mercoledì, 8 Aprile, 2020

Un governaccio?

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Siamo ancora in tempo per cambiare idea. Ma, come giustamente osservano gli amici di Più Europa, non mi pare che al momento i socialisti possano dichiarare alcun appoggio a questo governo. Avevamo chiarito di non essere disponibili ad un governicchio, cioè a un esecutivo che si fosse limitato ad una breve transizione per assicurare al paese il raffreddamento dell’aumento dell’Iva e la nuova legge di bilancio per poi passare la parola alle urne e a una probabile e certo più consolidata vittoria della destra. Abbiamo dato un assenso di massima, come gli amici e alleati di Più Europa, ad un confronto programmatico che portasse ad un eventuale governo di svolta e di legislatura.

Quel che finora è emerso é che di programmi non parla nessuno e il confronto verte solo sui posti. Pessima immagine, come opportunamente dichiara Cacciari, di una manovra di palazzo in cui i principali attori paiono solo uniti da una triplice paura: quella di perdere le elezioni, i parlamentari di perdere il loro posto, i renziani (quelli che sui Cinque stelle hanno letteralmente capovolto la loro tradizionale posizione) solo animati dalla volontà di evitare che elezioni anticipate consegnino i loro seggi agli amici di Zingaretti. Il programma non c’è, la svolta nemmeno, il governicchio forse neppure. Un governaccio forse…

Nella storia della Repubblica italiana non s’era mai visto un presidente del Consiglio che succede a se stesso con una maggioranza opposta. S’era visto un presidente del Consiglio, il decantato De Gasperi, provocare lui una crisi nel maggio del 1947,  per cacciare comunisti e socialisti dalla compagine governativa. Per il resto ad ogni svolta ha corrisposto un nuovo nome. Il centro-sinistra fu aperto da Moro, a cui peraltro succedettero altri democristiani, l’unità nazionale da Andreotti (che aveva presieduto anni prima un governo coi liberali, non con l’Msi), il pentapartito da Cossiga, Forlani, Spadolini, Craxi. Al primo Berlusconi succedette Dini e al secondo Monti, a Prodi D’Alema e poi Amato.

Conte invece passa da un governo orientato a destra (con la Lega) a un governo orientato a sinistra (col Pd) con maggiore indifferenza con la quale si passa da un’università a un’altra. E dovrà, secondo quel che viene riportato, sopprimere i decreti sicurezza di Salvini approvati dal governo da lui presieduto e da lui stesso sottoscritti. Sappiamo tutti che Zingaretti a questo é stato costretto dalla maggioranza governista del suo partito e ancora non riusciamo a credere che dopo avere ingoiato il rospo di un governo coi Cinque stelle, voglia ad un tempo digerire la presenza di Conte e dello stesso Di Maio e bersi il tutto come un governo che segna l’auspicata discontinuità.

Si dirà che le elezioni andavano evitate perché una vittoria del centro-destra a trazione leghista avrebbe compromesso l’andamento democratico della successiva legislatura, segnata dalla nomina del presidente della Corte e dall’elezione del presidente della Repubblica. Ma alle elezioni si andrà. E dal probabile fallimento di un governo che nasce morto chi potrà trarre maggior vantaggio se non Salvini? Mentre da elezioni svolte con una Lega che oggi sta perdendo punti e con un ampio e consolidato schieramento repubblicano siano proprio sicuri che i riformisti e i democratici uscirebbero a pezzi? Aggiungo ancora. Abbiamo sempre giudicato i Cinque stelle non meno pericolosi di Salvini, anzi di più, sui temi della democrazia, dello sviluppo, della politica estera, lasciando anche perdere il penoso caso dei gilets gialli. Adesso li promuoviamo a credibili difensori del confine democratico da un Attila alle porte?

Vedremo se quel che si annuncia come orami certo si verificherà o se ci saranno credibili e sostanziose modifiche in corso d’opera. Penso che il Psi debba modulare la propria posizione su quella di Più Europa, perché un solo senatore non può far farina. Mi auguro che una posizione comune possa essere individuata e se sarà come quella annunciata oggi, potrà entrare in sintonia con quella patrocinata da Calenda e costituire un punto di riferimento importante per tutta la sinistra riformista che non ritiene i Cinque stelle la medicina, ma piuttosto la malattia della democrazia italiana. Vorrei tanto sbagliarmi ma sento odore di bruciato. Da un possibile governaccio uscirà una sinistra malata e trafitta al petto da ricorsi di massimalismo, populismo, assistenzialismo. E dopo sarà ancora più difficile ripartire. Se questo governo cadrà presto il Pd dovrà pentirsi di averlo promosso, se arriverà a fine legislatura il Pd sarà costretto probabilmente a presentarsi unito ai Cinque stelle anche nella prossima. No, come diceva Mao, il cammino é a zig zag, ma la prospettiva non é per niente luminosa

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Io trovo che vi sia logica e lungimiranza, o perspicacia, nelle riflessioni qui avanzate dal Direttore, e a questo punto vedremo se i riformisti terranno la “tinta” o la “posizione” come si usa dire, o si lasceranno invece sedurre da una qualche “sirena” dell’ultimo minuto che, pur avendo poco o nulla a che fare col programma, fornisca nondimeno loro una qualche motivazione, o scusa, funzionale al “cambiare idea”, decidere cioè di appoggiare un Esecutivo giallorosso che sembra ad un passo dal nascere.

    Mi permetto a mia volta una considerazione, col dire che il “massimalismo” paventato dal Direttore sul finire di questo suo Editoriale – quale figlio di “un possibile governaccio” – mi sembrava già abbastanza presente nella fila della sinistra, e non di rado assecondato pure dalla componente riformista, e me lo fa pensare o supporre la condivisione dell’antisalvinismo, sentimento che se non erro mi è parso accettato anche dai riformisti, così come tempo addietro avvenne per l’avversione al berlusconismo.

    Ed è piuttosto noto, ed usuale, che il compattarsi contro qualcuno fa passare in secondo piano le questioni programmatiche, dal momento che ci si concentra sul mobilitare metaforicamente il popolo contro il nemico o pericolo di turno – da cui la presenza del populismo anche a sinistra – e, del resto, se in questi anni la sinistra avesse lavorato ai programmi, oggi li avrebbe già abbondantemente pronti (mentre sembra non essere così, visto che “di programmi non parla nessuno”, come scrive il Direttore).

    Paolo B. 27.08.2019

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