domenica, 23 Febbraio, 2020

Una pietra d’inciampo per Vittoria Nenni

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Vittoria Gorizia Nenni, chiamata famigliarmente Vivà, nata ad Ancona il 31 ottobre 1915, è stata la terza figlia del leader storico del Partito Socialista Italiano Pietro Nenni, antifascista ed antinazista italiana a Parigi, deportata nel campo di concentramento nazista di Auschwitz, dove morì il 15 luglio 1943.

Nel periodo tra il 1912 ed il 1915, il padre Pietro Nenni, allora esponente repubblicano, si trovava nelle Marche, dove svolse un’intensa attività di oratore e di giornalista tra Pesaro, Jesi e Ancona, città nella quale assunse la direzione del giornale “Lucifero” e dove si trasferì con la famiglia, composta all’epoca dalla moglie Carmela Emiliani, detta Carmen, dalle prime due figlie, Giuliana, nata nel 1911, ed Eva, detta Vany, nata nel 1913, e dall’anziana madre Angela Castellani.
Domenica 7 giugno 1914, al termine di un comizio antimilitarista tenutosi nella “Villa Rossa”, sede del Partito Repubblicano di Ancona, i carabinieri aprirono il fuoco sui partecipanti che uscivano dalla sala, uccidendo due militanti repubblicani e un anarchico. Ne seguì una settimana di scioperi e di agitazioni promosse da Nenni insieme all’anarchico Errico Malatesta, che in alcune parti d’Italia assunse le caratteristiche di una vera e propria insurrezione popolare, la cosiddetta “Settimana rossa”. Ad Ancona le manifestazioni e lo sciopero generale si protrassero sino al 13 giugno.
In conseguenza del suo ruolo nelle agitazioni popolari, Nenni venne arrestato il 23 giugno e fu detenuto nel carcere anconitano di Santa Palazia; scarcerato per amnistia, rientrò in famiglia e in questo periodo venne concepita la terza figlia.
Dopo l’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale (24 maggio 1915), il 27 maggio Nenni, fervido interventista, si arruolò volontario.
Nel corso della terza offensiva delle truppe italiane sull’Isonzo, intenzionate a conquistare Gorizia, il 31 ottobre del 1915 nacque ad Ancona la figlia terzogenita di Nenni, alla quale, per volere del padre impegnato al fronte, venne dato il nome augurale di Vittoria, e il secondo nome di Gorizia. Vittoria, dopo la fuga della famiglia Nenni in esilio a Parigi negli anni 1920, fu poi chiamata familiarmente “Vivà”.
Durante la sua infanzia ed adolescenza, Vittoria, assieme alla madre e alle sorelle, si trovò a seguire le peregrinazioni paterne, giornalista ed esponente politico, prima a Bologna, poi a Milano.
Il 23 marzo 1921 una squadra fascista attaccò la nuova sede milanese dell’Avanti! in costruzione; d’impulso, Nenni accorse per dare manforte alla sua difesa e in quell’occasione conobbe il direttore del giornale socialista Giacinto Menotti Serrati che, dopo pochi giorni, gli chiese di andare a Parigi come corrispondente del quotidiano: il 19 aprile apparve per la prima volta la sua firma sull’Avanti!.
Il 1º dicembre del 1921 nacque a Santa Margherita Ligure Luciana, una nuova sorellina per Vittoria.
A Parigi Nenni si iscrisse al PSI, di cui divenne poi un importante dirigente, segnalandosi come uno dei politici più attivi del movimento socialista.
Nel 1924, dopo l’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti ad opera di una squadra fascista al soldo della Presidenza del Consiglio dei ministri retta da Benito Mussolini, la decisione dei parlamentari democratici di abbandonare l’aula (la cosiddetta “secessione dell’Aventino”) e l’appoggio tacito del re consentirono a Mussolini di chiudere il Parlamento fino a data da destinarsi e di trasformare il fascismo in un vero e proprio regime dittatoriale, fondato sulla violenza e sulla sopraffazione degli avversari politici.
Anche Nenni fu fatto oggetto di provocazioni e minacce, alcune delle quali coinvolsero anche la figlia Vittoria, che fu destinataria di un’aggressione a scopo intimidatorio. Ricorderà Nenni: «I fascisti che invasero il mio appartamento in corso XXII marzo 29 (a Milano – N.d.E.), incontrarono per le scale una delle mie figliole la quale usciva per andare al ginnasio, con la cartella sotto il braccio. Le strapparono i libri di mano, glieli stracciarono, la lasciarono piangente minacciandola di far fare a suo padre “la fine di Matteotti”».
Nel 1926, con la promulgazione delle leggi fascistissime (R.D. n. 1848/26), fu sancita la soppressione in Italia di tutti i partiti di opposizione, compreso il Partito Socialista Italiano, la fine delle libertà sindacali, l’illegalità della proclamazione dello sciopero e la soppressione dei consigli comunali elettivi, sostituiti da podestà di nomina governativa.
Nenni, per sottrarsi alla violenza squadrista e alla repressione poliziesca, fu costretto a prendere la via dell’esilio, prima a Zurigo e poi a Parigi, dove venne raggiunto alcuni mesi dopo dalla moglie Carmen e dalle quattro figlie, che riuscirono a sfuggire alla sorveglianza della polizia fascista e ad attraversare la frontiera francese in treno a Ventimiglia.
A Parigi Vittoria visse una più tranquilla esistenza; nel 1936 sposò giovanissima il francese Henry Daubeuf, tipografo. A seguito dell’occupazione nazista della capitale francese nel 1940, entrò a far parte con il marito della Resistenza in Francia.
Nel 1942 fu arrestata dalla Gestapo insieme al marito e accusata di propaganda gollista e antifrancese. Mentre il marito fu fucilato l’11 agosto nella fortezza di Mont Valérien, Vittoria venne incarcerata nel Forte di Romainville, dove incontrò le compagne con cui poi condivise la deportazione: Charlotte Delbo Dudach, Yvonne Blech, Yvonne Picard e altre, tutte comuniste. Il 23 gennaio 1943 fu deportata nel campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau in Polonia.
Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la sua nazionalità italiana, come propostole dal comandante del forte, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia, e per timore che ciò potesse costituire un elemento di ricatto nei confronti del padre, nel frattempo rifugiatosi con la moglie e due delle quattro figlie nella cosiddetta “Francia Libera” di Vichy, a Palalda, un piccolo paese dei Pirenei. Pertanto, pur non essendo aderente né al Partito Comunista Francese né alla Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, decise di condividere la sorte del gruppo delle comuniste francesi deportate.
Giunta ad Auschwitz il mattino del 27 gennaio 1943, fu assegnata, come le sue compagne, al blocco 26 di Birkenau, insieme alle ebree polacche. Furono addette ai lavori forzati, a due ore di cammino dal campo. Lavoravano nelle paludi, avevano le gambe gonfie, cadevano in continuazione, ma erano ancora vive. Ogni giorno il corpo sembrava soccombere all’abnorme sforzo fisico e alla costante denutrizione. Poi vennero destinate a lavorare in una fabbrica, al coperto, per cui la loro situazione fisica migliorò.
Molto debilitata dal duro lavoro nelle paludi e dalla denutrizione, si ammalò di tifo nell’estate 1943 e morì il 15 luglio, pochi giorni dopo il ricovero nell’infermieria del campo.
Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda sono scritte le sue ultime parole: «Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla».
Pietro Nenni ebbe la notizia ufficiale della morte della figlia solo il 20 maggio 1945 dal suo compagno di partito e amico fraterno Giuseppe Saragat, all’epoca ambasciatore d’Italia in Francia: «Una giornata angosciosa. Tornato in ufficio… informato che c’è una lettera di Saragat a De Gasperi che conferma la notizia della morte di Vittoria. Ho cercato di dominare il mio schianto e di mettermi in contatto con De Gasperi che però era al Consiglio dei ministri. La conferma mi è venuta nel pomeriggio, da De Gasperi in persona, che mi ha consegnato la lettera di Saragat. La lettera non lascia dubbi. La mia Vivà sarebbe morta un anno fa nel giugno. Mi ero proposto di non dire niente a casa, ma è bastato che Carmen mi guardasse in volto per capire … Poveri noi! Tutto mi pare ora senza senso e senza scopo…. Povera la mia Vittoria! Possa tu, che fosti tanto buona e tanto infelice, essere la mia guida nel bene che vorrei poter fare in nome tuo e in tuo onore.»
Il 10 agosto 1945 Pietro Nenni incontrò nell’ambasciata italiana di Parigi Charlotte Delbo Dudach, scampata al lager e rientrata in Francia, che gli riferì della tragica esperienza vissuta da lei e dalle altre deportate politiche francesi ad Auschwitz e delle ultime giornate di vita di Vittoria.
Scrisse Nenni più tardi nel suo diario del 1945: “Mi è sembrato che chi può fiorire una tomba conserva un’apparenza almeno di legame con i suoi morti. Non così per me che penso disperatamente alla mia Vittoria e non ho neppure una tomba dove volgere i miei passi. Il 31 ottobre era l’anniversario della mia figliola. Avrebbe avuto trent’anni e tutta una esistenza ancora davanti a sé … quanto sarebbe stato meglio davvero che io, in vece sua, non fossi giunto al traguardo”.
Oggi, con l’apposizione della pietra d’inciampo dedicata a Vittoria Nenni ad Ancona, in Via Fornaci Comunali dove ella nacque e trascorse i primi anni della sua infanzia, i famigliari eredi della gloriosa tradizione dei Nenni e tutti coloro, socialisti e no, che condividono gli ideali antifascisti ed antinazisti di libertà e democrazia, avranno un luogo al quale rivolgere il loro ricordo e il loro omaggio.

Cosa sono le pietre d’inciampo

Le “pietre d’inciampo” (in tedesco Stolpersteine) sono il frutto di un progetto internazionale curato dall’artista tedesco Gunther Demnig che ha già posato più di 71.000 pietre in tutta Europa, con il quale s’intende ricordare il destino di persone uccise, deportate nei campi di sterminio, espulse o spinte al suicidio ad opera del regime nazista. Le pietre sono poste al di fuori dei luoghi dove uomini e donne vivevano, lavoravano, studiavano.
Nelle Marche il progetto “pietre d’inciampo” è gestito dal Tavolo della memoria presieduto dal Presidente del Consiglio regionale delle Marche, Antonio Mastrovincenzo, e composto da Anci, Anpi, Anmig, Comunità ebraica di Ancona, Ufficio Scolastico e Istituto Storia Marche, coordinato dal Dott. Marco Labbate.
Fino al 2019 ad Ancona si trovavano 16 pietre d’inciampo, di cui una dedicata ad un altro martire socialista, Andrea Lorenzetti, nato nella città dorica il 26 maggio 1907 e poi trasferitosi a Milano, dove svolgeva l’attività di agente di borsa. Nel 1942 contribuì alla ricostituzione del PSI clandestino dell’Alta Italia di cui il 3 gennaio 1944 venne eletto vice-segretario e coordinatore della redazione e diffusione dell’Avanti! Arrestato il 10 maggio 1944 nel corso di una retata nella quale fu catturato quasi l’intero gruppo dirigente socialista del Nord Italia, dopo un periodo di detenzione nel carcere di San Vittore e poi nel campo di concentramento di Fossoli, fu deportato nel terribile campo di sterminio di Mauthausen in Austria, destinato in particolare agli oppositori politici, dove morì il 15 maggio 1945 pochi giorni dopo la liberazione del lager da parte delle truppe americane.
Per quest’anno, grazie alla fattiva collaborazione tra l’ANPI ed il Circolo “Pietro Nenni” di Ancona, è stato deciso il posizionamento di una “pietra d’inciampo” dedicata alla nostra concittadina Vittoria Nenni, avvenuto, con l’intervento diretto dell’artista Gunther Demnig, l’8 gennaio scorso; in tutto sono state collocate ad Ancona altre 7 pietre d’inciampo.
La cerimonia di “svelamento” delle pietre si terrà ad Ancona venerdì 24 gennaio 2020, con partenza alle ore 9.00 da Piazza della Repubblica. Saranno presenti Antonio Tedesco, direttore scientifico della Fondazione Nenni di Roma, e la nipote di Nenni, Maria Vittoria Tomassi, che, nel suo stesso nome, ricorda quello della sua indomita zia, oltre ad una delegazione del Circolo “Pietro Nenni” di Ancona e del PSI cittadino.

Alfonso Maria Capriolo
Presidente del Circolo “Pietro Nenni” di Ancona

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