domenica, 17 Novembre, 2019

Ucraina. Parla Andrei Kurkov, compromessi per il Donbass

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KIEV- Le fontane musicali della piazza Maidan rinfrescano dalla calura estiva giovani ragazzi e madri con bambini. Tre adolescenti suonano la bandura, uno strumento a corde tipico ucraino, accompagnati dai canti di una ventina di persone che li circondano. Poco più in là alcuni senzatetto bevono della birra sulle scale che portano al centro commerciale. Sullo sfondo della piazza, oltre la trafficata via Kherschatyk, la statua che celebra l’indipendenza è circondata da turisti che, più o meno consapevoli, guardano le immagini delle barricate dell’inverno 2014. Una signora spagnola di mezza età traduce alla sua compagna di viaggio che quelle sui pannelli debbono evidentemente essere immagini della caduta del comunismo. Non sanno che, invece, quelle foto sono assai più recenti e immortalano un’Ucraina contemporanea ancora smossa dagli spasmi dell’onda lunga di quegli avvenimenti degli anni novanta.

Il ristorante al secondo piano dell’hotel Ucraina è sempre quello di cinque anni fa. E molto probabilmente lo stesso di cinquant’anni prima. Anche il cameriere con i baffi che cinque anni fa mi portò il the. Nel dicembre del 2014, mentre là sotto in piazza i manifestanti si scontravano con la polizia, la reception ed il ristorante dell’hotel erano protetti da barricate e solo giornalisti e ambigui personaggi la popolavano.
Fa un certo effetto tornarci oggi, sorseggiare un borsch e dalle finestre del secondo piano contemplare la calma apparente di una Ucraina che da quel terremoto cerca di rinascere.

Dopo la cacciata di Yanukovic, l’invasione della Crimea, la guerra nel Donbass con i separatisti di Donieck e Luhansk, le sanzioni occidentali alla Russia, l’Ucraina è stata condotta per cinque anni attraverso un mare in tempesta dal re del cioccolato Poroshenko.
Molto amato dall’occidente, così come profondamente detestato da Putin, ha tuttavia perso le elezioni presidenziali di aprile e si appresta a perdere anche quelle politiche per cui si è votato nel fine settimana. Perse a favore di un comico che ha usato gli schermi della televisione pubblica per costruirsi la base elettorale.

Wolodymir Zelensky ha chiamato il suo partito “Servitore del Popolo”, come il programma televisivo che lo ha portato al successo. Una specie di Zelig sulle sponde del Dnipr. Avrebbe ottenuto, stando agli exit poll il 44 per cento dei voti espressi con il sistema maggioritario. Il che vorrebbe dire portare a casa 125 deputati, considerando i voti sprecati andati ai partiti che non sono entrati in parlamento. Ma per superare il 50 per cento, saranno necessari i parlamentari che usciranno dalle sfide dirette nei collegi uninominali che sono 199 su un totale di 424 posti in palio nella Rada. Al presidente servono in totale una novantina di eletti all’uninominale- sembrano averne non più di 50.

Al caffè dei letterati in via Zytomirska, a pochi metri da piazza Maidan, incontro il famoso scrittore Andrei Kurkov. Il suo diario di quei freddi giorni dell’inverno 2014 (edito in italiano da Keller) è ad oggi il ritratto più fedele – e drammatico – di quelle ore decisive per la storia di questa giovane democrazia. Lo avevo incontrato per la prima volta nella Hall dell’Ucraina nei primi giorni delle proteste, quando ancora una via pacifica sembrava possibile. E lo avevo rivisto una seconda volta a Cracovia tre anni dopo in occasione della presentazione del suo ultimo libro. Era quella però già una nazione squartata dalla guerra, con profughi dell’Est che raggiungevano Leopoli e Kiev, un’economia disastrata piegata dai debiti di guerra ed i tentativi, poi falliti, di riforma portati avanti da Poroshenko.

Dove ha fallito secondo te l’ex presidente?
Il suo fallimento più grande è stato il convincimento, errato, che alcune vittorie di bandiera del suo governo – l’indipendenza della Chiesa Ucraina e la cancellazione del visto per entrate nella UE – fossero sufficienti per la rielezione.
E non ha dato peso alla propaganda di televisioni e giornalisti che, alcuni convintamente altri sapientemente finanziati dall’esterno, hanno lavorato ai fianchi la società sui problemi reali. Ossia quelli dell’economia, come per esempio sui salari minimi. Molte delle accuse nei suoi confronti erano o palesemente false o fuori dal suo perimetro di azione. Ma si sono emanate come una metastasi incontrollabile ed incontrastabile in quanto Poroshenko aveva a disposizione solo piccoli canali mediatici mentre i suoi nemici potevano disporre della principale tv nazionale.
Il suo motto elettorale poi- “La Lingua, La Fede, L’Esercito”- stuzzicava sicuramente l’orecchio dei più fermenti nazionalisti, ma non poteva raggiungere i cuori della metà dell’elettorato che è di lingua e cultura russa. L’altra metà, quella ucraina, poi, lo ha abbandonato per quanto ho sostenuto poco fa e per accuse di corruzione che, anche se non lo toccavano direttamente, erano dirette al suo più vicino entourage.

Come commenta i dati delle elezioni politiche?
Sono rimasto colpito dall’affluenza. Il 50% degli aventi diritto, in piena estate mentre la gente si riposa nelle spiagge del Mar Nero. Ma nonostante la mia sorpresa si tratta pur sempre della più bassa affluenza dall’indipendenza dell’Ucraina.
Un dato sicuramente positivo è quello dell’Est del paese, dove gli elettori che sino ad oggi avevano in massa appoggiato i partiti pro-Cremlino, in questa tornata elettorale hanno votato per Zelensky. Vero che nelle elezioni presidenziali di Aprile questo voto era giustificato dal fatto che Zelensky non sembrasse poi così distante da Mosca, ma in questi mesi che hanno portato alle politiche ha dimostrato che la sua direzione non fosse poi cosi diversa da quella di Poroshenko, se si esclude il fatto che il nuovo presidente propugna un incontro con Putin che Poroshenko escludeva.
Altra nota positiva risiede nel fatto che Zelensky non abbia raggiunto il 50% e sarà quindi costretto a cercare degli equilibri nel parlamento escludendo in tal modo decisioni radicali.

Evidente sembra il fallimento dei partiti pro-Russia.
Si esatto. Il partito Opposizione per la Vita ha fallito le elezioni e non sarà in grado di influenzare i lavori parlamentari. La cosa divertente è che il suo risultato è stato inficiato da altri due partitini pro-Cremlino i quali hanno prosciugato un elettorato già poco numeroso facendosi danni a vicenda e non superando la soglia del 5%.

Sembra invece chiudersi la parabola politica della passionaria Tymoshenko.
Lei è una volpe e sicuramente cercherà di trovare un posto nel parlamento per provare ad influire sul governo. Ma i risultati delle elezioni per lei sono stati altamente fallimentari e i suoi deputati non saranno necessari per formare la coalizione. L’Unica vera grande sorpresa è quella del 3% dei voti che ha raccolto la piattaforma di Anatoly Shariy. Un partito nato su Youtube ed estremamente anti-ucraino. Lo stesso Shariy ha divieto di ingresso nel paese per dei crimini che ha commesso.

E su Zelensky?
Non so cosa pensare. Ero molto più spaventato dopo le elezioni presidenziali che non oggi. Certo è che nulla di buono è mai nato dalla televisione ucraina (come del resto da quella italiana stando a quanto succede nel vostro paese). È un dilettante senza opinioni stabili e concrete. Sta cercando disperatamente di trovare un proprio stile copiando però certi atteggiamenti del padre padrone della Bielorussia Lukashenko. Non credo che le cose cambieranno rapidamente. Vero che intorno a lui si sta formando un gruppo di persone oneste anche se prive di qualsiasi esperienza. Chissà, la storia ci dirà.

Nel frattempo però nel Donbass…
Un compromesso sul Donbass andrà trovato anche se col passar del tempo sembra ogni volta più complesso.

Su questo ultimo punto gran parte della popolazione sembra però non essere così ottimista come Kurkov. Zelensky ha promesso la fine della guerra. Un compromesso con la Russia. Unità territoriale, il possesso della Crimea, l’aderenza alla NATO e alla UE. Insomma tutto ed il contrario di tutto. Come farà a barcamenarsi ed accontentare l’enorme massa di fiducia che ha ricevuto è un mistero al quale nessuno ad oggi sa dare risposta. Nemmeno il Cremlino che attende guardingo.

Dalle rive del Dniepr risalgo la collina che porta verso la meravigliosa Cattedrale di Santa Sofia. Mi soffermo in via Triokhsviatytelska. Sulle pareti del monastero di San Michele ci sono centinaia e centinaia di foto di soldati vittime della guerra del Donbass. Ragazzi giovani e sorridenti accanto ad adulti stempiati. Uomini in divisa fieri de proprio ruolo accanto a ragazzini sbarbati che sembrano appena usciti dai banchi di scuola.
Dietro a ogni singola guerra, dietro ai giochi a scacchi della geopolitica poi ci sono madri e mogli rimaste sole. Come la madre di Anatoli che sulla foto del figlio ha fatto apporre un foglio nero sui cui ha scritto: “Mio figlio non è morto. Il mio cuore di mamma lo sente ancora su questa terra”.

Diego Audero

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