martedì, 7 Luglio, 2020

Un nuovo Statuto universale, per le fragilità che non c’erano

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Cinquant’anni fa gli operai e gli impiegati delle fabbriche, organizzati nel sindacato e ascoltati da una politica riformatrice, conquistarono una serie di diritti e tutele essenziali, vincendo una vera e propria battaglia culturale sulla concezione del lavoro e del lavoratore. Grazie a quelle lotte, combattute nei luoghi di lavoro, nelle piazze e nelle istituzioni, noi ereditiamo uno Statuto che rappresenta lo scrigno delle aspirazioni e degli ideali della classe lavoratrice che aveva ricostruito l’Italia, e se vogliamo rendere davvero loro onore, non possiamo esimerci dalla sfida per i diritti del lavoro del XXI secolo. Mentre ricordiamo gli scioperi, gli slogan e i protagonisti di allora, il pensiero corre alle fragilità di oggi, che cinquant’anni fa non esistevano e che lo Statuto non riesce a raggiungere.

Partite iva, professionisti, collaboratori, tirocinanti, riders, lavoratori precari di ogni settore e di qualsiasi categoria contrattuale. Il mondo del lavoro, incalzato dalle trasformazioni economiche e tecnologiche, a partire dagli anni ‘90 si è frantumato, spezzettato, sparso in mille rivoli che la contrattazione non è più riuscita a unire e rappresentare, e su cui la politica non ha riflettuto a sufficienza mentre cambiava le norme, pensando che bastasse a creare posti di lavoro. La classe è tornata individui, e gli individui per definizione sono uno, cioè soli. Lasciati soli dallo Stato, con poche tutele giuridiche ed economiche, incompresi da chi, a volte facendo lo stesso lavoro, si chiama però in maniera diversa: dipendente, operaio, impiegato. E piano piano, anche le figure con i contratti tradizionali hanno iniziato a scontare la frammentazione e l’indebolimento dei diritti. False cooperative, contratti pirata, appalti al massimo ribasso in cui la prima tutela a mancare è la sicurezza, e la seconda è il giusto salario.

Disuguaglianze che si allargano, le ritroviamo in quest’inedita crisi in cui gli ammortizzatori sociali diventano come sussidi di guerra, e come in ogni guerra finisce spesso per arrivare meno proprio a chi più ha bisogno. Penso a tanti professionisti che non saranno ristorati al pari degli imprenditori, pur avendo avuto le stesse perdite, alle madri che si ritrovano a lavorare il doppio proprio a causa dello smart working e che con le percentuali dei congedi non arrivano a fine mese, ai lavoratori in staff leasing per i quali il divieto di licenziamento non vale, e a casa ci vengono mandati lo stesso, a chi ancora non ha visto la cassa in deroga per colpa della burocrazia della regione in cui lavora, che non è certo colpa sua. Tante, troppe disuguaglianze, che dopo la tempesta COVID vengono a galla come fiori marci di una stagione ventennale all’inseguimento della flessibilità, sempre dei diritti e mai dello welfare rimasto rigido come granito.

Eppure qualche passo avanti lo abbiamo compiuto negli ultimi anni, il centrosinistra ha definito le prime nuove tutele per i collaboratori e le partite iva, e sono cresciuti i diritti delle donne sul posto di lavoro, a partire dall’abolizione delle dimissioni in bianco. Abbiamo tagliato il cuneo fiscale per i lavoratori. E le proposte che insieme rappresenterebbero davvero un nuovo Statuto, oggi non mancano. Tante sono depositate in Parlamento, altre sarebbero da scrivere a più mani per una stagione di nuovi diritti e nuovo welfare. Rappresentatività delle organizzazioni sindacali, tutela erga omnes dei contratti collettivi, equo compenso per gli autonomi, parità salariale, formazione continua, diritto alla disconnessione, sussidio di disoccupazione universale. Universali dovrebbero essere tutte queste tutele, perché se c’è una cosa che abbiamo imparato di questi anni, è che ogni volta che dividiamo i diritti tutti perdiamo qualcosa. È tempo di metterli nero su bianco questi diritti, di costruirli perché appartengano a ciascun lavoratore indipendentemente dal suo posto di lavoro. Ma non ci riusciremo finchè come cinquant’anni fa, non ci sarà una spinta dal basso che porti in alto questi bisogni, trasformandoli in priorità per tutta la società. Organizzare questa spinta e darle significato, è il compito di tutti coloro che vogliono scrivere un nuovo Statuto dei lavoratori.


Chiara Gribaudo

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