martedì, 29 Settembre, 2020

Turchia, il “sultano” Erdogan promette “tolleranza zero” e manda la polizia a Taksim

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Turchia-ErdoganIn Turchia «non ci sarà più tolleranza» per le proteste antigovernative: l’annuncio “muscolare” è arrivato nel corso di un discorso tenuto in Parlamento, e trasmesso in diretta tv, del premier turco, il “sultano” Recep Tayyip Erdogan. Proprio poche ore prima, all’alba, centinaia di poliziotti in assetto anti-sommossa erano intervenuti per sgombrare piazza Taksim e, facendosi strada con i gas lacrimogeni e i cannoni ad acqua, erano entrati nel parco Gezi, dove sono accampati i manifestanti. Un’irruzione a sorpresa visto che Erdogan aveva appena accettato di incontrare i leader della protesta. Dopo l’intervento dei reparti antisommossa della polizia è scoppiata una dura battaglia con lancio di bottiglie molotov e sassi che ha fatto registrare centinaia di feriti, cinque dei quali in gravi condizioni.IL SULTANO ANNUNCIA TOLLERANZA ZERO – La versione delle polizia è che non si sia trattato di uno sgombero, ma di un’operazione mirata solo rimuovere foto e oggetti attaccati sulla statua di Ataturk e sui muri del Centro culturale Ataturk, anch’esso occupato. «Non mostreremo più tolleranza», ha avvertito Erdogan parlando ai deputati del suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp). «Se questa la chiamate durezza mi dispiace, ma Tayyp Erdogan non cambierà». Secondo testimoni  oculari almeno una ventina di avvocati-attivisti che sostengono i dimostranti sarebbero stati arrestati. Il premier ha confermato che sono quattro le persone morte nelle proteste iniziate il 30 maggio, tre manifestanti e un poliziotto. «Mi dispiace che la gente dica che sto agendo con troppa forza, ma questo è il ruolo di un premier nel suo Paese», ha affermato. «Il 95% dei manifestanti di piazza Taksim», ha incalzato, «non conosceva neanche la piazza prima» delle proteste.

ERDOGAN AGITA LO SPAURACCHIO DEL “NEMICO ESTERNO” – E come tutti i leader che, per loro responsabilità, finiscono in cattive acque, Erdogan sfodera la carta del complotto ordito da un misterioso “nemico esterno”. Per Erdogan ci sarebbe « un tentativo di distruggere l’economia e il mercato azionario» della Turchia, complici i media internazionali e la Rete, e le proteste a piazza Taksim e nel parco Gezi «sono state pianificate sistematicamente per coprire altre azioni»: «con il pretesto del parco si sta giocando a un gioco più grande» ha detto il premier. E l’Erdogan furiososi scaglia contro le reti sociali, Twitter in testa: una «cancrena», una «minaccia» per la società. Sono centinaia di migliaia, infatti, i ragazzi scesi in piazza per chiedere le sue dimissioni che usano le reti sociali come strumento per aggirare il controllo dell’informazione nel paese. Non è un caso che, da quando il “sultano” di Ankara, una settimana fa, ha lanciato l’offensiva contro Twitter, almeno 47 giovani sono finiti in manette accusati di avere mandato messaggini “sediziosi” di appoggio alla protesta attraverso le reti sociali, 34 solo a Smirne sono stati arrestati per avere “fatto propaganda e incitato alla rivolta”. Tutti hanno meno di 20 anni.

I SOCIAL NETWORK MOTORE DELLA PROTESTA – Per il sistema di potere erdoganiano le reti sociali si sono rivelate una vera minaccia dall’inizio della rivolta. La valanga di Tweet della protesta ha permesso di by-passare il sistema di controllo dei media messo in piedi dal governo Erdogan. Davanti al silenzio dei mass media controllati o “intimiditi” dal governo, infatti, nel paese con più cronisti in carcere al mondo, le decine di migliaia di giovani scesi in piazza si sono scambiati informazioni, hanno chiesto aiuto, denunciato le violenze della polizia su twitter e facebook. Fra le 16 del 31 maggio e le 14 del primo giugno sono stati inviati due milioni di messaggini. «Se non ci fossero state le reti sociali, nulla sarebbe stato possibile», afferma Sedat Kapanoglu, fondatore di Eksi Sozluk, il “Twitter turco”. Ma gli arresti di Smirne e Adana, avverte l stesso Kapanoglu, hanno avuto un effetto intimidatorio. «C’è stato un netto calo dei tweet. Il movimento di resistenza rimane fragile, dobbiamo stare attenti alla disinformazione». Nel frattempo il partito Akp di Erdogan cerca di correre ai ripari e prepara una normativa severa rispetto alle reti sociali: «Un tweet che contenga menzogne e calunnie è molto più pericoloso di un’autobomba», sostiene Ali Sahin, responsabile Akp per i mass media.

AVVOCATI IN MANETTE – Oltre 73 avvocati turchi sono stati arrestati dalla polizia all’interno della procura di Caglayan, distretto di Istanbul. Lo riferisce l’Associazione degli avvocati progressisti Chd, spiegando che un’unità delle Forze speciali è intervenuta per mettere fine a una protesta inscenata nel tribunale contro l’uso eccesivo della violenza da parte delle forze antisommossa. Un gruppo di un centinaio di avvocati si è poi radunato di fronte al commissariato dove sono stati condotti i loro colleghi arrestati, chiedendo la loro liberazione. «L’arresto degli avvocati all’interno del tribunale solleva la questione di che razza di “regime democratico” sia quello in cui viviamo», ha affermato l’Associazione degli avvocati di Ankara, in una dichiarazione rilanciata da Hurriyet. L’Associazione ha precisato che seguirà da vicino la vicenda, per garantire i diritti degli avvocati di Istanbul finiti in manette.

Roberto Capocelli

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