venerdì, 7 Agosto, 2020

Un ricordo non convenzionale del socialista e irredentista Cesare Battisti

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Cesare Battisti – di cui il 12 luglio ricorre l’anniversario della morte – ebbe una sorte diversa del professore moravo Tomáš Masaryk: entrambi membri del Parlamento di Vienna, entrambi sostenitori dei diritti nazionali dei propri popoli, il primo morì sul patibolo austroungarico il 12 luglio 1916, il secondo venne eletto presidente della neonata repubblica cecoslovacca il 14 novembre 1918, dopo la fine della prima guerra mondiale. La storica Maria Garbari ha spiegato così la loro posizione di irredenti: “Tutte le nazionalità costituenti l’Impero austroungarico – oltre ad austriaci e ungheresi, c’erano cechi, slovacchi, polacchi, ucraini, sloveni, croati e serbi, rumeni, italiani e ladini – stavano perdendo la speranza di poter tutelare la loro identità in uno Stato realmente federale. La guerra mondiale, anziché creare la solidarietà fra quei popoli, contribuì allo sfascio dei possedimenti asburgici”. Garbari, pensando proprio ai due leader citati e alle accuse che vennero loro mosse da un impenitente austriacantismo, si domandava: “La lotta in difesa della propria nazionalità, combattuta magari con l’espatrio, la diserzione, il passaggio al campo opposto fu un tradimento? Ma allora l’intera Europa pullulava di traditori cechi, slovacchi, croati, polacchi, romeni, italiani…”.

Le vicende storiche hanno valorizzato le figure di Masaryk e di Battisti, pur con gli esiti diversi delle loro vite. Masaryk che allo scoppio della guerra aveva 64 anni, riparò esule in Italia, poi in Russia e negli Usa. Fondò la legione cecoslovacca, che contò decine di migliaia di combattenti contro l’Austria-Ungheria, schierati anche sul nostro Trentino, per poi diventare presidente della neonata repubblica. Cesare Battisti, socialista e irredentista, prima di farsi “banditore dell’ultima guerra risorgimentale dell’Italia”, si era battuto per ottenere l’autonomia amministrativa del Trentino all’interno dell’impero. Ma invano. Da qui scaturì la sua adesione alla guerra contro l’Austria-Ungheria, che motivò con le ragioni di tanti altri democratici italiani. Come per Bissolati e Salvemini – e a differenza di quanti vagheggiavano una guerra di conquista – il fine era quello di smembrare l’impero asburgico, liberando le nazionalità oppresse. È qui necessario richiamare che la ‘memoria’ battistiana lungo il Ventennio fascista fu usurpata dal regime, che volle fare di Battisti un ‘proprio’ eroe; l’opera e gli scritti battistiani vanno in differente direzione, ma quando la complessità delle situazioni può aver portato le varie posizioni irredentiste a convergere, c’è sempre stato di mezzo un discrimine: quello dell’odio verso il popolo avversario, che – come annota lo storico Massimo Tiezzi – nelle posizioni nazionaliste diventa «un inno alla violenza, alla crociata distruttrice contro il nemico» mentre in Battisti come in tutti gli interventisti democratici non ci fu istinto vendicatore: «egli odiò l’Impero, non il proletariato dell’Austria» rammentò il leader socialista Filippo Turati. Molti decenni dopo anche il leader sudtirolese Silvius Magnago chiarì l’argomento per tutti: “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come gli austriaci lo condannarono a morte”.

Resta un punto cruciale per gli eredi democratici del socialismo del primo Novecento, che ebbero in Battisti un loro riferimento, come lo ebbero in Giacomo Matteotti, il capofila pacifista che vide nella guerra una scelta disumana e che venne assassinato dai fascisti nel 1924. La loro diversa posizione pone ancora quesiti irrisolti che possono essere solo conciliati da ricerche come quelle dello storico trentino Mirko Saltori, secondo il quale c’era una base comune per le due personalità: «Il socialismo – scrive – non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute». Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisionare i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo, di cui molti rimpiangeranno la mancanza: infatti non fu loro possibile, perché le vite di queste due personalità furono entrambe stroncate violentemente.

Nicola Zoller

-segretario regionale PSI del Trentino-Alto Adige

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