lunedì, 26 Ottobre, 2020

Un decreto tra speranze, attese e tragedie

0

Parliamoci chiaro. E’ facile spendere quando non hai vincoli di bilancio, quando nessuno in Europa ti impone percentuali da rispettare, quando sai che l’unico modo per affrontare una crisi siffatta è fare debito. Quindi dico subito che mi paiono fuori luogo quei toni trionfalistici usati, anche in questa circostanza, dal presidente del Consiglio che, come in altre conferenze stampa, nel decreto Cura Italia e ancor più nel dpcm liquidità, aveva parlato di manovra poderosa, unica, la più ingente mai approvata nella storia d’Italia dai tempi dei garibaldini, e forse delle guerre puniche, e che anche adesso si loda per un decreto che equivale a due finanziarie. Vediamo cosa c’è di insoluto, cosa c’é di buono, cosa resta sostanzialmente invariato. Complessivamente nei due decreti e nel dpcm il governo ha stanziato una cifra apparentemente enorme: 25 più 50 più 55, in larga parte prestiti in grado di sviluppare 700-800 miliardi secondo i calcoli del presidente del Consiglio, in realtà molto meno secondo gli economisti più avveduti. La verità é che si continua a sommare la spesa (per gli autonomi, per la cassa integrazione in deroga, per i vari bonus previsti, per la sanità e purtroppo anche per la solita Alitalia e via continuando) con i prestiti, e non parliamo solo del dpcm liquidità di aprile. Secondo i calcoli fatti per ciascuna voce, tra il Cura Italia, il dpcm liquidità e il decreto Rilancio le spese dello stato per sostenere l’economia e i cittadini assommano a 40-45 miliardi, giacché nel Cura Italia 6 miliardi, dei 25 stanziati, erano di accesso al credito, e una parte dei 50 del decreto Rilancio sono di rinvii di tassazioni, che si pensa tuttavia di recuperare. Alla luce di questa premessa ne emergono altre tre indispensabili. La prima riguarda l’estensione per altri sei mesi dell’emergenza istituzionale che, come ha rilevato il compagno Nencini, consente al governo di poter fare a meno del Parlamento. E questo mentre si riaprono, con le restrizioni anche un po’ ridicole previste, i bar, i ristoranti, le spiagge. Disegno autoritario? No, semplice contraddizione politica. Accontentiamoci. La seconda riguarda la mancanza di un solo accenno a tutte le opere infrastrutturali bloccate da insipienza, veti, ricorsi e controricorsi, che ammontano a oltre 30 miliardi di euro già stanziati, opere che vanno sboccate con un intervento legislativo del governo, diciamo attraverso il metodo usato per il ponte Morandi. Inutile rimarcare che opere per 30 miliardi, al contrario dei bonus, generano occupazione. Terza premessa. Una parte di risorse, attorno ai 3 miliardi, che dovrebbero sommarsi agli altri tre previsti nel Cura Italia, sono destinati alla sanità. E qui non si può sfuggire alla domanda sull’accesso o meno ai fondi del Mes. E parliamo di 36-37 miliardi allo 0,1% rimborsabili in dieci anni, che consentirebbero di deviare altrove i sei miliardi stanziati per spese e investimenti sanitari da due manovre del governo italiano. Non decidere equivale ad ammettere l’esistenza di una perplessità frutto di un’indecente pregiudizio simbolico del quale il minaccioso Di Battista, che come Attila sembra sempre alle porte, si è fatto vanto. Quello che é positivo é tutto il resto. Le agevolazioni fiscali e i sostegni economici alle aziende, gli interventi ulteriori sulla Cassa integrazione, i contributi anche per i mesi di aprile e maggio per gli autonomi, il 110 per cento, cioè diciamo il completo rimborso per le spese edilizie che, partendo da interventi energetici e di messa a norma antisismica, arrivano anche alla ristrutturazione delle facciate e che, questo si, può aiutare a rimettere al lavoro un settore particolarmente penalizzato. E soprattutto la regolarizzazione dei migranti che lavorano nelle campagne e spesso sono oggetto di sfruttamento e di violenza da parte di proprietari senza scrupoli. La giusta battaglia condotta dalla ministra di Iv Bellanova, sia pure con tutte le attenuazioni e le precisazioni pretese dai Cinque stelle, é stata sostanzialmente vinta e di questo, come ha precisato il segretario del Psi, Vincenzo Maraio, i socialisti si rallegrano. Poi i vari bonus. Starei un po’ più attento a non concederli, vedi quelli per le biciclette e per le baby sitter, anche a chi non è ha bisogno, visto che, al contrario di quello per le vacanze che viene accordato solo alle famiglie con un reddito inferiore ai 40mila euro, paiono generalizzati. Ma soprattutto una raccomandazione. Mai come in questi tre mesi é stato attuale il vecchio proverbio secondo il quale “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Mentre Conte era intento a elargire risorse che avrebbero inondato i territori, i cittadini, o meglio molti di loro, continuavano a lamentarsi di non aver ricevuto nulla. I primi 600 euro sono arrivati, non a tutti, con un mese di ritardo, la cassa integrazione in deroga per molti è ancora un miraggio, mentre i 25mila euro garantiti dallo stato e che le banche avrebbero dovuto elargire in 48 ore, sono ancora fermi, tra pastoie burocratiche e interpretative, agli sportelli degli istituti di credito, mentre i prestiti fino a 800mila euro, anch’essi interamente garantiti dallo stato, e che richiedono un minimo di accertamento, restano un sogno proibito. In generale l’emergenza sanitaria ed economica, che si é tuttora voluta trasformare in emergenza istituzionale, non ha comportato alcuna velocizzazione della macchina dello stato nei suoi rapporti coi gangli vitali del Paese: banche, Inps, Regioni, Comuni. Questa, al di là di tutte le buone, buonissime intenzioni del governo, resta la preoccupante anomalia italiana rispetto al comportamento della maggior parte di paesi europei. Uno stato anchilosato, denso di norme, codici e codicilli, di competenze confuse e continuamente e vicendevolmente pretese dalle regioni, con tanto di materie concorrenti previste da un Titolo V della Costituzione che é all’origine di molti mali italiani, non può essere all’altezza delle attese dei suoi cittadini, soprattutto nei momenti in cui le giuste esigenze devono essere risolte nel giro di pochi giorni. Troppe attività sono alle prese col vecchio detto di Amleto: “Essere o non essere”. Aspettare non può essere la soluzione. Attendere troppo equivale a morire.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

Leave A Reply