lunedì, 1 Giugno, 2020

Tutto il giorno davanti. Le sorprese della vita dietro la porta

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Un giorno che ti cambia la vita, un giorno per cambiare una vita. Anzi centinaia. Un esempio che coinvolge e che detta il cambiamento. Un insegnamento per crescere vissuto sulla propria pelle. Tra speranza e disperazione.
Tutto questo è il film “Tutto il giorno davanti”, tra burocrazia ed emozioni, tra giustizia ed ingiustizia, tra solidarietà e difficoltà a far rispettare i diritti di tutti. Il trionfo dell’umanità in fondo al tunnel della fuga, della solitudine, degli stenti di migranti abbandonati a se stessi e al loro destino (incerto quanto duro), almeno finchè non incontrano la mano che tende loro l’assessora alle politiche sociali di Palermo. Film realistico più che drammatico, con un’interpretazione esemplare di Isabella Ragonese, perfetta soprattutto nel suo monologo finale. Mai sopra le righe, non vengono sminuiti i toni, neppure nella regia di Luciano Manuzzi. Nel cast anche Sara D’Amario, Andrea Tidona e Paolo Briguglia.
Ispirato alla vicenda vera di Agnese Ciulla, assessore alle attività sociali di Palermo dal 2014 al 2017, va ben oltre il soggetto centrale della vicenda. Dopo che la pandemia di Coronavirus (Covid-19) sta dominando la comunicazione di tutte le reti e divampando su tutti i media e canali, annullando ogni altro argomento d’attualità, si è tornato a parlare di un altro tema che aveva ‘monopolizzato’ ogni mezzo di comunicazione di massa fino a pochi mesi fa: quello dei migranti. O meglio di quelli che vengono definiti ‘minori stranieri non accompagnati’, che giungono da soli sulle coste della Sicilia, che hanno perso tutto (compresi i loro genitori), senza nessuno che si possa preoccupare di loro, tranne forse la speranza di un domani migliore. Agnese diventerà la loro tutrice legale, occupandosi di loro come dei suoi figli. Arriva a prendersi cura di più di quattrocento di loro. E si troverà ad avere solo un giorno per salvarli. Come fare? Una soluzione ci sarebbe, ma serve una firma, per un progetto che deve essere approvato (da costruire tutti insieme per farlo trionfare, come il bene sul male). Firma e sigillo che pare non arrivare mai. Come si suol dire: ci si mettono tutti gli ostacoli, le difficoltà, gli imprevisti e le vicissitudini impensabili ed imponderabili (anche nel privato della donna) del caso, che mettono a dura prova la tenuta, l’ostinazione, la convinzione di Agnese stessa. Non deve mollare, ma demordere è la cosa più facile. Eppure Agnese non vuole cedere. Per sé e per gli altri, perché sa cosa è giusto fare. È una donna sensibile, altruista, determinata, generosa; una madre premurosa ed affettuosa, per quanto apparentemente distratta e lontana dalla famiglia, sempre a lavoro e fuori casa. Si divide tra lavoro e famiglia. Si dedica al primo anima e corpo, ma non dimentica i suoi affetti. Cerca di fare quello che può al meglio, ma non è facile né semplice barcamenarsi tra due impegni così gravosi. Eppure, quando c’è da aiutare, non si tira mai indietro ed è pronta a tutto, disposta ad ogni sacrifico per portare soccorso.
Per lei aiutare questi innocenti, i cui sguardi ed occhi profondi ti entrano dentro, fino in fondo al cuore, è una missione irrinunciabile. È consapevole di ciò che hanno dovuto passare. In fuga da fame, carestie, guerre, povertà, disperazione, violenza, cercano una speranza, una rinascita dopo la disperazione; di uscire dalla sofferenza e trovare pace. Di ricostruirsi ed avere una nuova vita e un futuro, dopo aver perso tutto. Lei quella speranza non vuole proprio negarla loro. Ma come fare a salvarli? Rischiano di non poter restare in città, dove sono arrivati quasi vivi per miracolo. Si vogliono lasciare il passato alle spalle e costruirsi un domani nuovo, vivendo un presente diverso. L’unico modo è l’affidamento, far sì che sia la gente del posto ad ‘adottarli’, diventando tutti tutori volontari, ognuno aiutando come può: organizzando corsi di lingua, ospitandoli nelle proprie abitazioni, dando un tetto, un posto letto (anche fosse il divano di casa), un pasto caldo, trattando i ragazzi come figli propri; innanzitutto perché giocano assieme ai propri figli, sono loro compagni di scuola, sono nella stessa squadra di calcio, hanno gli stessi sogni di diventare dei campioni di calcio, e poi soprattutto perchè hanno gli stessi diritti: anche quello ad essere felici. Sono una risorsa per il paese e la città e non un ostacolo. Non sono un pericolo, ma un’opportunità di crescita e di miglioramento anche per Palermo.
Non meritano le ingiustizie e le sofferenze che hanno vissuto. Tutto questo viene ben messo in evidenza, e ribadisce molti concetti comuni e frequenti quando si parla di migranti e minori.
Ma il film va oltre. Non si limita a disegnare questo quadro una volta di più, per sensibilizzare ed offrire l’immagine di quanto una buona pratica possa diventare un esempio contagioso che fa scuola e strada, lanciando una via nuova.
Agnese mette a rischio e repentaglio i rapporti con i suoi affetti, con suo marito Andrea (Paolo Briguglia) ed i suoi figli. Però non si accontenta neppure di ‘salvare’ questi ‘minori non accompagnati’. Vuole fare di più. Per tutti loro e per l’intera comunità della città siciliana, lei è diventata “la grande madre”, ma lei non si vuole attribuire tale titolo, bensì rivolgere questa nomea all’intera città di Palermo: è quest’ultima la vera grande madre. Lei vuole fare di Palermo la città dell’accoglienza e della solidarietà, di un’umanità che accetta e non respinge, che integra. Già questo è un bel passo in avanti nel cambiamento, per spostare la visione da individualistica a collettiva. Viene annullata così anche ogni accezione ‘femminista’ alla vicenda. Agnese è una donna, una madre, una figura istituzionale, ma soprattutto un essere umano come loro. Se fa tutto quello per loro è per la sua voglia di aiutare: perché se c’è qualcuno (non importa chi sia: italiano, straniero, giovane o adulto, uomo o donna) che ha bisogno d’aiuto, bisogna sempre darglielo. Questo l’insegnamento che dà a sua figlia, che non capisce inizialmente. Questo permette anche di non strumentalizzare la vicenda migranti e minori. La lezione è universale: è una lezione per la vita. Cambiando la loro vita, cambia la sua e quella dei suoi cari, ma – soprattutto – riesce a carpire il senso vero della vita. La vita non è fatta solo di vittorie e sconfitte, di gioie e delusioni, di sofferenze e di soddisfazioni, tra accoglienza e rifiuti, accettazioni e respingimenti, tra fallimenti e conquiste, tra speranza e disperazione (come lo è sempre stata per i migranti del resto). Tra guerra e pace verrebbe da dire, tra sogni ed incubi, tra certezze e incertezze, nell’incognita perenne sia del presente che del domani, nel ricordo e nel trauma del passato che si cerca di superare, tra gli scogli delle difficoltà della vita, ed i perigli e le insidie del mare.
La vita è un bagaglio di opportunità e di sorprese che ci si presentano: sta a noi coglierle o meno, aprire le porte e vedere di cosa si tratta, o lasciarle fuori e chiuderle, privandoci di ogni possibilità. Naturalmente le soprese possono essere belle o brutte. Spesso non rispecchiano ciò che desideravamo o ci aspettavamo, ma non è detto che non possano comunque portarci qualcosa di buono. Di sicuro siamo certi che ci cambieranno la vita, sia che siano gioiose o dolorose. Del resto la vita è fatta di alti e di bassi, di vita e di morte, e le soprese sono come i pacchi di regalo di compleanno: spesso lì dentro non c’è il dono che volevamo, ma è pur sempre un dono che va accettato, accolto e goduto per l’insegnamento che può offrirci. Spesso ci può arrivare una notizia brutta (di malattia o di pericolo) oppure una bella (la nascita di un bambino), ma sappiamo che ci servirà a crescere ed apprezzare ciò che abbiamo. Diventare grandi significa anche abituarsi a tutto questo. Così come la torta di compleanno può essere la nostra preferita o meno, quella che ci fa più male magari, ma è pur sempre qualcosa che ci invita a festeggiare, a condividere un momento di serenità con gli altri (i coetanei e chi ci vuole bene), perciò non bisogna mai privarci dell’opportunità di gioire.
Si possono raccontare favole o la realtà nuda e cruda nella sua durezza, in maniera seria e “da adulti”, ma la verità va sempre accettata, perché non ci si può mai voltare dall’altra parte quando si parla di solidarietà, umanità ed altruismo, in una situazione di estrema necessità, emergenza, urgenza e di bisogno. Tutto questo sta a noi, dipende da noi, possiamo scegliere e siamo noi a dover decidere cosa vogliamo fare, in primis di noi stessi e della nostra umanità appunto. In poche parole è la semplicità di ritornare all’essenziale per tornare a parlare delle cose che contano e che ci riguardano tutti, in maniera semplice e genuina, così come è stato spontaneo e sincero il momento di commozione di Isabella Ragonese.

Ba. Co.

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