa, e non per ragioni di rivendicazioni nazionalistiche, ma per motivi ideali e politici (per questo fu costretta a dimettersi da ‘La difesa delle lavoratrici’ giornale schierato sulla linea dei massimalisti per un neutralismo assoluto e intransigente).
Anche Turati, pur con un atteggiamento rigido contro la guerra, guardava con interesse al neutralismo ‘attivo’ (a favore dell’Intesa).
Brunello Vigezzi, nel suo “Giolitti e Turati un incontro mancato” (1976) ricostruisce il dibattito allora in corso nel PSI, mettendo in evidenza come ci fossero vicinanze, sia pure non concordate, tra i riformisti di sinistra del PSI e Mussolini. Anche Prampolini dava in parte ragione al Direttore dell’Avanti! che però, dopo l’articolo sull’Avanti! del 18 ottobre, favorevole al neutralismo attivo, venne messo sotto accusa dalla direzione massimalista del PSI ed espulso dalla sezione milanese.
Turati fu invece sempre neutralista, ma con una visione più politica e meno astratta rispetto ai massimalisti
La posizione equilibrata e per nulla antinazionale di Turati e dei riformisti, del resto, emerse nei giorni di Caporetto, quando essi si schierarono nettamente e senza incertezze per la difesa dei confini della patria.


Verso il fascismo

Il dopoguerra vide alle elezioni del 1919 (con la legge elettorale proporzionale e il suffragio universale) il trionfo dei socialisti e il successo dei cattolici.
Gli orientamenti massimalisti e comunisti del PSI che predicavano l’avvento della rivoluzione e la necessità di istituire i soviet, portarono, dopo l’occupazione delle fabbriche, al disastro.
Si è detto ripetutamente che Turati, il quale previde in tempo le conseguenze nefaste dell’ondata massimalista e velleitariamente rivoluzionaria, avrebbe dovuto con decisione rompere il PSI e costituire un governo con cattolici e una parte dei liberali per bloccare il nascente fascismo.
Anche in questo caso la storiografia contemporanea ha potuto chiarire come le cose non fossero così semplici e non dipendessero da Turati.
Giolitti era ormai diffidente verso i socialisti. I cattolici pure. I riformisti erano una parte minoritaria del PSI. Il danno era già stato fatto nel 1919-1920, quando i moti ‘rivoluzionari’ avevano provocato, con l’occupazione delle fabbriche e la minaccia di ‘fare come in Russia’, la reazione e compattato i ceti medi con l’’establishment’ agrario, industriale e clericale.
Non fu sufficiente il magnifico e solido intervento ‘Rifare l’Italia’ con il quale Turati compose alla Camera un moderno programma di governo: “…un discorso socialista e nello stesso tempo un programma di ricostruzione e di rinnovamento per tutto il Paese …il programma fondamento di un governo democratico socialista…” suggerì la Kuliscioff, la quale aveva esortato il suo compagno anche a prendere in considerazione l’impostazione di politica internazionale del Presidente americano Wilson che prevedeva, tra i ’14 punti’, l’autodeterminazione dei popoli e l’uguaglianza economica.
La scissione da cui nacque il PC d’Italia nel 1921 e l’espulsione successiva dal PSI di Turati, Treves e Matteotti che fondarono il PSU nel 1922 – furono alcuni degli atti che facilitarono l’ascesa di Mussolini alla Presidenza del Consiglio. Non fu una breve parentesi, come aveva intuito Turati.
L’assassinio di Matteotti mise definitivamente in luce che cosa si stava profilando dietro il governo


Mussolini.

Turati sconfitto e invecchiato non perse mai la sua grandezza d’animo e la visione lucida del dramma che aveva vissuto. Dopo la fuga del 1926 in Francia, rimase, sino alla morte, il faro dell’antifascismo democratico italiano.
Redasse giornali, tenne viva la Concentrazione antifascista, favorì l’unificazione socialista in esilio con Nenni (1930), sempre denunciò il carattere totalitario e liberticida del comunismo sovietico.
La visione del socialismo di Turati e dei riformisti fu, per i tempi, moderna e democratica.
Le loro mancanze furono la conseguenza del prevalere, nel PSI, delle spinte pseudorivoluzionarie della maggioranza massimalista che, inebriata dalla rivoluzione d’ottobre, ma priva di iniziativa, non vedeva i pericoli della reazione che provocava.
Ristudiare Turati, che di nuovo viene dimenticato, farebbe bene alla sinistra italiana.

 

Carlo Tognoli

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply