giovedì, 9 Luglio, 2020

Una giustizia giusta contro il manicheismo giudiziario

0

Dico subito, a scanso di equivoci, che non ho molta simpatia per Massimo Giletti e per il suo modo di fare giornalismo, incline a vellicare le pulsioni antipolitiche e populiste oggi assai in voga che non consentono, il più delle volte, un adeguato approfondimento del merito delle questioni che vengono affrontate nella sua trasmissione anche per un uso, talvolta spregiudicato, delle fonti e dei tempi televisivi.

Da questo punto di vista credo che non sia sfuggito a nessuno il palese infortunio nel quale è occorso Giletti nell’ultima puntata dedicata al caso Bonafede, laddove, riportando alcune intercettazioni di Zagaria circa un incontro avuto in carcere con l’allora capo del DAP Basentini, ha cercato di avallare la tesi che, a seguito di quell’incontro, Zagaria aveva beneficiato di un alleggerimento del regime del 41 bis.
Tesi prontamente smentita, seduta stante e norma alla mano, dal Dott. Sabella il quale, oltre a richiamare le competenze proprie del capo del DAP, ha fatto rilevare che la norma citata nell’intercettazione aveva comportato, in realtà, un inasprimento della misura nei confronti dello Zagaria.

Ma, detto questo, veniamo alla vicenda Bonafede – Basentini che, indubbiamente, Giletti ha avuto il merito di far emergere sull’onda delle dichiarazioni di Di Matteo sulla sua mancata nomina a capo del DAP.
Il dato di fondo che emerge da questa storia, depurata da ogni esagerazione polemica, è il fatto, inconfutabile, che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, diretto da Basentini, avrebbe dovuto “semplicemente” e tempestivamente riscontrare la richiesta del magistrato di sorveglianza di Sassari indicando la struttura carceraria alternativa idonea a consentire la cura dello Zagaria.
Si è trattato di una negligenza e superficialità inescusabile che chiama direttamente in causa la responsabilità apicale del capo del DAP, considerata la pericolosità del detenuto in questione e la pletora di pluripregiudicati che hanno beneficiato della stessa misura.
Ma chiama in causa anche la responsabilità politica ultima del Ministro Bonafede, il quale ha cercato di porre rimedio alla situazione venutasi a creare solo dopo che lo scandalo era scoppiato, evidenziando una palese inadeguatezza sia nella gestione di un Ministero così importante e delicato che nella scelta dei propri più diretti collaboratori. Punto.

Mi permetto solo di osservare che in Italia per molto meno, ai tempi della vituperata Prima Repubblica, si sono dimessi altri Ministri della Giustizia. Basti pensare alla rocambolesca evasione di Kappler cui seguirono le immediate dimissioni del Ministro Lattanzio.
Quanto poi alle ragioni della mancata nomina del Dott. Di Matteo a capo del DAP ritengo, salvo che emergano circostanze di segno contrario ad oggi ignote, che essa sia stata il frutto delle lotte di potere tra le diverse correnti che governano il CSM che hanno portato il Ministro, non sappiamo con quanta consapevolezza e convinzione, ad assecondare la nomina del Dott. Basentini.
Un malcostume antico e radicato, quello delle correnti nella magistratura italiana, che ha avuto modo di prosperare e prevalere grazie ad una classe politica di governo debole, inadeguata ed incompetente che ha abdicato da tempo alla propria funzione di direzione politica. Un rapporto quello con la politica non nuovo, in verità, ma che ha subìto un salto di qualità con la fine della Prima Repubblica favorendo l’instaurazione di quel perverso circuito mediatico-giudiziario che, da allora, continua a condizionare la vita pubblica italiana.

Un circuito che ha favorito le carriere “politiche” di non pochi magistrati – tra i quali De Magistris – i quali, sull’onda di talune inchieste mediaticamente enfatizzate e poi naufragate nel nulla, hanno pensato bene di sfruttare la notorietà acquisita per riciclarsi in politica ergendosi a vittima dei soliti poteri forti.
Uno stile ed un modo di intendere e di esercitare la propria funzione ben lontano da quello di ben altri magistrati, come Giovanni Falcone, il quale rifuggì accuratamente da ogni forma di inutile “protagonismo” privilegiando sempre il duro lavoro ed il riscontro oggettivo dei fatti rispetto a qualsiasi facile “teorema” e che, proprio per questo, si alienò le simpatie dei tanti “professionisti dell’antimafia” alla Leoluca Orlando Cascio.

Ma, in quel caso, ci volle la lungimiranza politica dell’allora Ministro della Giustizia, il socialista Claudio Martelli, che pensò bene di nominare Giovanni Falcone alla Direzione degli Affari Penali per valorizzarne le sue indubbie competenze tecniche nella lotta alla mafia.

Una lezione di sobrietà, di misura ma anche di grande determinazione ed autentico “spirito di servizio” quella di Giovanni Falcone, che dovrebbe essere di monito per tutti coloro che, oggi, hanno a cuore una “giustizia giusta” contro qualsiasi forma di “manicheismo giudiziario” alla Bonafede.

Andrea Pinto

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply