giovedì, 2 Aprile, 2020

Una crociata senza crociati

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Qualche settimana fa, il presidente Obama ha annunciato “urbi et orbi” la nascita di una coalizione mondiale contro l’Isis. Nome d’arte, “determinazione assoluta”.
Oggi, il settimanale patinato del Califfato già parla di “crociata fallita”. Peccando per eccesso, ma, più probabilmente, per difetto. In parole povere “determinazione assoluta” non è fallita; ma perché non è ancora iniziata. Per mancanza di determinazione, e, contestualmente, per mancanza di adesioni. A partire dallo stesso Occidente.

Italia: siamo fermi all’armamento dei curdi: merci disponibile in magazzino sulla cui consegna non si hanno più notizie. Germania: anche qui “armi per i curdi”. Il ministro della difesa, la determinata (e anche telegenica) Ursula von der Weiden si era precipitata per presenziare alla loro consegna “in loco”, ma l’aereo che le trasportava è stato bloccato da imprecisate avarie mandando a monte la cerimonia. Gran Bretagna: per ora qualche dozzina di consiglieri militari; proprio in questo periodo le residue forze inglesi stanno lasciando l’Afghanistan per non più ritornarvi dopo una spesa di 65 miliardi di dollari, quasi 500 morti e un numero di gran lunga maggiore di feriti e di invalidi. Di ricominciare altrove non c’è la minima voglia. Così come, in linea generale, non c’è la minima intenzione di dar corso all’impegno, pur solennemente assunto di recente in sede Nato, di portare le la spesa per la difesa al 2% del Pil; la stessa Germania l’ha, per inciso, ulteriormente ridotta all’1.3%.

Rimangono gli americani e i loro bombardamenti. Il cui effetto sul terreno è però modesto; se non complessivamente negativo. Modesto a Kabane; dove servirà, “rebus sic stantibus”a bloccare l’avanzata del nemico. Complessivamente negativo in Siria, dove le bombe colpiscono in modo indiscriminato jihadisti e oppositori di Assad, così da spingere i secondi nelle braccia dei primi.
In quanto alle adesioni “in loco”c’è poco da stare allegri. A combattere contro l’Isis, curdi a parte, non ci sono eserciti; ma solo milizie. Mancano i turchi, che vedono di fronte a sé molti nemici (Assad? L’Isis? I curdi?) e non hanno ancora deciso quale sia il principale; anche perché nessuno li sta aiutando a decidere. Mancano gli iraniani, per tanti motivi, il principale tra i quali è il diritto di veto di Israele sulla politica americana in Medio oriente. Ma mancano anche gli stati sunniti, troppo occupati a reprimere, anche con i mezzi più brutali, il fondamentalismo in casa propria per andarlo a combattere altrove. E mancano, sorprendentemente, ma non troppo, anche gli iracheni. Se il Califfato è, come ci si dice (ma tutte le informazioni sono, non a caso, contraddittorie e inaffidabili), alle porte di Baghdad , è perché non deve misurarsi con l’esercito iracheno – travolto dalle lacerazioni settarie – ma con le milizie sciite: quelle stesse impegnate nei massacri reciproci in corso nel resto del paese.

Attenzione: il ricorso alle milizie è diventato un fenomeno generalizzato: dalla Siria, dove Assad fa sempre più ricorso non all’esercito regolare ma a vari gruppi di “autodifesa locale” sino alla Libia, dove il quadro complessivo è privo di qualsiasi punto di riferimento e di qualsiasi razionalità. Nell’insieme, siamo in un contesto dove i conflitti sono oramai fuori controllo. E, allora, prima di decidere, occorre cercare di capire. E qui Obama farebbe bene a tenere presente il “caveat” da lui posto, qualche tempo fa, di fronte a nuove avventure militari: “evitare quelle operazioni che comportino il sorgere di nuovi nemici più numerosi di quelli che siamo in grado di eliminare”.
Un’avvertenza che si addice perfettamente alla condizione presente. Dove intervenire militarmente senza una strategia politica equivale a dare un calcio in un termitaio i cui inquilini siano in grado di far danno. In questa stessa situazione, prima di allineare, accanto ai curdi, nuovi alleati altrettanto determinati (gli sciiti iracheni?) converrebbe fermarsi un attimo; preoccupandosi soprattutto di non crearsi nuovi nemici.

Una prospettiva in cui la recente proposta di Cicchitto e Casini (nelle loro vesti di presidenti delle Commissioni esteri) – quella di fare appello all’Onu – appare molto sensata. Un appello, beninteso, che non ha come obbiettivo la creazione, qui e oggi ,dell’ennesima “forza di pace”; ma piuttosto quello di utilizzare il parlamento del mondo come cornice formale per una discussione a tutto campo, sulle possibili caratteristiche di un Medio oriente ragionevolmente pacificato. E sulle responsabilità che ne derivano.
Ora, una discussione del genere senza la presenza della Russia e dell’Iran non avrebbe proprio senso. Ma questa presenza, oggi e per il prossimo futuro, è resa impossibile per il veto pregiudiziale del Congresso Usa. E, allora, molto probabilmente assisteremo nei prossimi mesi ad un nostro crescente coinvolgimento nel vortice conflittuale mediorientale. Forse, l’obbiettivo che si prefiggeva lo stesso Isis, con l’esecuzione coram populo degli ostaggi occidentali.

Alberto Benzoni

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