lunedì, 3 Agosto, 2020

Una nuova patria chiamata Europa. La Guerra Fredda

0

Parte ottava. Già a metà degli anni Quaranta, terminato il conflitto e parallelamente al delinearsi dell’Europa come primo terreno di scontro della Guerra Fredda, iniziarono a costituirsi, nella parte ovest del vecchio continente, movimenti ed associazioni a favore del processo di integrazione europea. Le stesse erano tese ad immaginare un maggior livello di cooperazione tra i paesi d’Europa. Dal dibattito scaturirono due diverse tendenze: da una parte i sostenitori del modello federativo, già delineato dal “Progetto per un’Europa libera e unita”; dall’altra coloro che si facevano promotori di una realtà di tipo confederativo, basata su tradizionali forme di cooperazione intergovernativa, gestite dalle diplomazie e dai governi. Tra le due tendenze quella che si affermerà sarà la seconda. 


Per quanto l’ambizione all’unificazione del continente fosse forte, e presente in molte tra le personalità politiche di spicco, la nuova realtà post-bellica sconsigliava repentini cambi di impostazione istituzionale.

I rapporti tra USA e URSS, anche in considerazione dell’avanzamento bellico, che aveva condotto le due superpotenze ad armarsi con dotazioni nucleari, impediva un serio e sereno confronto in quella parte d’Europa che sarebbe stata conosciuta come blocco occidentale. In particolare, alcuni più di altri, nonostante i medesimi sforzi e sacrifici, erano considerati dei vinti a cui, comunque, far pagare lo scotto della guerra. Stalin, inoltre, era stato più scaltro degli americani nell’occupare, anche attraverso colpi di stato manu militari, le realtà statuali dell’europa orientale che desideravano rinascere sotto veste democratica.


Il primo impulso al progetto per una integrazione tra le nazioni europee avvenne, infatti, solamente nel contesto della Guerra Fredda e della strategia del
Containment statunitense, tesa a marginalizzare l’Unione Sovietica. Il progetto venne denominato Piano Marshall, ed avrebbe riversato sulle macerie europee importanti aiuti economici tesi alla ricostruzione. Questo, però, sarebbe stato condizionato dall’avvio di un “proficuo” processo di cooperazione tra gli stati dell’europa occidentale. Per poter usufruire di questi aiuti gli Stati dovevano essere pronti ad accettare i criteri su cui il Piano Marshall era fondato; tra questi assunse particolare rilievo lo sviluppo della cooperazione economica europea. La reazione degli stati occidentali europei, soprattutto di quelle parti di società avverse al movimento internazionale comunista, fu molto positiva. Queste, infatti, contribuirono alla realizzazione del processo che avrebbe portato alla nascita, nella primavera del 1948, dello European Recovery Program (ERP), poco dopo affiancato dalla costituzione, due settimane più tardi, dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (Oece) che avrebbe controllato la distribuzione dei finanziamenti del Piano Marshall.

Antonio Musmeci Catania

 

Parte prima

Parte seconda

Parte terza

Parte quarta 

Parte quinta 

Parte sesta

Parte settima

 

 

Condividi.

Leave A Reply