domenica, 5 Luglio, 2020

Una festa del lavoro di rilancio del sindacato e di ricostruzione del paese

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Il I maggio è una giornata importante, intrisa di valori, ricca di storia e di simboli che negli anni hanno riaffermato il valore del lavoro ed i suoi significati per le persone e per la società.
Nella storia del movimento dei lavoratori, il Primo maggio riporta alla memoria, ad un tempo, immagini di lotte sociali e democratiche sostenute per rivendicare quanto il fondatore del primo partito operaio in Italia, il socialista Andrea Costa, rivendicò all’alba del Novecento “A tutti i figli degli uomini lavoro, libertà, giustizia, pace” e quelle drammatiche di dolore, “i maggi italiani di sangue” per le repressioni anti-operaie, come li definì Claudio Treves sulle colonne della “Critica sociale”, la rivista storica del riformismo socialista italiano, che tornarono drammaticamente a riproporsi nel dopoguerra con la strage di Portella della Ginestra nel 1947.
E’ una Festa del Lavoro ripiegata su se stessa, quella di questo 1° maggio, a causa del dramma della pandemia e della drammatica e incombente crisi dell’economia: un “Primo maggio di sangue e di dolore”.

Eppure quanto è avvenuto era stato già annunciato nel passato dalle cicliche crisi del capitalismo e, ai nostri giorni, dal fenomeno della globalizzazione economica, fondata sull’Homo homini lupus di Hobbes, con il fenomeno della “delocalizzazione” e dei minori sfruttati che richiamano alla mente le scene di oppressione sociale di romanzi come “I miserabili” di Victor Hugo e che sono riassunti da un dato emblematico: più di un miliardo di persone vive nel mondo con meno di un dollaro al giorno, sacrificati ogni giorno al nuovo paganesimo mercatista.
La ripresa delle attività lavorative dopo il lockdown può costituire l’occasione per riportare i temi dei diritti dei lavoratori, dell’occupazione e del welfare state al centro della riflessione pubblica nel nostro Paese, pur nell’incertezza di un’Europa divisa e smarrita sulla solidarietà tra i popoli ma che tollera Orban e le derive autoritarie e populiste.

L’impossibilità di manifestazioni sindacali per questa Festa del Lavoro doveva servire per avviare una riflessione anche sul futuro del ruolo del sindacato e dalla visione subalterna e ancillare nei confronti delle scelte pubbliche e imprenditoriali dell’ultimo ventennio, diciamolo pure segnata quasi da una certa apatia, per tentare di tornare a svolgere la funzione di soggetto politico.
Serve un sindacato protagonista, che sia in grado di stimolare le istituzioni pubbliche per rilanciare il nostro sistema economico e l’occupazione, come evidenziato nell’appello rivolto al governo da parte di uno dei leader storici del sindacalismo italiano, Giorgio Benvenuto, da due ex segretari generali della Cgil, Sergio Cofferati e Guglielmo Epifani, e dall’ex segretario generale della Cisl Savino Pezzotta, in cui si afferma: “La crisi cui assistiamo è insieme sanitaria, economica e sociale. È necessaria una gestione coesa dell’emergenza e una programmazione di medio periodo della ripresa economica che punti allo sviluppo, riduca le disuguaglianze, introduca criteri di sostenibilità, aumenti la coesione sociale e territoriale del Paese. Questa crisi ha anche rivelato che il bene collettivo deve prevalere su qualsiasi altra esigenza: individuale, politica o territoriale”.

Non vi è dubbio che serva non solo ai lavoratori italiani ma a tutto il Paese un rilancio dell’azione sindacale, anche con una modernizzazione della capacità di interpretare il nostro tempo difficile, con un salto di qualità culturale, a petto della fine del fordismo-taylorismo e delle stesse gerarchie e valori sociali del ‘900, poiché crollate le vecchie solidarietà di classe, di ceto, di gruppo o di comunità si è sviluppato un veloce processo di segmentazione dell’identità sociale e la spersonalizzazione dei soggetti del mondo del lavoro, nel mentre l’intero catalogo dei diritti sociali è stato significativamente ridimensionato.

Nel nostro Paese, la capacità culturale di adeguare la propria strategia ha costituito uno dei tratti distintivi del sindacalismo italiano, che ha avuto un gruppo dirigente di altissima levatura culturale e politica, si pensi all’autorevolezza e al prestigio di uomini come Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio, Giorgio Benvenuto, Bruno Trentin, Luciano Lama, Pierre Carniti, capaci di parlare non il linguaggio di una “corporazione”, di un segmento, ma di rappresentare gli interessi generali del Paese.
E’ necessario che il sindacalismo superi l’attuale ripiegamento, sovente burocratico, con regole non più attuali in materia di rappresentanza, rappresentatività ed efficacia dei contratti collettivi che confliggono con i principi di libertà e pluralismo sindacali sanciti dall’art. 39 della nostra Costituzione, sostenendo una “legge sindacale” fondata sull’equilibrio tra previsione costituzionale e autonomia collettiva, per governare l’emergenza e il cambiamento, per dare una prospettiva di speranza al mondo del lavoro e alla società italiana.

Il sindacalismo italiano, se intende accettare la sfida dei cambiamenti, deve dotarsi di nuove competenze e interagire con tutti i soggetti che sono produttori di processi di innovazione e di cambiamento delle regole che sorreggono i modi di produrre, l’economia, la società che insieme a forme di lavoro dignitoso e regolare richiede nuovi sistemi di welfare e nuove forme di rappresentanza sociale, politica, istituzionale con una visione culturale adeguata ai cambiamenti in essere.

Maurizio Ballistreri

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