sabato, 28 Novembre, 2020

Un calcio al calcio?

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Si continua, con qualche ragione, a sostenere che il calcio, e in particolare la riapertura degli stadi, siano l’ultimo dei problemi. Lo sono anche per Francia e Germania che li hanno riaperti. E che dire dei palazzi dello sport che, pur essendo al chiuso, sono aperti finora per ospitare il 25% degli spettatori previsti. Ma il calcio fa audience e se ne parla di più.  Dico subito che trovo giusto che la nostra massima attenzione sia riservata alla scuola. E alla ripresa piuttosto forte, ma non come quella in atto in Francia, in Spagna e in Gran Bretagna, dell’epidemia. Anche per questo, calcio o non calcio, potere ai protocolli o alle Asl, il governo ha chiesto di prorogare lo stato di emergenza fino a gennaio. Devo sommessamente rilevare che la situazione italiana di questi giorni non ha nulla a che fare con quella di marzo-aprile, quando su 10 mila tamponi si individuavano 6-7mila contagiati (oggi se ne fanno 100mila e i nuovi contagiati di giornata si contano nell’ordine dei 2.500). Se poi paragoniamo i numeri dei morti, 300-400 giornalieri, contro 18-20, e degli ospedalizzati complessivi, allora 30-35mila contro 3mila e dei pazienti in terapia intensiva, 3.500-4mila contro 300, il paragone non regge. Certo non per questo dobbiamo sottovalutare questa seconda ondata, che deriva in massima parte dalle leggerezze di comportamento durante le vacanze e poi, in secondo luogo, dalla riapertura delle scuole. Da qui a dichiarare lo stato di emergenza che consentirà, tra l’altro, al governo di emanare provvedimenti come i dpcm senza passare dal Parlamento, ce ne passa. Anche perché ancora non si é toccato con mano, lo si é cominciato a fare, i disastri provocati dalla riforma del titolo V della Costituzione in materia di nuovi poteri delle regioni. Per quanto riguarda la sanità, la potestà legislativa esclusiva dello Stato é divenuta materia concorrente tra Stato e regioni. Si é accolto dunque il principio che non possa esistere una legiferazione nazionale della sanità se non concordandola con ciascuna regione. Sarà bene ripensarla questa dannata e dannosa riforma di stampo ultraleghista voluta dal governo dell’Ulivo. Soprattutto in una situazione che se non é di emergenza é tuttavia di preoccupante e crescente gravità. In questo coacervo di competenze e di funzioni non può passare sott’occhio quel che é accaduto ieri l’altro a Napoli, dove una Asl ha di fatto bloccato la partenza di una squadra per motivi sanitari. Quello che é avvenuto, in contrasto con un protocollo nazionale come quello sottoscritto tra Lega e governo, non può purtroppo prescindere dal potere delle regioni, che la riforma del 2001 ha solo allargato per ciò che concerne la legiferazione in materia sanitaria, ma che già prevedeva un governo regionale della sua gestione in materia di ospedali e unità sanitarie locali. Sarà bene provvedere altrimenti, tra un pò si potrebbe procedere a disposizioni di emergenza quante sono le regioni italiane, a protocolli tra Lega e le regioni e non più tra Lega e Stato centrale, fino ad ammettere che un singolo governatore possa, magari attraverso una Asl amica, decretare lo svolgimento o meno di una partita di calcio. Diamo così un calcio al calcio. Che non solo é uno sport, nazionale, ahimè nazionale e non regionale, ma una grande industria capace di generare l’1% del Pil nazionale. Se vogliamo favorire lo sviluppo abbattere il calcio, mettendo in crisi decine di migliaia di grandi e piccoli sodalizi, significa lasciare senza attività fisica centinaia di migliaia di ragazzi e di bambini (i primi a soffrire della crisi saranno proprio le varie società sportive dilettantistiche sparse sul territorio e le squadre giovanili e femminili legate ai grandi club), ma anche porre un freno di non poco conto allo sviluppo complessivo del paese. L’Italia nazionale, non quelle delle regioni fai da te, batta un colpo.

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Mauro Del Bue

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