venerdì, 6 Dicembre, 2019

Una crisi che parte da lontano. Il lavoro per la democrazia

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«Se non si parte da lontano, non si capisce la crisi che stiamo vivendo»: così il direttore del giornale di Trento “l’Adige” – Alberto Faustini – consigliava nel suo editoriale del 1° settembre 2019 riferendosi alle cose della vita, ma anche e soprattutto al governo per il quale si sta cercando un’esistenza più stabilizzata, se possibile. Ora, se affermo che l’origine del disordine attuale risale ai “lontani” anni 1992-1994 apparirò un nostalgico partigiano della prima Repubblica democratica, eppure c’è stato un imparziale studioso accademico, Angelo Panebianco, che sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 l’aveva scritto chiaro e semplice: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva Mani pulite ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini e non risalirà più. È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Il ragionamento era questo: sì, i partiti italiani come tutte le forze politiche dell’Occidente democratico hanno bisogno di grandi risorse per le campagne elettorali sempre più costose e molte di esse ricorrono a finanziamenti irregolari e illegali; è un problema critico ma fisiologico che si poteva curare per vie istituzionali, come successe in Germania con Kohl, in Francia con Mitterand: in Italia si preferì un’aggressiva via giudiziaria con l’annientamento dei partiti storici del centro-sinistra ma anche con lo screditamento di tutti i “politicanti” ad opera di rinascenti movimenti piazzaioli-populisti.

È a questa temperie, a quella che Mattia Feltri su “La Stampa” del recente 2 agosto 2019 definisce la rincorsa di coloro che «durante Mani pulite contribuirono a demolire le garanzie costituzionali e lo Stato di diritto nella speranza di ricavarne un vitalizio politico» che proverei a rifarmi: per spiegare che la crisi della politica democratica trova una delle ragioni nel vuoto creatosi nel centro e nella sinistra riformista, privati forzatamente di personalità e tradizioni di grande livello. I numeri di questa politica “desaparecida” ce li fornisce una personalità insospettabile.

Luciano Violante, prima magistrato e poi deputato della sinistra, ha scritto parole di inaudita verità. In un documentato saggio pubblicato sulla rivista “Mondoperaio” di giugno 2019 intitolato “Csm – Arcana iuris”, egli definisce Mani pulite un’epoca che «esaltava i magistrati e dileggiava gli imputati, tutti dati per colpevoli»; e invece – enumera Violante – «i processi per corruzione videro procedimenti a carico di circa 12.000 persone e l’emissione di 25.400 avvisi di garanzia; 4.525 persone arrestate, 1.233 persone condannate». Se si pensa al clima accusatorio d’allora – che come sanno gli esperti tende a influenzare le sentenze – e che bastava un avviso di garanzia per far dimettere un ministro o infangare un indagato, la differenza fra gli “avvisati” e gli effettivamente “condannati” è notevole: il 10 per cento degli indagati per corruzione vennero condannati, 1.233 su 12.000. C’è poi il dilemma di aver perseguito una solo parte delle formazioni politiche, insistendo sui partiti del centro-sinistra storico, meno su altri.

Che fine avranno fatto gli oltre 24.000 italiani “avvisati” dalle Procure e poi prosciolti e non condannati? Quale è stato il destino umano e sociale di queste migliaia di persone trascinate coi loro partiti impropriamente nel fango della pubblica riprovazione allora furiosa? Al di là dei singoli casi, si può dire che il vuoto creato dall’affossamento di tante esperienze e organizzazioni è stato ed è un danno rilevante per la nostra democrazia, che contribuisce a spiegare la carenza di qualità nella successiva vita politica.

C’è ancora da meditare un passo delle calibrate parole del dott. Violante che, descrivendo gli eccessi del passato, contengono un invito a non ripeterli: il riferimento è al circuito mediatico-giudiziario, ai magistrati in particolare. Tra i giornalisti più leali con la deontologia professionale è già sorto da qualche tempo la perplessità di aver collaborato attivamente in modo “decisivo alla riuscita delle inchieste” (il termine è usato da Piero Sansonetti, allora redattore de “L’Unità” e testimone critico di quelle operazioni di polizia giudiziaria), costruendo il clima favorevole alle azioni contro gli inquisiti. Infatti è grazie a ciò – puntualizza Violante – che venne creato, attraverso “un’ossessiva campagna dei mezzi di comunicazione che sosteneva le indagini, un consenso popolare vendicativo ed entusiasta che trasformava i magistrati da potere dello Stato in rappresentanti della società: nella magistratura cominciò a manifestarsi un sentimento di privatizzazione della funzione, una concezione proprietaria dei poteri, una amnesia delle responsabilità morali e sociali connesse a quel ruolo”. “Privatizzazione”, “concezione proprietaria”, “amnesia morale e sociale”: termini tanto forti da seppellire sotto un discredito duraturo l’operazione inquisitoria che a detta di un noto magistrato della procura milanese – poi assurto addirittura a presidente dell’Associazione nazionale magistrati – doveva “rivoltare l’Italia come un calzino”.

Se a distanza di 25 anni dai fatti vengono fatte queste considerazioni, ci sarà tanto lavoro per gli storici nel ricostruire quei passaggi che hanno poi trascinato la Repubblica nella decadenza fino alle giornate odierne. Una decadenza anche economica: il docente di macroeconomia Fadi Hassan ha calcolato che il Pil pro capite italiano è tornato percentualmente allo «stesso livello che avevamo nel 1961»: siamo tornati indietro di oltre mezzo secolo. C’è tanto lavoro da fare per un nuovo governo democratico, che dalle puntualizzazioni qui rammentate può ricavare qualche dettaglio per evitare errori pregressi e costruire un futuro migliore per tutti.

Nicola Zoller

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