sabato, 19 Ottobre, 2019

Un omaggio credibile a Jan Palach

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Cinquant’anni fa, il 19 gennaio 1969, Jan Palach si dava fuoco nella Piazza San Venceslao di Praga per protestare contro l’invasione sovietica che aveva spento quella che era stata definita la “Primavera di Praga”, una speranza di socialismo umanitario promossa dal leader cecoslovacco Alexander Dubcek per fuoriuscire dal cupo mondo comunista. Va rimarcato che quello che possiamo definire il “Sessantotto dell’Est” – la ribellione contro l’oppressione sovietica – è uno dei lasciti migliori di tutta quell’ondata libertaria continentale che denominiamo “Sessantotto”. Accanto all’ampio allargamento, soprattutto in Occidente, dei diritti femminili e sessuali in genere, alla rimozione o limitazione dell’autoritarismo nelle aziende, nella scuola e nella famiglia, fu appunto l’insurrezione dell’Est a predire l’emancipazione dal giogo sovietico vent’anni dopo, passando tuttavia attraverso tragici avvenimenti come quelli del suicidio di Jan Palach e ancora un lungo periodo di sottomissione.

Ma non solo ai responsabili e i sostenitori di tale sottomissione dovrebbero essere additate le loro responsabilità. C’è stato qualche rilevante problema anche ad Ovest. Per la ricorrenza, Pierluigi Battista sul “Corriere della Sera” del 14 gennaio 2019 ci ricorda che in Occidente “la meglio gioventù” sessantottina “non versò una lacrima per Jan Palach, se si eccettua una canzone meravigliosa di Francesco Guccini”. Purtroppo chi inveiva contro la repressione, la manipolazione e l’alienazione della società occidentale, consumistica e paternalistica – per usare i termini di Herbert Marcuse – non riuscì a vedere “un’oppressione enormemente più feroce di quella patita nel libero Occidente”. Il Sessantotto “occidentale”, pensato come libertario, manifestò in realtà pulsioni diverse, alcune delle quali – intrise di ideologismi marxleninisti e perfino stalinisti – cozzavano con il messaggio di liberazione tanto invocato: l’esaltazione del libretto rosso di Mao e della rivoluzione culturale cinese – che fu una macelleria politica infamante – faceva passare per liberatori i carnefici comunisti, tanto che la stessa Primavera di Praga fu guardata con indifferenza se non con disprezzo. Al massimo, appunto, si sosteneva che l’alternativa al comunismo moscovita “fosse il radicalismo forsennato di Mao, o l’esotismo rivoluzionario di Fidel Castro, giammai Alexander Dubcek”, conclude Battista.

Si farà mai un esame di coscienza, senza rifugiarsi nel “benaltrismo”? Cioè in quella tecnica che – per giustificare le proprie posizioni ideologiche e di potere passate e anche attuali – rifugge dalla critica del proprio egocentrismo, proclamando che “ben altri sono i problemi” o ancor più sfacciatamente che “i problemi sono degli altri”? Certamente nel “benaltrismo” possono cadere in tanti, compresi molti di noi. Ma chi professa idee e pratiche miti, può essere moralmente avvantaggiato rispetto ai predicatori violenti e rimediare più credibilmente alle proprie cadute. “Si ripongano le spade” è il motto di chi confida in una società aperta e libera. Ed è anche un riconoscimento per il sacrificio di Jan Palach e di tanti altri profeti disarmati come lui.

Nicola Zoller

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