martedì, 27 Ottobre, 2020

Pierpaolo Bombardieri – Un esempio di riformismo

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Intanto, affermiamo con chiarezza che lo Statuto dei Lavoratori è il più brillante e fulgido esempio di riformismo. Da diversi lustri e da troppe parti ci si definisce riformisti, pur non intravedendosi neanche l’ombra di una riforma vera. Alla politica di oggi e di domani bisognerebbe suggerire di studiare la Legge 300 come manuale realizzato di riformismo, anche perché abbiamo il dovere di smontare definitivamente il paradigma che per rilanciare lo sviluppo occorra sistematicamente ridurre l’impianto dei diritti. Che, nella sostanza, è la storia recente delle cosiddette riforme. Ma non è affatto così, anzi è vero l’opposto: allargare il perimetro dei diritti è il presupposto per uno sviluppo corretto, compiuto, inclusivo e sostenibile. Meno profitto e basta con il primato della finanza, a vantaggio di una necessaria visione che metta al centro le persone e persegua razionalmente l’obiettivo di un maggiore benessere individuale e collettivo.
Mezzo secolo rappresenta un traguardo a tratti insolito, che fa rima con maturità; e in questo caso, dal punto di vista dei principi, include un’incredibile attualità e modernità, perché se il mondo del lavoro è soggetto ad un perenne turbinio dei cambiamenti è altrettanto vero che il riconoscimento e la tutela dei diritti dei lavoratori non sono esigenze che si esauriscono, semmai si rinnovano.
Era un’Italia profondamente diversa dalla fotografia di oggi quella che precedeva l’autunno caldo: si affermava da non troppi anni il processo di industrializzazione e si faceva avanti il settore dell’edilizia, si svuotavano le aree rurali verso un’intensa urbanizzazione e continuava a sovrappopolarsi il Nord, con la speranza nelle valigie di un Meridione ben più sfortunato. In regioni come la Lombardia e il Piemonte la quota di lavoratori dell’industria arrivava a superare il 50%. Nel quindicennio antecedente allo Statuto il fenomeno delle migrazioni interregionali aveva coinvolto quasi 10 milioni di persone. Si cresceva mediamente intorno al 6% di Pil. E tuttavia il nostro Paese era ancora distante dai livelli di benessere degli altri Paesi sviluppati. Inoltre, proprio la velocità dei cambiamenti socio-economici non consentì il superamento di quelle criticità strutturali che l’Italia si trascinava da prima della guerra. C’erano i partiti e le ideologie. C’era uno sbilanciamento in favore dei datori di lavoro, tra ritmi di lavoro intensi e salari ancora bassi. Si ridestò una conflittualità di fabbrica che mirava all’aumento del salario, alla riduzione delle ore di lavoro settimanali, all’ampliamento dei diritti sindacali ed alla parità normativa tra operai e impiegati. Prevaleva il disagio di una classe operaia che rivendicava quella dignità sociale e quel benessere economico già conquistati da altri ceti sociali. Si trattò di una battaglia per affermare un rinnovato ruolo dei lavoratori nella società: non più subalterni o invisibili, ma protagonisti. Così l’indice di conflittualità (ore di sciopero per lavoratore dipendente) raggiunse l’asticella 23 e, nell’industria metalmeccanica, superò le 80 ore di sciopero per ogni lavoratore. Era l’autunno caldo. Gli operai delle grandi fabbriche e gli studenti animavano un’ondata di proteste e di agitazioni. Al centro, il protagonismo sociale, politico e democratico del sindacalismo italiano incoraggiato dalle legittime ed energiche aspirazioni e dal desiderio di miglioramento delle condizioni di vita da parte di milioni di lavoratori, che ne rafforzarono la soggettività politica anche a dispetto dei partiti stessi.
Era questa la cornice nella quale si incastonò la nascita dello Statuto, che Giugni defini ”il frutto di una felice congiunzione tra la cultura giuridica e il movimento di massa”. Fu una vittoria del mondo del lavoro e del Sindacato, concretizzata dalla caparbietà parlamentare dei Socialisti e dei libertari alla testa di una stagione autenticamente riformista a cui mancò, non a caso, l’adesione dei massimalisti. Allo Statuto dei Lavoratori si riconobbe la volontà di andare incontro alle esigenze dei lavoratori nell’interesse della ricerca della pace sociale, della dignità e della libertà individuale e collettiva.
Quei principi, votati all’universalismo, costituiscono, ancora oggi, il caposaldo di una società democratica e libera che mette al centro la tutela della dignità di donne e uomini, che punti al confronto ed alla solidarietà come antidoto al quadro sempre più molecolarizzato dei lavori e della società.
Il mondo del lavoro da Brodolini e Giugni a noi è profondamente mutato. E, d’altronde, si è trasformato già dal pre Covid-19 a questi giorni. Oggi il contesto è molto cambiato e pensiamo alle piattaforme digitali, ai riders, ma non soltanto, gli ambiti occupazionali si sono atomizzati. E c’è anche il tema del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati che richiede un intervento efficace e consistente. In sostanza, occorre pensare a nuove regole. Questo anniversario impone al Sindacato, in veste unitaria, di rimettere al centro dell’iniziativa un nuovo modello di sviluppo che ridisegni lo stato sociale, che stimoli nuovi investimenti pubblici e privati, materiali ed immateriali, rilanciando questioni prioritarie come l’istruzione e la formazione, la salute – difendendo e valorizzando la sanità pubblica -, il Mezzogiorno. Magari lanceremo la sfida per “zero morti sul lavoro” e discuteremo seriamente di riduzione dell’orario di lavoro a parità di trattamento economico, di efficacia erga omnes dei contratti collettivi.
Oggi come allora è necessaria la centralità del Movimento Sindacale che ha reso possibile la nascita e la difesa dello Statuto dei Lavoratori, punto di riferimento normativo assolutamente fondamentale che va celebrato, ritrovato e rafforzato.
Cinquant’anni di tutele. Un punto di ripartenza per tutti.

Pierpaolo Bombardieri  – Segretario generale aggiunto Uil

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