giovedì, 9 Luglio, 2020

Una mina vagante nei balcani

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Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Parte decima

Le nubi oscure che si stavano addensando su Fiume a maggio si fecero ben presto grandine, in particolare perché l’azione combinata dentro e fuori dalla città, per agitare un pericolo bolscevico in essa, che però abbiamo già visto essere inesistente, insieme alla propaganda autonomista zanelliana, a poco a poco fecero presa su una parte degli ufficiali e delle truppe che avevano aderito al progetto rivoluzionario di d’Annunzio.
Alcuni ufficiali, ed in particolare i carabinieri, portavano addirittura sulla giacca militare il monogramma di Vittorio Emanuele e si salutavano gridando: “Savoia!”. Due militari, in special modo, sembravano sempre più irriducibili e refrattari ai messaggi concilianti dello stesso Vate. Erano il capitano Vadalà e il maggiore Rigoli che rifiutarono anche un invito ad un incontro conviviale di conciliazione.
Il 4 maggio si seppe che in alcuni magazzini erano stati depositati alcuni pacchi di volantini inneggianti all’autonomismo e d’Annunzio dette prontamente ordine di sequestrarli.
Gli Arditi non se lo fecero dire due volte e non solo spaccarono subito le saracinesche dei depositi ma, già che c’erano, e dato che l’appetito vien mangiando, si gettarono avidamente anche su una notevole quantità di viveri e su..una bella riserva di bottiglie di vino.
Il Comandante, saputo di tale eccesso di zelo, dispose l’arresto immediato dei responsabili “riservandosi di severe decisioni”. Ciò avvenne immediatamente il pomeriggio del 5 quando ancora Vadalà non si era mosso. Egli però la mattina successiva, senza nemmeno informarsi sulla punizione già inferta ai “saccheggiatori”, radunò i suoi carabinieri già in tenuta di marcia, sottraendoli persino alla sorveglianza delle carceri e lanciò un ultimatum a d’Annunzio con cui affermava che voleva essere sciolto dal giuramento di fedeltà, lasciando intendere che una mancata risposta entro le 10 del mattino lo avrebbe autorizzato automaticamente ad andarsene coi suoi. Tutto questo, senza, come abbiamo ribadito, essersi minimamente informato sui provvedimenti già presi il giorno prima. Evidentemente si cercava solo un pretesto per lo scontro.
Il Comandante non fece attendere la sua risposta perentoria in cui intimò a Vadalà e ai suoi seguaci di tornare in servizio, minacciando di adoperare la forza contro coloro che egli definì senza mezzi termini: “traditori”.

Nella mattinata, ai carabinieri di Vadalà si unì anche un reparto di fanti della Brigata Firenze, qualche ufficiale monarchico e qualche soldato della brigata Slesia.
In tutto erano circa trecento i soldati pronti a lasciare Fiume e sembravano anche molto su di giri.
Nonostante un tentativo di mediazione e di conciliazione in extremis da parte dei generali Ceccherini, Tamaio, Host Venturi e pure del sindaco Gigante con il presidente del Comitato Nazionale Grossich, la situazione si fece sempre più critica, anche perché vari reparti di Arditi, saputa la notizia del “tradimento”, si aggiravano ormai intorno allo sbarramento di Cantrida che segnava il confine tra il territorio cittadino e quello controllato dalle truppe regie.
Dato che la situazione restava molto ingarbugliata e non vi era nessuna volontà di recedere da parte delle truppe che stavano disertando la causa fiumana, il Comandante, nel pomeriggio, consapevole che avrebbe potuto crearsi un motivo di scontro assai cruento, dette ordine che le truppe che volevano lasciare Fiume lo facessero rapidamente per evitare spargimenti di sangue, non potendosi tollerare oltre la presenza di armati ribelli nella città.
Il generale Ceccherini, in particolare, cercò in tutti i modi di evitare lo scontro tra Arditi e Carabinieri, in una situazione assai confusa in cui non si sapeva più chi fosse fedele e chi fosse ribelle. Di qua da Fiume i ribelli erano i Carabinieri e i fedeli gli Arditi, ma un passo oltre Cantrida sarebbero diventati ribelli gli Arditi e fedeli i Carabinieri

Le grida del generale Ceccherini rivolte agli Arditi restarono impresse nella memoria del tenente Giuliani che riporta il fatto con dovizia di particolari: “Fermi ragazzi non sparate!”
Ma lo scontro avvenne lo stesso, come sempre causato da una scintilla fortuita.
Una ragazza che era nei pressi della barra di confine si slanciò contro alcuni dei Carabinieri in fuga dalla città, anche se a dir la verità alla fine non tutti i Carabinieri se ne andarono, e cercò di togliere loro i gagliardetti. Venne quindi respinta e malmenata, ma il suo esempio venne imitato da un tenente dei Granatieri che, uscendo dal gruppo anche lui malmenato, malconcio e sanguinante, gridò agli Arditi: “Guardate! Ecco come vengono trattati i fratelli!”
Gli Arditi, a quel punto, fremono di rabbia e il generale Ceccherini a stento riesce a trattenerli finché viene anche lui travolto da un carabiniere a cavallo. Lo scontro diventa così inevitabile, partono colpi di moschetto e scoppiano anche alcune bombe a mano.
Gli ufficiali dell’VIII reparto d’Assalto sparano colpi cercando di impedire il fuoco contro i carabinieri, sono in aria ma rivolti verso gli Arditi. Vadalà spara ripetutamente con la sua pistola e i Carabinieri lo seguono, un suo ufficiale a cavallo si volta e punta il suo moschetto contro il gruppo avanzato degli Arditi, ma viene immediatamente fulminato da uno sparo al fianco e cade da cavallo. I colpi piovono anche sul carro delle salmerie che seguiva il gruppo in fuga e su di esso si accascia un civile mentre un carabiniere rotola a terra.
Per fortuna gli ufficiali riescono ad imporsi sulla truppa ed il fuoco cessa, lo straordinario merito che una scaramuccia non si sia trasformata in eccidio va al generale Ceccherini che, seppur dolorante, si rimette subito in piedi per fermare lo scontro fratricida. Nonostante tutto si contano una decina tra morti e feriti dall’una e dall’altra parte.
D’Annunzio non si fece attendere nell’emanare il suo proclama contro i “traditori” in cui giustamente elogiava il comportamento eroico del Generale Ceccarini, così disse:
“E il Generale Sante Ceccherini, il buono e grande uomo di guerra, l’eroe delle più belle battaglie, amore dei combattenti, ebbrezza dei suoi Bersaglieri che sempre egli condusse dove volle con un solo sguardo e con un sol gesto, il generale Ceccherini fu travolto e calpestato dal cavallo di un carabiniere impazzato. E si drizzò dalla polvere sanguinando, per imporre ai suoi di non rispondere alle provocazioni criminose, con lo stesso grido che sul Carso e sul Piave cento volte aveva comandato l’assalto (….) Ecco che finalmente respiriamo a pieni polmoni l’aria purificata. Non abbiamo più la minaccia del coltello alla schiena”

Non sappiamo se tale reazione armata fosse concordata con il Generale Caviglia per giustificare un suo intervento nella città con la forza dei suoi soldati che la assediavano, ma sicuramente egli ci sperava. Notando però che la situazione restava di fatto immutata, egli si limitò a smistare i carabinieri in fuga nel vari porti di imbarco e nelle grandi città, evitando quindi che restassero uniti.
Se su Fiume più che la manna, quindi, sembravano scendere i fulmini del risentimento regio, il buon Dio però non fece lo stesso lesinare l’arrivo del “suo” frumento.
I titolo di un’altra delle imprese del gruppo avventurosamente eroico degli “uscocchi” fiumani fu infatti secondo il Vate “il frumento di Dio”, ma vediamo come andarono le cose..
Le imprese degli “uscocchi” fiumani sono davvero leggendarie e le ha narrate, come nei romanzi di Salgari, Tom Antongini nel suo libro bellissimo: “Gli allegri filibustieri di d’Annunzio”, per questo chi volesse ricordarle con dovizia di particolari, non può lasciarsi sfuggire la lettura di questo straordinario volume, così come non può tralasciare la memoria del capo indiscusso di questa brigata che assicurò a Fiume la sopravvivenza con i suoi audacissimi “colpi di mano”, nel periodo più difficile ma anche più esaltante della sua storia. Lasciamo dunque che sia lo stesso Antongini, che fu al suo fianco in alcune di tali imprese a ricordare chi fu il capo degli Uscocchi, premiato da d’Annunzio, come pochissimi, con la Stella d’Oro di Fiume, con le parole con cui introduce il suo libro:
“Chi ne fu il capo ed intrepido condottiero, chi li trascinò col suo sprezzo del pericolo, e coi più sottili accorgimenti seppe condurre a buon termine anche le più disperate fra quelle imprese, colui che seppe, in una parola, come diceva il Poeta, “osare l’inosabile”, fu MARIO MAGRI.
Purissima figura di italiano, di combattente, e in ultimo di martire, legionario fidatissimo e prediletto dal d’Annunzio MARIO MAGRI, dopo aver servito il suo Paese con assoluta ed entusiastica dedizione nella prima Grande Guerra e più tardi a Fiume, era scritto dovesse morire col nome d’Italia sulle labbra, barbaramente assassinato alle sinistre Fosse Ardeatine.
Egli non è altri che il famoso “Capitano Magro” (così lo chiamavamo noi e sotto questo appellativo lo ritroverà il lettore) che animò e guidò gran parte di queste goliardiche audacissime gesta”
Antongini non lo dice ma, prima di finire barbaramente trucidato alle Fosse Ardeatine ed essere stato torturato a Via Tasso in seguito ad una delazione, l’eroico Capitano, del tutto ignorato dal regime fascista, ne fu un fiero oppositore, così come lo furono anche altri legionari fiumani. Magri più di tutti pagò di persona la sua opposizione, con ben 17 anni di confino. Il suo libro di memorie uscito nel 1956 “Una vita per la libertà. Diciassette anni di confino politico di un martire delle Fosse Ardeatine” di sicuro meriterebbe almeno una ristampa in questi tempi in cui destra e sinistra non di rado tendono a confondersi in uno strabico revisionismo.

Ma torniamo al “frumento di Dio”, vediamo come riuscì a raggiungere la città.
Il colonnello Margonari, allora già piuttosto anziano ma accorso lo stesso a Fiume infervorato dalla sua causa, fece notare che “Quali fossero le necessità del popolo fiumano in istato di blocco è quasi impossibile narrare. Ogni giorno il nostro capitale in viveri diminuiva e lo spettro minaccioso del bisogno si faceva ognor più terribile. Gli insensati ordini del Governo di Nitti erano semplicemente “scarnificanti”. A noi soli la difesa contro il bisogno e contro quel Governo! Necessaria e dura difesa”
Ogni mese la Croce Rossa portava viveri alla città che a mala pena potevano bastare alla popolazione e alla truppa per una settimana.
Fu il Comandante stesso in quella occasione che dette ordini perentori al comando degli Uscocchi di provvedere presto al nutrimento della Città. E l’ufficio “colpi di mano” si mise subito in moto, come sempre in coordinamento con il potente sindacato dei marittimi sotto la guida di Giulietti, fedelissimo alla causa fiumana. Anche la Divina Provvidenza in effetti fu piuttosto solerte in quella occasione, infatti solo un giorno dopo tale decisione si seppe che era giunto nel porto di Trieste dall’America un grosso piroscafo che batteva bandiera ungherese e che era stracolmo di grano, ma in procinto di partire il giorno seguente per Venezia dove sarebbe stato scaricato.
La Federazione dei Marittimi assicurava il suo appoggio agli audaci uscocchi fiumani, così sette di loro partirono per Trieste dove si sparpagliarono per non dare nell’occhio, soggiornando in diverse pensioni. Il piano era quello di imbarcare la notte stessa gli uscocchi, nasconderli nella cala del carbone e farli uscire al momento opportuno per deviare la rotta della nave.
La decisione fu presa e gli uscocchi, dopo essersi procurati abiti da marinaio, passata l’una di notte, salirono a piccoli gruppi sulla nave seguendo i veri marinai e confondendosi tra di loro. Alle due e mezza erano già in mezzo ai mucchi di carbone con una provvista di viveri bastevoli per circa tre o quattro giorni di navigazione.

La notte trascorse serena ma il giorno doveva esalare nel caldo e nel silenzio assoluto e così le ore diurne sembrarono eterne e non passare mai. Finalmente si accesero le caldaie per la partenza della nave ma se con esse si accendeva anche la speranza di un lieto fine, il torrido calore che scaturiva dalle macchine in movimento era ancor più lesto ad arroventarla, quindi i poveri uscocchi furono costretti a restare in mutande e a sembrare un contingente di pirati africani, dato che la polvere di carbone non ci mise molto a colorare di nero la loro pelle.
Mentre ciò accadeva, a Fiume il Comandante riuniva la popolazione ed annunciava l’imminente arrivo di un prossimo carico di viveri per la gloria della cittadinanza e per la sua sopravvivenza. Bisogna dire che in questa occasione egli fu piuttosto incauto, dato che gli spioni sguinzagliati clandestinamente in città ci misero molto poco a diramare la notizia ai comandi, tanto che fu inviato un picchetto armato davanti alla nave in partenza ed essa dovette salpare con tre ore di anticipo. Se dunque d’Annunzio mise a rischio la missione con le sue incaute dichiarazioni, almeno diminuì di tre ore la sofferenza dei suoi uscocchi rosolati dal caldo.
Il viaggio fu degno di un soggiorno nel peggiore girone infernale dantesco, il caldo ed il rumore erano decisamente insopportabili, ma almeno una volta calata la sera, i fuochisti aprirono la cala del carbone facendo uscire i poveri uscocchi all’aperto a respirare un po’ d’aria. Così li descrive Antongini nel suo libro: “Apparve così alla loro vista un gruppo di veri senegalesi col bianco dei denti e degli occhi che risaltava stranamente sui visi fattisi del colore dell’ebano, seminudi, che si tiravano dietro armi e vestiti. I disgraziati erano veramente ridotti in uno stato compassionevole”
Dopo essersi confortati con delle belle secchiate d’acqua e con generose sorsate di Cognac, gli audaci filibustieri di d’Annunzio passarono all’azione impadronendosi innanzitutto, con la complicità di un equipaggio di marinai inerti, del telegrafo e del gruppo degli ufficiali. L’azione fu fulminea ed efficace

Solo il comandante “in seconda” cercò di reagire ma venne subito atterrato ed immobilizzato, mentre gli altri venivano tenuti a bada sotto la minaccia delle armi.
Il Comandante, dovendo salvare la faccia, dichiarò di non poter guidare la nave e “consigliò” dunque i pirati indirettamente, e per il bene di tutti, di affidarsi al timoniere esperto di navigazione e già conquistato alla causa fiumana, nel suo diario di bordo annotò che il piroscafo era passato in mano a pirati “di nazionalità ignota ma parlanti correttamente l’italiano”…si vede che i segni della permanenza nella carbonaia avevano resistito anche alle secchiate..
La navigazione non fu particolarmente difficile dato che gli ufficiali uscocchi sapevano leggere le carte nautiche, le difficoltà arrivarono solo quando si trattò di districarsi tra le isole della costa perché essa era sorvegliatissima da navi regie. Quindi la nave seguì una rotta inaspettata puntando direttamente verso Sud e avvicinandosi più alla costa italiana che a quella dalmata.
Dato che si navigava di notte non si poté fare a meno di tentare almeno di coinvolgere il Comandante per essere rassicurati sulla rotta e la situazione a quel punto divenne piuttosto comica.
Ogni qual volta si aveva qualche dubbio, si andava da lui e gli si descriveva la situazione..e a seconda che alzasse le braccia al cielo sconsolato oppure si alzasse di scatto indignato per la dabbenaggine altrui, si interpretava che ciò fosse un assenso o un dissenso sulla direzione intrapresa.

Tra una manovra e l’altra, la nave giunse dunque al largo di Rimini e, fattosi giorno, riprese la rotta verso Fiume seguendo quella che partiva da Ancona. Il radiotelegrafo chiamava vanamente la nave e da ciò si deduceva che la caccia era già in corso, ma sicuramente era rivolta verso la rotta Venezia-Fiume che seguiva la costa dalmata.
All’alba la nave giunse infine direttamente al porto di Fiume, mentre un cacciatorpediniere accortosi troppo tardi del suo arrivo cercò, lasciando la postazione di blocco del porto, di sbarrarle vanamente la strada. Ci arrivò in tale fretta e furia che il “nuovo comandante” piuttosto incautamente e maldestramente rischiò di farla “atterrare” direttamente sul molo centrandolo in pieno, la salvò la perizia del timoniere e dei marinai che con una rapida manovra, riuscirono a farla girare su se stessa anche con l’aiuto di cime gettate da navi vicine.
Il carico era davvero enorme e il grano sarebbe bastato, riempiendo i silos, per almeno un anno di permanenza nella città, tanto che si pensò pure piuttosto sfacciatamente di rivenderne al governo di Roma l’eccedenza. La cosa fu fatta e nonostante tutti gli improperi ricevuti e sotto la minaccia di demolire la nave, venne concluso l’affare con il pagamento di un milione e mezzo di lire.
Davvero il buon Dio era stato assai generoso e non si poteva certo fare a meno di ringraziarlo con uno dei celeberrimi discorsi del Comandante di cui riportiamo una parte:
“Oggi è la moltiplicazione del pane.

Con cupo dolore ci comunicammo ieri nel sangue. Con maschia serenità ci comunichiamo oggi nel pane che l’Iddio nostro ci manda. Carica del “frumento di Dio” la vasta nave tace nel porto taciturno.
Gettiamo per sempre nell’immondezzaio il pane verminoso
E comunichiamoci ogni giorno, con tutti i poveri di Fiume, con tutti gli uomini di pena e di pazienza, con tutti i cuori grandi e soltanto con essi, comunichiamoci ogni giorno in questa magnificenza e in questa aspettazione”
L’impresa degli arditi filibustieri era infine approdata in una mistica agape, tale era il potere evocativo dell’orbo veggente.
Con tali chiari di luna, il Governo italiano era sempre più preoccupato e quindi cercò di accelerare la realizzazione di quegli accordi che avrebbero disinnescato quella che, come vedremo tra breve, era destinata ad essere non solo una mina ai confini d’Italia, ma persino vagante nei Balcani.
Come abbiamo già visto in precedenza, la conferenza di S. Remo che si proponeva di stabilire un assetto concordato tra Italia e regno serbo-croato-sloveno (o jugoslavo) in merito ai confini e alle zone di influenza, finì con un nulla di fatto e con un accordo per rivedersi in un’altra occasione.
Essa ci fu l’11 maggio quando le delegazioni si riunirono di nuovo a Pallanza, con Scialoja e Garbasso per l’Italia e Trumbic e Pasic per la Jugoslavia.
Trumbic si disse subito disposto ad accettare il memorandum del 9 dicembre 1919, provò a tergiversare su Fiume ma resosi conto che la richiesta dell’Italia su tale città era irremovibile, si disse pronto ad accettare la sovranità italiana su Fiume, ma non sul porto di Barros né sull’entroterra e tanto meno sul distretto di Sussak abitati in gran parte da slavi e cruciali per i commercio del legname. La massima concessione che poteva essere fatta era la linea di confine definita da Wilson, con una fascia smilitarizzata per garantire entrambe le parti.
Il rappresentante jugoslavo ribadì la rivendicazione della sovranità del suo regno su tutte le isole dalmate e del Quarnaro, tranne Lussini e Lissa che avrebbero dovuto decidere in base al principio dell’autodeterminazione. Zara avrebbe dovuto restare autonoma e garantita da un trattato internazionale.

In una più ampia discussione sull’assetto dei Balcani, si pose anche la questione del Montenegro e dell’Albania. La dinastia montenegrina, come sappiamo era finita in esilio e la questione Montenegro non fu nemmeno esaminata nella conferenza di pace a fine guerra. Il regno serbo-croato-sloveno ne rivendicava il possesso, adducendo il fatto che i regnanti avevano ormai perso la fiducia del loro Paese. Ci si aspettava dunque soltanto che l’Italia, che tra l’altro aveva accolto la figlia del re del Montenegro come regina, accettasse il dato di fatto rappresentato dall’annessione. Trumbic inoltre preferiva per l’Albania l’indipendenza piuttosto che un mandato di una grande potenza per esercitare su di essa una sorta di protettorato.
Dopo una pausa, alla ripresa dei lavori però, quando la questione di Fiume sembrava ormai risolta, Trumbic ribadì che la sua posizione non era vincolante in quanto non comportava un vero e proprio impegno formale da parte del governo di Belgrado. D’altro canto, lo stesso Scialoja ebbe modo di insistere sul fatto che Fiume non poteva essere separata dal suo antico Corpus separatum, dall’entroterra, di vitale importanza per le comunicazioni e i commerci. Invece il controllo della ferrovia, del porto e della stazione avrebbe dovuto essere affidato ad una commissione internazionale di Stati che ne avevano usufruito anche in passato, escludendo quindi la Società delle Nazioni. La questione dei confini avrebbe dovuto essere esaminata con le autorità militari e infine per le isole venne ricordato che lo stesso Wilson, nella sua definizione del confine italo-jugoslavo, aveva inserito tra i possedimenti italiani Lussino, Unie, Lissa e Pelagosa. Sulla questione della autonomia di Zara il governo italiano era d’accordo ma senza che fosse garantita da ingerenze internazionali.
Sul Montenegro il governo italiano invece era del tutto contrario all’annessione al regno jugoslavo, ma attendeva da Belgrado una risposta su come tale zona avrebbe potuto mantenere la sua autonomia in accordo con le popolazioni che la abitavano, Scialoja inoltre fece riferimento al fatto che anche Wilson aveva dichiarato che negli USA vi era particolare attenzione per l’autonomia sia del Montenegro che dell’Albania. I lavori furono dunque sospesi in attesa di riprenderli il giorno successivo, quando arrivò a Pallanza la notizia che il governo Nitti era in piena crisi.
La questione del Montenegro non è di poco conto, e Ferdinando Gerra, nella ultima edizione riveduta della sua opera “L’impresa di Fiume” portò a suo tempo documenti importanti che dimostrano come lo stesso d’Annunzio, con una lettera rivolta a Badoglio in data 8 maggio 1920, inquadrasse la questione dell’autonomia del Montenegro in una dimensione più ampia riguardante l’intero assetto del regno serbo-croato-sloveno.
L’ “orbo veggente” già vedeva il futuro della Jugoslavia con ben più di 70 anni di anticipo, quando scriveva: “…un Governo nazionale in Italia deve proseguire con ogni mezzo per nazionalmente risolvere il problema adriatico: opporsi alla costituzione definitiva del S.H.S., distruggere il mostro jugoslavo”

D’Annunzio continua facendo riferimento all’insofferenza croata contro i serbi e alla necessità di aiutare una rivoluzione che favorisse tale scissione. E poi prosegue con parole che, lette più di mezzo secolo dopo, ci appaiono altamente lungimiranti, quasi che davvero l’orbo veggente allora vedesse in una sfera di cristallo il futuro dei Balcani:
“Il regno jugoslavo è oggi più che mai in pericolo. Il suo destino è segnato. Non è formato secondo le leggi della vita statuale. Si dissolverà, perirà.
E se sieno favorevoli gli eventi che noi affrettiamo, la dissoluzione potrà avvenire tra alcune settimane”
Il Vate continua mostrandosi fermamente avverso ad accordi con una entità statale fragilissima e secondo lui già in fase di dissoluzione e dimostra questa tesi con alcuni fatti allora in corso:
La ritirata delle truppe serbe dal Corpus Separatum con l’avanzata del 35° Reggimento di Fanteria per sedare alcune rivolte e scioperi
L’avanzata dei ribelli albanesi per tagliere le comunicazioni serbe con la Macedonia e collegarsi con i bulgari.
Il collegamento tra le bande dei rivoltosi albanesi con quelli montenegrini
La cattura del Generale Teresich in Erzegovina che era già stato Ministro della Guerra, con il conseguente collegamento tra bosniaci ed erzegovini contro l’ingerenza serba
Ragusa che attendeva solo la diminuzione delle forze serbe sul campo per proclamare di nuovo l’antica Repubblica ragusea indipendente
La presenza di numerose bande armate pronte ad insorgere e dotate persino di mitragliatrici.
I vari focolai di lotta armata presenti in Croazia ed infine la volontà del popolo montenegrino di condurre una lotta all’ultimo sangue per la propria autonomia, pur avendo un bisogno impellente di armi per portarla a termine
D’Annunzio conclude la sua lettera riferendosi al “mostro jugoslavo” con parole che sono una perfetta lettura del suo futuro, realizzatosi immancabilmente nell’ultima decade del Novecento.
“Ecco. Mio Generale, un novero esatto degli indizi che mi fanno prevedere certa l’agonia e la morte del nostro avversario.

Il quale, in ogni modo, per fato storico ed etnico, deve perire, anche se riesca temporaneamente a interrompere o a rompere il cerchio che lo serra.”
Questo documento chiarisce moltissimo anche il seguito degli eventi che riguardarono la città di Fiume e anche la difesa della sua “missione” fino alla morte. D’Annunzio infatti voleva che la città, dotata di adeguata autonomia e garantita da una Costituzione democratica che la mettesse al riparo da ogni eventuale accusa di mire espansionistiche o imperialistiche, si facesse promotrice, senza coinvolgere direttamente l’Italia, e tuttavia essendone la garante dei suoi interessi di grande potenza adriatica, di un moto di indipendenza e di libertà dei popoli balcanici contro lo strapotere serbo imposto tramite accordi internazionali che, quelli sì, erano dovuti ai principali interessi imperialistici nel Mediterraneo delle maggiori potenze vincitrici del conflitto, come Francia ed Inghilterra.

Ecco spiegata la ragione per cui il progetto della Lega dei Popoli, nella mente del Comandante, non era che una cornice ed una giustificazione di carattere internazionalista e libertaria per assicurare un intento che invece era mirato ad una precisa autonomia, libertà ed indipendenza dei popoli balcanici la quale, se fosse avvenuta con 70 anni di anticipo, avrebbe scongiurato le orribili pulizie etniche, i massacri e le devastazioni che si sono avute alla fine del XX secolo con la immancabile dissoluzione della Jugoslavia quando essa non è stata più tenuta in piedi dall’esigenza che fosse uno Stato cuscinetto tra Est comunista e Ovest capitalista.
Vi è anche il testo in francese di un accordo conservato al Vittoriale tra il Vate e il Presidente del Consiglio dei Ministri e degli Affari Esteri del Montenegro Plamenatz in cui egli assicura il suo appoggio alla causa montenegrina contro “l’usurpazione serba” e si impegna ad una azione militare comune con le stesse forze in rivolta nel Montenegro, assicurando di poter fornire loro “le armi, i viveri, e tutto il resto che che risulti necessario alla riuscita dell’impresa” insurrezionale. Chiede in cambio soltanto che tale azione possa portare ad una alleanza con il Governo italiano per stabilire, in caso di guerra, una base navale alle Bocche del Cattaro. Tale accordo è sottoscritto da entrambi e non è altro che il preambolo ad altri che si realizzarono in seguito con i croati in vista di un “memorandum di intesa” da raggiungersi dopo che fosse stato messo in atto questo primo di cui si è parlato e che fu tenuto segretissimo anche per altri illustri personaggi fiumani
Il movimento rivoluzionario dal Montenegro, infatti, avrebbe dovuto dilagare nell’ intero regno jugoslavo, con contatti anche in Croazia e Slovenia che però non erano semplici, sia perché mancavano delle autorità rappresentative di tali zone sia perché su di essere il governo serbo esercitava un controllo ferreo. Nonostante ciò si era cercato persino di definire il futuro assetto della Slovenia con suoi propri confini.

Vi è un ulteriore documento firmato da Giuriati ed Host Venturi che delinea le tappe di questa impresa che avrebbe dovuto dissolvere il regno jugoslavo:
1 agosto insurrezione ed intervento in Montenegro, 9 agosto in Albania e 24 agosto in Croazia, con la liberazione delle nazionalità oppresse, l’occupazione di zone nevralgiche per l’appoggio a future iniziative rivoluzionarie e una terza fase finale di avanzata fino alla meta finale, cioè l’occupazione del territorio serbo.
Fiume era un immenso deposito di armi che sarebbero bastate non per una ma forse anche per tre rivoluzioni in tutti i Balcani. Quando Giolitti si affrettò a concludere il Trattato di Rapallo sapeva benissimo dai suoi informatori cosa si prospettava a Fiume e nei Balcani e quante armi fossero a disposizione di d’Annunzio, la causa del suo intervento così violento e fratricida non fu la necessità di abbattere una piccola repubblica in una piccola città portuale, ma di spegnere sul nascere una rivoluzione balcanica che avrebbe stravolto gli equilibri internazionali in Europa.
L’accordo, infatti, delineava anche la creazione di una Repubblica Croata e di una Repubblica Slovena “neutrali” con una descrizione minuziosa dei confini e delle zone di influenza in accordo con l’Italia e, in una situazione di reciproco vantaggio, si prevedeva infine la creazione di una Repubblica Dalmata tale da autodeterminarsi con un plebiscito per restare autonoma o unirsi alla Repubblica Croata. Nulla dunque di più democratico e nulla dunque di meno imperialista. Non era un piccolo imperialismo quello di d’Annunzio in lotta contro un grande imperialismo, ma era la vera causa di autodeterminazione dei popoli balcanici, europei e mondiali contro le vere mire imperialistiche dei potentati europei che avevano trasformato la Grande Guerra di liberazione dall’assolutismo degli Imperi Centrali in una lotta per estendere i loro possedimenti imperialistici e coloniali in Europa e nel mondo.

Ma torniamo agli eventi di allora, quando la Conferenza di Pallanza fu sospesa e non riprese più per la crisi del governo Nitti. Il “perfido Cagoja” in effetti cadde..ma non del tutto.
In ogni caso, il pomeriggio del 12 maggio cominciarono a circolare dei manifesti funebri nella città in cui era scritto: “finalmente e postelegrafonicamente de…cesso Sua indecenza Francesco Giuseppe Cagoja” Il governo era infatti caduto su una mozione riguardante l’agitazione dei postelegrafonici. Seguì una indicazione sul corteo funebre da svolgersi in orario pomeridiano. Così marcia funebre ci fu, con canti, musiche, suono di campane e “salmodiare degl’infedeli”
Ovviamente si concluse sotto la ringhiera del palazzo del Comandante il quale si affacciò chiamato a gran voce dalla folla per pronunciare il suo necrologio
Il giorno successivo anche De Ambris parlò al popolo di Fiume ribadendo la volontà di resistere a tutti i costi e contro la volontà di qualsiasi governo avverso alla causa fiumana, con le seguenti parole: “..E quando, per dannata ipotesi, non potessimo fare assegnamento su nessun’altra risorsa che quella della nostra disperazione, noi non esiteremmo un istante ad accendere le mine destinate ad inabissare porto e ferrovia” Purtroppo anche la sua fu una terribile profezia, che però alla fine lo vide più incline alla ragionevolezza, anche se egli non abbandonò mai la sua determinazione e la fede nella sua causa. Ma di questo ci occuperemo alla fine di questa opera.
La “gioia funebre” dei legionari fu però di breve durata, infatti lo stesso Cagoja uscì improvvisamente dalla bara per interpretare, anche se brevemente, il ruolo dello zombie. La patata del governo del Paese allora, infatti, era talmente bollente che rischiava di passare di mano in mano senza che alcuno volesse ustionarsela, quindi tornò inevitabilmente nella mano adiposa del redivivo Nitti. Il quale però, come vedremo, si ustionò a tal punto e definitivamente da dover passare il testimone ad una “mummia d’amianto”, che la storia aveva reso quasi invulnerabile, chi fu lo vedremo tra breve.
Vediamo ora come la “la patata” del governo divenne incandescente nelle mani dello zombie Cagoja.

Il 24 maggio era l’anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia e ci fu una vasta dimostrazione di studenti che, partiti da un comizio nazionalista svoltosi nei pressi dell’università, si diressero in corteo lungo via Nazionale verso il Quirinale. La polizia cercò quindi di fermarli all’altezza del Palazzo dell’Esposizione, con il risultato che si ebbe uno scontro sanguinoso in cui le guardie regie spararono e ci furono vari morti tra agenti e dimostranti.
Aggravando la già critica situazione, l’ammiraglio Millo aveva segnalato nazionalisti in partenza da Zara verso l’Italia, così la fobia del pericolo insurrezionale portò ad una dura repressione e ad arresti di massa tra tutti i cittadini fiumani, comprese le cittadine che furono persino sottoposte ad umilianti perquisizioni. In realtà erano partiti da Zara solo tre agitatori ma erano subito rientrati in città temendo di essere arrestati. Però la retata era partita lo stesso in maniera indiscriminata e durissima, suscitando varie proteste a Fiume, in Dalmazia e persino negli stessi ambienti nazionalistici italiani i quali scatenarono una campagna diffamatoria molto accesa contro il governo, sostenendo che erano stati arrestati uomini e donne, compresi i delegati fiumani, in maniera indiscriminata e irragionevole, trascurando ogni forma di moderazione e di buon senso. Lo stesso Nitti dovette riconoscere che il controllo era stato “eseguito in modo eccessivo e dannoso e tale da giustificare le critiche”, egli rimosse dunque il questore Mori e lo mandò in Sicilia.
La notizia però non aveva lasciato inerti i legionari i quali, come risposta al governo, avevano abbattuto le barriere del ponte di Sussak oltre il quale vi era la zona slava, lasciando intendere di voler occupare quel quartiere, non lo fecero solo perché intervenne direttamente il governo di Belgrado ad impedirlo.

L’opposizione dei nazionalisti verso Nitti, dopo quei fatti, si fece però implacabile e tale da rendere impossibile la sua permanenza al governo del Paese, anche perché pure in Albania scoppiò una rivolta i primi di giugno.
Essa si animò l’11 quando gli insorti attaccarono in forze Valona, causando alle truppe italiane due morti e più di trenta feriti, la insurrezione cittadina alla fine fu domata ma i presidi di Tepelai e Dasciani caddero nelle mani degli insorti. Tutto ciò, con ogni probabilità, si disse, fu dovuto alla divulgazione di un accordo che vedeva Nitti cercare un compromesso sulla spartizione dell’Albania, però questo risaliva ad un anno prima, e in realtà la ragione vera fu un’altra e cioè l’insofferenza delle popolazioni locali verso un pessimo regime di occupazione che aveva perso ogni contatto con la cittadinanza né lo aveva cercato per migliorare la situazione amministrativa della città ed ergendosi invece di fatto a dittatura militare, in particolare per i metodi piuttosto spicci del Generale Piacentini i quali avevano scavato un solco tra i soldati italiani e la popolazione locale.
Lo Stato Maggiore lo sapeva bene ma non aveva fatto nulla per sostituire il Generale Piacentini, esponendo così i nostri soldati, per altro pochi per gestire una situazione così difficile, ad un pericolo mortale.
Il mese di maggio si concluse con un colloquio diretto tra Caviglia e d’Annunzio e con la commemorazione di un grande eroe come Giovanni Randaccio.
Il generale Caviglia, dagli scontri avvenuti all’inizio del mese, aveva capito bene che una azione di forza contro i rivoluzionari fiumani sarebbe inevitabilmente finita in un bagno di sangue e cercò di conseguenza alcuni accordi anche con alcune personalità della Venezia Giulia e della Dalmazia, fino a volere un incontro diretto con d’Annunzio. Il suo progetto era quello di condividere con il Vate un programma di autonomia per la Dalmazia. I due parvero intendersi e fu concordata anche la restituzione della bandiera del 9° reggimento di fanteria rubata da alcuni legionari. Lasciamo le parole sull’incontro allo stesso Caviglia che così lo descrive: “Io arrivai al luogo del convegno qualche minuto prima e vidi scendere dal suo automobile il Poeta con alcuni giovani. Mi venne incontro cortesemente, ma io non potei trattenere un sorriso nel vederlo così mingherlino, vestito da ardito, col cappello piumato, il piccolo petto coperto di nastrini, di coccarde e di cordoncini d’oro. Pareva un tenorino pronto per la rappresentazione.

Ma poi la sua parola dolce ed affabile, le sue maniere cortesemente rispettose e la forma pura del suo dire riuscirono attraenti e simpatiche, come la conversazione di qualche cara conoscenza muliebre. Mi ispirava diletto, ma non riusciva a smontare le mie convinzioni su di lui uomo e cittadino; come se io sentissi la vanità, l’ambizione regolare e sregolare; o nascondere i movimenti non sempre puri sotto i paludamenti del sacrificio altruistico (…)
Effettivamente esposi a d’Annunzio il mio programma adriatico. Il Comandante parve non lontano dal mio modo di vedere. Tuttavia nulla di preciso fu stabilito. La riconsegna della bandiera fu dal Poeta adombrata come imminente
Probabilmente egli non credette alla mia sincerità, allorché gli esposi le mie idee sull’autonomia della Dalmazia e di Fiume sotto il protettorato dell’Italia, egli che, forse, sapeva quali rinunce avesse già fatto il governo Nitti”
In realtà d’Annunzio si rendeva benissimo conto soprattutto dell’estrema fragilità di Nitti, che per altro sapeva essere contrario alla proposta di Caviglia, ed aveva buona memoria del verso virgiliano “timeo danaos et dona ferentes”, decise dunque di prendere tempo e di fare piuttosto lui un dono che fosse gradito al Generale e che, almeno per un po’, lo rabbonisse.
Il 28 maggio, ricorrenza della morte dell’eroe del Carso, Giovanni Randaccio, la cui bandiera macchiata ancora del suo sangue purissimo era diventata l’emblema stesso del riscatto dell’Italia e della causa fiumana, dopo la messa da campo celebrata su un altare eretto di fronte al palazzo del Comando, il Comandante con voce commossa ricordò le ore trascorse a fianco dell’Eroe, nella cameretta dell’ospedale in cui, assieme ad altri feriti, egli si era spento mormorando il nome d’Italia in punta alle sue labbra già ghermite dal gelido soffio della morte. Autorizzò quindi che la bandiera fosse portata in corteo per la città dai fanti del Battaglione Randaccio con le seguenti parole: “…E il sangue ancora una volta bagnò il drappo sacro. Sono tuttora visibili le tracce del sangue vivo e del sangue morto, io tremai stamane sollevando il peso sacro del tricolore che sarà portato per la città in rito di celebrazione gloriosa”
Tale bandiera è tuttora conservata al Vittoriale e, in un recente restauro, è per fortuna sfuggita ad un’incauta opera di “ripulitura” che l’avrebbe disgraziatamente dissacrata in eterno, dato che molto incautamente la si credeva sporca di “alcune macchie”. Purtroppo il lavaggio della memoria fa più danni di quello delle lavanderie.
Il 9 giugno la crisi di governo era ormai aperta con un voto contrario al decreto sull’aumento del prezzo del pane e già Cagoja si avviava a tornare mestamente “nella bara” da cui aveva solo fatto capolino, perché nessuno era stato in grado di tenere in mano saldamente la sua “patata incandescente”

Arrivò dunque la “mummia d’amianto” a prendere in mano una Italia incendiata da fuochi che minacciavano di estendersi ben al di là dei suoi confini
Non aveva potuto spegnere un incendio più vasto come quello della Grande Guerra, sebbene ci avesse provato in tutti i modi, ma avendo tuttavia governato anche un Paese in crescita e avendo saputo comporre validamente i conflitti sociali per gran parte degli anni che avevano preceduto il conflitto, egli era un acerrimo nemico degli interventisti, quindi non poteva che incontrare il favore dei neutralisti più avversi all’impresa fiumana
Paziente, tenace, esperto in diplomazia, animato da grande energia, sebbene fosse ormai avanti negli anni, egli era più che mai deciso a portare a compimento la sua opera, eliminando il suo principale avversario e nemico: d’Annunzio. Si chiamava Giovanni Giolitti.

 


© Carlo Felici

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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