martedì, 22 Ottobre, 2019

Una questione settentrionale

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La composizione del nuovo governo Conte, che tante perplessità mi aveva sollevato, perplessità che avevano riguardato l’accordo tra Pd e Cinque Stelle, e che riguardano anche la compagine ministeriale, ha visto, tra le altre cose, alcuni mal di pancia legati a una predominante presenza di ministri provenienti dal Sud Italia. Si tratta di una scelta legittima, ma che di certo apre una profonda riflessione. Si dirà che l’Italia è una sola, e su questo non c’è niente da eccepire. L’unità nazionale è un punto fermo e irrinunciabile. Ma nel momento in cui tre regioni importanti come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna aprono il fronte dell’autonomia differenziata, una sottoesposizione in termini di partecipazione al governo di ministri espressione di questi territori non va sottovalutato nella sua lettura politica.
Si parla tanto di questione meridionale, per evidenziare gli squilibri territoriali e le esigenze di regioni in larga parte povere, colpite da secolari piaghe come la criminalità, la disoccupazione e infrastrutturali. Sembra giusto quindi riservare a queste problematiche la giusta attenzione, per altro quasi mai mancata nella storia repubblicana. Se poi l’attenzione non riesce a tradursi in politiche efficaci, le letture tecniche e amministrative di questa mancanza non possono limitarsi a generiche accuse di disinteresse.
Per contro però, e se si analizza lo sviluppo del consenso elettorale della Lega, prima completamente a trazione nordista e ora nazional sovranista, non possiamo trascurare un malcontento delle regioni e delle popolazioni del Nord Italia che affonda le radici nella notte dei tempi. Già un uomo di peso della Dc, come il polesano Antonio Bisaglia, aveva difeso gli interessi di una regione traino come il Veneto di fronte a un centralismo che sembrava soffocare le opportunità di un territorio che necessitava di attenzione e rappresentanza. Vero è, analizzando i dati economici e autorevoli osservatori, che le regioni del nord crescono a tassi superiori a quelle del sud Italia, ma è anche vero che oggi i tassi di crescita sono molto lontani da quelli delle regioni più ricche d’Europa e che pertanto per garantire competitività e qualità sarebbero necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie, tutte quelle opportunità che consentono di restare al passo con i tempi.
Non va inoltre dimenticato che esistono zone del nord Italia che patiscono le stesse sofferenze delle regioni del sud. Se penso, ad esempio, al Polesine, che richiede con forza una zona economica speciale vedo indicatori preoccupanti (reddito pro capite, spopolamento ecc.) che rendono necessaria l’analisi del contesto.
Si è detto anche che questo governo è stato costruito in funzione antisovranista, che ha avuto il merito di isolare una forza antieuropeista come la Lega. Ma attenzione. Porre all’attenzione una rinnovata “questione settentrionale” rischia soltanto di rinviare di poco il problema, aprendo una spaccatura che le prossime elezioni potrebbero ampliare in modo irreversibile. E a quel punto tutto, ma proprio tutto, sarebbe rimesso in discussione.
Ne vale la pena?

Leonardo Raito

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    E’ sempre difficile, e talora anche imbarazzante, mettere a confronto le qualità dell’uno o altro pezzo del Belpaese, ma senza ricorrere a comparazioni di questo genere io conosco un “settentrione” piuttosto attivo e laborioso, nonché intraprendente, che può “aiutarsi da solo”, come si usa dire, a condizione che non venga “frenato” o “bloccato” da un eccessivo carico fiscale, o di adempimenti, ossia da un “peso” che in un mondo globalizzato può penalizzare le nostre ditte ed aziende, rendendole più deboli nei confronti della concorrenza, così che a più d’uno può venir la voglia di “mollare” e “chiudere i battenti”, con perdita di tessuto economico e posti di lavoro.

    Paolo B. 06.09.2019

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