giovedì, 28 Maggio, 2020

Un mese di marzo tra il dolce e l’amaro

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Ottava parte

Il mese di marzo a Fiume fu cruciale per il destino futuro dell’impresa che aveva messo a dura prova non solo gli equilibri italiani, ma anche quelli geopolitici europei, la sfida, infatti, in questo mese si fece molto più ardita che nel periodo iniziale, come vedremo tra breve.
A marzo, dopo la vicenda dei bambini poveri di Fiume che furono ospitati dalle famiglie italiane e che il governo regio cercò di contrastare, temendo che ciò si rivelasse una potente arma propagandistica, anche in spregio alle più elementari norme umanitarie, come abbiamo già visto in precedenza, e circa alla metà del mese, in occasione della cerimonia della consegna della “cravatta azzurra”, che era segno onorifico concesso a chi maggiormente si era distinto nei combattimenti sul Carso, allora assegnato alla Brigata Lombardia, dislocata lungo il confine sud-est di Fiume a presidiare la linea di armistizio, d’Annunzio rivolse un caloroso messaggio al Generale Faccini, che comandava quella Brigata.

In esso il Vate esprimeva al Generale il fatto di essere “orgoglioso di potervi salutare in questo giorno di primavera e di gloria, dal cielo della Città Olocausta che si consuma coronata di spine e di violette” L’allusione era non solo ad una sorta di destino mistico dell’impresa, ma anche al fatto che il Comandante era allora pienamente consapevole sia dei nemici (le spine) sia degli amici (violette) che circondavano Fiume.
Il Generale Faccini, in veste di “violetta”, ricambiò cordialmente gli attestati di stima che gli venivano offerti e lo stesso d’Annunzio, con una sua replica epistolare, si rivolse ancora a lui dicendosi convinto che “avremo ancora giorni di comune allegrezza”
Purtroppo nei giorni funesti del Natale di sangue che posero fine all’impresa fiumana, l’allegrezza, come vedremo nei dettagli alla fine di questa opera, non ci fu, ma, almeno tra il Generale e il Vate, non ci fu neanche ostilità, in quanto la Brigata Lombarda non partecipò all’attacco regio verso la città ribelle. Si pensò a lungo che il mancato assalto del Generale Faccini fosse dovuto ad una strategia di Caviglia per disorientare i difensori di Fiume, ma il fatto che poi lo stesso Generale Faccini dovette giustificarsi di fronte ad una commissione di inchiesta nel 1921 per non avere voluto attaccare alle spalle i legionari fiumani, è una ulteriore dimostrazione che tra lui e il Vate i rapporti amichevoli e di reciproca stima non si ruppero mai, anzi, pur essendo stati messi a dura prova, restarono saldi sino all’ultimo, a riscontro ulteriore di quanto d’Annunzio fosse amato da chi aveva corso i rischi maggiori e operato nelle azioni più eroiche durante la Grande Guerra.
Il 18 marzo, in occasione della festa di San Gabriele Arcangelo, onomastico del Vate, si ebbe una ulteriore dimostrazione di affetto della popolazione fiumana verso il Comandante e il sindaco della città, Gigante, le cui spoglie sono finalmente state restituite ad una onorata sepoltura nel colle delle Arche del Vittoriale, anche grazie alla solerte iniziativa del Presidente Guerri, invitò con un suo accorato discorso, i consiglieri a conferire la cittadinanza ordinaria di Fiume a d’Annunzio, considerandolo come l’essenza stessa della vita libera e italiana della città e come suo nume tutelare.

Fu così che il Consiglio Comunale di Fiume decretò che non solo il Vate fosse considerato cittadino ordinario di Fiume, ma anche che fosse posta una lapide a ricordo di tale evento, murata nell’aula del Consiglio, di fronte a quella che ricordava il plebiscito per l’annessione all’Italia svoltosi il 30 ottobre del 1918, assieme ad una effige dello stesso Comandante, in veste di condottiero che indica l’inizio di una nuova era di libertà nella storia di Fiume e dell’Italia.
Dopo la cerimonia, nella piazza, una folla molto gremita e straripante accolse il Vate con grida e lacrime di commozione, accompagnandolo per le vie della città quasi in delirio. Le manifestazioni di giubilo proseguirono con una partecipazione straordinaria sia nel pomeriggio accompagnate da musiche e dalla partecipazione delle associazioni cittadine, sia la sera con musiche, canti e balli.
Fiume era davvero una città di vita e di entusiasmo, non vi era nessuna amarezza né acrimonia anche se la situazione lavorativa ed alimentare si faceva sempre più difficile, mentre la primavera, con i suoi aromi e le sue suggestioni, faceva da prologo ad atmosfere e a prospettive di vita sempre più ardite e rivoluzionarie.

Il primo giorno della primavera fiumana, 21 marzo, si svolse la cerimonia di giuramento di due battaglioni delle classi dal 1897 al 1901 e per la prima volta soldati schierati non più per combattere in terre lontane un nemico straniero, ma per difendere la Patria fiumana e italiana, rinnovavano la fede per la loro causa, nell’intento di difendere la città da ogni sopruso e da ogni sopraffazione.
Alla presenza del Comandante, con le truppe e gli Arditi schierati a gran voce, e dopo una messa celebrata dal Padre Reginaldo Giuliani, mistico sacerdote Ardito tra gli Arditi, venne pronunciata la formula del giuramento:
“Giuro di difendere con tutte le mie forze e sin all’estremo il territorio nazionale e di obbedire agli ordini del Comandante Gabriele d’Annunzio. Lo giurate voi?”
Il grido altisonante della milizia fiumana si levò allora a squarciare nella piazza quel cielo di una incipiente e sbigottita primavera.

“Lo giuro!”
Seguì il discorso accorato di Antonio Grossich, presidente del Consiglio Nazionale che evocava le antiche glorie italiche, le quali allora trovavano in Fiume un nuovo limpido orizzonte su cui dispiegarsi
“O giovani fortunati, ai quali è concesso di intrecciare le strofe più belle nel canto eterno di Fiume, che difende su questo estremo lembo romano i diritti di Roma, siate degni del Poeta che è vostro Duce e che mentre vi guida, scrive con la penna e con la spada il canto più meraviglioso del poema eterno di Roma”
Preparatevi dunque tranquilli e sicuri ai combattimenti, come noi tranquilli e sicuri attenderemo. Legionari di Fiume, sia il vostro massimo orgoglio obbedire a Gabriele d’Annunzio; la vostra massima gloria dare Fiume all’Italia.”
E infine concluse il Comandante, appassionato, fermo, implacabile:
“…Tanta forza ci vuole, tanto coraggio, tanta pazienza, tanto dolore, tanta disperata volontà per portare la bandiera d’Italia
Giovinezza di Fiume, giovane anima di Fiume, tu la porti cantando.
Sali tu il Calvario, e lo discendi, e lo risali, senza mai cadere, se pure l’altra Vittima cadde tre volte
Non metterai il ginocchio a terra se non per combattere
Non asciugherai il tuo sudore se non per versare il tuo sangue
Non farai sosta se non per trarre dai tuoi polmoni anelanti il grido che sfida, che riconferma, che rigiura, che lacera il nemico, che supera lo spazio, che trapassa il tempo.
E, se è necessario vivere, tu non vorrai vivere se non nello splendore della bandiera d’Italia.
E, se necessario morire, tu non vorrai morire se non crocefissa alla bandiera d’Italia”
Ancora una volta, quasi come una profezia che si dispiegasse sul futuro tragico destino della città olocausta, si voleva gridare in faccia al mondo che quell’estremo lembo del Carnaro era italiano, e tale sarebbe restato fino alla morte.

Ma il marzo del 1920 a Fiume si rivelò cruciale soprattutto per un’altra questione di straordinaria importanza. Il socialista rivoluzionario De Ambris aveva appena finito di ultimare la bozza di Costituzione per quello che avrebbe dovuto essere, in attesa di una sua prossima annessione all’Italia, lo Stato libero di Fiume.
E la sua proposta, per allora era sconvolgente. Parleremo in seguito nello specifico della Costituzione del Carnaro , così come venne anche rimaneggiata dal Comandante che seppe darle non solo una veste stilisticamente elegante e raffinata, ma che fu capace anche di renderla una vera e propria opera l’arte istituzionale.
Per ora limitiamoci ad osservare le varie reazioni che ci furono a Fiume e nel resto d’Italia quando venne reso noto questo intento che era una sorta di ancora di salvataggio nella prospettiva in cui non si potesse arrivare subito all’annessione e col dichiarato scopo di sottrarla alle avide fauci di chi voleva depotenziare sia il territorio fiumano che le capacità propulsive della città, per farne una sorta di porto franco da usare a piacimento nella trama di intrighi ed affari internazionali che la Società delle Nazioni sembrava voler benedire.
I socialisti, si sa, soprattutto i riformisti, avevano remato sia contro la guerra che contro l’impresa fiumana, e, con le loro sciagurate scissioni, contribuiranno enormemente a spalancare le porte al fascismo.

Delle responsabilità notevoli del Partito Socialista di allora abbiamo già parlato, ma sarà il caso di tornarci ancora una volta con una ulteriore testimonianza, proprio perché fare questa analisi sulle pagine di un giornale socialista, è un modo per avvalorarne il senso e scongiurare i tristissimi errori di un passato che, a volte, purtroppo tende, anche se in forme diverse e speriamo meno rovinose, a ripetersi. Ce lo ricorda uno scrittore, un narratore anarchico, Ardito del Popolo, antifascista che ebbe successo soprattutto nei primi anni del secondo dopoguerra con la pubblicazione dei suoi numerosi romanzi, ma che purtroppo di recente è passato nel dimenticatoio: Mario Mariani
Ecco cosa scrive nel suo Quaderno Antifascista sulle Origini del Fascismo: “Prima ancora dei congressi di Bologna e di Livorno, che portarono alla scissione, tutta l’opera del Partito Socialista fu paralizzata da questo dualismo e la scissione non sanò la piaga perché venne troppo tardi e indebolì naturalmente le due correnti, tanto nel Parlamento quanto nel Paese. L’inazione di quegli anni va considerata nelle sue cause vere senza riguardi a uomini e a partiti, proprio dal punto di vista del materialismo storico. Nessuno dei dirigenti delle masse socialiste capì il pericolo cui si andava incontro. Ma la preoccupazione maggiore di tutti i dirigenti e di tutti i capi non fu di salvare e di risolvere una situazione storica, fu quella di salvare la loro posizione personale”

E ancora.. “Chi ha insegnato al mondo a fare della politica un impiego, chi ha insegnato a una quantità di vagabondi inetti a vivere alle spalle del proletariato son stati i socialisti di vecchia maniera, i quali, incapaci di esercitare un mestiere qualunque, trovavano comodo saltare sopra una tavola d’osteria, recitare tre frasi sbracatamente rivoluzionarie scelte tra i luoghi comuni del settimanale di provincia e diventare, con la gloriola paesana, gli sfruttatori di quei cinquanta o sessanta operai che erano iscritti a una qualunque lega. […] Ora questa gente quando è venuta la reazione non l’ha saputa valutare. Ha creduto che i fascisti mirassero ad impieghi governativi, picchiassero per vincere una battaglia politica, ma non ha nemmeno lontanamente subodorato che in fondo, i fascisti miravano proprio alle loro greppie”. E’ questa una analisi estremamente impietosa dei mali della nomenklatura socialista di allora, ma anche purtroppo molto veritiera e valida non solo per quel periodo, ma anche per altri tempi più recenti che purtroppo hanno portato al dissolvimento progressivo dell’azione politica del Socialismo Italiano.
Torniamo però al socialista De Ambris, il quale si rivelava credibile a Fiume non solo per il suo marcato orientamento rivoluzionario, ma anche e soprattutto perché era un fervente patriota, interventista, e mai soggetto a condizionamento alcuno in quanto integerrimo, prova ne sarà il fatto che Mussolini cercherà più volte invano di addomesticarlo prima e di portarlo dalla sua parte poi, ma sempre invano, tanto che alla fine De Ambris morirà in esilio, come Turati.
I servizi segreti e le spie regie erano molto attivi a Fiume in quel periodo e già il 14 marzo il Generale Caviglia poteva trasmettere una serie di notizie che lo inducevano a pensare che fosse “attualmente in preparazione a Fiume un intenso movimento inteso a dare nuova forma al governo della città”
Una settimana dopo però comunicava altresì che la cosiddetta “Repubblica Fiumana era abortita”, cosa era successo in realtà?

Non è difficile capirlo. Dato che già in precedenza il tentativo che abbiamo osservato delinearsi tra la fine del 19 e gli inizi del 20 di estendere la Rivoluzione Fiumana all’Italia era sostanzialmente fallito per mancanza di unità e di appoggi nella penisola, soprattutto a causa dell’ostracismo dei gruppi dirigenti socialisti, i servizi segreti regi erano da tempo in allarme e pronti a cogliere e a trasmettere, mediante una serie di spie mascherate tra i sostenitori monarchici di d’Annunzio, ai comandi ogni eventuale mutamento di rotta o intento rivoluzionario che si svolgeva a Fiume. Non fu quindi difficile, una volta conosciuto questo progetto di nuova Costituzione repubblicana, cercare di smontarlo, alimentando il dissenso tra coloro che temevano il contagio repubblicano. Le due fazioni contrapposte erano sostanzialmente l’una contigua ai Carabinieri, di tendenza regia e l’altra contigua agli Arditi di tendenza repubblicana e democratica, come vedremo in seguito, alla fine, si arrivò anche ad uno scontro diretto tra le due fazioni.
Lo stesso De Felice è convinto che, appena si sparsero le voci che De Ambris aveva completato il suo progetto di Costituzione repubblicana, le reazioni soprattutto nel Consiglio nazionale e tra gli ufficiali e i legionari di più spiccata tendenza monarchica, che per altro non erano pochi a Fiume, si fecero sempre più vivaci e intraprendenti, tanto che sia De Ambris che d’Annunzio, per non compromettere l’unità dell’impresa e per non dividere le forze di resistenza alle truppe di Caviglia, decisero di rimandare il varo della nuova Costituzione a tempi da destinarsi. In particolare lo stesso Vate intendeva in qualche modo abbellirla ma anche “ammorbidirla”, come vedremo poi, sostituendo il termine di “Repubblica” con quello di “Reggenza”..più adatto all’endecasillabo, ma anche affinché lui stesso ne fosse il principale garante.

Molti temevano che con la proclamazione della Repubblica del Carnaro la questione della annessione sarebbe passata in secondo ordine oppure trascurata del tutto, in realtà nella mente di D’Annunzio tale prospettiva non venne mai messa in dubbio. Quello era lo scopo dell’impresa e quello sarebbe rimasto fino alla fine e purtroppo anche fino alla morte. Si trattava, per il momento, però soltanto di garantire sufficiente ordine ed autonomia ad una città che, altrimenti, rischiava di finire nel caos o di perdere a vantaggio degli alleati europei i bacini portuali e la ferrovia. Per contrastare queste mire ci voleva uno Stato regolarmente costituito in grado di affrontare giuridicamente questioni riguardanti la proprietà ed i confini.
Il 30 marzo intervennero sia D’Annunzio che De Ambris per calmare gli animi e spiegare i loro intenti, il socialista sindacalista rivoluzionario cercò persino di mostrare come si dovesse autenticamente intendere il senso e il significato della parola “Repubblica”, con le seguenti parole: “E’ strano che a Fiume dove non si ha paura di nulla, si abbia paura di una parola. Ma d’altronde cosa è uno Stato che non ha un principe? […] Uno Stato che non ha un monarca alla testa è una Repubblica; e poiché io non credo che vi sia nessun pretendente a Fiume, permettetemi di non condividere le fobie di coloro che recalcitrano davanti alla parola latina che significa soltanto “cosa pubblica” ”

Con i suoi consueti toni accesi ed appassionati, intervenne anche il Comandante il quale accoratamente si rivolse alla folla accorsa al teatro Fenice chiedendo un rinnovato pegno di fede per la sua causa che raccolse una roboante ovazione di sì, poi aggiunse: “Ho sempre avuto l’amore delle mete difficili, l’amore del duro destino. E da che son vivo ho sempre professato l’ardimento subitaneo e la volontà di vittoria. Lo sapete. Ne avete la prova. Ma altre ve ne darò. Ancora possente e bella è la passione d’Italia, dell’Italia di Fiume, non dell’altra Italia – sommersa da una orribile cloaca – (la parola cloaca era allora molto in voga per screditare i governi corrotti dell’epoca, non osiamo pensare quale termine avrebbero potuto inventare oggi n.d.r.)
La bandiera d’Italia è quella di Fiume e tutti i popoli oppressi guardano a questo segno issato al culmine della passione eroica. Tutte le insurrezioni, dall’Italia all’Egitto si accendono alle faville che da Fiume – svolano lontano -”

Si delineava così già quell’intento che sarà perseguito nei mesi successivi di creare una “lega dei popoli oppressi”, una sorta di movimento no-global ante litteram che fosse valido antagonista di una Società delle Nazioni intesa soprattutto come strumento di imperialismo e di sopraffazione dei popoli ricchi nei confronti di quelli poveri e colonizzati.
Alla fine del discorso del Vate, si levarono per gran parte del teatro voci di acclamazione, di consenso ma anche alcune ben orchestrate che reclamavano, quasi in forma provocatoria, che si suonasse la marcia reale. Sebbene il Comandante avesse proibito gli inni militari, per non esacerbare gli animi e per spegnere ogni tumulto sul nascere, concesse l’inno richiesto. Ciò però non bastò e, all’uscita dal teatro, ci furono vari tumulti specialmente tra Arditi e Carabinieri, i quali più volte furono sorpresi a distribuire volantini che inneggiavano al Re e alla monarchia, sicuramente giunti dall’esterno con la collaborazione di vari fiancheggiatori monarchici presenti a Fiume.

Una intervista rilasciata allora dal Comandante a Brajer, corrispondente della Neue Freie Presse, ci lascia intendere che già in quel frangente d’Annunzio volesse alzare il tiro. Non sappiamo quanto fosse veramente convinto di questo progetto internazionalista, se poi esso fallì perché mancò l’apporto del suo principale referente rivoluzionario sovietico che, a parte Lenin, non prese mai davvero sul serio l’azione rivoluzionaria fiumana, sebbene il Comandante avesse riconosciuto immediatamente l’URSS, oppure se non fu portato a termine perché troppo vasto per i mezzi di trasporto e di comunicazione di allora, o persino se fosse tutto stato inventato come una sorta di strategia diversiva nei confronti di mete più abbordabili, come quelle dalmate e balcaniche.
In ogni caso, esso ebbe una notevole eco come forma di protesta verso le potenze coloniali ma seguiamo per carpirlo bene le parole dello stesso d’Annunzio… “Ma io vorrei che questa Lega non si limitasse ad accogliere i popoli che non hanno ancora una Patria, sibbene tutelasse i diritti e le aspirazioni di tutti quelli che hanno visto brani delle loro terre in preda a stranieri favoriti dai politicanti della Conferenza di Parigi. Noi pertanto accoglieremo col più grande favore i rappresentanti dell’Austria tedesca che soffre di una così grande miseria, e che l’Intesa si ostina a mantenere divisa dalla Germania, contro la storia, la geografia e l’economia”. Se davvero questi intenti fossero stati realizzati in quel periodo, sicuramente in seguito colui che lo stesso Vate definì “l’Attila imbianchino” e cioè Hitler, sarebbe rimasto disoccupato.

Poi abilmente il Comandante chiarì il vero intento della sua Costituzione che era quello di garantire a Fiume e al circondario, corpus separatum, uno Stato di diritto e non più soltanto uno Stato di fatto, affinché Fiume potesse in piena autonomia giurisdizionale assicurare il funzionamento del suo porto, della ferrovia e contrastare validamente le mire internazionali le quali, per tramite della Società delle Nazioni, cercavano di speculare sulla posizione e sulle risorse economiche e finanziarie della città. D’Annunzio cercò anche di rassicurare gli animi nel merito della improcrastinabile annessione all’Italia di Fiume che restava l’obiettivo primario dell’impresa, così disse: “Noi cercheremo di ottenere la massima elasticità in questa Costituzione, in modo da armonizzare la pacifica convivenza del comune marittimo italiano col comune croato rurale. Anche se dopo brevissimo tempo (come noi fervidamente auguriamo) l’annessione ci impedisse di attuare la Costituzione in tutte le forme, questa potrebbe sempre rimanere come un esempio a tutto il mondo dell’aspirazione di un popolo e di un gruppo di spiriti”.

Era dunque davvero tramontata l’idea di rivoluzionare con Fiume anche l’Italia? Non sappiamo se il Comandante a quel punto lo credesse davvero, sicuramente egli era ormai consapevole che doveva contare solo sulle sue forze e forse anche su quelle di quei fascisti che allora si presentavano in Italia ancora come rivoluzionari, secondo il programma dei Fasci di Combattimento. Di certo il Vate allora era del tutto ignaro del voltafaccia che avrebbe portato, alla fine del 1920, Mussolini ad essere una quinta colonna di Giolitti il quale avrebbe messo una lapide sanguinosa su tutta l’impresa.
Allora la primavera era appena iniziata e i legionari con il loro Comandante spesso marciavano sui monti circostanti recando armi abbellite da germogli e ghirlande raccolti lungo il cammino, quasi fosse quella una armata di “figli dei fiori”, una sorta di corteo dionisiaco che si apprestava a celebrare la festa della rivoluzione. Come vedremo, la festa, con annesso il ballo di S. Vito, arriverà davvero e per conoscerne i variegati aspetti bisogna leggere il bel libro di Claudia Salaris “Alla festa della Rivoluzione” che menziona le testimonianze più significative di quella stagione definita da Leon Kochitzky delle “stelle danzanti”.

Il clima appariva così sempre più dolce in quella speranzosa primavera, ma non lo era il fatto che gli approvvigionamenti erano sempre più scarsi e..proprio il 31 marzo tutto ciò che vi era di veramente dolce al palato, era destinato a sparire repentinamente dalla città.
Fu quello infatti il giorno in cui, con un decreto apposito, venne proibita nel territorio di Fiume la confezione e la vendita di paste, torte, cioccolatini, caramelle, biscotti, panettoni, insomma di qualsiasi prodotto di pasticceria. La sorte dei beati fastaioli crapuloni era segnata e anche lo stesso Comandante fu costretto a rinunciare a quelle che erano le delizie più prelibate del suo soggiorno cittadino. Anche la sorte dei lavoratori si presentava sempre più amara, misera e difficile, tanto che ben presto le loro associazioni a Fiume si fecero sentire, protestando con alcune precise richieste che furono presentate i primi di aprile.

© Carlo Felici

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