giovedì, 4 Marzo, 2021
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Uganda: la vittoria di Museveni blocca il cambiamento

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Venerdì 14 gennaio, si sono svolte le elezioni presidenziali e parlamentari in Uganda.
Circa diciotto milioni di cittadini sono stati chiamati alle urne per eleggere il presidente e rinnovare il parlamento ugandese, composto da 445 seggi per un mandato di cinque anni.
La commissione elettorale dell’Uganda ha dichiarato il presidente uscente Yoweri Museveni, 76 anni, vincitore delle elezioni con il 58% dei consensi, seguito da Bobi Wine al 34% e da altri dieci candidati che hanno racimolato percentuali inferiori.
Il principale candidato dell’opposizione, Bobi Wine, 38 anni, popolare cantante di musica reggae e con un grande seguito nella gioventù, conosciuto con il soprannome di “Presidente del ghetto” ha denunciato brogli e rivendicato la vittoria nelle elezioni presidenziali, non riconoscendo il risultato annunciato dalle autorità ugandesi.
Difatti, come segnalato da Wine, che in realtà si chiama Robert Kyagulanyi Ssentamu, la competizione elettorale è stata contrassegnata da innumerevoli violenze da parte del governo, arresti degli oppositori e oscuramento dei social network.
Negli scorsi giorni, in tutto il paese africano, sono stati chiusi i principali canali di comunicazione e le app di messaggistica.
Bobi Wine, leader del partito National Unity Platform, cui larga parte della popolarità dipende dalla mobilitazione dei giovani che si sono sentiti chiamati all’impegno politico per la libertà e contro l’oppressione, ha dichiarato: “La cospirazione del dittatore e della sua commissione elettorale di parte è in una nuova fase. Internet è completamente spento e i media sono censurati. Tuttavia, i cittadini dell’Uganda sono fermi nella decisione e nulla impedirà loro di porre fine a questo regime oppressivo”.
Wine ha poi aggiunto: “Com’è successo a mia moglie, anche il mio telefono è stato bloccato e non sono in grado di ricevere ed effettuare chiamate. So che questo serve per impedirmi di comunicare con i nostri coordinatori. Incoraggio voi compagni a essere vigili mentre cerco di escogitare un modo per contattarvi”.
Giunge con forza, a conferma di un clima cosi grave, la notizia che l’esercito ha fatto irruzione nell’abitazione privata di Bobi Wine, dopo la conferma dei dati da parte della commissione elettorale. Il leader dell’opposizione ha scritto su Twitter: “Siamo sotto assedio. L’esercito ha scavalcato la recinzione e ora ha preso il controllo della nostra casa. Nessuno di questi intrusi militari ci parla. Siamo in guai seri”.
A seguito di queste dichiarazioni, i trend #WeAreRemovingaDictator e #FreeBobiWine sono balzati in cima alle classifiche social dei trend topic, a conferma del sostegno di larghi settori della società civile democratica in favore della battaglia per la democrazia nel paese dell’Africa orientale.
Il vincitore formale di queste elezioni è Yoweri Museveni, leader indiscusso del NRM (National Resistance Movement), uno dei politici africani più longevi, alla guida del Paese da ben trentacinque anni, dopo le ribellioni che lo videro protagonista nello spodestare i precedenti dittatori Idi Amin nel 1979 e, in seguito nel 1985, Milton Obote.
Da quel momento Museveni ha applicato gli stessi comportamenti autoritari dei suoi predecessori, censurando i media, arrestando oppositori e creando un clima di violenza diffusa nell’intero territorio della Repubblica dell’Uganda, con capitale Kampala.
Nel corso degli anni, il dittatore Museveni ha più volte modificato la Costituzione per garantirsi la possibilità di essere rieletto a vita, sino ad arrivare al sesto mandato presidenziale.
I suoi sostenitori lo elogiano per aver garantito stabilità e una relativa pace in Uganda, dove circa l’85% della popolazione è di religione cristiana; per aver implementato efficaci politiche sanitarie pubbliche, in particolare nel contrasto alla diffusione dell’HIV e per alcune politiche economiche di stampo liberista.
Inoltre, il presidente Museveni si è accreditato come un saldo alleato del mondo occidentale nella lotta al terrorismo: l’esercito ugandese fa parte dei caschi verdi dell’Unione Africana e partecipa alle missioni Onu, come dimostra la presenza delle truppe nel territorio della Somalia.
Tuttavia, il mix di autoritarismo e neo-liberismo adottato da Museveni, ha prodotto nella società grandi divari economici, diffusa ingiustizia sociale e un alto livello di violenza.
A questo proposito, basti pensare che il più autorevole leader dell’opposizione Kizza Besigye, storico sfidante del dittatore, è stato arrestato in diverse occasioni, decidendo di non correre nuovamente per le elezioni presidenziali.
Nello stesso modo, Patrick Oboi Amuriat del partito FDC (Forum for Democratic Change) e Bobi Wine sono stati arrestati molte volte dalle forze di polizia dall’avvio della campagna elettorale a novembre.
A seguito dell’ultimo arresto subito da Bobi Wine, nella capitale Kampala sono esplose delle proteste spontanee da parte della popolazione, in particolare dai giovani che rappresentano la grande maggioranza della società ugandese, avanzando la richiesta di elezioni libere, eque e l’apertura di un vero processo di cambiamento.
Dal governo la risposta è stata quella di vietare la campagna elettorale a Kampala e in altri 10 distretti, ufficialmente a causa della pandemia da coronavirus.
Tutta la campagna elettorale è stata segnata da brutali repressioni durante i raduni dell’opposizione che hanno lasciato decine di morti con ripetute intimidazioni e arresti di alcuni candidati dell’opposizione, del personale addetto alla campagna elettorale e dei loro sostenitori.
L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno deciso di non monitorare elezioni accusate di “assenza di trasparenza” dall’ambasciatrice Usa in Uganda, Natalie Brown, dopo che la commissione elettorale del Paese ha respinto l’accreditamento del 75 per cento degli osservatori statunitensi.
In altri termini, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno deciso di non inviare degli osservatori per monitorare un processo elettorale che non garantisce gli standard democratici.
Nello stesso tempo, permane una posizione di poca chiarezza e ambiguità da parte dell’Occidente perché ad una rottura con l’anziano dittatore potrebbe seguire un avvicinamento alla Cina e alla Russia, in uno scenario geopolitico così delicato.
La vittoria di Museveni ottenuta con la violenza, le frodi elettorali, gli arresti e le intimidazioni nei confronti degli oppositori, potranno solo temporaneamente bloccare il processo di cambiamento sognato dalla maggioranza della popolazione ugandese. Una nazione in cui l’80% della popolazione ha meno di trenta anni e ha sempre vissuto sotto la dittatura dello stesso presidente.
La corruzione dilagante, il rigido controllo sul Paese e il malcontento popolare non potranno durare ancora a lungo e ciò metterà sempre più pressione sull’anziano dittatore del Paese più giovane del mondo.

 

Paolo D’Aleo

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