martedì, 22 Settembre, 2020

 Una classe dirigente che non è mai al posto giusto 

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Ho una gran fiducia degli italiani, un popolo che vive ancora di rendita di ciò che rimane dell’impero romano. Uomini stanchi e annoiati da tutti questi vecchi sassi che li circondano da quando sono nati; nel mondo forse non tutti sanno dov’è l’Italia, ma tutti conoscono Roma. Questo stato di cose ha stimolato solo in minima parte la loro creatività, e dire che il Made in Italy, a parte i ciottoli delle vie imperiali, è tra le cose più ambite: grazie soprattutto a quella gran parte di italiani che non sono espatriati. Gli altri, per trovare entusiasmo e creatività, hanno sentito il bisogno di andare all’estero.
La scelta di espatriare da parte dei giovani che, oggi più che mai, hanno uno spirito apolide è comprensibile; meno riesco a comprendere i non più giovani che se ne vanno perché la bellezza del Paese non sarebbe corrispondente a quella della classe dirigente che essi stessi da sempre scelgono per essere governati. E non mi si venga a dire che il fascismo ha preso il potere con i carri armati. Non mi si venga a dire che i politici del dopoguerra si sono appropriati del Parlamento con la forza. Sono semplicemente stati eletti dai cittadini italiani.

Insomma, pare quasi che quell’uomo brillante e creativo che da sempre incarna lo stereotipo dell’italiano appena varca la soglia del Palazzo, qualsiasi esso sia, subisca una metamorfosi, si rimbecillisce. Altrimenti non si spiegherebbe, per esempio, perché nelle aziende municipalizzate, che dovevano essere una risorsa delle collettività locali, un medico in pensione, per esempio, debba essere messo a capo di un’azienda pubblico-privata che vende energia elettrica, così come un’ingegnere edile, in pensione anche lui, per contro, deve essere messo a capo di un’azienda ospedaliera. E ciò è successo per un tempo infinito, praticamente quasi fino a ieri.

Questo vizio, seppur con modalità differenti, è rimasto anche oggi. Pensiamo ad esempio alle decisioni che vengono prese nei ministeri da persone che dopo la scuola sono andate a lavorare nel “pubblico” e per decine di anni hanno vissuto una routine fatta di casa, timbro del cartellino, pausa-caffè, pausa-spesa, lavoro, pausa-pranzo, sigaretta fumata rigorosamente all’aperto e possibilmente il più lontano possibile dal luogo di lavoro; qualcuno particolarmente scrupoloso da Roma centro andava a fumare sul litorale di Ostia. Poi, finalmente, a fine giornata, si timbra il cartellino di uscita e di nuovo a casa, davanti al televisore per aggiornarsi sulle notizie sportive.

Ecco, sono ancora loro le persone che segnano il tempo della nostra vita, scrivono per i “dirigenti“ come si gestisce un’azienda e quali regole debbano seguire, oppure, come succede da ultimo in conseguenza del coronavirus, suggeriscono e pure scrivono per quella politica che governa davvero. Scrivono chi ha diritto e anche le regole dei “bonus”, che drammaticamente depauperano le finanze pubbliche senza essere di nessuna utilità; anzi, come nel caso del bonus vacanze hanno non solo danneggiato il turismo che avrebbe dovuto, almeno nelle intenzioni, essere aiutato, ma arrecato danno agli albergatori con una serie di incombenze inutili. Sempre, però, con la buona intenzione di scoprire il malfattore. Ma poi chi è sto malfattore? Aspettiamo ancora una risposta precisa e circostanziata da parte della nostra classe dirigente che non è mai al suo posto, in tutti i sensi.
Angelo Santoro
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