domenica, 21 Aprile, 2019

Un Paese in decomposizione

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Viviamo in un’epoca di crisi, in un paese in profonda depressione, e il sistema politico sta attraversando la sua fase terminale, di decomposizione. Non posso che presentare un quadro a tinte fosche. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, diceva un vecchio proverbio e temo davvero che gli italiani dovrebbero piangere se stessi, autocommiserarsi, per tutta una serie di errori madornali, frutto dei vizi profondi che contrassegnano il nostro paese, i suoi particolarismi, gli interessi di piccolo cabotaggio che non fanno emergere mai un sentiero ispirato a un’idea di bene comune, di progresso, di passi avanti.

Il governo a trazione Cinque Stelle e Lega è stato la conseguenza di anni di scelte sbagliate, di partiti guidati da mediocri, di un personalismo spinto, di una società liquida che non aiuta a (ri-)comporre riferimenti e colonne portanti di società. Il consenso (seppur calante) dell’esecutivo si regge sul sovranismo che si esercita soprattutto contro l’immigrazione, con posizioni rigide che talvolta sconfinano nella più aperta (ma la cosa tragica è che è anche accettata dal popolo) disumanità, e sulla distribuzione di mance ai nullafacenti. Un po’ poco per un paese che vuole avere un ruolo nel mondo. Un ruolo che oggi è ridotto a comparsa, se non addirittura a farsa, basti vedere le dichiarazioni di un pessimo ministro come Toninelli sulla Tav, dove Lega e grillini si rimbalzano la palla tra il “si fa”, il “non si fa”, “le grandi opere sono utili”, “le grandi opere sono sprechi”.

In mezzo a questo scempio, c’è un popolo assopito, in letargo. Salvo pochissime eccezioni, che mobilitano qualche piazza, o qualche amministratore locale che decide di “resistere”. Può bastare per risollevare un paese in decomposizione?

Fiducia ne ho poca, pochissima! Quando entro in un’aula universitaria in quella che fu la facoltà di scienze politiche a Padova e chiedo a 200 giovani quanti facciano politica o siano impegnati in un consiglio comunale, in un movimento, in un’associazione e non vedo una mano alzata, mi faccio tante domande. Ci deve essere qualcosa che non va. Ma erano gli stessi dubbi che mi attanagliavano quando il dibattito sulla legge elettorale veniva derubricato a “questione tecnica che non interessa il popolo, lontana dalla gente” dimenticando che la legge elettorale è la base di tutto, detta le regole del gioco e non si può giocare in politica senza conoscere bene le regole e quello che le regole possono produrre. Le elezioni del 2018 sono state una catastrofe. Ma non solo per i partiti usciti ridimensionati dal voto. Io le considero una catastrofe per il paese, un paese accartocciato su se stesso e che non è in grado di rialzarsi, di trovare stimoli per ritagliarsi uno spazio nuovo. Un paese che ha perduto i canali di intermediazione tradizionali tra società e centri decisionali.

Eppure qualcosa è emerso in modo chiaro e certezze nuove ci sono. In primis, le previsioni elettorali, che con chiarezza ritenevano non si sarebbe prodotto un vincitore chiaro, anche se ignoravano le proporzioni dell’incertezza. Non molti avevano preventivato che il centrodestra, che molti prevedevano vincente, avrebbe visto una Lega sopravanzare, e non di poco, Forza Italia. Pochi ritenevano che il Pd sarebbe sceso, dilaniato dagli scontri interni e logorato dall’essere stato per cinque anni colonna portante dei governi, sotto il 20%. Pochi prevedevano l’inconsistenza totale della sinistra. Molti, invece, avevano visto larghe prospettive per i grillini. E qui viene il primo problema, il proporzionalismo che non ha prodotto una maggioranza certa di governo, obbligando, tra l’altro, il presidente della repubblica Mattarella a una difficile gestione di una crisi anomala, con il capo dello stato a giocare una partita quanto meno irrituale.

Torna quindi la priorità di una governabilità frutto di una scelta politica chiara. E qui l’unico correttivo può essere un sistema elettorale maggioritario con un doppio turno. C’è poi il problema di leadership: vedere ad esempio come sta andando il congresso del Pd mi lascia pochissima fiducia sul fatto che si possa riorganizzare a sinistra, intorno a questo partito che aveva una vocazione maggioritaria (oggi dov’è) una forza in grado di governare. C’è ancora la necessità di una scossa da dare al popolo. Ma cosa serve? Un sogno, una speranza, una strada. Ma talmente forti da sembrare uno strattone di un defibrillatore carico a un paziente in rianimazione.

Leonardo Raito

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