venerdì, 20 Settembre, 2019

Un fronte comune contro Salvini e collaborazione “corta” con Cinque Stelle

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Il dibattito al Senato ha mostrato che cosa sia un paese senza classe dirigente. La replica del ministro Matteo Salvini alle contestazioni e ai rilievi istituzionali, di etichetta, di opportunità e morali mossigli dal premier Giuseppe Conte ha esibito agli elettori che cosa sia un concentrato di mediocrità, spocchia aggressiva, miseria culturale, crudeltà spudorata (e discriminazione) verso i migranti, vocazione esclusiva all’elettoralismo e al potere puro e semplice.

Il suo modello ideale è l’amministrazione comunale di Lodi. La Lega ne ha fatto un lager, in cui viene praticata una sorta di persecuzione molecolare nei confronti della popolazione di colore.
Il ministro dell’Interno è stato sonoramente sconfitto. Se nella Lega, ci fosse, oltre a tanti yesmen pronti ad assecondarlo anche quando dà ordini col movimento delle dita della mano e del capo, uno straccio di democrazia, il suo scalpo sarebbe a disposizione. Sulle porte del Carroccio c’è ormai scritto, si loca.
Anche la figura istituzionale di Luigi Di Maio è stata scolpita come quella di un sarcofago. Nell’aula parlamentare tutto il tempo si è guardato l’ombelico, sorridendo e abbozzando. E’ sembrato voler dimostrare che non partecipava allo scontro tra Conte e Salvini, quasi gli fosse estraneo.
Non esiste al mondo un personaggio tanto irresponsabile e triste che abbia perduto nel giro di un anno circa 6 milioni di voti, cioè il 50% di quanto aveva guadagnato nelle elezioni precedenti.

Ciò malgrado i Cinque Stelle disponevano, e dispongono, della maggioranza dei consensi alla Camera de deputati, nel Consiglio dei ministri e dei loro vice, mentre il Carroccio col suo 17% era, ed è, un partner minoritario in tutte le sedi istituzionali oltrechè nell’elettorato prima delle elezioni europee.

In queste condizioni la Lega è stata, per 14 mesi, in grado di far appro vare gran parte dei provvedimenti governativi e imporre una (la pro pria) linea di condotta nella gestione dell’economia come nel trattamento (che è stato crudele e sciagurato) dei migranti.
In realtà, Di Maio ha incarnato la figura non dell’azionista di maggioranza, ma del perdente, affetto da una sfiga cosmica. Ha finito per soccombere e lasciare che il Capitano della Lega, cioè il proprio partner di minoranza, facesse incidere il proprio sigillo, anzi diktat, sulle maggiori proposte del governo.
In questi giorni, nel corso della crisi, Di Maio si è preoccupato solo di non essere accantonato da Grillo e a Casaleggio, e mandato (anzi lasciato) a casa da chi sta tessendo le tela del nuovo Esecutivo. Non avendo mai lavorato, può campare esclusivamente di politica.

Non si capisce come mai il capo dello Stato Sergio Mattarella e il premier Conte abbiano convenuto nella decisione avventuristica di affidargli addirittura due ministeri importanti come quello del Lavoro e dello sviluppo economico. Non aveva, e non ha, nessuna minima competenza per ciascuno di essi.
Ugualmente incomprensibile è che a fronte della debacle del maggiore esponente del governo e detentore dello stesso dividendo elettorale, i dioscuri di Cinque Stelle gli abbiano riconfermato, almeno apparentemente, la fiducia. Lo si è così potuto vedere spudoratamente all’opera trinciando giudizi su chi nell’attività di governo ha meritato o demeritato.

La terza questione riguarda il premier Giuseppe Conte.
Nel suo discorso ha rappresentato con forza le ragioni del diritto e della costituzione, elencando gran parte delle violazioni compiute dal ministro dell’Interno. Gli va reso l’onore per il coraggio e la determinazione dimostrata.
Purtroppo si tratta di una presa di posizione tardiva. Il premier, insieme a Di Maio, ha approvato l’odiosa campagna antieuropeista, l’inasprimento delle misure di pubblica sicurezza per impedire lo sbarco nei nostri porti di migliaia di disperati provenienti dall’Africa, le manifestazioni di violenza e vera e propria crudeltà nei confronti dei minori, dei vecchi e delle donne imbarcate su mezzi di fortuna, l’assordante campagna per creare nel paese un clima di insicurezza,di discriminazione e di odio. A soli fini elettoralistici e a vocazione di discriminazione razzista, molto diffusa nella storia della Lega.
Non si può sottovalutare il peso dell’azione di Conte nel porre fine all’arroganza e al dispotismo di Salvini.
Oggi di fronte al capo dello Stato, Sergio Mattarella, si deve decidere l’adozione di una misura straordinaria, eccezionale, ma urgente: se esiste in Parlamento la possibilità di creare un fronte comune per spazzare via dal dalle nostre istituzioni la cultura, i comportamenti, le prediche, le discriminazioni e il clima di rancore alimentato da Salvini.

Fronte comune significa che la sinistra non deve legarsi ad una politica di ampio respiro e lunga durata con i Cinque Stelle.
Non si tratta solo di escludere Luigi Di Maio da ogni incarico governativo e istituzionale. E’ quasi un atto dovuto per la pessima prova (remissiva, accomodante, totalmente subalterna) data in questi 14 mesi. E’ con i Cinque Stelle che non si possono avere rapporti di continuità. Sono, infatti,ostili alla democrazia parlamentare, alle alleanze politiche, alle politiche industriali, all’Unione europea (al di là delle profonde correzioni necessarie), all’alleanza atlantica ecc.

Quando le accettano, in realtà lo fanno per finta o per convenienza. Sono un partito inaffidabile e bon a tout faire.
Lo ha reso evidente la collaborazione con un partito come la Lega e un politicante di estrema destra come Salvini. Sia Irene Tinaglia (nel volume, La grande ignoranza, Milano, Rizzoli) sia chi scrive (nel recente saggio Gialloverdi e camicie nere, edito da Goware a Firenze) hanno documentato questa avversione ideologica dei grillini alla democrazia liberale.

Salvatore Sechi

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Al di là dell’opinione che ciascuno di noi può avere riguardo al Governo gialloverde, e al leader leghista, non mi entusiasma sentir parlare di fronte comune, vuoi perché il “fronte” non ha portato molta fortuna ai socialisti, quando settanta anni fa potevano forse divenire la principale forza della italica sinistra, vuoi perché ci si unisce di norma davanti ad un pericolo, che non vedo francamente ravvisabile in chi propone oggi il ricorso alle urne, vale a dire il naturale e consueto strumento delle democrazie.

    Ancora, tra i “frontisti” del momento – che non vorrebbero andare al voto, almeno così sembra – mi par di vederne alcuni che non si preoccuparono granché, anzi, per la convocazione elettorale ravvicinata del 1994, ossia ad un solo biennio da quella 1992, perché forse allora ritenevano, del tutto legittimamente, di trarne un risultato tale da poter guidare il Paese, salvo che poi entrò in scena il Cavaliere (ma del resto sono più d’uno i casi di elezioni anticipate nella storia dello Stivale).

    Né va a mio avviso dimenticato che con la introduzione del sistema maggioritario, e l’elezione diretta del Sindaco, e di altre figure istituzionali, il “prescelto” riceve per così dire una investitura popolare, che qualcuno vede come il giusto rafforzamento di chi è chiamato a guidare i rispettivi Esecutivi, mentre altri parlano semmai di populismo o deriva plebiscitaria (per dire che i punti di vista non di rado divergono, e che non è comunque un’anomalia cercare nel voto l’avallo o giudizio circa la propria azione).

    Ma al di là delle presenti considerazioni, che possono del resto “lasciare il tempo che trovano”, anche per il diverso modo di leggere ed interpretare gli accadimenti sociali e politici, come avanti dicevo, io penso modestamente, e senza voler far torto ad alcuno, che i liberalsocialisti, anziché cercare di far fronte comune contro qualcuno, dovrebbero formulare proposte concrete e realistiche per dar risposta ai problemi dei giorni nostri (come era nella tradizione e consuetudine del PSI dei tempi andati).

    Paolo B. 24.08.2019

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