venerdì, 6 Dicembre, 2019

Un Fiume di storia

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A cento anni dall’impresa fiumana di d’Annunzio, esce un saggio storico documentatissimo di Giordano Bruno Guerri: Disobbedisco edito da Mondadori e un altro romanzo storico molto interessante e struggente di Orlando Donfrancesco, “Sulla cima del mondo”, edito da Historica. L’impresa fiumana troppo a lungo è stata misconosciuta o denigrata. Prima il fascismo impropriamente ne fece il prologo della sua Marcia su Roma, poi la cultura dominante fino agli anni 70 l’ha sepolta nel dimenticatoio, considerandola frutto di una azione spregiudicata di tipo sostanzialmente nazionalistico, se non addirittura imperialistico, e nonostante fosse già uscito un libro tuttora insuperato su di essa e a torto giudicato apologetico se non enfatico già dagli anni 60, ad opera di Ferdinando Gerri, dal titolo “L’impresa di Fiume”, poi arricchito in seconda edizione in due volumi intorno alla metà degli anni 70. Anche De Felice contribuì ad approfondire gli studi su Fiume ed in particolare su ciò che da quella impresa emerse di più straordinario: la Carta del Carnaro, una Costituzione che originariamente avrebbe dovuto delineare i tratti di una Repubblica futurista, ma che poi, per non suscitare troppe ire militariste e defezioni, ripiegò sulla denominazione di “Reggenza”.

Da allora i testi su questa impresa non si contano più.
L’impresa di Fiume fu essenzialmente un’opera d’arte collettiva, la cui regia è inequivocabilmente da attribuirsi al Vate rivoluzionario a cui abbiamo dedicato la quinta parte dell’opera in 30 puntate edita su questo giornale da dicembre dello scorso anno fino al 10 giugno.

In essa sono già rilevate le straordinarie qualità che d’Annunzio ebbe anche come politico e che lo fecero anche collaborare fruttuosamente con il Partito Socialista agli inizi del secolo.
Giordano Bruno Guerri nel suo libro che si avvale di una straordinaria documentazione anche inedita, avvalora la tesi secondo la quale non possiamo stabilire affatto una continuità tra fascismo e fiumanesimo, sia perché lo stesso Mussolini esitò prima a sostenere d’Annunzio e sostanzialmente lo tradì in seguito, facendo addirittura la spia a Giolitti su quelle che erano le condizioni dell’esercito del Carnaro e sul morale dei fiumani, su cui era informato dallo stesso d’Annunzio, sia perché l’esperienza politica del Vate si esaurisce sostanzialmente nel suo esilio dorato nel Vittoriale. Colui a cui il Vate si rivolse chiamandolo “lesto fante” esplicitamente ebbe modo di replicare che “un dente guasto o si estirpa o lo si copre d’oro” e così fu fatto per impedire che quell’incisivo mordesse ancora, con un d’Annunzio che visse sostanzialmente come ergastolano nella sua reggia, da cui nemmeno l’Arcangelo gli consentì di spiccare il volo.
Del morso di Fiume però è rimasta una traccia indelebile, se andiamo accuratamente a ricercarne il segno nella storia, e non solo nella gestualità e negli slogan adottati sgangheratamente dalla propaganda fascista, ma soprattutto in tutte le spinte artistiche e libertarie del XX secolo, la cui onda lunga non si è tuttora esaurita.
Antesignana del movimento no-global, la Lega dei popoli oppressi, delineò a Fiume una prima forma di resistenza e di contestazione verso gli assetti internazionali decisi ed imposti dall’alto dei potentati economici a popoli a cui falsamente si prometteva il principio di autodeterminazione, mentre lo si negava nella loro stessa concreta possibilità di autodeterminarsi. In nome di una Europa e di un mondo nuovo di popoli fratelli uniti contro l’oppressione intorno non al “cardo sovietico”, che pur venne riconosciuto ed aiutato, con le imprese piratesche degli uscocchi, contro le armate bianche che rischiavano di rovesciarlo, ma alla “rosa fiumana”, simbolo di amore e di passione.

Fiume, allora a maggioranza italiana, aveva infatti già deciso di autodeterminare il suo futuro, con l’annessione all’Italia, ma questo contrastava con gli interessi che le grandi potenze, Inghilterra, Francia e Stati Uniti, avevano allora di impedire una egemonia commerciale e militare italiana nell’Adriatico, utilizzando sostanzialmente Fiume come un porto franco per il loro commerci e affari internazionali. Fiume fu la prefigurazione, circa ottanta anni prima, della dissoluzione della Jugoslavia che d’Annunzio voleva sottrarre al dominio serbo, liberando così le spinte autonomiste di sloveni e croati,; chissà se essi se lo ricordano ora che contestano persino un suo monumento da erigersi a Trieste.
Fiume fu un laboratorio di creatività in cui si ebbe modo di sperimentare tutto il possibile, persino un nuovo assetto militare in cui non ci fossero gradi superiori a capitano, la musica, il sesso di ogni genere e senza ombra di discriminazione o di omofobia, e la cocaina che allora era considerata ancora un “corroborante” e non era tagliata e destinata al mercimonio, trasgredendo quella morale vittoriana prima e positivista poi, che era definitivamente tramontata negli orrori e nelle lacerazioni della Grande Guerra.

Il Superomismo fiumano fu così l’espressione di una umanità redenta nella sua irrefrenabile e gioiosa voglia di trasgredire, andando al di là di un bene e di un male precostituito da norme franate nell’ipocrisia e nel tradimento di 650.000 morti e di un milione circa di feriti, mutilati e dispersi, ai quali l’ultima guerra risorgimentale apparve nel dopoguerra come una beffa, dato che l’Italia si apprestava ad avere poco più di ciò che l’Impero Austroungarico le aveva promesso se non fosse entrata nel conflitto. Da ciò il mito della “vittoria mutilata”.
Salvemini si fece beffe dell’impresa fiumana e di d’Annunzio, considerandolo alla stregua di una sorta di grottesto principe medioevale insediatosi con una sorta di sua compagnia di ventura, e Serrati rifiutò sdegnosamente l’offerta che il Vate gli fece di estendere la rivoluzione fiumana all’Italia, proprio mentre le fabbriche erano occupate e gli operai le difendevano in armi. L’Italia perse così una grande occasione, anche considerando le divisioni che lacerarono i socialisti e che spinsero prima i riformisti verso l’emarginazione e poi, con criminale irruenza, il fascismo al potere

Se l’Italia avesse avuto la Carta del Carnaro al posto dello Statuto Albertino, sicuramente ci saremmo risparmiati il fascismo, le leggi razziali e l’alleanza con chi d’Annunzio chiamava sprezzantemente “l’Attila imbianchino”, che ci ha portato al tragico vortice di una guerra che ha ridotto in macerie l’Italia, facendo strame della sua sovranità nazionale e politica.
A confermarlo è lo stesso Guerri in una intervista: “Questo libro, in particolare, apre una visione nuova sulla storia non solo di Fiume e di D’Annunzio, ma dell’intero Novecento, perché fu uno snodo da cui nacquero idee, movimenti, personalità che si svilupperanno per tutto il secolo. Basti pensare alla Carta del Carnaro, la Costituzione che D’Annunzio scrisse per Fiume, ma per il mondo intero, che è nel 1920. Una delle Costituzioni più avanzate del Novecento, da cui prendono spunto molte Costituzioni attuali.”

Il suo libro è straordinariamente avvincente ed elegante al tempo stesso, perché la lettura è estremamente scorrevole pur nella sua sterminata documentazione, mentre lo stile consueto di Guerri unisce la leggerezza alla chiarezza espressiva anche in maniera dolcemente ironica. Si fa fatica dunque a staccarsi dalle pagine, sebbene l’opera ne conti più di cinquecento, tanto che a stento lo si riconosce come un saggio e non come un romanzo storico.
Tale è invece l’opera di Donfrancesco che ci offre con il suo racconto uno spaccato crudo ma al tempo stesso anche struggentemente elegiaco dell’impresa fiumana, con tratti letterari di marcato stile futurista. Il suo personaggio potrebbe essere uscito dalle pagine di Comisso, di Mario Carli oppure dal racconto di Keller, a stento potremmo riconoscere in esse la narrazione di un nostro contemporaneo, anziché quella di in giovane di cento anni fa che farà di Fiume la sua vocazione e la sua destinazione esistenziale finale. Il senso stesso del romanzo che si dipana in un turbinio di azioni gioiose irriverenti e anche goliardiche, in un misto di speranze giovanili e di sesso sfrenato e a volte convulso, si evince da un paio di citazioni:

“Chissà come sarà il mondo tra cent’anni, se avrà vinto il denaro o se avremo vinto noi, anche morendo, anche diventando terra da concimare per le generazioni a venire. Chissà se tra cent’anni qualcuno si ricorderà di noi, della nostra lotta per la vita, l’amore e la libertà, combattuta in questa città divenuta una torcia ad illuminare il…”
E ancora: “Brinderete all’America e ai suoi dollari, brinderete all’Italia caporettaia di Giolitti, e continuerete ad ingrassare col lavoro di questo popolo fiumano che non ha chinato la testa davanti agli austriaci, alla fame, al distacco dei figli, che ha continuato a credere nel futuro mentre voi ordivate complotti tra le vostre argenterie…”

Il protagonista del romanzo è un po’ il simbolo di una Italia che parte e torna dalla guerra con il fulgore della sua giovinezza spavalda e non rinuncia a tale impavida sfrontatezza nemmeno di fronte all’impossibile, anzi, fa dell’impossibile la sua ultima bandiera e ventura, uscendone ferita, lacerata, mutilata e alla fine sepolta nella ferocia di un’altra guerra assassina.
E’ bello ricordare il monito di quell’età anche per impedire che oggi la nostra bella Italia finisca, nelle sue corrotte convulsioni, per sbranarsi da sola, uscendone a pezzi.

Carlo Felici

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